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Full text of "Il Propugnatore"

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STUDII FILOLOGICI, STORICI E BIBLIOGRAFICI 



DI VARI 5:001 



DELLA COMMISSIONE PE' TESTI DI LINCIA 



Voi. VII.— Parte l.'"^ 



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BOLOGNA 

l'IiESSU (lAETA.NU HO.MAGNOLI 

liiliraio-lìditore della R. Commissione pe'lesU ili ì.'w^ui 

1874 



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Proprietà Letteraria. 



Bologna — Tipi Fava e Garagiuini 



dp:lla lingua tecnica in Italia 

DISSERTAZIONE 



DEL CANONICO 



PROF. LUIGI GAITER 



I. 



Quando finalmente nell'Europa meridionale, valicato 
il mezzo della lunga e fortunosa età fra l'antica pagana 
e la moderna civiltà cristiana, qualche crepuscolo incomin- 
ciò a balenare nella tenebra male augurata che tante re- 
gioni prima fiorenti, quasi funereo drappo copriva; la 
nostra invidiata penisola per un provvidenziale concorso 
di circostanze bene avventurale, prima ed in copia mag- 
giore che altri paesi, riverberò quella benefica luce. Que- 
sto ne insegna e dimostra per incontrastabili fatti, ed evi- 
denti ragioni, la storia. I nostri padri per verità dettavano 
a que' giorni in due lingue facondissime, e tutte nostre: 
vale a dire nella cadente latina, e nella sorgente volgare. 
Altre nazioni, in fatto di letteratura e scienze ora emule 
generose della nostra , non parlavano a que' giorni che 
rozzi idiomi, ne' quali fecondi, egli è ben vero, e dalla 
religione cristiana che da noi ricevettero coli' alito divino 
della carità fomentali, ma non ancora quanto era mestieri 
sviluppati, latitavano i germi delle loro lingue a tanta 



gloria oggi salite. L' Italia possedeva la classica letteratura 
latina, nella quale il fiore della greca poteva dirsi trasfu- 
so; e la quale, mercè la nuova civiltà coli' Evangelio, ri- 
cevuta, mirabilmente avrebbe influito sulle moderne d'Eu- 
ropa. Tre soli autori della nuova sua lingua, rAllighieri, 
il Petrarca, il Boccaccio, a tacere dei minori, davano in 
luce tre archetipi, presi a modello da ogni letteratura 
moderna. Altre nazioni, ora giustamente celebrate per 
continuo progresso in arti lettere e scienze, a que' giorni 
medesimi non potevano occuparsi di meglio che della 
grammatica delle ancora balbettanti loro lingue. La nostra 
lingua fu r avventurata primogenita fra le crescenti sorelle. 
La lingua provenzale vantò, non lo negheremo, parec- 
chie produzioni, specialmente poetiche, prima dell'italia- 
na; ma essendo precocemente fiorita, non diede poi, co- 
me r italiana, i frutti bramati. E che vale il fiore, quando 
a suo tempo non produca il frutto? In altri tempi si potè 
opinare, ed a qualche guisa da chi è pago delle prime 
apparenze degli oggetti dimostrare, la lingua nostra deri- 
vare, e la nostra poesia avere attinto l'ispirazione e le 
forme dalla provenzale: ora dalla filologia è dimostrato, 
non solamente la provenzale e l' italiana, ma altresì la 
francese, la spagnuola, la portoghese, la rumena, deri- 
vare dalla latina: o meglio diremo appartenere alla fami- 
glia greco-latina, poiché del tutto improprii sono i voca- 
boli maternità e figliazione applicati alle lingue, le quali 
subiscono modificazioni o trasformazioni , ma non muojono 
mai, e vivono una vita indefettibile tutta loro propria. 
Non solamente queste, ma tutte in generale le lingue indo- 
europee hanno somiglianze lessiche e grammaticali, per 
un principio assiomatico simile a quello onde le cose eguali 
ad una terza sono eguali fra di esse. Nella piramide delle 
lingue, quanto piìi ascendiamo a quelle pilli vicine al ver- 
tice, ritroviamo la ragione delle molteplici somiglianze 



che si ammirano fra quelle piìi vicine alla base. Nel san- 
scrito, per esempio, rinveniamo perfetta spiegazione delle 
anomalie del greco e del latino, onde compiangiamo tanti 
illustri ingegni dei secoli passati, che privi dei lumi co- 
piosissimi da esso diffusi, con ipotesi credute poi verità 
dimostrate, si stranamente delirarono intorno all'origine 
ed alla figliazione delle lingue. 

Se non che per gravissima nostra sventura (diciamo 
gravissima, per chi nella lingua lo specchio delle condi- 
zioni morali della nazione riconosce ), nel secolo d' oro 
della nostra lingua, nel secolo dell' Allighieri, del Petrar- 
ca, e del Boccaccio, e nei seguenti fino al nostro, non si 
potè con abbondanza soddisfaciente compilare il dizionario 
tecnico, ossia il prontuario dei vocaboli in primo luogo 
spettanti ad arti e scienze. 

Stimiamo innanzi tratto sia prezzo dell'opera ricer- 
care ed esporre le storiche ragioni del fatto, acciò venga 
aperto ed agevolato il cammino a rinvenire il modo mi- 
gliore di sopperire a tanto difetto. 



II. 



Non già per la sola venuta dei profughi Bizantini fra 
noi, dopo la miserabile caduta della seconda Roma, che 
ben dieci secoli potè sopravvivere alla prima, fra noi 
portando coi classici greci , l' intemperanze dei grammatici 
e dei sofisti : un secolo prima d' essi il Petrarca ed il 
Boccaccio, i quali tanti volumi dettarono faticosamente in 
latino, onde si promettevano fama immortale, avendo ab- 
bandonata la scuola originale di Dante, il quale « a per- 
petua infamia e depressione dei malvagi uomini d' Italia 
che commendavano lo volgare altrui , e dispregiavano il 
proprio » la nuova lingua aveva usato nell'enciclopedico 



— 6 — 

suo poema; dair universale predilezione, per non dire 
idolatria, per l'antica lingua latina, e per la pagana eru- 
dizione, fu costretta la nuova italiana a giacersi in diso- 
norevole sterilità , nella quale se non perdette , nulla , o 
certamente assai poco guadagnò in ricchezza di vocaboli 
e frasi. Il quattrocento sgrammaticava ! sentenziò con epi- 
grafica severità Vittorio Alfieri. Imagine di questo secolo 
potè dirsi quello sventurato Angelo degli Ambrogini, ossia 
Poliziano, nelle stanze giovanili del quale per la giostra 
di Giulio de' Medici avendo sentito V Italia con materna 
esultanza come il suo primo epico fosse venuto in luce; 
dovette invano lamentar poi di vederlo sepolto prima che 
morto fra polverosi volumi di viete discipline, e la magi- 
ca melodia delle sue ottave rime non udir più, fino a 
che non "surse a compensarla a dovizia Lodovico Ariosto. 

Ridestatosi nel secolo appresso V amore per questa 
lingua, non componevansi in essa, in generale parlando, 
che versi erotici da quelle miriadi a sangue freddo di pe- 
trarchisti, che non sono ricchezza, ma inutile ingombro 
delle nostre biblioteche: novelle, poche delle quali fanno 
ridere o piangere, e troppe arrossire: libri ascetici, nei 
quali a molta fede è commista troppa credulità. È per 
noi l'epoca funesta, nella quale, posta in non cale l'opera 
divina di Dante, o vagheggiatane solamente con supersti- 
ziosa venerazione la corteccia, la filosofia fece divorzio 
dalla letteratura, e lo studio delle forme dallo studio delle 
idee. Il cinquecento chiacchierava, secondo la sentenza 
dell'Alfieri. Scarso era quindi ancora il dizionario dei vo- 
caboli proprii delle arti e delle scienze, che delle chiac- 
chiere, quanto si voglia eleganti, per natura sono capitali 
nemiche. 

Le scienze, per le ragioni ed i pregiudizii notissimi, 
essendo allora comunemente trattate in latino, o meglio 
diremo in un barbarico gergo il quale contraffaceva il 



latino, bastava iniziare ad esso i pochi adepti, senza am- 
mettere nel recondito santuario il volgo profano, tradu- 
cendo soltanto nella sua favella (o volgarizzando, come 
per disprezzo della nuova lingua dai latinisti a que'dì si 
diceva) qualche trattato popolare. La lingua nostra non 
poteva perciò arricchirsi gran fatto di termini tecnici e 
scientifici. 

Le arti per necessità lasciate in mano del volgo, es- 
sendo assai di frequente privilegio e monopolio di caste, 
consorterie, le quali erano strette da giuramento, e da 
proprio interesse a non palesarne i secreti, con ispaccio 
molto inceppato dei loro prodotti fra provincia e provin- 
cia, perchè ogni terra voleva fare da sé, ed abborriva 
un nemico in ognuno 

Di qua' che un muro ed una fossa serra: 

le arti, dicevamo, furono costrette a crearsi in qualche 
modo un dizionario tecnico speciale in ogni dialetto. In 
ogni provincia possiamo ogni giorno anche di presente ri- 
scontrar questo fatto. L'artista italiano, che per vaghezza 
di cose nuove, o per bisogno si tramula da regione a 
regione, non è inteso dagli artisti suoi colleghi, e quasi 
straniero nella nomenclatura degli stromenti e lavori è 
deriso. Il cittadino fuori della sua terra natale, ha spesso 
bisogno d'interprete nei mercati, nelle botteghe, e nelle 
officine. 

Quando i cittadini della repubblica scientifica per im- 
pedire ogni gelosia nazionale (avvegnaché chi ben vede 
sappia a prova, come le questioni di lingua siano di so- 
vente assai pili che questioni di parole, e sotto di quelle 
facciano capolino questioni delicatissime di libertà, dignità, 
ed unità nazionale), e per fare giusto atto di omaggio 
verso la nazione maestra del nostro classico mondo, deli- 



— 8 — 
berarono di desumere dalla lingua greca la propria termi- 
nologia; il popolo non potò mai comprendere, e quindi 
far suoi codesti termini esotici, e continuò ad esprimere 
alla meglio coi vocaboli del suo dialetto ciò che a lui era 
mestieri di significare in fatto di scienza. La greca termi- 
nologia, in generale parlando, non uscì dalle scuole, e 
dai libri, e rimase gergo di pochi, acconcissimo a camuf- 
fare di sovente la propria ignoranza, ed imporre alla cre- 
dula moltitudine. 

Quando l'Accademia della Crusca pose mano alla 
compilazione del suo vocabolario ; s' accorse che nei libri 
del trecento non erano, e non potevano essere, tutti i 
vocaboli appartenenti ad arti e mestieri. Non è biblioteca, 
in cui possa essere scritta tutta una lingua. Il Buonarotti 
juniore nelle sue celebrate comedie si affaticò d'' inserire 
lunghi elenchi di tali parole, prendendole di bocca al 
popolo toscano : ma tutte in quelle comedie non poterono 
essere da lui registrate. Posto pure che tutte le toscane 
vi fossero da lui registrate; la Toscana posseder non po- 
teva il dizionario tecnico di tutta la nazione. Tutte le arti 
che in Toscana professate non sono; tutti i loro prodotti, 
e tutti gli oggetti dei tre regni della natura che in Tosca- 
na sono ignoti, non vi possono avere i nomi proprii nel 
comun favellare. È chiaro di per sé. L' ignoto non può 
aver nome proprio. 

Quando air età moderna le scienze e le arti ebbero 
nuovo e maraviglioso incremento; l'Italia, che per molte 
ragioni può dirsi la primogenita delle figlie della moderna 
civiltà cristiana, fu in condizioni assai meno prospere 
delle sue sorelle. Queste deplorabili condizioni sono pale- 
semente dimostrate dal primo libro di ogni storia moder- 
na. La libertà fu dai nostri padri miseramente perduta, 
quando a secondare il nuovo impulso dell'epoca, di libertà 
si aveva maggior bisogno. Perciò alcune delle nazioni 



— 9 — 

sorelle superarono la nostra nel progresso artistico e scien- 
tifico. E perchè le nuove idee richieggono parole nuove; 
e perchè le parole nuove a significare le nuove idee ven- 
gono formate da chi primo nel mondo artistico e scienti- 
fico introduce le idee; l'Italia colle altrui nuove idee do- 
vette adottare di necessità le nuove parole, e non sue, 
che le significavano. Di tal guisa la progredita civiltà me- 
scolò elementi stranieri nella lingua italiana, non altri- 
mente che la barbarie nei tempi di mezzo. 

Il popolo italiano, come avviene in simili casi a qua- 
lunque popolo, naturale depositario della lingua parlata 
ed intesa da tutti, non potè far sue le parole di origine 
greca, o straniera, le quali esprimevano idee superiori 
alla sua ordinaria coltura, che, a dir vero, ne' tempi tra- 
scorsi, avversi in generale alla popolare istruzione, era 
molto minore della presente. Se alcuna di queste parole 
egli fece sua, non intendendo il suo valore etimologico, 
per meglio acconciarla alla sua pronuncia, ne fece quel 
governo che ne palesa la medesima Crusca, in quella 
parte del suo dizionario che dà ricetto non so se dobbia- 
mo dire al museo delle anticaglie e riboboli, ovvero al 
nosocomio e morocomio filologico italiano. Ne si dimen- 
tichi, la Crusca aver solamente raccolto le storpiate e co- 
munque sia viziate parole dell'Arno, le quali somministra- 
rono troppo commoda materia a tante censure ed invet- 
tive. Che sarebbe avVenuto, di grazia, se in altre Provin- 
cie, la cui pronuncia alla lingua scritta è molto meno 
conforme, avesse posta la falce di tali erbe a far fascio? 



III. 



Toccati i sommi capi dell'origine e dell'incremento 
della lingua tecnica itahana, ora ne giova domandare: 
Qual è l'attuale sua condizione fra noi? 



— 10 — 

Non volendo parlare delle dottrine speculative ed 
astratte, per le quali da altri principii converrebbe prender 
le mosse; e ragionando solamente di vocaboli esprimenti 
oggetti reali e concreti, di scienze e di arti, premettiamo, 
che la base filologica (se ci è permessa la frase) non può 
mancare alla lingua nostra, perchè ha libri per lingua 
commendevoli ed abbastanza copiosi, che a sufficienza ver- 
sano sopra ciascuna di esse. Alquanti scienziati ed artisti, 
piuttosto che lamentarsi della povertà della nostra lingua 
a trattar scienze ed arti ; dovrebbero lamentarsi della loro 
ignoranza della lingua materna, e dei classici scrittori ita- 
liani, i quali se da più recenti, e stranieri, sono superati 
in fatto di nuove applicazioni ed invenzioni; ciò non per- 
tanto contengono le vere parole e forme italiane, mala- 
mente soppiantate da inutili neologismi , e da stomachevoli 
barbarismi. Dante e Galileo furono ad un tempo e filologi 
ed enciclopedici. 

Grammatici ignoranti delle scienze, per falso amore 
di ridicola eleganza si credettero permessa qualunque be- 
stemmia contro la verità. Scienziati ignoranti della lingua, 
per falso amore di malintesa evidenza ed energia della 
frase, si credettero permesso qualunque idiotismo, barba- 
rismo e solecismo. 

Se in Italia il trecento parlava, il quattrocento sgram- 
maticava, il cinquecento chiacchierava, il seicento delirava, 
il settecento balbettava, secondo la sentenza del grande 
Astigiano; felici noi, se i posteri diranno: l'ottocento ra- 
gionava! Né si può ragionare, che bene usando della pa- 
rola, e dell'idea significata per essa. 

Aggiungiamo, che legittima erede di tutta la classica, 
e di tutta la media ed infima latinità essendo la lingua 
nostra; ogni qual volta le sia utile e bello, può appro- 
priarsene tutte le parole e frasi tecniche, siccome ha fatto 
sempre fino dalla sua infanzia, e siccome hanno fatto e 



— 11 — 

fanno le sue sorelle. Quando la radice filologica è viva, 
secondo analogia dee produrre nuovi rami, e rimettere 
quelli che avesse perduto. In ciò consiste la vita. 

Se non che queste naturali sue fonti , la nostra lingua 
tecnica troppo ha intorbidato e corrotto. Le molteplici 
dizioni scientifiche ed artistiche desunte dal greco, o rima- 
sero del tutto inaccessibili al popolo, e come per lui non 
esistenti; od hanno molti sinonimi, più o meno conve- 
nienti, nei varii dialetti, alcuni dei quali sono molto este- 
si, e coltivati quasi lingue di secondo ordine, con propria 
letteratura e storia. Nella medicina, per esempio, scienza 
che pili di ogni altra ha relazioni quotidiane col popolo; 
delle idee, ovvero oggetti, cui non può elevarsi la scien- 
za del popolo, manca la traduzione italiana dei greci nomi: 
delle idee, ovvero oggetti necessariamente noti al popolo 
forse ancor prima che loro s' imponesse il greco nome, 
ogni dialetto ha sinonimi. 

Tutti gli oggetti, e tutte le idee, importati di recente 
fra noi, hanno, come richiede la stessa natura delle cose, 
il nome proprio nella lingua del paese loro originario. 
Perchè da paesi diversi talvolta provennero, hanno con- 
temporaneamente nomi diversi di lingue diverse. Perchè 
ogni dialetto vuole col rhinore incommodo possibile pro- 
nunciare que' nomi stranieri; o perchè talvolta volle im- 
porre un nome nuovo italiano a que' nuovi oggetti , ed a 
quelle nuove idee; il numero dei sinonimi si moltiplicò 
indefinitamente. Basti fare attenzione una volta sola a' no- 
mi diversi coi quali nelle diverse provincie italiane sono 
chiamati gli animali domestici, il zea mais, il bombyx, ed 
il suo bozzolo. Percorrendo il dizionario botanico del 
Targioni-Tozzetti, quantunque toscano, si ammira dopo il 
nome scientifico di qualche pianta, una litania di ben do- 
dici sinonimi italiani. 

Per le quali cose, con qualche nostro rammarico, 



— 12 — 

ma per amore della verità ne conviene confessare, che in 
fatto di lingua tecnica siamo in una permanente, anzi cre- 
scente confusione babelica. Lo scienziato non può sempre 
colla necessaria facilità ed evidenza farsi intendere perfet- 
tamente dal popolo, e talvolta pure da' suoi colleghi di 
scienza. Ogni provincia è in gran parte straniera a molte 
altre nel commercio scientifico, artistico e letterario. 



IV. 



Veduta l'antica origine, le varie cagioni, e le per- 
niciose conseguenze del male; veniamo finalmente a par- 
lare dei rimedii, posto pure volesse la nostra sventura, 
che trattandosi di mali, siccome volgarmente si bisticcia, 
di parole, i rimedii consistano in sole parole. 

Come concrete e reali negli studii di cui parhamo 
sono le idee; cosi precise ed invariabili debbono essere 
le parole che le rappresentano. È perciò di assoluta ne- 
cessità un dizionario, tesoro di tutta la lingua tecnica, 
nel quale siano registrati i veri termini italiani rappresen- 
tanti ogni idea relativa a scienze ed arti. 

Questo dizionario in primo luogo registrerà le origi- 
nali parole italiane, le quali, come dicemmo, costituisco- 
no la base filologica di ogni nostra scienza ed arte. A 
fronte di queste potrà riportare i neologismi e barbarismi 
più usati, per insegnarne la inutilità e la sconciezza, e 
additare i legittimi termini che debbono condannare gli 
spurii a sempiterno obblio. 

Oh quanti, che il nome usurpano di scienziati, poi- 
ché vera scienza non può darsi senza profonda cognizione 
della lingua in cni nella mente nostra si ragiona, ed altrui 
si comunica la scienza stessa; anzi che la lingua nostra 
insultare e calunniar come povera, a tal vista percuoten- 



— 13 — 

dosi per troppo tardo pentimento il petto, dovranno pub- 
blicamente confessare la povertà del proprio ingegno, o 
del proprio studio ! Fortunati se a tempo saranno di ripe- 
tere con Orazio ai Pisoni: 

Cur nescire, pudens prave, quam discere, malo? - 

Dalla lingua latina , classica media ed infima, adotterà 
con moderna forma italiana tutte le parole radicali, che 
veramente fossero necessarie, od opportune. Con ciò nul- 
r altro faremo, che mettere in circolazione sotto moderna 
forma di monete sonanti di attuai corso legale, que' vec- 
chi, oziosi, dimenticati tesori di oro e di argento, che 
giacevano in arnesi inutili di un tempo che fu, lungi dalla 
pubblica vista, nelle più remote stanze della casa avita. 

Ai tecnici vocaboli greci, o derivati dal greco, i quali 
non hanno corrispondente sinonimo italiano, si darà la 
moderna forma italiana, come si è in ogni tempo usato 
dai nostri, quando ne ebbero bisogno, senza prendersi 
inutile e nocevole briga d' inventar nuove parole di radice 
pura italiana che vi corrispondessero, moltiplicando gli 
omonimi e sinonimi soverchii, i quali non sono punto la 
ricchezza, ma la superfluità, la borra, la zavorra di ogni 
lingua. Arrogi che essendo sorelle la lingua latina, di cui 
è palingenesi la nostra, e la greca; assai spesso in ultima 
analisi è comune all'una ed all'altra la radice del voca- 
bolo il quale perchè greco si vorrebbe preferire. Per esem- 
pio, i tanti nomi derivati da u5op, acqua, e da etSew, verfo; 
non hanno anche in latino le radici sudor , e video, con 
minore alterazione di quella che abbiano le parole della 
lingua medesima pronunciate secondo i diversi dialetti? 
Anche a questo caso può applicarsi il principio cosmolo- 
gico: Non sono da niolliplicare gli enti senza necessità. 



— 14 — 
Di ciarpame inutile, e per lo studio della lingua fastidio- 
so e nocevole, il dizionario italiano ribocca. 

Se molti vocaboli di varia radice straniera designano 
il medesimo oggetto, per lo quale manca di termine pro- 
prio la lingua nostra; si conceda la cittadinanza ad uno 
sólo , e sopra tutti a quello eh' è meglio inteso , e più 
usato, accordandogli, se ne avesse d'uopo, la migliore 
terminazione italiana. Gli altri esotici sinonimi repudiati, 
scritti ad esso di fronte, gioveranno a farlo meglio cono- 
scere, finche il suo unico diritto sia riconosciuto ed am- 
messo da tutti. 

Quando si hanno molti omonimi o sinonimi, e tutti 
italiani, il diritto di cittadinanza si conceda ad un termine 
solo, per evidenti ragioni di eufonia, di etimologia, d'an- 
tica origine, di naturalizzazione in molti dialetti. Tutti gli 
altri sinonimi ed omonimi si scrivano nel dizionario per 
far meglio comprendere e risaltare il primo, come usa il 
pittore colle ombre, qualificandoli parole dell'uno o del- 
l' altro dialetto, e per questo noi) adottate nella lingua, la 
quale presso nessuna civile nazione fu mai privilegio, o 
monopolio, di una o di molte provincie, ma sì proprietà 
esclusiva ed inalienabile della nazione, della quale oltre 
essere specchio morale, è monumento parlante della sua 
storia. 



V. 



Ma in fin de' conti, chi farà questo dizionario? Chi 
renderà popolare colale non del tutto nuova, ma nuova- 
mente ordinata e sistemata terminologia? 

Se avessimo ancora nel fior dell' età il Tommaseo ed 
il Manuzzi, degni continuatori delle gigantesche opere filo- 
logiche dei Forcellini, degli Alberti, dei Cesari, dei Monti, 



— 15 — 

dei Gherardini... fattisi centro, come i precedenti, di filo- 
logica famiglia, basterebbero a ciò. Abbiamo istituti lette- 
rarii e scientifici, accademie, e ben anche uomini eminenti, 
i quali potrebbero dire un giorno col dantesco motto: Capo 
ha cosa fatta. Quando il loro programma tecnico-filologico 
fosse redatto secondo evidenti ragioni, ed in tutti i loro 
scritti lo ponessero in atto prima ancora che il dizionario 
fosse compilato; in lustri non molti avverrebbe, che ogni 
nuovo cultore di scienze ed arti adotterebbe la proposta 
migliore terminologia. I vecchi si convertirebbero, sotto 
pena di non essere compresi, o vivendo ostinati nel loro 
irragionevole arcaismo, di essere segregati dal consorzio 
scientifico ed artistico, e registrati nel numero dei morti, 
prima che abbiano cessato di vegetare. E perchè pratica- 
mente inseparabile è l'idea dalla parola, e la parola dal- 
l'idea; la filologia non ne avrebbe vantaggio minore delle 
discipline del bello del buono e del vero. 

In ogni provincia sarebbe facilissima la compilazione 
di un dizionario tecnico del dialetto, al quale fosse posto 
di fronte il sinonimo della lingua nazionale adottato nel 
dizionario universale di cui abbiamo ragionato. Nei libii 
elementari, o scolastici, per le varie provincie, sarebbe 
agevole e commodo aggiungere fra parentesi il sinonimo 
del dialetto, quando fosse necessario, dopo ogni vocabolo 
tecnico della lingua nazionale. A poco a poco, propagan- 
dosi colle scuole e coi libri la lingua tecnica nazionale, 
colali glosse in dialetto diverrebbero inutili. Allora avremo 
veramente unità di lingua tecnica in Italia. È modo assai 
lento, e tardo, lo confesso; ma non ne veggo altro mi- 
gliore, e di risultato infallibile. 

Poiché la decadenza della nostra letteratura ebbe 
principio nell'età infausta, nella quale dalle scienze furo- 
no separate le lettere, calpestando la scuola e l'esempio 
di Dante, e dei sapienti di ogni età, e di ogni nazione; 



— 16 - 

e poiché nobilissima impresa del nostro secolo è la loro 
bene auspicata ricongiunzione; a questo gravissimo bisogno 
della lingua tecnica fra noi volemmo richiamata la pul> 
blica attenzione, acciò meglio fosse compresa la necessità 
di usare degli studii filologici a vantaggio dei tecnici e 
scientifici, e la desiderata loro alleanza ne fosse giovata. 
Con maggiore autorità e dottrina altri potranno additare 
modi e partiti più acconci a conseguire V effetto agognato. 
A noi per ora basta di avere posto in atto quanto era da 
noi, per far toccare con mano il gravissimo bisogno, -e 
procacciarvi efficace provvedimento. 



GLI ULTIMI QUATTRO CAPITOLI 
DELL'EVANGELIO DI SAN GIOVANNI 

DA UN CODICE CARTACEO DEL XV SECOLO 
MESSI LA PRIMA VOLTA IN LUCE 



Introduzione dell' Editore 

Volgea Panno 18H9, quando pubblicai i primi sei 
capitoli dell'Evangelio di San Matteo e, due anni dipoi, 
i primi quattro di quello di San Marco, nel Propugnato- 
re, periodico che cape gli studii e le lucubrazioni di varii 
socii della R. Commissione pei testi di lingua, alla quale 
mi onoro di appartenere (1). Del Codice, onde levai i 
cennati dieci capitoli , e delle condizioni sue dissi quanto 
mi pareva tornasse vantaggioso al lettore, né cose dette 
ridirò, a grande fastidio di chi vorrà leggermi. Bene mMn- 
contra dichiarare le ragioni della presente pubblicazione, 
che si dilunga dagli ordini nelle precorse seguiti. 

I manoscritti di quattro o cinque secoli di età (a cui 
è ignoto?), manomettono in modo disusatamente strano le 
norme ortografiche e grammaticali, così che fra solecismi. 



(1) Le due scritture, estralfe dal cennato periodico, furono divol- 
gate in due opuscoli in 8°, il primo di pag. 27; il secondo di 25, do- 
nati agli amici miei, non messi in commercio. 

Voi. VII, Parte I. 2 



— 18 — 
barbarismi e diffalte d'ogni sorta, sia oltreraodo malagevole 
asseguire lo intendimento dello scrittore. Non dubito , scr'i- 
veva Sulpizio Severo, librariorum potius negligentia, prae- 
sertim tot saeciilis ìntercedentibus , veritatem fuisse cor- 
ruptam, quam ut Propheta erraverit (1). Il mio codice, 
uscito, come i piìi sogliono, dalle mani di menante im- 
perito, è maculato largamente di vizii grafici, dialettici, lin- 
guistici , dei quali diedi buon saggio nelle due summen- 
tova^e impressioni, né accade dovermi continuare in quella 
via, che, se può servire ai filologi, investigatori delle piii 
riposte ragioni degl'idiomi nei menomi accidenti gramma- 
ticali, fonetici e grafici, di nessun uso è alla piìi parte 
dei lettori, ai quali poco o punto cale di ciò, ed è grave 
noia essere irretito in codesto nuovo labirinto di filologici 
arcaismi, cui si attaglia l'epifonema di Teone: Tà apxaia, 
TOC TraXat <7ivrfiri, vuv di éxXsXoiTróra (2). 

Uno dei più illustri tra moderni editori di vetuste 
scritture , il p. Sorio da Verona , novella via tenne nel 
divolgare per le stampe i molti suoi volumi che sono sem- 
pre dagli studiosi ricerchi , siccome quelli che in fatto di 
correttura non hanno rivali (3). Egli moderatamente , ma 



(1) Lib. I Hisloriar. Cicerone menava lamento della scorrettura dei 
libri al suo tempo, scrivendo ad Attico, e Leonzio Mecanico, intorno alla 
Sfera di Arato, lasciò scritto : "0}AY]pov fiev é'v tldoq 'fpix(fitiìv pXaTT- 
TSi, Tfov pipXtoYpot'fwv "Aparov ^è 5Ó3, pt,3XiOYp(3t'fwv Te xat 
^WYpacpwv : (ov toc àjxapTrjpiaTa twv 'ApotTOO OscopYijjiaTwv èyxXi^- 
jjKXTa iTotouvTai oi xou^ÓTepot , Sta ttqv ayvotocv tou 'Kot.vróc, 
Xdyou xa tì^c; àX'qbcioi.q rrspì acpaìpa^ (Fra coloro che adoperano 
pennello o penna, un genere, vo' dire de' librai, deprava Omero; due 
corrompono Arato, quello dei librai e quello dei pittori ; gli errori dei 
quali assumono gF imperiti per riprovare i teoremi di Aralo, a cagione 
della propria ignoranza circa la ragione e la verità della sfera. 

(2) Pag. i3 {Antiche, ma usitate forme un tempo; ora poi disusate). 

(3) Nel II. voi. del Supplimento tìW Enciclopedia Italiana del Pomba 
(pag, 737-39 j ne dettai la biografia, clic recita buona parte de' meriti 



— 19 — 

con raro acume, ritoccò la scapigliata grafia dei librarli o 
trascrittori, le cui lezioni parutegli false, non le mandò 
a' confini , ma le serbò da poterle il lettore vedere a pie 
di pagina, e brevissimamente vi appose la lezione del testo 
latino a rincalzo del suo giudizio di aver rimossa dal testo 
la sua vecchia lezione , e sostituita la nuova (1). Altret- 
tanto propongomi di fare nel presente lavorietto , nel quale 
non abbicherò i modi dialettici romano-napolitani, né tra- 
scriverò la miriade di consonanti piovute alla sciamman- 
nata, a grave iattura del dolce suono di nostra lingua. E 
così nelle seguenti pagine non si leggerà , come nel codice : 
Tomasso o Thomasso, per Tommaso ; singhi per sii; ditto 
e decto , per detto; meo, mee per mio, mie; partironno', 
pregaronno ecc., per partirono, pregarono ecc.; quillo, 
quilli, per quello e quelli; vedeno per videro; intendene 
per intendono ; rendinosse per reclinossi ; ame , amemi , 
ameno, per ami, amami, amano; ademandare per ad- 
dimandare ; Pietre et Paulo per Pietro e Paolo; forze 
per forse; adorna e adunco per adunque; andietro per 
indietro ; nanzo e inanzo per innanzi ; braza per brada ; 
homo , omo per uomo ; Barrabas per Barabba ; adlora 
per allora; crucifìggerete per crocifiggerti; quatro per 
quattro ; femena per femmina ; maitina per mattina e 



suoi letterari!. Ottavio Gigli, nella Prefazione alle Cento Meditazioni, a 
buona ragione , afferma che il P. Sorio ha dato tali prove del suo in- 
gegno e della sua diligenza in questa Biblioteca, che s'io ora ne volessi 
tessere l'elogio , non farei che confermare i miei lettori in quell'opinione 
che già essi hanno del suo merito. 

(1) Sorio, Proemio alla Collazione dell' abate Isaac (Roma 184.5, 
Bibl. elass. sac. ordinata e pubblicata da 0. Gigli, toni. III). Nel Saggio 
di un codice del Cavalca, da me edito in Bologna nel 1870, posi in sodo 
che, anco dopo i sudati allori conquistati dall'illustre Oratoriano, rima- 
nevano fronde sparte da utilmente raccorre, ed io parecchie nel Saggio 
ne adunai con grande sollecitudine. 



— ac- 
cento altre di suono disorrevole. Ancora ho fognato buon 
numero di aspirate e dato di frego ai capricciosi raddop- 
piamenti , senza parlare della riordinata punteggiatura. 

La bontà della lezione del Codice si fa manifesta a 
chiunque pongala a riscontro della Volgata , cui il volga- 
rizzatore toscano rende verbum verbo fidus interpres, sic- 
come direbbe Orazio. Che, come dissi già in una delle 
precorse mie impressioni, quei che voltò dal latino fu 
toscano, e ne fanno malleverìa il dettato, i costrutti, gli 
idiotismi ; inoltre le toscane biblioteche possedono tuttodì 
buon numero di Codd., nei quali si legge cotesta versio- 
ne, che il Cicogna, inzafardata di vernice moderna, pose 
nelle stampe (1). Vero egli è che l'esemplare toscano 
subì alcuni raffazzonamenti dalle mani dei differenti tra- 
scrittori, massime dal mio, il quale, per quello ch'io ne 
so , fu napolitano , visso nella Comarca di Roma , di che 
le tre regioni dialettiche commiste nel codice ; toscana , 
napolitana , romagnuola. E comecché quei buoni trecen- 
tisti che impresero a voltare la Bibbia in volgare fossero 
per lo più, quasi dissi, gente minuale, certo tanto scarsa 
di sapere , quanto prestante per favella d' oro ; ciò non di 
meno, la Volgata, nel suo stile facile e piano, senza molto 



(\) Uno dei Codici Medicei nella Riccardìana di Firenze, segnato 
nel dosso N." 3; nell'interno: XXXX, Vang. XIV secolo, esaminai, e 
ne trassi alcune varianti dal mio, clic come corretture toscane surrogo 
ai trascorsi dialettici di altre regioni. Emmanuele Cicogna , sopra un 
Cod. da lui posseduto diede nel 1823 in Venezia, in 8° grande, il: Vol- 
garizzamento di Vangeli, mediocrissima pubblicazione, ripetuta dal Fiac- 
cadori in Parma nel 1840 iu 8". Il Gamba (Serie dei lesti di lingua), 
registra la vaghissima impressione di Cristoforo Arnoldo, del 1472 iu fol., 
eseguita in Venezia ; lo Zambrini (Le opere volgari a stampa , Bologna 
1866), altre due. Non fu però avvertito che il veneto letterato omise nei 
quattro Evangelii quei capitoli che narrano la passione dej Signor Nostro, 
ciò è dire, due capitoli in S, Matteo, due in S. Marco, altrettanti in S. 
Luca e in S. Giovanni. 



— 21 — 

studio e senza troppe difficoltà, assumeva le foggie italia- 
ne, di qualità che talvolta sarebbe stala giudicata bilingue. 
Il dottor San Girolamo, autore della odierna nostra 
Volgata, w\lb dall'ebraico in latino la più parte dei libri 
del Vecchio Testamento ; del Nuovo poi emendò i libri se- 
condo la purezza del testo greco (1); e comecché purgato 
scrittor latino ei fosse, pure adoperò mezzano stile, che 
nessuno impedimento facesse all'intendere, e che preludeva 
già al volgare; efficacissimo, siccome lingua viva, ma ri- 
messo nella costruzione , e già brizzolato di voci barbare. 
Ondecchè non fu malagevole alle voci latine , che a nes- 
sun chierico (2) non eran conte , sostituire le rispondenti 
italiche, di che uscirono quei semplici, epperò scolpiti 
volgari che saranno maisempre la disperazione di coloro 
che amano il bello scrivere. Ma, se codesto andar di por- 
tante nel volgarizzare avveniva delle dieci volte le cinque, 
in altrettante annaspavasi , non a cagione della lingua , 
ma dei sensi ascosi, che capono i misteri della Religione, 
ciò è dire, le verità sovraintelligibili , le quali, a giudicio 
di Agostino, rimangono occulte affinchè non inviliscano; 
sono ricerche , affinchè esercitino T umana ragione ; si ren- 
dono palesi, affinchè pascano la naturale bramosìa dello 
spirito (3). Qualora poi incontri al buon trecentista di ac- 
ci) Veggansi Pro%omewfl in S. Scripturam . auctore Ferdinando 
Kopf s. t. d.; Cornelii a Lapide, Comment. in Evangelium S. Joannis; 
D. Tftomae Aquinatis Catena in quatuor Evangelia; ma sopralulli : Com- 
menlarius litteralis in omnes libros veteris et novi Testamenti anthore 
D. Angustino Calniet (Lucae 1736, 7 in fai. volumina); versione dal fran- 
cese in latino per Giandomenico Mansi, de' Chierici regolari della Madre 
di Dio, opera degnissima di essere spesso consultata. 

(2) Nel sentimento di letterato , TrsTTraiSeupis vo^ , doctus , litteratus , 
siccome si addimandavano gli uomini di lettere. 

(3) Sunt in Scriptum sanctis profunda mysteria, quae ad hoc ab- 
sconduntur ne vilescant ; ad hoc quaeruntur ut exerceant; ad hoc ape- 
riuntur ut pascant fPraef. in Psal. CXL.). 



_ 22 — 

cozzar voci senza costrutto e casse di sentimento , servirà 
confrontare la Volgata , o anche il testo greco , siccome 
mi occorse piti fiate , donde la correttiira esce , senza punto 
tormentare il MS. che hassi a mano, limpidissima. 

I quattro capitoli, che ora pongo nella prima luce, 
sono gli estremi dell'Evangelio di San Giovanni, e del 
preferirli ad altri ebbi le buone ragioni che né tutte dirò 
ne tutte celerò al discreto leggitore. Al quale non sarà 
ignoto uno sciapido quanto inverecondo scrittor francese di 
nostra età, che avendo compilato uno dei più bislacchi 
romanzi che abbiano turpata la diva arte dei tipi, addi- 
mandato da essolui Vita di Gesù (1), sì solenni blasfemie 
eruttò , sì madornali corbellerìe abbicò sul conto dell' E- 
vangelista Giovanni , che mai piìi pazza cosa videsi prima 



(1) Chi vuole avere pieno conoscimento del valore del libro : Vie de 
Jesus, quei legga: La Vita di Gesù, romanzo di Ernesto Renan, preso 
ad esame da Giuseppe Ghiringhello (Torino 1864-, Marietti), nel quale 
la lucida sposizione degli errori dell' autore è fincheggiata dalla chiara e 
piana confutazione dei medesimi. Dotti Inglesi, Francesi ed Italiani detta- 
rono opuscoli sull'argomento: nessuno può contendere al Ghiringhello la 
palma della vittoria. «Corse voce (scrive egli nella Prefazione) che Er- 
nesto Renan, indispettito perchè fosse stato sospeso il corso di sue lezioni 
al Collegio di Francia , abbia gittato minaccia che non tarderebbero a 
pentirsi coloro che avevano voluto cangiare in nemico un leale avversa- 
rio; se la minaccia é vera, non fu che una spampanata, perchè quanti 
hanno letto alcune opere di lui, sanno che sono tutte modellate sullo stesso 
stampo, e vengono in gran parte riprodotte colle slesse parole in ogni 
sua scrittura. Laonde ti potrà accadere che letti, per esempio, gli Sludi 
d' istoria religiosa , e facendoti poi a percorrere 1' Origine del linguag- 
gio, orvero la Storia generale delle lingue semitiche, o questa Vita di 
Gesù, non sappi talvolta quale di queste varie sue opere sia quella che tu 
stai leggendo, né in questa novissima ti verrà fatto d'incontrare alcun che 
di strano o d'audace, che già non si trovi in altra sua precedente ; bensì 
in quest'ultima la di lui riputazione scientifica fu posta a tale cimento, e 
ne patì tale danno che non potrà oramai più rifarsene presso gli uomini 
gravi ed assennati. » 



23 

poi. Imperciocché, «se v' ha libro (scrive egregiamente 
il dotto Ghiringhello) (1) d' incontestabile autenticità , o se 
ne considerino le estrinseche testimonianze, e la comune, 
costante , antichissima persuasione ; ovvero le intime ra- 
gioni dell' opera e T impossibilità di chiarirne altrimente 
l'origine, gli è di certo quest'esso. Impossibilità espres- 
samente od almeno implicitamente riconosciuta da quei 
razionalisti, i quali, fattisi ad impugnarne la genuinità, o 
si ricredettero (2), o, vista la mala parata, dissero fìnta 
e simulata quella loro scaramuccia (3), ovvero di essere 
riusciti a dubitare dei propri dubbi (4) , od a vederseli a 
a poco a poco dileguare (5), od a riconoscere che, se tale 



(1) Ivi, pag. 311, dove nella nota 4 cita il Ritschl (Die Enl- 
stehung der allkatol. Kirche, Bonn 1857), il quale dichiarò che negare 
rautonlicità del Vangelo di Giovanni involgeva maggiori difficoltà che il 
riconoscerla. 

(2) Come I'Eckermann, Theolog. Beytr. (1795, B. 5, St. 2, S. 106), 
e J. E. C. Schmid, Biblioih. fur Kritik. und Exeg. (Il, 1). 

(3) « Tale si fu Bretschneider il quale, dopo la pubblicazione del 
suo^scrillo : Probabilia de Evangelit et Epistolarum Joannis Apostoli indole 
et origine ( Lipsiae 1820); nel 1822, nella prefazione della 2.'* ediz. della 
sua Dommatica, e altrove, ebbe a dichiarare che i suoi dubbi erano meri 
quesiti pubblicati coli' intendimento di procurare una più soda e profonda 
dimostrazione della non abbastanza sino allora provata autenticità di tale 
Vangelo, ed essere soddisfatto di essere riuscito nel suo divisamento ! » 

(4) a Questa si fu la confessione dello Strauss nella prefazione alla 
terza edizione della sua Vita di Gesù (Leben Jesu, 1838), dopo lette le 
censure del Neander e del De Wette, risguardanti le due prime edizioni 
(Tubinga 1835-36), confessione rivocata dipoi nella quarta edizione (1840) 
e seguenti, e nella nuovissima (1864), non già indottovi da nuove ra- 
gioni ; ma perché non v' ha ragione né prova che regga contro un pre- 
giudizio, ammesso come assioma indimostrabile, ed adoperato come cri- 
terio della storica verità ; e per lo contrario niuna ragione o prova è 
richiesta per accettare un fatto che a quel pregiudizio sia conforme. » 

(5) « Ne siano ad esempio , oltre 11 Credner e lo Schleiemacher , il. 
Liicke della seconda edizione del suo Comment. ilb. das Evang. des Joh 



— 24 — 

autenticità non è rigorosamente dimostrabile, può tuttavia 
dal critico più severo essere ammessa come pretta possi- 
bilità (1). La quale, posta l'assurdità o l'insussistenza di 
ogni contraria ipotesi (non riuscita mai persuasibile a ve- 
runo , se non fosse al rispettivo autore) , ci pare una bella 
e buona dimostrazione ; la sola possibile per chi non po- 
trebbe accennare quali sarebbero a suo avviso gli argo- 
menti richiesti per la rigorosa dimostrazione di una verità 
di fatto , quale si è T autenticità d' un libro , e non con- 
fessare in pari tempo che nel caso in discorso soprabbon- 
dano ». Il quale dotto scrittore, giunge a sbugiardare il 
francese a tal segno che , coltolo in contraddizione , in 
antinomie , in paralogismi , a buon diritto conclude : « Che 
onesto e logico procedere gli è mai codesto di muover 
dubbio che Giovanni possa esser l' autore di questo Van- 
gelo , appunto perchè di suo fratello non vi si fa parola ; 
e poi, ritrattili entrambi quali ambiziosi, dando loro ca- 
rico d' una sconsiderata domanda , che esponeva il deside- 
rio materno anziché il loro proprio, prenderne argomento 
per dimostrare essere la vanagloria il movente che indusse 
Giovanni a scrivere il suo Vangelo ; e che ne rende pro- 
babile l'autenticità? E perchè non anzi scorgere in que- 
sta schietta confessione che fanno gli Evangelisti dei pro- 
prii difetti, imperfezioni e pregiudizi che li rendevano in- 
capaci , vivente Cristo , ad avere un concetto del* disegno 
di Dio, scevro d'ogni grossiere, mondana e terrestre con- 
sidarazione e veduta , una prova manifesta della loro umiltà 



(Bonn 1840, 43), comparativamente alle anteriori del 1820 e 24; e De 
Wette nella quinta edizione della sua Einkitung in das N. T. (1848) in 
confronto delle antecedenti. » 

(1) Reuss, Die Geschichte der heilig. Schriflen N. T. (Braunschweig' 
1853. § 226). Questi è il banderaio che serve di guida al critico fran- 
cese, aggiunge l'egregio Professor torinese. 



— 25 — 

e del loro candore, e della necessità di quel divino Spi- 
rito che doveva trasformare i timidi e dubitosi testimoni 
della risurrezione di Cristo nei generosi ed impavidi suoi 
confessori ; il rinnegatore del Maestro in confermatore della 
fede; il piìi fanatico fariseo ed acerrimo persecutore dei 
cristiani nelP Apostolo delle genti e nel consorte di Pietro ; 
il fulmineo figlio di Zebedeo che voleva incenerire i Sa- 
maritani, nel mitissimo fra i discepoli, nell'Apostolo della 
carità (1) ». 

Al cortese lettore dirò coli' Alighieri : Se' savio , e 
intendi me' ch'io non ragiono. Ed egli si è già addato che, 
mentre giovo alle buone lettere nel farmi editore di pu- 
rissimi testi di lingua , reco non disutil servimento alla 
verità, la quale, alle prese coli' errore, non s'abbuiò mai 
così che uno scintillante ragginolo non allucidasse le oscu- 
rità pili tenebrose. Ed ecco disposato, se non fallo, V utile 
dulci, supremo obbiettivo cui può, senza orgoglio, aspi- 
rare chi brandisce la penna in prò de' suoi simili. Pongasi 
dunque in sodo che le seguenti paginette, recitano nella 
ingenua loro semplicità la più stupenda epopea, che all'anti- 
ca e moderna miscredenza pose l'assillo in corpo. La quale, 
come nelle età precorse, così nella nostra si fece scorge- 
re spudorata : stavolta però ebbe il fatto suo , e n' andò 
scaponita, e l'Agiografo rimase in pien possesso de' suoi 
qualificativi di teologo, profeta, apostolo, evangelista, pon- 
tefice, ierarca, vergine, martire (2). 

I quattro capitoli che ad un'ora estraggo dal Codice 



. (i) Ivi, pag. 223 e seg. 
(2) CORNELii A Lapide , Commeni, m Evangelium Sancii Joannis , 
dove leggesi : Joannem esse theologum liquet ex Apocalypsi , quae graece 
inscribilur : Apocalypsis B. Joannis Theologi. Ipsum esse Prophetam m 
Apocalypsi nemo ignorai; Evangelista esl in Evangelio : Apostolus in 
tribus Epistolis Canonicis, quas conscripsit. eie. 



— 26 — 

narrano i particolari della passione del Redentore ; e cioè , 
il capitolo primo: la presura nell'orto e la presentazione 
ad Anna, la negazione di Piero, la inquisizione del pon- 
tefice, la gotata del manigoldo, la missione a Caifa, il 
giudicio nanti a Pilato , la proclamata innocenza dell' ac- 
cusato e r offesa dell' antiporgli il ladrone , Barabba, il 
secondo, con ammirabile semplicità , dice quanto avvenne 
dall'immane supplizio della flagellazione fino al pietoso 
seppellimento per Giuseppe d'Arimalìa e Nicodemo. Nel 
capitolo terzo hannosi le prove del sovrannaturale risorgi- 
mento, e nel quarto le ultime apparizioni del redivivo 
Redentore ed il primato di Piero. Degno argomento alle 
scritture di colui; il quale fluenta Evangelii ex ipso sacro 
Dominici pectoris fonte potavit , siccome di Giovanni fu det- 
to (1) ; degnissimo della piii elevata meditazione cui possa 
vacare il sofo cristiano , il quale crede in esso non sola- 
mente per le estrinseche testimonianze , ma eziandio per- 
chè « l'indole slessa del Vangelo, il carattere, e la per- 
sona del narratore escludono la .possibilità di una frode 
senza esempio , non pure nel inondo apostolico , come dice 
il Renan , ma nel letterario ; giacché il modo con cui sa- 
rebbe stata eseguita , starebbe in aperta contraddizione 
collo scopo per cui solo poteva essere tentata ; T identità 
dell'autore del Vangelo e dell'Apostolo Giovanni non es- 
sendo mai né dimostra né chiarita, ma supposta a tutti 
conta e manifesta, e solo qua e là velatamente accennata, 
anche dove tutto ne dipendeva l'incomparabile valore della 
sua testimonianza. Locchè quanto è contrario all'interesse 
di chi si propone di accreditare alcun che di nuovo ed 
inaudito; altrettanto era consentaneo all'indole schiva e 



(\ ) Ultimus Joannes apostolus et evangelista , quem Jesus nmavit 
plurimum, qui super pecius Domini recumbens, purissima doctrinarum 
fluenta potavit etc. San Girolamo nel Proemio in San Matteo. 



— 27 — 
e modesta di Giovanni, solito a non apporre nemmeno 
alle epistole il suo nome, ed alla niuna necessità di pale- 
sarsi pili chiaramente a coloro in cui grazia ed alle cui 
vive istanze erasi indotto ad imprendere un tal lavoro. 
Per la qual cosa , mentre i figli di Zebedeo sono di fre- 
quente e col proprio loro nome dai sinottici ricordati , in 
questo Vangelo noi sono mai , quasi V autore temesse , 
parlando del fratello, di ricevere di riverbero quella luce 
da cui si schermiva direttamente; ed il nome di Giovanni 
senz' altra aggiunta, non è mai adoperato che per desi- 
gnare il Battista , tralasciando quest' ultima qualificazione 
siccome superfiua , posta la notorietà dello scrittore ; do- 
vechè distingue accuratamente Giuda, fratello di Jacopo il 
Minore, dall' Iscariote, e Tommaso col soprannome di Di- 
dimo, e non è mai che chiami Pietro col solo nome pro- 
prio di Simone, se non quando gli fu appunto imposto 
quel soprannome. Nulla adunque di più falso che l'afi'er- 
mazione del Renan, l'autore di questo Vangelo volersi 
spacciare per Giovanni , mentre questi era lontanissimo 
dall' averne mestieri o desiderio, né poteva più velatamente 
e più modestamente parlare di sé, e non tradire la ve- 
rità. Quindi nulla di più iniquo che il tacciarlo di ambi- 
zione, cui avrebbe avuta comune col fratello; d'antipatia 
verso Giuda anche prima del costui tradimento ; di rivalità 
verso Pietro, vantandosi di averlo ora raggiunto, ora su- 
perato ; di vanità nel ripetere sì frequente esser egli stato 
il prediletto da Cristo , ed essere l' unico superstite dei 
testimonii di veduta , il meglio informato dei particolari 
della vita di Cristo, procacciando così maggior peso alla 
sua testimonianza che fa spesso valere, e credito all'emen- 
dar ch'egli fa le altrui inesatezze (1) ». 

(1) Ghiringhello, l. e. Del dotto controverlista tutto il libro leggerà 
con frutto quei che si nutrica di studii scrii. Senza millanterie, egli a 



— as- 
ciò detto, e per ventura più alla distesa di quanto 
a prim' occhio parea bisognasse, ripiglio il mio Codice, e 
pongomi pazientemente ad esemplare, nella speme che 
debba essere non isgradito al colto lettore il largo raffron- 
tare colla Volgata (1) e, nei luoghi più magagnati, col 
testo greco (2). Inoltre ho avuto presenti al guardo il MS. 
Riccardiano sopra nomato , e la versione del Malermi (3) , 
avendo raramente potuto quella del Cicogna pel difetto 
sovra cennato. Ei parmi, a vero dire, che il savio lettore 
possa fare meco a fidanza ; con ciò sia che non abbiavi un 
apice al quale non abbia volto molta e seria attenzione. 
Il pregio che gli altri tutti padroneggia in questa scrittura, 
parmi sia nella lingua, sicché fu forza a grande cura net- 
tarla dalla loia che vi sparsero l'età ed il trascrittore, cui 
si denno tribuire parecchie voci dialettiche, che indarno si 
cercherebbero su pei vocabolarii, delle quali fia brieve- 
mente discorso nelle note. 

Al cortese Lettore desidero che paia, come a me è 



un'ora pone in sodo la nullità del romanzò del Renan , non meno che la 
costui audacia nel riputarsi una cima di maestro , mentre gli occorrerebbe 
ancora andare a scuola. 

(i) Bibita Sacra Vukjatae editionis , opera di San Girolamo, dichia- 
rata autentica dal Concilio di Trento (Sess. IV, Beerei, de editione et usu 
sacr. libr.). 

(2) Novum Teslamenlum grucce, ad fidem optimorum librorum re- 
censuil Joh. Aug. Henr. Titlmannus (Lipsiae 1831), 

(3) Bibbia tradotla in lingua volgare per il reverendo padre don 
Nicola de Malermi abbate del Monasterio di Santo Michaele di Lemo , 
in Venetia, presso Andrea Muschio MBLXVl Le due edizioni aUribuite 
a Vendelino da Spira e a Niccolò Jenson, del 1471 in due volumi in-fol. 
non ho pututo confrontare, siccome quelle che mancano alle torinesi bi- 
blioteche. Noto che codesto volgarizzamento è niente altro che un malcon- 
dotto raffazzonamento di diversi antichi mss. esistenti nelle biblioteche 
venete, che lo sfrontato plagiario tribui a se stesso, perché avealo scre- 
ziato d'idiotismi veneti. Veggasi Zambrini, Le opere volgari a stampa s. n. 



— 29 — 
paruto, codesto brano dello Evangelio di San Giovanni 
una vera leccornia, da essere appetita dagli studiosi di lin- 
gua e parimente da coloro che si deliziano di edificanti 
letture. Or quale può contendere in tal senso con Giovanni 
Evangelista? Era ad essolui, scrive il Crisostomo, proscenio 
il cielo intero e l'universo teatro, cui tutto occupava con 
lo scritto Evangelio , mentre si tenea col corpo nel centro 
dell'Asia, ove in antico filosofarono tutte le sette di Gre- 
cia : ed ivi sfolgoreggiando in mezzo ai nemici , e dissi- 
pandone la caligine, si rese ai demoni terribile, di cui 
demoli il baluardo (1). Qiiisnam igitiir sanus? chiedo con 
Orazio, e con essolui rispondo: Qui non stuUiis (2): è 
egli savio lo scriltor del romanzo ? Ma qui resti il prelu- 
dere, e mano ai ferri. 

DELL'EVANGELIO DI SAN GIOVANNI 

CAPITOLO XVIII. 

Avendo dette queste cose Jesu, uscì fuori et andò con li 
discepoli (3) suoi di là del rivo (4) di Cedron, dov'era uno 
orto, nel quale entrò esso e li discepoli suoi. E Juda che lo 

(1) 'E^Tt ^é aorq) irpo^xY^iov fièv, ó o^potvàc, aT:(xq- ^ioLrpov 
5è, yì oixoo|i£vn- TTI jAÉv Toó z6cnYyzlio'J TP'^'T'n fTÒv dlXO'JpivTflV 
xaTeXajBsv awacjav', T(5 Bi c7cò|i,aTi [xé^iQv xars^/e ty)v A^iav, 
evS-a Td TTaXaidv è(fiXo7Ò(fom oi ttò? 'EXXyivixiq^ cro|i9optai; 
aTravTSi?, xotxìDsv Toic, daino'jìv éan <popspd;, év jxeo-cp twv 
e-ppwv 5iaXaiJ.7rwv , xaì Tdv] ^ó-^ov aoTtov cr^evvò:;, xaì ttjv 
axpÒTTsXiv Twv Saijidvtov xaraXtxov (Hom. I in Johannem, n. /. ; 
Hom. II, il. 2). 

(2) Libro II, Satyra 3.% vs. 158. 

(3) li Coti, discipuli. latinismo che con altri molti incontrasi per 
entro il medesimo, come pontifici , famuli e simili. 

(4) VOL. Trans iorrentem Cedron; Tzipav TOU x^W^appou xé^pwv. 
Rivo usalo come sinonimo eli torrente. Nel Malerrai : torrente. 



— 30 — 
tradla sapeva bene il luogo, però che spesse volte ci era an- 
dato Jesu con li discepoli suoi. Juda adunque avendo menata 
la coorte, et avendo avuto (1) dalli pontefici e dalli Fari- 
sei li famigli (2), venne con le lanterne, e con le fiaccole, 
e con armi. Sicché Jesu sapendo tutte le cose che doveano 
venire sopra di lui , fecesi innanzi e disse a loro : Or chi cer- 
cate voi? Risposero: Jesu Nazareno. Disse a loro Jesu: lo 
sono esso. E stava Juda che lo tradiva anco con essi. E come 
Jesu disse a loro: Io sono esso, andarono all' indietro e cad- 
dero in terra (3). E dimandolli Jesu da capo, e disse: Che 
andate voi cercando ? E coloro disseno : Jesu Nazareno. Et 
elli rispose: Io ve Tho detto ch'io sono esso. Se adunque me 
cercate (4) , lassate andare costoro. A ciò che s'adempiesse la 
parola che avea detta: Che (5) di quelli che tu m'hai dati, 
non ho perduto ninno. 

E Simone Pietro avendo il coltello, lo cavò fori e per- 
cosse lo servo del pontefice, e mozzoUi l'orecchia dritta ; et avea 
nome quello servo Malco. E disse Jesu a Pietro: Rimetti il 
coltello tuo nella vagina. Or non vuoi tu ch'io beva (6) lo 
calice che m' ha dato il padre ? La coorte adunque, e lo tri- 



(1) MS. abuto voce vivente in alcun dialetto italico, dall'inusitato 
verbo abere, da lasciare al Barberino, a Fra Guittone e a messer lo 
Abate da Napoli. 

(2) Famigli rende a capello minisiros e ÒTTiripéTa? dei due lesti. 
La Coorte era di soldati Romani; i famigli erano probabilmente satelliti 
dipendenti dall'autorità del Sinedrio. V. Giuseppe, Antiq. lib. X, cap. 
L, e lib, VI De Bello, cap. 15. 

(3) MS. Andareno al andieiro, et cadenno in terra. 

(4) MS. Se adonco me cerchetevn:h Volgata : Si ergo me qneritis; 
il testo greco : a9eT£ toutoui; ÙTraYetv. Mal. Se adunque voi mi cer- 
cate, lasciate andar questi. 

(5) Accentuo il che affinchè renda più chiaro l' intendimento del ^wm 
e dell' CTI dei testi originali. Mal. Imperò che io non ho perduto alcuni 
di quelli eie. 

(6) MS, beve. La Volgala ha bibam ; ho sostituito la voce del sub- 
iuntivo moderno alta voce antiquata del dimostrativo, siccome ho trovato 
nel Malermi. 



— 31 — 

buno, e li famigli delli Judei pigliarono Jesu e legaronlo, e 
menaronlo primamente ad Anna,perochè era socero di Caifa, 
il quale era pontefice in queir anno. E Caifa era quello che 
avea dato il consiglio alli Judei che bisogna che muoia (1) uno 
uomo per lo popolo. Et andava dietro a Jesu Simone Pietro 
et uno altro discepolo, e quello altro discepolo era cogno- 
scente del pontefice, et entrò con sé nel cortile del pontefice. 
E Pietro stava di fuori all'uscio. Usci adunque quello altro 
discepolo (2), ch'era cognoscente del pontefice, e disselo alla 
portinaia, e mise dentro Pietro. Disse adunque la fantesca 
ch'era portinaia (3) : Or se' tu delli discepoli di quest'uomo? 
Disse esso: Non sono. E stavansi li servi e li familiari alla 
brace (4), e scaldavansi, però ch'era freddo, e Pietro si stava 
anco esso a scaldarsi (5). 



(1) MS. Che bisogno che more; Testo latino: Quia expedit unum 
hominem mori prò populo. Testo greco : ori aDjAcpepei èva àv^pcoTcov 
dntsìXria^ai ùr.ip tcu Xoco'u. Mal. Come el bisogna che un' huomo mora 
per el popolo. 

C2) (cioè Joanni) , glosa del MS., che pongo In nota per non infar- 
cire il testo di cose di piccol momento. 

(3) La Volgata : Dicil ergo Petra ancilla ostiaria , alla lettera dal 
greco : A^yet ouv tq Traici' ctxy) tq ^•optopo^ Tto ITérpcp. Il volgarizza- 
tore preieri la perifrasi : la fantesca eh' era portinaia ; mentre il Mal. leg- 
ge: l' ancilla portinaia, a verbo col latino. Antichissimo l'uso delle por- 
tinaie: i Settanta tribuiscono ad Isboseto una portinaia (II Reg., IV, 5); 
Sekis è delta portinaia da Aristofane nelle Vespe (pag. 486); Omero le 
mentova (Odyss. Y) e parimente Euripide (Troad. v. 197). Plauto (Cucurl. 
ad. I, Sren. I) dice: Anus hic solet hic cubitare custos ianitrix. 

(4) MS. Alla braza, che rende la forma ad prunas della Volgata; 
il testo greco : ocvSrpaxtàv TreTronQxoTe^, ori ^6yo<i iqv, con mag- 
giore energia. 

(5) Potrebbe il Renan o lo Strauss, od altri della trista risma ap- 
puntare codesto luogo dell'Evangelio, a cagione del freddo che non sem- 
bra conveniente alla stagione, in che seguirono le cose qui narrate. Ma, 
in buon punto, il Ligfool osserva (Horae Hebraicae,in Joann.) che, se- 
condo la sentenza dei Rabbini, il gelo e la neve possono visitare la Pale- 
stina per le feste di Pasqua. 



— 32 — 

Il pontefice adunque addimandò Jesu delli discepoli suoi 
e della sua dottrina. Risposeli Jesu : P ho parlato palesamente 
allo mondo (1): i' ho sempre predicato nella Sinagoga e nel 
tempio ove si trovavano insieme (2) tutti li Judei, et in se- 
creto non ho parlato niente: perchè me n' addimandi me? 
Domandane coloro che l'hanno udito quello ch'io ho loro 
detto. Et avendo detto questo, uno delli famigli che stava 
presente (3) diede una guanciata a Jesu , e disse : Or così 
rispondi al pontefice? Risposeli Jesu : Se io ho parlato male, 
rendi testimonio del male; ma s'io ho detto bene, perchè mi 
batti? Et Anna lo mandò legato a Caifa pontefice. E Simone 
Pietro si stava anco a scaldarsi, e disserli: Or se' tu delli suoi 
discepoli ? Negò esso , e disse : Non sono. Disse un servo del 
pontefice, parente di colui a cui tagliò Pietro l'orecchio: Or 
non ti vidi io nell'orto con lui? E Pietro negò l'altra volta, 
e subito il gallo cantò. E menano Jesu da Caifa (4) al pre- 
torio (5). Et era mattina, et essi non entrarono nel pretorio 



(1) Mondo, figuratamente preso pel genere umano; qui per genti: 
Ego palarti loquutus sum tnundo , legge la Volgata , che volta a verbo il 
greco : syo) TrappiQJi'a éXaXTQija tco >(o'(7|j.(p. 

(2) 11 MS. insemora. Il Tommaseo, nel grande Dizionario della lin- 
gua italiana nuovamente compilato (Torino, presso Pomba, in corso di 
stampa), nel registrare la detta voce, dice: « Se non é male letto per 
insembra. La Crusca registra questa voce, non quella; e così pure ado- 
pera il Tramater. Il Fanfani però, toscano, la registra nel suo Vocabola- 
rio, ed il mio MS. l'adopera ogni quando avria dovuto insembra o in- 
sieme, in modo da escludere il dubbiar del Tommaseo. 

(3) Seldeno (De iure naturae et gentium, lib. IV, cap. 5), opina 
che codesto insensato manigoldo fosse proceduto , nel fatto della guancia- 
ta , secondo le leggi del proprio paese , le quali davano a chiunque potestà 
di vendicare gì' insulti pubblicamente irrogati a Dio , al Tempio , alla 
Nazione, al pontefice. Mal. Dette una sguanciata. 

(4) MS. (cioè, dalla sua casa). 

(5) MS. (cioè, alla Corte). La casa di Pilato era addimandata Pre- 
torio , secondo la costumanza romana , mercecchè le case dei presidi delle 
Provincie ottennero codesta appellazione ( V. Cic. Verr. VI, 2^ a med. ; 
VII, 35). Il lesto greco adopera la parola latina grecizzata npaiTwptov. 



— 'ò'ò — 

per 1)011 si maculare (1), ma per mangiare (2) la pasqua (3). 
Uscì adunque Pilato allora fora , e disse : Che accusa re- 
cate contra di questo uomo? Risposeno e disseronli (4): Se 
costui non fosse malfattore (5), non te l'avremmo menato. 
Dice a loro Pilato : Pigliatelo voi e indicatelo secondo la legge 
vostra. Disseno li Judei : A noi non è licito uccidere perso- 
na (6). Ad ciò che s'adempiesse la sua parola che disse, si- 
gnificando di che morte dovea morire (7). Entrò adunque Pi- 
lato da capo nel pretorio, e chiamò Jesu, e disseli : Se' tu lo 
re delti Judei? Rispose Jesu: Dicilo tu da te medesimo que- 
sto. te l'hanno detto altri di me? Rispose Pilato: Or sono 



(1) MS. (cioè, intvandù in casa ove era pane lievito, nella casa delli 
pagani). 

(2) MS. (cioè, nettamente). 

(3) MS. (cioè, il pane dell' aziino). Pascha hic (scrive Cornelio a 
Lapide coerenlcinente al cliiosalorc do! mio Codice) non sifjnificat aijnum 
paschalem , ni volimi Chn/sosiomus et Cìjrillus (liunc enini pridie in coena 
jnin comederant), sed victimas paschales, quae per septem dies paschales 
iinmolabantur ; haec enim nonnisi a mundis comedi poterant. La Vql- 
CATA : Sed ut comederent Pascha , lollo di peso dal greco : àXX i,' va 
ffaywCTt, TÒ 'Kà^/a. Veggasi il Cai.met. 

(4) Il MS. Legge : fìesposenoli et disseronoli, uscite antiquate di 
verbi fuori di uso. Il testo latino recita: Respondernnt et dixerunt e.i: i 
due prenomi suffissi alle due voci mi spiacquero; di che emendai, ri- 
ducendo a moderna ortografia e grammalica. 

(5) Il lesto greco: et \v(\ iQv curo? xaxor:otò<5, oux àv ao% 
TTocpeS'tóxotiJ.sv auTÓv. 

(6) Per asseguire il sentimento della proposta di Pilato e della ri- 
sposta dei Giudei, gioverà leggere i comenti a questo luogo dei sunno- 
mati Caimct e Cornelio a Lapide. Il mio Codice alla voce persona arroge 
la chiosa (riod in questa festa). Noti il cortese Lettore l'uso di persona 
per nessuno o per alcuno, tuttodì vivo in Italia, epperciò registrato dal 
Fanfani nel suo Vocabolario, a quel modo che dalla Crusca, dal Tramater 
e dal Tommaseo. In ciò siamo all' unisono co' Francesi nell' adoperare che 
fanno la voce personne. Mal. A noi non è licito di uccidere alcuno. 

(7) MS. (cioè, per mano de pagani). Il Salvatore avea predetto la 
sua morte ed il modo si quella Joun. IH, \ì; VII, 21 ; Matth. XX !, 18 > 
19 e altrove). 

Voi. VII, l'urte 1. 3 



— ;ì4 — 

io Jiideo, io? La genie tua e li tuoi ponielici mi l'iiauno 
messo in mano; che hai tu fatto? Rispose Jesu : Lo regno 
mio non è di questo mondo : se di questo mondo fosse lo re- 
gno mio ,. li ministri miei combatteriano per certo eh' io non 
venissi a mano delU Judei. Ma ora lo regno mio non è di qua. 
Disseli adunque Pilato : Dunque tu se' pur re ? Rispose Jesu : 
Tu il dici ch'io sono re. Io sono nato in questo, et a ciò sono 
venuto nel mondo per dare testimonianza alla ventate. Et ogni 
uomo, chi (1) è della parte della veritate, ode la mia voce (2). 
Disseli Pilato: Che cosa è la veritate? Et avendo detto questo, 
uscì ancora fori alli Judei, e disse a loro: Io non trovo in lui 
ninna cagione; e vostra usanza è 'ch'io vi lasci uno prigio- 
ne (3) in Pasqua. Volete adunque ch'io vi lasci (4) lo re delli 
Judei ? Gridarono tutti da capo dicendo : Non vogliamo costui, 
ma Barabba , e Barabba era ladro. 



CAITIOLO XIX. 

Allora prese Pilato Jesu e llagellollo (5). E li cavallieri (6) 
attrecciaudo una corona di spine, li poseno in capo. Et uno 



(1) Relativo personale adoperato in cambio di : // quale. Veggasi la 
Crusca. Mal. Ogniimo elquale. 

(2) MS. (cioè, credendo et ohediendo). Mal. Aide le parole mie con 
visibile errore , invece di alle. 

(3) La Vohjata dice: Ut imuin dimittam vobis in Paschu, che ivn- 
de a capello il greco : iva s'va ó|Atv dTcoXùyoi e'v Tff) 'Kd:jya. Deli;» 
usanza di graziare un prigione presso i Giudei , sono a vedere i due so- 
vrannoiati comentalori e Grozio. 

(i) Notisi valore del verbo lasciare, clic rende a fiato il dimitlere 
della Volgata , 1' oÌ'TCoXuo) del testo greco , nienli'e i moderni volgariz- 
zatori adopei'ano i verbi liberare, mettere in libertà, rilasciare. 

(5) MS. (cioè, lo fé frustare). 

(6) Cavaliere è qui soldato, nel quale sentimenlo, secondo la Cru- 
sca, è voce antiquata. Il voii^arizzatore ebbe nella Volgala ia voce inili- 
tes. e nel greco: CTTpaTiwToei. Così legge il Cod. Med. ed il Malermi. 



— \i'ó — 

veslimento di porpora li poseiio iiiLoriio addosso (l), e veuiano 
a lui e diceano : Bene stia io re delli Judei , e davaiili le guan- 
ciate. Et usci anco fori Pilato e disse a loro: Ecco ch'io ve 
lo meno fori, a ciò che voi cognosciate ch'io non trovo in lui 
veruna cagione. Et uscì fori Jesu , e portava la corona delle 
spine e lo vestimento rosso. E dice a loro (2): Ecco l'uomo. 
E vedendolo li pontelìci e li famigli gridavano dicendo : Cro- 
ciliggilo. Dice a loro Pilato: Pigliatelo voi e crocitìggetelo, 
però ch'io non trovo ninna cagione contra di lui. Risposerongli 
i Judei: Noi abbiamo la legge, e secondo la legge deve mo- 
rire, perocché s'è fatto figliuolo di Dio. Et udendo Pilato 
queste parole , sì temette più (3). 

Entrò nel pretorio da capo, e dice a Jesu: Donde se' tu? 
E Jesu non li fé risposta. E diceli Pilato: Or tu non mi ri- 
spondi? Or non sai tu ch'io ho potestate di crocillggerti e 
potestà di lassarti (4) ? Rispose Jesu : Non avresti potestate 
veruna inverso di me se non ti fosse stata data di sopra ; e 
però chi mi ti ha dato in mano, n' ha maggior peccato (5). 
Da quell'ora (6) innanzi cercava Pilato di lasciarlo; e li Judei 



(1) Li poseno intorno addosso per rendere all' evidenza le voci cir- 
cumdederunt eum. 

(2) MS. (cioè Pilato). Mal. El Pilato disse a loro. 

(3) La Volgata: Cum err/o audisset Pilatus hunc sermonem. ma- 
ijis tinniit ; ed il lesto greco : "Ore oov TQXouo'ev ó TliXdroq toutov 
Tov Xó^ov , (laXXov ecpo^Y^^Y), voltalo con molla forza nella (rase ila- 
liana : Si temette più. Nò a ciò conlenlo il bnon volgarizzatore, aggiunse la 
glosa (cioè, di ucciderlo per non fare male ). 

(4) Appena occorre dire che nel MS. si legge : potestate de cruci- 
filigerete et potestà di lassarete, usato il lassare nel scnliinenlo di di- 
mittere, siccome sopra è dello. 

(5) Propterea qui me tradidit libi mains peccatam ìiabet, che, alla 
lettera , suona come la versione che ho recata ; ed è chiaro che \iiiZova 
àjjiapTi'av 'iyz\ , vuoisi riferire a Giuda e ai Giudei. 

(6) Il MS. ha : Da quello innanzi cercava Pilato di lassarlo , che 
non rende: Et exinde quaerebat Pilatus diniittere eum del testo Ialino; 
uè: 'Ex TO'JTOU e^TQTìi à ìlOAroq ànroXu-ai aurov del greco. Il 
Martini voka : Da indi in poi cercava Pilato di liberarlo; il Diodali: Da 



— ao — 

gridavano dicendo : Se lu lasci costui , tu non sarai amico di 
Cesare (1). E Pilato udendo queste parole, menò fori Jesu, e 
sedette nella banca nello loco che si chiama litostroto (2) in 
greco, in ebraico Gabbata (3). Et era il venerdì lo parasceve 
di pasqua (4), quasi ad ora sesta, e dice alli Judei: Eccoli 
re vostro. E coloro gridavano dicendo: Lièvatelo dinanzi, cro- 
ci (ìggilo. Dice a loro Pilato: Or crocifìggerò il vostro re? 
Risposeno li pontefici: Noi non abbiamo altro re se .non Ce- 
sare. Allora Pilato lo diede a loro che fosse crocifisso (5). 
Pigliarono li cavallieri Jesu e menaronlo fori, e portandosi 



queW ora Pilato cercava di liberarlo ; versione che ho adottata per sa- 
nare codesto luogo. Mal. El da lì indietro cercaua Pilato di lasciarlo. 

(i) Contraddice lo Cesare, slarga il concetto contradicit Caesari; 
che cosi è nome comune, e quindi bisognoso di preposizione articolala; 
come chi dicesse : Chi si fa re s' oppone al re. 

(2) MS. {cioè, che è messo in musaico). At^oarpcoTO? (lapidibus 
slraliis) , quasi opera a commesso o mosaico. Pavimenta , scrive Plinio 
(Nat. hist. lib. XXXVI , cap. 60, alias 25), orif/ineni apud Grae- 
cos habent elaborata arte, picturae ratione, donec lithostrata expulere 
eam. 

(3) Gabbata , parola ebraica che significa alto , ove stava il seggio 
del giudice. Ad gabbata, scrive Cornelio a Lapide (Comm. in Jean, 
cap. XIX, V. 13), multis gradibus marmoreis ascendebatur , qui Romani 
translati , juxta basilicam Lateranensem magna fidelium religione fre- 
quentantur, et scalae sanctae nomen oblinent. 

(4) Il Codice recita : Et era lo vegnere lo parasceve. Le parole del 
testo greco sono quest'esse : ''Hv de TrapaCTxeuYj tou Tca'ax», il giorno 
della preparazione. La voce vègnere è quasi una glosa del trascriUore, e 
vuol dire: Era il venerdì, il giorno della preparazione. Forma insolita e 
anomala per vènere , e(|uivalente a venerdì ; come mèrcole o mèrcore a 
mercoledì in alcuni volgari italiani , a quel modo che lo stesso nome di 
venerdì verrebbe a sonare nel dialetto piemontese, in cui è semplicemente 
Vènere ( Véner). Mal. Et era quasi ora di sesta nel di dell' apparato 
della pascha. 

(5) Mal. Poscia adunque detteli quello accio el crucifìgesse , che gua- 
sta r ingenua sposizionc della Voi.c.at.x : Tuur ergo Iradidif ris Uhm , ut 
iriicifìgrretur. 



- a: — 

esso stesso la croce (1), fu menalo a quello loco che si chia- 
ma Calvario, et in ebraico Golgota, dove lo crocifisseno ; e 
con lui due altri, l'uno di qua e l'altro di là , e nel mezzo 
Jesu. E Pilato scrisse lo titolo, e puoselo sopra la croce, et 
era scritto : Jesu Nazareno re delli Judei. E questo titolo molti 
delli Judei lo lessono; però che lo luogo, ove fu crocifisso, 
era presso alla cittade , et era scritto in ebraico et in greco 
et in latino. Dicevano adunque li pontefici delli Judei a Pila- 
to: Non scrivere Re delli Judei; ma perchè esso disse: Io 
sono re delli Judei. Rispose Pilato : Quello ch'io ho scritto, ho 
scritto (2). E li cavallieri avendolo crocifisso pigliarono le ve- 
slimenta sue, e feciono quattro parti, a ciascuno dei cavallieri 
una parte. E volseno partire la tonica che non avea cositura, 
tutta tessuta di sopra (3). Disseno adunque li cavallieri l'uno 
all'altro: Non la togliamo nò partiamo, ma facciamo a sorte 
di cui debbia essere. Acciò che s'adempiesse la Scrittura che 
dice: Essi partirono li vestimenti miei, e sopra la mia veste 
miseno la sorte (4). E li cavallieri faceano tutto questo. 



(1) Il mio Cod. emenda la lezione del Malermi , che suona : Et po- 
nendoli sopra lui la croce, che non rende il testo latino: Et haiulans 
sihi crucein , a verbo col greco : xat |3a(7Ta^a)v tòv ijTaopdv aùxou. 

(2) Coi testi originali e col Cod. Med.; il Malermi legge a fantasia: 
Rispose Filalo : Scritto sia quello eh' ho scritto. 

(3) Erat autem tunica inconsutilis , desuper contcxta per totum. 
Lnogo che fu molto tormentato dai chiosatori per divinare la natura del 
vestimento adoperato dal Salvatore. Consulti il Calmct cui vaca ; qui hen 
mette notare che il Malermi così recita questo brandello : Per il che era 
la Ionica senza cusature recamata di sopra per tutto. Tale era la to- 
naca del sommo sacerdote descritta da Giuseppe Ebreo f'/l/;/?V/M?7. /?7;. ///. 
cap. Villi. Si conlVonlj 1' Esodo (XXXIX, 27): Tessuta tutta dalla 
parte superiore in f/iù. I Romani appellavano codesta ragione di vesti- 
mento tunica recto. Plinio, parlando di Caia Cecilia, moglie di re Tar- 
quinio Prisco, dice : Ea prima te.xuit rectam tunicam, quales cum toga 
pura tirones induuntur novaeque nuptae (Hist. Nat. Uh. YJU,cap.1XXlV, 
ed. Taurinensis ap. Pomba, MDCCCXXXl). 

(i) Affinchè sia agevole al colto lettore asseguire a prim' occhio la 
bontà del mio Codice, reco nella presente nota il lo*to orii^innle, ed il cor- 



— 38 — 

E slavano da lato della croce di Jesu la madre sua e la 
sorella della sua madre, Maria di Cleofe, e Maria Maddalena. 
Vedendo dunque Jesu la madre e quel discepolo , lo quale esso 
amava, che vi stava anco, disse alla madre: Femmina (l). 
ecco il figliuolo tuo ; e poi disse al discepolo : Ecco la madre 
tua, e da quell'ora innanzi la prese per sua madre (2). Dipoi 
sapendo Jesu che tutte le cose sono coinpiute, acciò che s'a- 
dempiesse anco tutta la Scrittura disse: Io ho sete. Et era 
apparecchiato un vaso pieno di aceto; e coloro ponendo ima 
spongia piena di aceto in su una canna (3), li poseno su alla 
bocca. Et avendo Jesu assaggiato l'aceto, disse: Compiuto 
è (4). Et inclinato il capo, rendè lo spirito. 

Ma li Judei . perchè' era lo parasceve, acciò che non rima- 
nesseno li corpi in croce lo sabato (però ch'era molto grande 



rispondente volgarizzamento dell'Abate di Lemo. Il mio Cod. rende a verbo 
la Volgata : Parliti mnt vestimenta mea sihi, el in vesiem mcam miaerunt 
sortem. I^a slampa veneta : Partironsi la vestimenta mia e nella veste 
mia mandarono la sorte, che si dispaia dal latino non meno, che dal 
greco : xeni etti tóv ìji,aTt(7[jLÓv [Jiou e|3aXov xXripov. 

(1) Se, come scrive il Tommaseo: « Femmina è nome che indica 
animale del sesso più debole ; comune agli uomini ed alle bestie : Donna 
è titolo d'onore (Nuovo Diz, dei Sinonimi); non so perchè il mio vol- 
garizzatore voltasse in nostra favella la voce: Mulier, '^wai, per fem- 
mina anziché per donna ; le vecchie stampe e il Cod. Med. hanno Donna. 
Yo' qui riferire die dio. Dalt. Mantovano cantò che il Redentore appellò 

« Malrem sine nomine Mairis, 

Ne materna pium cruciaret viscera nomen ». 

(2) Mal. Et da quella hora riceuetela el discepolo in sua con modo 
men proprio del mio MS. 

(3) Chiosa del mio MS. (Ad modo de uno spargalo). Lettore, nota 
codesta voce, ignorala ai Vocabolarii, nell'intendimento di aspersorio. Nel 
Dn Gange bassi : sparf/illum, asperf/illum quo aqua benedicta spaniitur. 
II Tramater ha : « Sparsolo , aggiunto di grappolo che ha i granelli rari ». 
Veggano i dotti Accademici della Crusca se non sarebbe voce codesta da 
inserire nel Nuovo Vocabolario. 

(4) MS. (cioè, non c'è a fare più nulla a daremi pena). 



— 30 — 

9 

quel dì del sabato) (1), pregarono Pilato che fosseno loro spez- 
zate le gambe (2), e tolti via. Venneno adunque li cavallieri, 
e al primo spezzarono le gambe delP uno e dell'altro di quelli 
ch'erano crocifìssi con lui (3). E venendo ad Jesu, vedendo 
ch'elio era già mono, non li spezzarono le gambe; ma uno 
delli cavallieri li aperse il costato con la lancia (4), e subito 
ne usci sangue et aqira. E colui che'l vide, n'ha renduto te- 
stimonianza, e la sua testimonianza è vera (5). Et esso lo sa 
che dice il vero acciò che voi crediate. E queste cose furono 
cosi fatte, però che s'adempiesse la Scrittura che dice : Non 
ispezzarete ninno osso di lui. Et anco l' altra Scrittura che 
dice : Vedranno colui lo quale hanno trafisso e forato (6). 



(1) A verbo colia Volgala: Juilei rn/o (qunniiiiii parasrerr mt/lut 
non remaneienl in cruce eoi pura subbaio (crai enim maijnus dies iìle 
sabhali), etc. Il Malermi sembra in codesto brandello essersi attenuto al 
greco anziché al Ialino : ecco la sua verdone : Li iudei dunque acciò 
non rimanesser li corpi ne la croce nel sabato^ essendo e.l giorno della 
paresceve , et essendo quel giorno del sabato grande, etc.. che -rende il 
versetto : Ot ouv 'loD^aioi , iva fiiQ {leìvri s'tti tou araupou toc 
CTwp.aTa e'v Tto CTappàTtp, STret TrapaaxsuYÌ tqv , iqv yàp fieyaXr) 
-f] TQjjiepa exs'tvoo tou cappotTOO, etc. che riesce confusetto che no. 
Il mio MS. ha la glosa (perchè veniva fra la pasqua). 

(2) La frattura delle gambe era appo i Romani in uso, a danno della 
bordaglia , e parimente quando occorreva accelerar la morte del croce- 
fisso, siccome fra gli altri insegna Lattanzio^ parlando del Divin Reden- 
tore già trapassato : Necessarium carni ficcs non putaverunl ossa ejus 
suffringere , sicul eorum mos ferebat (lib. IV, cap. 26). 

(8) Il volgarizzatore prese costi uno scapuccio, fatto del primi, toC 
TtpcÒTOU, un caso retto in relazione al subbietto milites, oi aTpaTtwTai. 
Il luogo vuol risanarsi col Malermi , cosi : Vennero dunque i cavalieri et 
al primo ruppero le gambe, e poscia all' altro etc. 

(4) La Volgata legge: lance a ; il greco: X^y/K], cuspis, spigulum. 

(5) Sembra che San Giovanni presentisse le l'ollie di Strauss e di 
Renan , senza mentovare gli antichi che ne furono i corifei. Il MS. ha la 
glosa; (cioè, predicandolo e scrivendolo). 

(6) I due passi della Scrittura qui allegali sono il primo dell' Esodo 
(Xll, W), \] secondo di Zaccaria (XII, 10). 



— 40 — 

Dopo questo, pregò Pilato Josef d' Arimatia (però ch'era 
discepolo di Jcsu, ma occulto per la paura delli Judei) che 
potesse togliere lo corpo di Jesu : e Pilato li permise. Venne 
adunque e tolse lo corpo di Jesu. E vennevi anco Nicodemo, 
il quale era già prima venuto di notte a Jesu, e portò bene 
cento libbre d'una mistura di mirra e d'aloe. E presero lo 
corpo di Jesu, e legaronlo e fasciaronlo in panno di lino (l) 
con queste cose aromatiche odorifere, come usavano di sep- 
pellire li Jedei. Or era in quel luogo, ove fu crocifisso Jesu, 
un orto; e nell'orto era un monimento novo, nel quale non 
era ancora stato posto ninno. Là adunque, per lo parasceve 
delli Judei; perchè lo monimento era presso, poseno Jesu. 

CAPITOLO XX. 

Il primo di della settimana (2) venne Maria Maddalena la 
mattina di notte, essendo ancora buio, allo monimento, e vide 



(1) Ligaverunt linteis (lolla Volgala, è ben tradotto nel mio Codi- 
ce, che adopera la voce panno nel proprio significato di tela di lana o 
di lino , come nota la Crusca. 11 Malermi traduce così questo braneUo : 
Questi adunque tolsero el corpo di Jesu , et nei lencioli aligorno con le 
specie aromatiche^ secondo eh' è consueto di sepelire alti iudei. 

(2) Una aulein sabbati, .h VoL. ; Ty) S'è p.ia Tcov cot^^'*'^^'-' > '1 
testo greco. Nel quale luogo Cornelio a Lapide chiosa : Una , td est prima 
die, SABBATI, id est , post sabbatum , vel Sabbati, id est hedbomadae 
(haec enim a potiore die Sabbati, vocatur Sabbatum). Il Cicogna (Vol- 
f/arizz. di Vangeli, Rubrica LXXVIl) così espone codesto brandello : « Vn 
di del Sabato per tempo, che non era ancora ben l'alto dì, andò Maria 
Maddalena al monumento, e vide levata la lapide del monumento. Allora 
ella corse, e venne a Pietro e all'altro discepolo che Gesù amava, e 
disse loro: egli hanno tolto il Signore del monumento, e non so dove 
se r hanno posto eie, » che falsa la idea significata dalle voci una Sab- 
bati, e che olisce di ammodernamento. Il Malermi volta le voci predette 
in modo ragionevole, pur brizzolandole di qualche sua scempiezza, e legge 
il principio del Capitolo ventesimo con queste esse parole : Onde el pri- 
mo di del Sahbato etc, dando il sentimento di onde alla congiunzione 
autem , che punto non ha. 



— il — 

rivolta la pietra del monimento. E corse e vennesene a Simone 
Pietro et a quello altro discepolo che amava Jesu, e dice a 
loro: È stato tolto lo Signore del monimento, e non so ove 
sia stato posto. Et uscì fori Pietro e quell'altro discepolo, e 
vennero al monimento, e correvano ambedue insieme; e quel- 
l'altro discepolo corse più tosto, e passò innanzi a Pietro, e 
giunse in primo al monimento. Et essendosi inclinato , vide le 
lenzuolo che stavano, ma non vi entrò però. Giunse poi Pietro 
dopo lui et entrò nel monimento, e vide le lenzuole che si 
slavano; e lo pannicello che li era stato posto sopra al ca- 
po (1), che non stava colle lenzuole, ma si stava per se in- 
viluppato in un altro loco. Allora v'entrò anco quell'altro di- 
scepolo ch'era venuto innanzi, e vide questo, e credette (2); 
perocché non intendeano ancora la Scrittura : Che conviene che 
Cristo risuscitasse da morte. Andaronsene adunque i discepoli 
a se medesimi (3). 



(1) Signuin hoc resurrectìonis eroi: non eniin si translulissent cor- 
pus , nudassent, ; nec si essent furati, de hoc fuissenl solliciti, ut suda- 
rium involvevent et seorsum ponerent .... quis enitn fur circa rem su- 
perfltiam tantum lahoraret ? La sacra Sindone si venera al presente a 
Torino nella magnifica regia cappella della Metropolitana. Codesto pre- 
zioso tesoro, venuto nelle mani de' monarchi di Savoia, fu a grande 
venerazione custodito. Ila forma di paralellogramma di metri 4, 20 sovra 
1,10. Orlato di nastro azzurrino sotto il regno di Vittorio Emmanuele II 
(1690-1730), fu nuovamente, per le mani della principessa Clotilde, fi- 
gliuola di Vittorio Emmanuele II, re d'Italia, pochi anni addietro. 

Il testo greco indica più accuratamente i pannalini che avcano ser- 
vito alla sepoltura della salma divina : xaì ^ìcopet ià o'Srdvta xei'- 
|j.£va, xat TÒ o-ouSàpiov, 6 tqv Ì'KÌ TX\q y.i(!faXx\q aiirou, ou jAsra 
Tcov dS^ovi'wv zeifxevov, aXXoc' xopic, 'evTSTuXiYjie'vov £i'<; èva 
to'ttov. La qual minuta descrizione serviva a propellere l'accusa di fur- 
to, sicome osserva S. Gio. Crisostomo. 

(2) 11 MS. (cioè , che Cristo era stato tolto , ma non che fosse ri- 
suscitato). 

(3) MS. chiosa (cioè, allo luor/o ove si stavano innanzi che venesseno 
allo movimento) , a ben chiosa, sondo questo il concetto degli interpreti, 
i quali ne insegnano che i testi biblici , arabo e siriaco leggono ad locum 



__ 42 

E Maria se ne stava al inonimento di fori e piangeva ; e 
mentre clic piangeva s'inclinò, e sgiiardando nel monimento 
vide due angeli vestiti di bianco, sedere l'uno da capo, l'al- 
tro da piede ov'era stato lo corpo di Jesu. E diconle coloro : 
Femmina (1), che piangi tu? Dice a loro: Perchè m'ò stato 
tolto lo Signor mio , e non so ove sia stato posto. E detto 
ch'ebbe questo, si rivoltò addietro, e vide stare Jesu, e non 
sapeva che fosse Jesu. E Jesu le disse: Femmina, or perchè 
piangi tu? Che vai tu cercando? Et ella pensando che fosse 
ortolano (2), dice a lui: Signore, deh! se tu l'hai tolto, dim- 
mi ove r hai posto, et io lo torrò. Diceli (3) Jesu: Maria, et 
ella voltandosi, dice a lui: Maestro. Diceli Jesu: non mi toc- 
care, però ch'io non sono salito al padre mio (4). Ma va alli 
miei fratelli, e dì a loro: Io monto (5) al padre mio et al 
padre vostro, a Dio mio et a Dio vostro. Venne Maddalena, 
et annunciò ai discepoli dicendo: Ch'io ho veduto il Signore, 
et hammi detto questo e questo. 

suum, in cambio di ad semelipsos. Male adunqne voltò il Diodati: / di- 
scepoli adunque se n andavo di nuovo a casa loro. Imperciocché il Cal- 
met, dichiarando questo luogo, assevera che nessuno' degli Apostoli aveva 
domicilio in Gerusalemme, ov' erano stali ospitati siccome peregrini da 
pie persone. 

(1) L'antico volgarizzamento toscano ha sempre femmina per mu- 
lier, Y'^^^^ nei Godd. da me consultati nella Riccardiana e nella Ma- 
rjliahecchiana , di Firenze ; e conscguentemente nel Malermi , che n' è la 
copia furtiva , e nel Cicogna che n'c la brutta copia. Il Martini e il Dio- 
dali leggono Donna. 

(2) MS. chiosa: (cioè, di quell' orto ov era il monumento). Ortolano, 
senza preposizione articolata, comecché abbiala nel greco: ó xiQTroupò?. 

(3) Occorre appena dire che gli antichi usarono ti per le, terzo 
caso femminile singolare. Basti per cento il Boccaccio (Gior. IV, n. 7) : 
Riguardando Emilia, sembianti li fé che a grado li fosse eie. 

(4) MS. chiosa: (cioè, non credi ch'io sia risuscitato, e, per con- 
segtienza , eh' io sia Dio). 

(5) II Malermi ed il Cod. Mediceo : ascendo. Montare , nel senti- 
mento di salire in alto, è di grande uso nel nostro idioma, sebbene la 
etimologia assegnatagli dal Tramater (montare da monte) tornerebbe manco 
adatta al caso nostro. 



— 43 — 

Et essendo venuta .a sera, quel primo dì della settima- 
na (1), stando le porte chiuse dove s'erano raccolti i disce- 
poli per la paura delli Judei . venne Jesu, e stette nel mezzo 
delli discepoli, e disse a loro: Pace a voi. E poi ch'ebbe 
detto questo, mostrò loro le mani e lo costato. E li discepoli 
s'allegrarono, veduto ch'ebbero il Signore. Disse adunque a 
loro da capo: Pace a voi. Come mi mandò lo padre mio, così 
mando voi. E detto ch'ebbe questo . soffiò sopra loro, e disse 
a loro : Ricevete lo Spirito Santo , a cui rimetterete le peccata 
saranno rimesse , et a cui le riterrete saranno ritenute. 

Ma Tommaso, uno de' dodici, che si chiama Didimo (2), 
non era con loro quando venne Jesu; onde gli altri discepoli 
li disseno : Noi abbiamo veduto lo Signore. Et esso disse a 
loro: Se io non vederò nelle mani sue la fessura delli chiovi, 
e metterò il mio dito nello cauto (3) delli chiovi ; e se io non 



(1 ) Il mio volgarizzamento rende a verbo la Volgala : Cum erfjo sero 
esset die ilio , una sabhalorum. Il Malermi : Essendo dunque in quel 
primo dì del sabato la sera ; il Cicogna : Con ciò fosse cosa che essendo 
sera nel dì del sabato. 

(2) Il testo greco: ó XeYCfi£vo<^ Ai'SujiOi^ vuol dir (jernello, e fa 
codesto nomignolo appiccalo all' apostolo o perchè nalo ad un parlo con 
altro, perchè la voce ebraica Teomim vale la greca 5t'§u|ioq , la Ialina 
f/emellus. San Gregorio M. dice a qneslo luogo : Plus nobis Thomae in- 
fìdelitas ad fidem, quom fides discipulorum profuit ; quia dum itte ad 
fidem palpando reducilur, nostra mens , oinni dubitatione posposiia, in 
fide solidatur (Hom. XATi/, in Evang.). E cosi, tredici secoli addietro, 
erano esplose le foibe del criticismo tedesco, infranciosato dal Renan, il 
quale nel citalo libercolo leva alto scalpore quasi la risurrezione del Si- 
gnore fosse un portalo della immaginazion femminile, esaltala all'estre- 
mo grado. 

(3) Cauto, voce ignota a tutti i vocabolari!. I Codd. mss. hanno ge- 
neralmente luogo. Il testo Ialino ha : Et mittam digitum vieum in locum 
clavorum ; il greco : xaì psJtXoi tòv ddy.r'Aóv jiou zìe, tòv tuttwv 
Ttov Ti'Xwv. Il Malermi legge : Et ponga el detto mio nel luoco di chio- 
di. 11 Cicogna, mutando a suo talento il testo, legge così il versetto: 
Se io non vedrò nelle sue mani i fori de' chiovi, e non metterò la mia 
mano nel costato , non crederò, saltando a pie'pari l'inciso. Ma il Dio- 



— 44 — 
menerò le mio mani nel costato suo, io non crederò. E, dopo 
otto giorni, erano ancora li discepoli suoi là dentro, e Tom- 
maso con loro. Venne Jesu, stando serrate le porte, e disse: 
Pace a voi. Dapppi dice a Tommaso: Metti il tuo digito qua, 
e vedi le mie mani, e mostra qua la tua mano e metiila nel 
mio costato, e non volere essere più scredente, ma fedele. 
Rispose Tommaso, e diceli: Signor mio, e Dio mio. Diceli 
Jesu: Perchè tu mMiai veduto, Tommaso, tu hai creduto: 
beati quelli che non hanno veduto et hanno creduto. Molli 
altri segni certamente fé anco Jesu dinanzi ai discepoli suoi 
che non sono scritti in questo libro. Ma queste cose sono scritte 
a ciò che voi crediate , che Jesu Cristo è figliuolo di Dio , et 
a ciò che credendo, abbiate nel nome suo la vita eternale (1). 

CAPITOLO XXI. 

Poi si manifestò un'altra volta (2) Jesu al mare di Ti- 
beriade, e manifestossi così. Erano insieme Simone Pietro e 
Tommaso, che ha nome Didimo, e Natanaele (3), il quale era 
di Gana di Galilea, e li figliuoli di Zebedeo, e due altri di- 



dati, il quale trasportò a verbo dalle fonti originali, volgarizza in questa 
sentenza: E se non metto il mio dito nel sefjnal de chiodi, tenendosi 
al signifioato della voce tuttcov. Canto e co bùio in cambio di foro, per- 
tufjio, incontrasi nel mio Codice, e credo sia voce anomala nel dialetto 
montanino della Gomarca di Roma. 

(1) Non è credibile , contro l'universale tradizione, l'opinione di Gian- 
senio (Gap. GXLYII) che l'Evangelista costì cessasse il suo Evangelio; 
che poscia, soccorsegli altre cose, le aggiugnesse nel capitolo che seguita. 
Tutta l'antichità cristiana l'ebbe intero, e codesti dubbi sono da tras- 
mettere al moderno criticismo, che tutto inesorabile distrugge, malefico 
Genio delle mine. 

(2) Questa è, come insegna il Galmet,la settima apparizione tlopo il 
risorgimento del Redentore, descritta con preziosi particolari dal solo 
evangelista Giovanni. 

(3) Sono dotti esegeti che tengono essere costui non altri da Bar- 
lolommeo. Veggasi il Calmet {In Emng. Matt., cap. X, v. 'ò). 



— 4o — 

scepoli suoi. Dice a loro Simone Pietro* lo vo a pescare. Dis- 
seno a lui : Veniamo anco noi teco. Uscirono di fori et intra- 
rono in una nave, e quella notte non preseno niente. Venuta 
la mattina, Jesu si pose e slette (1) in su lo lito del mare, 
e li discepoli non lo cognosceano però che fosse Jesu. Dice 
adunque Jesu : Garzoni (2j , avete voi punto di companaggio (3) 
da mangiare col pane ? Risposenoli : Non. Disse a loro : Met- 
tete la rete alla mano ritta della nave e trovatetene. E mise- 
noia, e non la poieano già cavare fora per la moltitudine delli 
pesci. E disse quel discepolo die amava Jesu a Pietro : Questi 
è lo Signore. E Pietro, quando udì ch'era lo Signore s'alTa- 
sciò la gonnella addosso (4) (però ch'era nudo), e misesi in 



(1) La Volgata lia solo: sletil Jfsm in Ultore; ed il greco: scty) 
ò 'Ixi'yo^c, z(q TÒv oti'Y'.aXòv. Lo inirolc , Si pose sono aggiunla del 
mio Codice. 

(2) Pueri, TraiSi'a, in ambo gli idiomi nel seiilimeiUo di f/arzoni. 
li Cicogna se ne lira fuori pel roUo della ciil'lìa , e omessa la parola 
pneri, volta cosi: Disse (t loro Gesù, avete voi eie. Il grande plagiario 
Veneto, incastonò la voce dialettica : puti, per meglio celare il furto. 

(3) Coìnpanaf/fjio, lo stesso die companatico, tuttoché mancante alla 
Crusca. Pulmenlariiim, T:pOfy(fd'Yiov è il camangiare , dò che mangiasi 
con pane. Anche in questo luogo apparisco quanto sia scadente la versione 
l'affazzonala dal Cicogna. E cosi lutto il verso suona noli' impressione del 
Veneto editere slombato e miserello : Disse a loro Gesù , avete voi niente 
da mangiare? Bene, comecché troppo diffuso il Malermi : puti, avete 
voi alcuna cosa che si possi cosere per manducare'! Che \\ pulmentarium 
propriamente dicesi di (pielle cose che si cuocono e si condiscono. 

(4-) Tunica succinxit s<^, che a verbo è: succinse la sua tonaca. 11 
mio Codice ha qui reso a capello la Volgata : vuoisi nell' inlraltanlo notare 
che il verbo afj'asciare , m\ sentimento di avvolgere, manca alla Crusca, 
al Maiiiizzi , al Tramater , al Tommaseo , al Fanfani , i quali tutti cono- 
scono solo la significazione di far fascio, affastellare: lo notino gl'ilhi- 
stri vocabolaristi per l'Appendice al Nuovo Vocabolario. Gonnella , •Mli- 
camenle l'u veste che portavasi sulla pelle, come, fra gli altri, vedesi dal 
seguente brano : In Constantinopoli si è la gonnella del Signore nostro , 
che e senza cucitura (Lib. Viugg.ì, la tonica di cui sopra è (Mscorso. 
Il Malermi ; Uldcndo Simone Pietro che egli era il Signore si sottocinse 



— 40 ~ 

mare: ma ii altri discepoli vennero nella nave, però che non 
erano molto lungi da ten'a , ma erano forse ducento brac- 
cia (1), e tiravano la rete delli pesci. E come disceseno in 
terra, videno fatta la bracia e postovi su lo pesce ad arrosti- 
re, et apparecchiato lo pane (2). Dice a loro Jesu : Recate qua 
anco delli pesci che avete presi al presente (3). Montò su (4) 
Simone Pietro, e tirò la rete in terra piena di grandi pesci, 
che erano cento e cinquantatre (5). Et essendo cotanti e cosi 
grandi non si stracciò la rete. Disse a loro Jesu: Venite e 
pranzate. E ninno di quelli che stavano a mangiare avea ar- 
dire di dubitare, e dubitando addimandare (6): Chi 'se' tu? 
Sappiendo ch'elli è lo Signore. E venne Jesu, e prese lo pa- 
ne, e davalo a loro, e simigliantemente il pesce. Questa terza 



la gonnella, impero che er/li era nudo. 11 Diodali, con voce moderna: 
Siiccinse la sua camicia. Il Cicogna, sempre manometlondo il testo : Mi- 
sesi le sue vestimenla , imperoccli' (sic) era ignudo. 

(1) Il testo dice Cubitis ducentis, ossia cento dieci metri, o poco 
più , in misura moderna , che rispondono alle dugento braccia del mio 
Codice. Il braccio si pareggia in Toscana a metri 0,580; il Cubito reale 
a m. 0,525. Vedi Nuova Enciclop. Italiana, diretta e in molta parte 
compilata da me (Torino presso l'Unione tipografico-editrice). 

(2) Il MS. chiosa: (cioè, miracolosamente fatto da Cristo), e certo i 
Padri e gli Espositori ad una riconoscono costi l'opera sovrumana. 

(3) Che avete preso al presente ; il Cicogna : Portate de' pesci che 
avete presi; il Malermi : li quali havete hora pigliati ; che ora avete pre- 
si, il Diodati: chi volta più italianamente? 

(4) La Volgata ha ascendit , il greco : 'Ave'^Y) , da avapai'vw , sursum 
eo, ascendo. Secondo gl'interpreti, codesto verbo sta qui per accucurrit. 
Di che è agevole intendere che il mio MS. legge alla lettera. 

(5) Cosi i testi originali , né saprei ove attignesse il Cicogna i suoi 
cento cinquanta, dopo tutte le dichiarazioni de' Padri di S. Chiesa che 
spiegano o fanno di spiegare detto numero: novella pruova, se occorres- 
se, che il letterato, scemo della sacra ermeneutica, a pezza non è abile 
a dare un testo biblico bene emendato. 

(6) Le parole; di dubitare, e dubitando del mio Codice sono anzi 
una glosa , che la versione a verbo del testo che dice : Et nemo audehat 
discumbentium interrogare eum. 



— 47 — 

volta (1) anco si manifestò Jesu alli discepoli suoi poi che lii 
risuscitalo da morte. 

E poi cli'ebbeno pranzato, disse Jesu a Simone Pietro: 
Amimi più tu die questi altri? Diceli: Certo, Signore, tu lo 
sai ch'io t'amo. Diceli: Pasci li agnelli miei. Diceli da capo: 
Simone di Joanni, ami tu me? Diceli: Certo, Signore, tu lo 
sai ch'io t'amo. Diceli: Pasci li agnelli miei. Diceli la terza 
volta: Simone di Joanni, ami tu me? E Pietro se n'attristò, 
perchè li disse tre volte: Amimi? E diceli: Signore, tu sai 
ogni cosa, tu sai ch'io t'amo. E diceli : Pasci le pecore mie (2). 

(i) Questa fu la terza manifestazione fatta ai discepoli riuniti; conciò 
sia clic se si noverano le singole apparizioni mentovate nell'Evangelio, la 
presente sarà la settima, come sopra è detto. Eccole ([ui cronologicamente 
disposte: la l.""* a Maria Maddalena iJonnn. XX, 15, 16; Marc. XVI, 
9); la S/"» alle pie donne (Matt. XXVIII, 9); la S/"» ai due discepoli 
di Emmaus (Leu. XXIV, 13j; la 4.=* al solo Pietro (Lue. XXIV, 34); la 
S.'" ai Discepoli congregati, senza Tommaso (Joann. XX, 19; Lue. XXIV. 
37); la 6.* agli stessi con Tommaso (Joann. XX, 26); la 7.* al mare 
di Galilea qui descritta. 

(2) San Cirillo, fra gli altri Padri, afferma che alla triplice nega- 
zione Pietro oppone la triplice confessione di amore. La voce pascere 
nella Sacra Scrittura è ref/fjere. Cosi le parole del ;Salmo XXII, 1 : Do- 
minus refjii me, nell'ebraico sono: Adonai voi, che suonano in nostra 
favella : // Signore è il paslor mio. Nel Salmo II , 9 : lìeges eos è in 
ebraico tirem , ossia pascerai ^we///. L'ebraico /•rta,come il greco Tco'i- 
[Jiaivw ed il latino pasco, valgono reggere. Ondechè Omero appellò A- 
gmennone re degli Achivi Trotjxì'va Xawv, pastore dei popoli. Il Bellar- 
mino {De ponti f. IH). I, cap. 16) sostiene che sotto il nome di agnelli 
sono designati i fedeli in genere; sotto (jucllo di pecore i ni:iestri, i pa- 
stori, i vescovi, gli Apostoli ; i (piali sono come a dire, le madri dei fe- 
deli. Ui che il primato del Romano Pontefice, del quale scrisse San Gi- 
rolamo (Epist. LSll ad Damas.): Inter duodecim unus eligitur, ut ca- 
pile consliluto, schismatis tollalur occasio. Le due glose del mio Codice a 
questi luoghi, sono le seguenti: alle voci agnos , agnelli (cioè, li più 
infermevoli e novelli più sollecitamente , perù dice due volle agnelli); 
oves, pecore (cioè, li piti forti e perfetti. Dimanda tre volte, cioè, se 
l' amava più che sé , più che li suoi parenti , piti che le sw; cose tem- 
porali, se le avesse avute; che altramente non li starebbe bene la cu- 
ra; et anco perchè l' avea negato tre volte). 



— 48 — 
In verità, ti dico: Uiiando tu cri più giovine, tu te n'andavi 
dove tu volevi; ma, quando tu sarai vecchio ti cingerà un 
altro e meneratti dove tu non vorrai ; e stenderai le tue ma- 
ni (1). E questo disse significando di che morte gloritìcare et 
onorare Dio (2). E detto che li ebbe questo, li dice: Segui- 
tami. E voltandosi Pietro, vide quel discepolo che amava Je- 
su, che seguitava anco Jesu, lo quale sedette nella cena e 
reclinossi sopra lo petto di Jesu, e disse a Jesu: Signore, chi 
è quello che ti tradirà? Vedendo adunque Pietro costui, disse 
a Jesu : Signore, e costui che (3) ? Diceli Jesu : Io voglio che 
si stia così (4) in sino eh' io verrò (5; : che vai a fare tu (6) ? 
Tu me seguita, tu (7). Usci adunque questa parola che quel 



(1) L'ordine della versione turba ahiiianlo quello dei testi originali. 
Cum esses iunior cinr/ebas te , el amhulahas ubi volebas : cum autem 
senueris, exiendes manus tuas, et alius te cinget, et ducei quo tu non 
vis , dove r inciso : estendes manus tuas è posposto. Ed il Malermi che lo 
espunse'? Essendo tu giovene te cingeui, et andaui doue uoleui. Ma quando 
sarai inuecchiaio, vn altro te cingerà et condurratte doue tu non uogli. 
Qui il mio Codice ha la giosa : (cioè, alla morte contro lo tuo appetito 
naturale, ma non contra alla voluntate della ragione). 

(2) 11 Codice chiosa : (E che ogni pastore deve esser pronto a mo- 
rire per la greggia. La Volgata ha : clarificaturus esset Deum ; il greco : 
^o^ao^ei Tcv ^eóv ; il mio volgarizzatore voltò con huon intendimento : 
glorificare et onorare Dio. 

(3). Letteralmente all'originale: Domine, hic autem quid? k\ cui 
paragone scadono il Malerini : Signore , ma questo che farà egli ? il Ci- 
cogna : E costui che sarà ? il Martini : E di questo che sarà ? Il solo 
IJiodati imberciò dicendo : E costui, che ? come nel greco : o^roc, de Tt . 

(4) Il MS. chiosa: (cioè, nella vita contemplativa cominciata.). 

(5) 11 MS. chiosa: (cioè, alla morte. sua a tirarlo a me, alla con- 
templazione di me in gloria perfetta e consumata) , che in senso anago- 
gico fu parimente dichiarato da S. Agostino (Tract. 124). 

(6) Il MS. chiosa : (cioè , ninno deve guastare lo stato e la grazia 
altrui, se non è però cosi come la sua). A dir vero, la (rase: Che vai 
a fare tu? non pare renda a fiato il testo latino : Quid ad te? Meglio il 
Malermi : A te che è ? Ed anche il Cicogna : A te che ? 

(!) 11 MS. chiosa: (cioè, alla morte e alla vita attiva di curarr 
li sudditi ì. 



— 49 — 

discepolo non muore. E non disse Jesu che non morisse , ma 
disse: Io voglio che si stia cosi, che ti fa a te (1)? Questo è 
quel discepolo, lo quale rende testimonianza di queste cose, 
et ha scritto queste cose, e sappiamo che la sua tastimonianza 
è vera (2). 

Sono ancora molte altre cose che fece Jesu , che se si 
scrivessero ciascuna perse, non mi credo che tutto lo mondo 
potesse capire e comprendere li libri che ne sarebbono da 
scrivere (3). 



Conchiudo coir erudito Ghiringhello : Non so qualcosa 
si possa tuttavia desiderare , quando uno scritto apposita- 



(d) Tutto questo i)ranetto è alquanto niaUratlalo, si nel mio Codice 
e si nel Cicogna; di che, premessi i testi originali, arreco il volgariz- 
zamento del secondo che completa il mio , lasciando al cortese lettore 
di eseguire la correttura, dicendogli coli' Alighieri : Messo t'ho innanzi: 
ornai per te ti ciba. Exiit ergo sermo iste inier fratres qiiia discipulus 
ille non moritur. Et non dixit ci Jesus : Non moritur ; sed : sic etim 
volo manere donec veniam, quid ad te? Cosi la Volgala; il testo greco, 
poi recita: 'E^iqX^sv oov d Xóyoc; oxixoq tiq jTOÙ? ot^sXcpotJ^, OTt 
ò fia^YjTYÌì^ £Xcivo<; oùx aTTO^fvYlCTxei. y.ai cux eiTiev auTti) o 
'iTQaou?, OTt o6y. aTro^vYJTXìi . dXX\ sàv auTÒv àéXa> fxéveiv Itaq 
ep'/0}xat, TI TTpòq li, Il Cicogna cosi arrabatta: Allora questa parola 
si sparse tra i fratelli, che quel discepolo non morrebbe. E non gli disse 
Gesù che non morrebbe; anzi disse: io voglio ch'egli stia quivi in fino 
a tanto ch'io venga, a te che? tu mi seguita. E la chiosa intercalata 
nel mio Codice soggiugne: (però non seguita che Joanni non morisse, o 
che non sia morto). 

(2) Il narratore, nel dar fine al racconto, ribadisce il chiodo', colle 
parole: E sappiamo che la sua testimonianza è vera; con ciò sia ch'e- 
gli dettasse il suo Evangelio contro Corinto, Menandro ed Ebione, i quali 
furono osi porre in Corse la divinità di Cristo e scemar valore alle sue 
parole , i Renan de' tempi primitivi della Chiesa. 

(3) Il MS. chiosa : (cioè , non dice , secondo Agostino , della capa- 
cità dello spazio corporale del inondo , ma della capacità degl' intelletti 
delli uomini ; ovvero che la parola per eccesso della moltitudine e ma- 

Vol. VII, Parte I. i 



~ 50 — 
mente composto per essere divulgato, quale è II nostro 
Evangelo, e riconosciuto come autentico nel luogo stesso 
(love visse e morì il creduto autore, a cominciare dai con- 
temporanei ; né solo dai compagni o seguaci , ma dagli 
strani altresì ed avversari ; ne già ristrettti ad una sola 
contrada, ma sparsi per tutto l'orbe romano, per quanto 
diverse e spesso contrarie fossero le loro opinioni o cre- 
denze, consentendo del pari coloro che non lo adopera- 
vano e quelli die ne impugnavano le dottrine , e coloro 
stessi che dubitavano dell' autenticità di altri scritti dello 
stesso autore; prova evidente che quel Vangelo non potò 
essere il prodotto di nessuna opinione, scuola o setta 
particolare , e che ninno l' avrebbe accettato , non che 
supposto , qualora ne fosse stata dubbia o controvertibile 
la genuità. Non di certo le varie sètte dei Gnostici , i quali , 
scostandosi dall'insegnamento ortodosso e comune, non 
potevano essere ligi a nessuna apostolica autorità e pren- 
derla a base della loro dottrina. Che se abusarono di un 
tal Vangelo, togliendone in prestito alcune voci e locuzio- 
ni, fu questo un argomento ad fiominem, od uno strata- 
gemma di guerra per infinocchiare i semplici, studiandosi 
non già di far accettare un libro per V innanzi sconosciuto ; 
ma di valersi di un'opera autorevolissima e già accredi- 
tata, per procacciar fede ai loro errori, inorpellandoli con 
frappe sbrandellate dal manto della verità, si guaste però 
e svisate, per acconciarle alle loro teorie, da starvi pro- 
prio a pigione, e ben lungi dal farli supporre autori oc- 
culti di quel Vangelo, ne li gridano manifesti contraffat- 
tori. Non altri scrittori di diversa od opposta dottrina. 



(jnitudine de' fatti di Cristo, tra li quali s'intendono le cose che vide 
S. Paolo e S. Joanni nell'Apocalisse, e quelli che videro e feciono li 
Apostoli e ti altri santi discepoli di Cristo ). 



— ol — 

siccome quelli che non vi avrebbero avuto alcun vantaggio, 
l'avrebbero avuto contrario. Molto meno i cattolici, i 
quali (oltrecchè ponevano a criterio dell'autenticità e ca- 
nonicità dei libri sacri l'autorevole tradizione) nella dispo- 
sizione e nell'indole di questo Vangelo, sì deforme da quello 
dei sinottici , ove non fosse stata altrimenti certa l' apo- 
stolica origine, avrebbero veduto un argomento di dubi- 
tarne anziché di presumerla (1). 



Dr Mauro di Pelvica. 



(1) Ghirinij hello , luogo sopra citato. Il Lettore vegga La Vita di 
G. C. dell'illustre Oratoriano P. Caprcfxatro , e i due preziosi volumi 
dell'esimio Comm. Fornari, sul medesimo suhbietlo. 



OSSERVAZIONI GHITIGHE 

AI VENTI SONETTI DEL SECOLO XllI 

pubblicati nel >r0pug1sat0re 

Anno vi pagg. 350 e segg. 



La pubblicazione da noi fatta a saggio di quanto con- 
tiene d'inedito il codice vaticano 3793, alla stampa del 
quale attendiamo nei volumi delia R. Commissione pei testi 
di lingua, ebbe ottima accoglienza fra i cultori degli studj 
filologici, e lettori attenti piìi che. non accade per solito in 
Italia a tal genere di cose. Una prova evidentissima ce la 
danno appunto queste osservazioni che sul testo dei so- 
netti ci vennero trasmesse da cinque valentuomini : l'Avv. 
Pietro Bilancioni di Ravenna, il Prof. Domenico Carbone, 
il Prof. Pio Rajna , il Prof. Luigi Gaiter di Verona e l'Avv. 
Ernesto Monaci di Roma. In questa giunterella alla nostra 
pubblicazione, riproduciamo, e qualche volta discutiamo, 
liberamente accettando o rifiutando , i dubbj e le proposte; 
degli egregi critici: qualche altra volta lasciamo giudice il 
lettore, e distinguiamo con la propria sigla la parte di 
ciascuno. 

Ringraziando chi ci ha favorito queste avvertenze, ci 
auguriamo che l'intera raccolta delle Rime antiche, che e 
per la qualità del testo e per la insulTicienza nostra, offre 



— 53 — 

maggior campo alla critica , debba tuttavia rinvenire giudici 
altrettanto amorevoli e cortesi , quanto quelli toccati ai 
Venti Sonetti che la prenunziano. 

A. D'Ancona. 



SONETTI I e n. 

« Il seguitare di un componimento anepigrafico ad altro 
recante nome di autore nel cod. vatic. 3793, non è indizio 
che il componimento senza titolo spetti all' autore mede- 
simo divisato per innanzi. Valga in proposito il por mente 
come la famosa Canzone di Giulio d'Alcamo occorra in fra 
rime adespote poste appresso una canzone inscritta all' im- 
peratore Federigo. In presenza di ciò, egli è molto da 
inforsare che i Sonetti I e li possano appartenere al Da- 
vanzali; e il dubbio cresce vie maggiormente in conside- 
rando che questi Sonetti stanno nel codice in compagnia 
d'uno non ispettante per fermo al Davanzali, che è quello 
il quale comincia : Tanto sono temente e vergognoso. Per so- 
prassello non vuoisi lasciar di notare, che altrove nel ma- 
noscritto vaticano susseguono al Davanzali copiponimenti 
anepigrafici che non ponno aversi per suoi, come accade 
del Sonetto ricorrente a f.° 116: Una ragion la guai non 
saccio, chero ». Bil. 

Avvertimmo in nota come il Sonetto I non portasse 
nel codice intitolazione di autore , e se tanto ad esso come 
al secondo preponemmo il nome di Chiaro Davanzali, cu- 
rammo di porlo fra parentesi e con un punto interroga- 
tivo. Né di tale attribuzione si addusse per motivo il 
solo fatto del susseguire essi sonetti ad altri portanti il 
nome del Davanzali, ma anche la considerazione della 
maniera poetica, simile assai a quella propria cfi cotesto 
autore. La nostra fu dunque una sTipposizione fatta con 
qualche ragionevoi cagione, e dichiarata con assai cautela. 



o^ 



SONETTO I. 



« Non bene gli sì attaglia il titolo di inedito , essendo 
già stato qubblicato dal Prof. Massi ». Bil. 

L'osservazione è giustissima, giacché il sonetto tro- 
vasi a pag. 15 del raro opuscolo intitolato Saggio di Ri- 
me illustri inedite del sec. XIII scelte da un codice antico 
della Biblioteca Vaticana, da Francesco Massi scrittore 
latino della medesima. Roma, Tipogr. delle Belle Arti, 
1840. Il Massi vi pone in fronte, senza esprimere alcun 
dubbio, il nome del Davanzati, e ne ha qua e là rammo- 
dernata la lezione, come si vedrà dal seguente raffronto. 

Vers. 1 maralviglio meraviglio 

2 'ntra intra 

• 3 hiellate dichina beliate dechina 

5 Ca . . . e apare . . matina Che ... e' appare . . . mattina 

6 rasomilglià rassomiglia 

7 Coni' più vi sguardo.pìù mi rafina Comepiù vi riguardo, più m'affina 

8 colore amore 

9 ongni ogni "" 

iO bene aviso . . . clarilate ben avviso . . . chiaritale 

i\ noni sale femina non siale femmina 

12 pemso penso 

13 semilglianza d' angieìo somiglianza d'Angelo 

1 4 Agia . . . cierto , . . bieìlate Aggia . . . certo . . . beliate. 

Vers. 5-6 : Cà la stella e' apare la matina mi ra- 
somiglia lo vostro colore. « Leggerei e' ala , parendomi 
più logico che il colore rassomigli alla stella, anziché la 
stella ». Raj. 

Vers. 7 : Cow più vi sguardo , più mi rafina. Proposi 
in nota la lezione: E com vi sguardo più, più mi rafina. 
Il Garb. ■ notando che risarebbe una aggiunta alla let- 
tera del codice, proporrebbe : Come vi sguardo più , più 
mi rafina. 



— ;);> — 
Vers. 12 : pemsso. Vers. 14 : dento. « Il raddoppia- 
mento dopo le nasali e dopo r è una caratteristica che 
ha le sue ragioni, e che non relegherei in nota. Scriverei 
dunque senza scrupolo : pemsso , dento , corppo , monte , 
temppo , scarsso, e così via ». Raj. 

SONETTO II. 

Vers. 2 ; In cui dimora tuttora ed avanza. « La- 
scerei tiitora come è nel codice, e perchè la prima sillaba 
è qui atona, e perchè tuta e non tutto si legge sempre 
nel ms. E siccome il raddoppiamento è anomalo (tótus), 
non l'introdurrei nemmeno nella voce semplice, contro la 
testimonianza del codice ». Raj. 

Vers. G : Formasse voi d' angieli (a) sembianza. « For- 
se fu dimenticato una lineetta sull'i finale di'' angieli , e 
sarebbe da leggei e : d' angiel in o d' angieli in ». Raj. 

Vers. 9-10. Il Mon. propone questa punteggiatura : 
E guai è quella che più bella pare Istando di voi presso ? 
Chi ciò vede ecc. Il costrutto è contorto nel nostro testo, 
ma non tale che riesca oscuro : e piuttosto che porre 
l'interrogativo dopo p'resso, si avrebbe a leggere come se 
chi dò vede mirabil cosa sembra, fosse tra parentesi: e 
così il senso sarebbe : e qualunque pare esser più bella 
di voi, non par poi tale standovi appresso.- il che sem- 
bra cosa mirabile a chi ciò vede. 

Vers. 12 : « Ond' io son tutto in vostra merzede » . 
Lascierei sono come sta nel codice : ne risulterebbe un 
verso coir accento su in, certamente di mal suono, ma 
giusto , e come ve n' ha infiniti esempj ne' poeti anti- 
chi ». Carb. 

Vers. 14. Più paradiso lo mio cor non crede. E in 
nota : « Forse : non chiede : — « Mi pare che stia bene non 
crede, come nel testo, e intendo: il mio cuore non crede 



— 50 — 

che vi sia più beatitudine che poter essere vostro servo. 
Se si leggesse non chiede potrebbe parere un' eresia » . 
Garb. 

Ma colla mia lezione mi sembra si ottenga un senso 
più agevole e piano , cioè : polendo dimorare vostro servo , 
lo mio cuore non chiede altra beatitudine, altro paradi- 
so: non però dico che leggendo col codice si abbia una 
proposizione errata od oscura. Quanto aW eresia , i poeti 
erotici di cotesta età, hanno concetti arditi quanto que- 
sto, e simili a questo: ricordisi ad esempio, il sonetto di 
Jacopo da Lentino: /o m,' aggio posto in core a Dio ser- 
vire, Com'io potessi gire in Paradiso, Al santo loco e'' ag- 
gio audito dire 0' si mantien sollazzo , gioco e riso. Senza 
Madonna non vi vorria gire, Quella eli à bionda testa e 
chiaro viso : Che senza lei non poteria gaudire , Mando 
dalla mia donna diviso ecc. Vedilo nel Nannucgi, Man. 1, 
123 , e vedi i rafTronti eh' ei reca di altri poeti italiani e 
stranieri; ai quali potrebbersi aggiunger questi : l'uno del 
Romanzo di Partenopeus : Cuite li clam ( a Dio ) son 
paradis Si Dame ni entre od cler vis ; e l' altro di Que- 
NES DE Betune : Bete , douce dame cliière , Vostre grani 
beautcs entière M' a si sorpris , Que se f ère en paradis 
S' en revenroie arrière , Par covent que ma proière M' eust 
là mis Que f disse vostre ami , iV' a moi ne fuissiez fière. 
(P. Paris. Romane, frang. p. 88). E poiché i poeti del 
dugento, in mezzo agli artificj dello stile, hanno pure 
non pochi concetti propri al sentir popolare, ci si per- 
metta di allungar un poco questa nota , ricordando a pro- 
posito della supposta eresia, questo canto popolar siciliano: 
S'io vaju 'mparadiso e tu a lu ''nfernu, Vegnu a lu 
'nfernu , pri vidiri a tia ; e questo còrso : S' intrassi in 
Paradiso santa santu E nun truvacci a tia , mi n' esce- 
ria : ai quali aggiungansi anche questi napoletani , 1' uno 
di Spinoso : Se %' moro e mme nni vao 'mparadiso Se no'' 



— 0/ — 

nei trovo a te , manco nei traso ; 1' altro di Nardo : E ci 
muresse e stesse a 'n paradisu , Bella , min ci si' tu ? jii 
nu' ci trasii; e quest'altro di Caballino : 'latu a ci te lu 
dae lu primu 'asu. . . Ca se doppu aggiu 'scire a 'mpa- 
ravisu Pe' mC lassare a tia, mancu 'nei trasu. Ed ere- 
tico sarebbe anche quello che, nel suo sdegno, dice il 
cantor popolare toscano : Se teco dovess' ire in Paradiso 
Per non vederti accetterei V Inferno. (Tigri n." 1163; e cfr. 
con Nannarelli , Cant. pop. di Arlena, p. 36). 

SONETTO in. 

Vers. 4 : Ed a' mi. — « Scriverei : ed ami ». Garh. 
Giusta osservazione : perchè questo ami significa mi ha e 
non già mi hai. 

Vers. 6 : Con voi imsemble : il cod. : im semble — 
« Non vedo ragione di riunire imsemble » Carb. — Av" 
vertito che il codice portava im semble, ci è parso di poter 
riunire le due parti della parola, come si farebbe per la 
voce insieme. 

Vers. 9 : Cosi come lo ferro non sta loco Partito e 
tratto dala calamita — « Sta loco non mi dà senso. 
Forse sta 'n loco partito e tratto ecc. cioè separato , di- 
stante » Garh. 

SONETTO IV. 

« Il sonetto fu pubblicato dal Gomm. Zambrini » Bn.. 
Sta in fatti a pag. 10 del raro opuscolo intitolato Sonetti 
d'incerti autori dei sec. XJII e XIV, nan mai fin qui 
stampati. Bologna, Fava e Garagnani, 1864. Lo Zambrini 
lo trasse da un codice della libreria dei Ganonici Regolari 
di S. Salvatore in Bologna , ed ecco quali varianti offre 
dal nostro codice : 



— :ì8 — 

V. 1 Dolze ... 7 dolce . . . il 

2 gioco et im peinsier gioia et in pensier 

3 Perso . . . dilktiamenio Però . . . dileUamento 

5 lo plagiente vostro avenimento lo vostro piacente advenimenio 

6 ciera e 7 dolze cera e 7 dolce 

7 im in 
9 eo io 

10 Dolgliosa . . . parmi so ferire Dogliosa. . . mi par sofferire 
1 i arma . . . vui alma . . . voi 

a sanz" ambodui senza amendoi 

Vers. 1 : « Dopo partimento , terrei la virgola » Garb. 

SONETTO V. 

Vers. 1-4 Molti l'Amore apellano dietate Per e' om 
visibolmente lo comprende , E perchè sua vertute à pote- 
state Piti che lerena sengnoria si stende. « Leggerei : C o- 
mo visibel mente lo comprende : E perchè sua vertute e 
potestate': e intenderei l'intera quartina in tal forma: Molti 
r Amore appellano deità, che uomo comprende in modo 
visibile : e la chiamano deità perchè la sua virtù e potere 
si stende piìi che signoria terrena. Si chiama, cioè, deità, 
non perchè è visibile, ma perchè ha potere più che u- 
mano ». Garb. Qui però avremmo una correzione vera e 
propria del codice : dacché il 2° v. non dice coma , ma Per- 
como. Lasciando star le cose come stanno, e accettando 
Ve potestate invece dell' « potestate, si avrebbero due ra- 
gioni anzi che una, del tenerlo deità. 

Il MON. propone questa lezione e punteggiatura : « E 
perché sua vertute a potestate Più che lerena sengnoria, 
si stende, cioè: « Perchè la sua virtù si estende ad un 
potere maggiore di una signoria terrena » : o meglio : « La 
sua virtù , più che signoria terrena , è potente ». Anche 
il Raj. : « Gredo a preposizione , e costruisco : e perche 



— m — 

sua vertute si stende a potestate ecc. » . Accettiamo , eolla 
fatta avvertenza , per più agevole , la correzione del Garh. 
Vers. 10 : Qiiand' om' diven solicito e pensoso. « La- 
scerei il selicito del codice, giacché o in sillaba protonica 
scade facilmente ad e ». Raj. 

SONETTO VI. 

Vers. 1-4. Veramente Amore à similglianza Di lucie 
che risplende, e dà liimera : Cosi tosto che apressa, sHna- 
oanza, E spande per natura la sua spera. Il Mon. propone 
di leggere: Veraciemente Amore à similglianza Di lucie, 
che risplende e dà lumera Così tosto dì è apresa, s' ina- 
vanza E spande ecc. » Cioè : « di luce , la quale tosto che 
è appresa, risplende e dà lume, s' inavanza e spande ecc.» 
Cfr. V apressa del 3. v. con V aprendesi del 9 : -Così l'Amore 
aprendesi alo core » — Giustissima ci pare la correzione 
di che api essa in eh' è apresa, e difatti il codice legge: 
che apresa. Soltanto per non avere una costruzione inso- 
lita ai nostri poeti antichi, serberemmo i due punti dopo 
lumera: e il senso ci pare resti come egregiamente pro- 
pone il MON. 

Vers. 8 : Quando le ven lo ragio per rivera. « Prefe- 
rirei '/ ragio. Gir. il v.- 11 : lo porta e 7 conducie ». Raj. 

Vers. 11 : Ed im piacer che lo porta. Il codice: la 
porta. « Forse leggerei T aporta : anche altrove V a in 
compoiizione fu separato dall' amanuense » . Raj. 

SONETTO VII. 

Vers. 8. Ch' Amore è cosa tutta copiosa. In nota si 
propone timidamente la correzione in disagiosa, perche 
copiosa non da senso , ed è ripetizione della rima del v. 4. 
« Copiosa è certo errore, ma non vedo come vi si pos- 
sano cavare gli elementi delle lettere onde si compone il 



— 00 — 
vocabolo proposto : disagiosa. Se a me è pur lecito una 
congettura, leggerei capliosa, capziosa, ingannevole, frau- 
dolente; se ne trarrebbe un miglior senso, e si avrebbe- 
ro tutti gli elementi costitutivi del vocabolo errato o mal 
letto nel codice, dove, posto che sia consumata la gamba 
del primo a e raccostato pt , era facile leggere copiosa, 
in cambio di captiosa ». Garb. 

Anche il sig. Gaiter : « Convengo che copiosa non 
ha senso, ed è ripetizione errata della rima del 4.'' v. In 
luogo di disagiosa, proposta con molto riserbo da V. S., 
porrei capziosa. Il senso, il verso e la rima procedereb- 
bero a meraviglia. Fra copiosa e capziosa lo sbaglio del- 
l'amanuense è più probabile, constando e l'uno e l'altro 
vocabolo quasi delle stesse lettere. La dieresi nel latinis- 
mo capziosa, è naturale ». 

Faccio volontieri rinunzia del disagiosa; il male è' 
che di capzioso non trovo esempj né antichi né moderni 
nel Vocabolario del Manuzzi. 

Vers. 9. E non à im sé né senno né misura. Mon. 
propone : E' non à ecc., e con lui concorda il Raj. 

SONETTO Vili. 

« I sonetti da Vili a XVI sono varie anella di una 
stessa catena. Sarebbe stato bene a integramento di essa , 
non ommettere il sonetto posto a C 136 : Molto diletto e 
piacemi vedere. E qui cade in acconcio il notare che vero- 
similmente a questa catena pertiene il sonetto adespoto 
locato a f.° 178 « Vita mi piace d' uom che si mantene, 
già proferito in luce dal Trucchi I, 195, siccome cosa del 
Davanzali ». Bu.. 

Le osservazioni sono giustissime : ma fu nostra in- 
tenzione soltanto spigolare qualche cosa di notevole nel 
cod. vatic. a saggio della futura nostra pubblicazione. Del 



— 01 — 
resto il sonetto Molto mi piade veder cavaliero, sussegue 
immediatamente all'altro Mollo diletto e piacemi vedere; 
ma da quello : Ancor mi piade velglio canosdente è se- 
parato da altri cinque. E l' ultimo citato dal Bil. è separato 
da quelli da noi pubblicati da tutta la distanza che corre 
dal f." 136 al 178. 

Vers. 3. Leale , e puro e fermo , veritiero « Inchinerei 
a leggere e fermo veritiero senza la virgola, e penso che 
significhi « forte veritiero , molto veritiero » come nel 
son. X, v. 3 : fermo adoperante ». Carb. 

Vers. 9-11. « Il primo terzetto punteggerei così: 
Ancor mi piade più di lui vedere, Di quel eh' ernprende 
sia buon ptmgnatore ; fendendo , la ragion faccia valere. 
E intenderei : « Mi piace vedere eh' ei sia buon difensore 
di ciò che imprende , e che facendo un' impresa , faccia 
valere la ragione ». Carb. 

Vers. 10: Di quel eh' ernprende sia buon pungnatore. 
« Un i iniziale seguito da nasale muta è solito elidersi: 
così lo 'inperade, lo 'mpero ecc. Quindi anche che 'mpren- 
de, come nel Son. I, v. 2: Se 'ntra ». Raj. 

Vers. 13-14. « Dei due ultimi versi proporrei in nota 
la seguente emendazione : E e' ami Dio e '/ prossimo vo- 
lere E del Comune sia difenditore: d'onde n'uscirebbe la 
costruzione piìi netta : « E volere che ami Dio e il pros- 
simo, e che sia difensore del Comune ». Carb. E il sig. 
Gait. : « Ne' due vv. 9 e 12 che ambi finiscono colla 
parola vedere, uno dei due deve essere errato. Se si vo- 
leva dar forza alla sentenza, ripetendo la parola vedere, 
doveva ripetersi anche al v. 11, come Dante rima un in- 
tero terzetto colla parola ammenda. Dei due vedere la- 
scierei il primo, che risponde appunto al ?w/er del primo 
verso. Nella prima e seconda parte del sonetto sarebbe 
così ripetuta per ornamento rettorico la stessa parola. In 
luogo del secondo vedere, scriverei a dovere: forse potè 



esser scritto a devere che ha identiche lettere di vedere. 
Il senso procederebbe a meraviglia ». 

SONETTO IX. 

« Fu già pubblicato dal Trucchi ». Bil. Garb. 
Trovasi infatti a pag. 197 del voi. 1.° Diamo qui le 
differenze di lezione dal nostro testo : 

Vcrs. 1 velglio canosciente vefjlio conoscenk 

2 eh' egli ha eh' abbia 

3 ritornare ritornar 

5 dea . . . asempri . . . t/ienle dia . . . esempli . . . gente 

8 amendi > ammendi 

9 piaeie piace 

117 suo . . . no' il suo . . . non 

12 deve, sforzi dee si sforzi 

lo serva . . . racienda segua. . , raecenda 

li presgio' pregio 

SONETTO X. 

Vers. 7. E giorno e note « Scriverei notte » . Garb. 

Vers. 12. e nom sia neghiettoso « Lascerei neghietoso, 
come nel codice, piii prossimo al latino neqiiitosiis ». Garb; 
e il Raj. : « Lascierei Fatare, neghietoso ecc. come dà il 
codice. Si tratta di sillabe atone, e tanto più deboli in 
quanto precedono immediatamente alla tonica » . 

SONETTO XI. 

« Fu già pubblicato dal Trucchi ». Bu,. Garb. 
Infatti trovasi a pag. 194 del V voi.; ed eccone le 
varietà a confronto del nostro testo: 

Vers. 1 E piaciemi e diletto eierto E' piaeemi e dilella eerto 

2 sergiente sergente' 



— 63 — 

Vers. 3 vegia vegyia 

i ubidire ubbidire 

5 né pianga che pianga 

6 Piagiente . . . disire Piacente . . . desire 

7 om' l' adomanda uom l' addimanda 

8 su' suo 

9 piade sengnor piace signor 

11 ck' è di meritarlo benvolglioso che di meritarh è ben voglioso 

12 piaciemi piacemi 

13 valglia vaglia 

ii soferenza.. . presgio . . . piaciere sofferenza. . . pregio. . . piacere. 

Vers. 7 : E quando oui' /' adomanda : il cod. la do- 
manda. « x\on mi par necessaria la mutazione in /' ado- 
manda, e om lo lascerei anche senza apostrofo ». Raj. 

Vers. 13. Che valglia. « Forse: che volgila ». Mon. 

Vers. 14. Di soferenza, e presgio di piaciere. « For- 
se : presgi di piaciere. Oppure : a presgio di piaciere, se 
se ne vuol trarre un senso » Carb. 

SONETTO XII. 

Vers. 2: Piana ed umil, com bello regimento: il co- 
dice : e com bello. « Amerei meglio : Piana ed umil e com 
bel reggimento ». Raj. 

SONETTO Xin. 

Vers. 7 : Lor gioventiite ecc. « Rispetterei il giovantute 
del codice , tanto più che con giovine si ha pur giovane » . 
Haj. 

Vers. 13. E di servirla ijiamai no' rincresca. « La 
rima porterebbe rincrisca, ma se di tale uscita non vi 
fosse esempio, noterei l'assonanza ». Carb. — « La rima 
del V. 13 è errata , se non si scrive rincrisca , come sarà o 
deve essere nel codice » Gmt. — Il codice [)orta realmente 



_ 64 — 
rincresca, ma dovevo coiTBggere in r inerisca, uscita di 
che si hanno allri esempj , per far rima con riverisca e 
ubidisca. 

SONETTO XIV. (I) 

Vcrs. 3. Di be' cosUimi, e faccia H temoroso. « Stam- 
pando faccia H temoroso , si risolverebbe in faccia il te- 
moroso, che è ben altra cosa da faccialo temoroso: per 
ciò qui e nel V. 10 del sonetto susseguente , preferirei : 
f acciai temoroso , tengal gioioso » . Carb. La stessa osser- 
vazione per ambedue i casi fu fatta anche dal Raj. 

SONETTO XV. 

Vers. 2: E ri asgialo di ciò che 'ì gli è plagiente « E- 
leggerei di scrivere: E'nasgialo, dal verbo inasgiare » 
Carb. — « La parola asgialo , cioè lo agia , lo accomoda , 
come è avvertito in nota, può illustrarsi con questa ag- 
giunta : nel dialetto sennese si dice adasio per adagio , 
innasiare per preparare ad agio, allestire » . Gait. — 
« Suppongo sia da scrivere E 'nasgialo, cioè: e lo ina- 
già, da agio, colla preposizione in. Inoltre lascerei chelgli 
unito come nel codice , ove vale quanto che gli e non 
più » . Raj. 

Vers. 3 : E s' em sua ubidenza ecc. « Porrei se 'm, 
per la ragione detta al v. 10 del son. Vili ». Raj. 

Vers. Q: A zó eh' el vesta. « Anche qui avrei prefe- 
rito : eh 'le » . Raj. 



(i) Per errore, nella stampa a questo sonetto è apposto il n." XIH 
mentre è in realtà il XIV. 



— 65 — 
SONETTO XVI. 

Vers. 12-. E piaciemi vedere Religioso Casto ed a- 
manilo di bene fare. « Questi versi li leggerei così: E 
piacemi veder Religioso E casto ed amonito di ben fare » . 
Carb. 

Vers. 3-4. E che nom sia legiadro e vizioso , E de' 
la morte sempre ricordare : e in noia : cioè : dea la. — 
Il MoN. proporrebbe punto dopo vizioso , e apostrofe- 
rebbe E' de' la morte. Ma tal costruzione non ci sem- 
bra dello stile di questi poeti. Invece il Carb.: « Dubito 
che il de' la si debba intendere per dea la : ricordare 
della morte è maniera elegante , e potrebbe riferirsi al 
piacemi: piacemi vedere, ricordare ecc. ». E il Raj. in- 
tenderebbe il de' per dee, anziclie per dea. 

SONETTO XVII. 

Vers. 3. Sormonta e sale in grande altura il poco — 
« Metterei in nota : Forse ; in poco » Carb. 

Ver's. 6. Che lutto tempo non àn solenanza. « Manife- 
stamente errata è la lezione solenanza, che non dà senso, 
e parmi s' abbia a leggere : solevanza , sollievo. Facile 
troppo lo scambio dell' u e dell' n nei codici » Carb. 

Vers. 11. Fermasi quando vene lo piaciere. E in nota 
si propone: Formasi, cioè: quando viene, allora il pia- 
cere si forma. — « Consento anch' io che si debba leggere 
Formasi , ma il soggetto del verbo intenderei che fosse 
.Amore, anzi che il piacere ». Carb. — Il Mon. invece lascie- 
rebbe Fermasi, spiegandolo nel senso di prende stanza: 
e il Raj.: « Fermasi credo piìi efficace : l'amore prima 
si forma (vene) , poi si ferma » . 

Vers. 13. Peìv conven ciascuno aumiliare « Per la 
Voi. VII, Parici. 5 



~- GG — 
misura liisogna legger'e C(3l coilico Perù co/ioene ciascuno 
aumiliare » . Mon. x\Ia il verso torna anche ponendo la die- 
resi in aumiliare. 

SONETTO XVIII. 

Vers. 10 : Ched'' io venia ecc. « Ched preferirei senza 
apostrofo, giacché non c'è elisione di sorta ». Raj. 

SONETTO XIX. 

Vers. 5. Di belleze , onde ciascun morire. Il senso 
sarebbe duretto, ma non zoppicherebbe più, se si lasciasse 
ciascuno, come nel codice » Garb. 

SONETTO XX. 

Vers. 8 r Più beleze eh' en voi ecc. « Porrei che 'n 
voi, per le ragioni addietro notate ». Raj. 

Vers. 14. Merzè vi chero , di me agiate pietanza. 
« Per la misura , è necessario leggere cher » Carb., Mon. 

Vers: 15. Dapoi che natiiralemente sono. « Lascerei : 
Da poi che naturale mente sono : e forse sempre simili 
avverbi sarebbero da lasciar divisi , come si trova ne' co- 
dici , e pili ne' piìi antichi » . Carb. 

Vers. 16. Cor, corpo, vita in (la) vostra possanza. 
« Potrebbesi leggere col codice: Corpo, cor e vita in 
vostra possanza » . Mon. Ed il Raj. : « leggendo corpo , 
cor, vita, si ha una più naturale gradazione ». 

SONETTI XIX e XX. 

« L' abbreviatura MT) usata dallo scrittore del Vaticano 
3793 non istà in luogo di Medesimo, ma vale per contro 
a dinotare Monte , il limatore fiorentino , cui taluni ap- 
pellarono Monte Andrea, ed altri Montuccio. 



— 67 — 

Che Mó non istia in luogo di Medesimo, si desume 
da cotesto : 1.° eh' egli è nel costume dell' antico ama- 
nuense di scrivere costantemente per disteso la parola 
Medesimo ; 2.° che l' abbreviatura Mò precede molti e sva- 
riati sonetti di risposta : ciò che esclude, che possa stare 
in significanza di Medesimo, non essendo verosimile, che 
proposta e risposta sieno dello stesso autore; 3.° che ol- 
tre a ciò, dove Mo equivalesse a Medesimo si avrebbe 
cosa strana, per non dire impossibile, che uno stesso au- 
tore terrebbe or a parte guelfa, or a parte ghibellina, 
confornae è a vedere ne' componimenti di argomento po- 
litico. 

Che M5 dinoti invece il rimator Monte, si par ma- 
nifesto dalle seguenti considerazioni: 1.° che parecchi dei 
componimenti preceduti dalla sigla Mò recano a dirittura 
il nome di Monte in altri testi, quali [)er atto d'esempio 
sono i seguenti ; 

Ahi deo merce ! che fia di me , Amore. 
Ahi doloroso lasso! più non posso. 
Ahi misero taiipino! ora scoperchio, 
Tan"" w' abbonda matera di soperchio. 
Siccome ciascun iiom può sua figura. 
Se conven Carlo suo tesoro egli apra. 

2." che due componimenti del Vaticano 3793 chiariscono 
perspicuamente , come la sigla M'o abbia a interpretarsi 
per Monte: dico la canzone responsiva di Chiaro Davan- 
zati a fol. 90; A san Giovanni a Monte, mia canzone, 
^ il sonetto missivo di Guittone d'Arezzo a fol. 155: 
A te, Montiiccio, ed agli altri, il cui nomo; 3." che l'an- 
tico amanuense scrisse talfiata Mòn e Moe (fol. 90 e 147); 
lo che spiega vie meglio il di lui intendimento di alludere 
a Monte ; 4." che da ultimo a raffermare la inleri)retazione 



— (Ì8 — 
di Morde ne soccorre una speciale considerazione, ed è 
che gran parte de' sonetti preceduti dalla sigla Ma pre- 
senta la struttura usitata da esso Monte, il quale si piaceva 
del sonetto di 16 versi , accodando un distico alla seconda 
quartina. 

Conseguentemente a ciò , i sonetti XIX e XX male 
figurano sotto il nome di Giano, dovendo essi secondo il 
testo esemplato ascriversi a Monte da Firenze ». Bil. 



SOMMA DELLE PENITENZE 



DI 



FRA TOMMASO D' AQUINO 



DELL ORDINE DE PREDICATORI 



(ContinuazioDc Vedi pag. 31 Anno 6.° Parte li) 

De LA FEMINA CHE SE SOTTOPONE 
EL PARTO AD ALTRUI 

De la femena la quale no podendo inpregnare del 
marito suo si sotto pone a l'adulterio del quale avolte- 
rio ella inpregna o vero che se sotto pone al parto altrui 
ciò è el figliuolo altrui, dicendo che sia suo e del marito 
suo, per la quale cosa e legeteme erede del marito sonno 
privati de la sua eredità del padre per questo suposito o 
vero per questo bastardo el quale si crede che sia vero 
e legetimo erede, vene questa cotale femena a penitenzia, 
commo la conseglierà el sacerdoto?E a ciò rispondo così 
che questa cotale femina si dei ingignari in quanto ella 
pò che i figliuoli legetimi o altre erede legetimi no siano 
privati de la eridità de questo suo marito, e questo dei 
fare cautamente e saviamente; in per ciò che arrevelare 
el facto cosi semplicemente al marito o vero a quello so- 
posito vero bastardo no se dei ; in per ciò che molti mali 
ne poderia de ciò siguitare. Ma voglio che tu sappia che 
questo è uno malagevole caso e molto pericoloso, se 'I 



sacerdolo no è discreto. E per ciò consegiio el decto sa- 
cerdoto che la mandi al vescovo o vero al suo peneten- 
ziere, o vero eh' esso sacerdoto saviamente cerchi e trovi 
se quello bastardo o vero soposito sia omo che tema Idio, 
•e s'ello el trova cosi facto, chiamalo ad sé secretamente 
in presenzia de questa femena, e se pararà a lui, ciò é 
che sia utile a fare, recieuto prima giuramento da liei 
ch'ella no dice no fa questo maliziosamente, e ancora da 
lui de tenere questa cosa segreta, e poi porai el facto 
revelare a lui e consegnarlo eh' elio entre in alcuna reli- 
gione acciò che facendo così no riceva alcuna cosa d' i 
bene di colui el quale credeva che fosse suo padre e no 
era, e le cose le quale elio averà ante a bona fede de 
suo, -.credendo essere suo figliuolo legetimo sì restituisca 
se pò, ma per tanto no è tenuto de restituire s'ello Pa- 
vera recente con bona fede, e se questo no si potesse in 
questo modo revelare a quello bastardo o vero suposito 
senza pericolo o vero che sapendolo elio no vorrà per ciò 
stare a questo consegiio, alora s' inponga questa femena 
che de la dota sua o de sua donazione o antifatio, che 
r abbia auto o d' altre cose le quale ella avesse ante o 
podesse già mai avere, satisfarà a questo suo marito con 
tutto el suo podere dolendose senpre de questo peccato. 
E in per ciò eh' ella no pò pinamente satisfare, se si pro- 
ponga fermamente ne l' animo suo eh' ella sadisfarà più 
tosto che porà, almeno a la morte, in per ciò che innanze 
no pò. E questo si faccia per uno penetenziere di mezzo, 
che sia bona e riligiosa persona, secretamente e cauta- 
mente, e pò dire in questi parole : Alcuna persona è te- 
nuta a voi in questo, tolete. E in questo muodo rimarrà 
la cosa in buono stato e senza pericolo. 



— 71 — 

D' I PASSAGGI 

Sappi che gli antichi passaggi i qiiah fuorono insti- 
tuili e ordinati da glie 'mperadore e da' re se possono do- 
mandare e torre legetima menti, ma i nuovi passaggi no 
se possono torre se no fosse già ordinato da papa o 
d' alcuno comuno de terra o per defendare e tenere se- 
cura la strada, ciò è che in ciò facesse grandi spesi, in 
questo caso si possono torre, altramente se alcuno receve 
nuovo passaggio o vero receverà V antico usato sì com- 
mette rapina de principi e de barone e de le cittade e 
de le castella che abbiano guerra in sieme l' uno co 
i' altro, in questo caso se vole stinguare, ciò è o cului 
del quale si domanda fa giusta guerra o battaglia o no- 
nel primo caso, ciò è quando elio fa giusta guerra e giu- 
sta battaglia e no adopera quello sennò contra a coloro 
che H nocciano e no à la sua intenzione corrotta, ciò 
eh' elio piglia de questi suoi nimici tutto è suo e non è 
tenuto a restutizione. E acciò che noi apertamente vediamo 
de questa battaglia, sappi che V cose se rechieggiono a 
ciò che la battaglia sia ditta giusta, ciò è la persona, la 
cosa, la cagione, T animo e V autorità. La persona , ciò è 
che sia secolare, a cui è licito de spargiare el sangue 
umano; e no dei essare persona glesiastica, a la quale è 
vetato: la cosa, ciò è che sia per aquistare e raddoman- 
dare le suoi cose perduti, in per ciò che se una gente 
overo una cittade tolle le suoi cose a l'altra, e quella 
eh' avara perduto toUi el gambio per restutizione, a l'ora 
si è giusta battaglia overo per che ciò fa per difendare 
la contrada sua : la cagione, ciò è eh' elio combatta per 
necisiià a ciò che per quella battaglia siguiti poi la pace : 
r animo, ciò è che no si faccia per odio né per vendetta 
e avarizia, massima mente per carità e per giustizia e per 



— 72 — 

ubidiénza: T autorità, ciò è che ciò se Faccia con autorità 
del suo signore, ciò è de lo 'nperadore o del re o d'al- 
tro signore che sia sopra ditti. Ma si è uno caso nel quale 
eziam dio senza autorità del principo si pò mutare giusta 
battaglia, ciò è per aradomandare le cose tuoi o per de- 
fensione de la tua contrada e patria. 



De la qualità de la satisfazione 

Per vigore de la ragione naturali a ciascheduno è li- 
cito co la forza sua defendare la forza che gli è fatta 
d' altrui, ciò è incontenente che la forza gli è fatta, e con 
temperamento, ciò è che sé defendendo no passi el modo, 
ciò è che no noccia ne sfaccia danno al suo nimico più 
che sia el suo danno overo la sua ingiuria. Donque ciò 
ch'altre aquista e guadagna in questa lecita battaglia, sì 
se 'l pò tenere senza restituzione. Ancora se tu averai 
auto del mio X ^ o cento ^ o quantunque siano, e io 
torrò a te altra tanto del tuo, in caso de penitenza no 
debbo essere costretto a restutizione de quello cotanto; 
ma pertanto no pò el sacerdote da se medesimo dare li- 
cenzia ad altrui che se toUa tanto de l' altrui quanto co- 
lui à tolto del suo o averà perduto. E niuno dei perciò 
torre publicamente o vero ocultamente a colui che averà 
la cosa sua, se '1 pò avere giustizia di lui o vero che di 
ciò se possa pagare in altro modo. Ma pertanto s' elio 
glie tolle tanto del suo quanto sarà quello che aveva per- 
duto, non è tenuto a restutizione. Coloro che siguitano 
el rattore de T altrui a torre alcuna preda siente mente 
(in per ciò che sanno veramente che vanno a prendare 
altrui, overo ignoranti mente al principio, ma poi che 
giongono al fatto sì aiutano a coloro, conoscendo vera- 
menti che lì se cometti rapina) et ancora coloro che in- 



— 73 — 
ducono essi tiranni e mali signore a torre T altrui; se 
costoro sanno e credono che per loro signatemento overo 
conseglio o corporale aiutorio o per altre simile cagione 
proceduta da la parte loro, quilli cotali signori e tiranni 
averanno comessa rapina la quale no averanno fatta né 
comessa altra mente; ciascuno [di] questi cotali è tenuto 
in tutto de tutta la rapina e de tutto el danno che se 
fa. Ma s'eglie sanno veramente o credono che per la sua 
sequella e conseglio no abbiano più facto eh' eglie ave- 
seno facto senza ciò, a V ora sonno tenute solamente di 
quelli ch'eglie averanno auto di ciò o vero speso, o vero 
de tutto quello eh' eglie o vero alcuno de sua fameglia 
averà fatto. Ancora sonno tenuti a restutizione coloro i 
quali defendono essi rattore e recettanli ne' loro castelli e 
fortezze. Ma se 'I principale che fa propriamente el fatto, 
vero alcuno di loro che glie sia stato a farlo, sadisfarà 
quello cotale danno, tutti gli altre sonno liberati, cioè che 
no ne sonno tenuti più a restutizione. Ancora se questi 
cotali rattore fuorono più, e tucti fuorno quasi pare, cioè 
che ninno de loro condusse l'altro ad andare a ciò, e 
no c'era lì alcuno signore de l'altro; in questo è da cre- 
dare che se vanno insieme quasi commo una oste, ciascuno 
è tenuto in tutto, ciò è a restituire tutto el danno fatto. 
Vero è che se poderia sostenere che ciascuno sadisfacesse 
de quello cotanto che elio averà auto, e non più; ma el 
primo ditto si è più scuro (1) e migliore. Coloro ancora i 
quali aiutano per ciò e non consentono in alcuna cosa, 
ma se gli è dato alcuna cosa e' se la tolgono, o vero che 
mangino de quelle cose e vèstinose, o convertiscono quelle 
cose in altri loro fatti, si ne sonno tenuti de restituire, 
ma in diversi modi. In per ciò che coloro che di questo 
tolgono in dono, sonno tinuti a restutizione; ma coloro 

(1) Ciot"' sicuro. 



— Ik — 

che di ciò mangiano e beiono e convertiscono in altri loro 
fatti necessarie a la moglie sua e agli altre de la fameglia 
sua, sonno tenuti a restutizione de tutti quelle cose che 
averanno speso per questo cotale muodo. Ancora la mo- 
glie e i figliuoli e altra famiglia di colui che fa l' usura 
e comette rapina de le cose altrui, no debono mangiare 
de quella rapina e usura, e se ne mangiono, peccano gra- 
vemente e sonno tenuti a restutizione intiera mente di 
ciò che lògrano. 

De colui che compera la cosa tolta 

Quanto a coloro che comprono de la rapina ciò è 
de le cose che sonno tolti ,si vole deslinguare, ciò è o 
che sapevano che la cosa fosse tolta, o per someglianza 
per prova, e '1 credevano, o vero che eglie credevano 
che quella cosa fosse giusta, e licito a questo, o vero che 
di ciò no pensavano s' ella fosse tolta o no. Ne'doue (1) casi 
de prima ancora distingue ciò è: o altre la compera a 
mala fede, ciò è per cupidità e per avarizia de guadagnare 
de la cosa, o vero con bona fede, con volentà e animo 
de restituilla, facendo utilmente el facto de colui di cui 
era stata la cosa tolta, la quale elio videa predare, o vero 
devenire a tale caso che no si possa poi recuperare ne 
ricomperare; e se la pure potesse ricomperare, no per 
tanto senza molto impaccio e briga. Nel primo caso, ciò 
è quando è comperata con mala fede, si è tenuto a re- 
stutizione indistintamente, e no è per ciò assoluto, ven- 
dendo overo alienando quella cosa ad altrui overo per 
che la cosa perisca per morte overo per alcuno altro 
muodo ragione, o vero che per forza glie sia tolta 
poi d'altrui o vero furata o per alcuno altro muodo sot- 
tratta, ed ò questa la ragione; in perciò che '1 furto si 

(1) Per due. 



— 73 — 
cornette contrattando la cosa altrui a mala volentà del 
signore, onde no ne potrà recevare el prezzo che cie- 
diedi (sic) da colui cui era la ditta cosa, né ancora le 
spese, se n'avesse fatta veruna e onni utilità la quale 
avara aula de quella cosa si è tenuto a restituire, e s'ello 
restituisce la cosa pigiore che no era quando V ebbe, an- 
cora per ciò no è assolto e ciò eh' io dico del primo 
comperatore, ciò è eh' elio è tinuto a restituzione, questo 
medesimo se 'ntende del sicondo e del mileximo, ciò è 
se quella cosa furata passasse per mille mane, ed elli 
r abbiano comperata o receuta con mala fede e se '1 prin- 
cipale comperatore de quella cosa furata restituisce piena- 
mente la stima de la cosa con tutto el danno e pigioramento, 
saranno per questo liberali tutti gli altre che l' averanno 
comperata overo receuta in dono? E a questo respondo 
che io credo del sì quanto a fare la restutizione al si- 
gnore de la cosa; ma se alcuno averà comperala la cosa 
che sarà de rapina o di furto da colui che T averà tolta 
furata con bona fede e con bona intenzione, no per 
cagione di guadagnare de quelle cosa, ma per restituirla 
a colui, a cui ella sarà slata tolta, in questo caso si po' 
da colui a cui sarà tolta domandare tutto quello che elio 
averà dato per recomperare quella cosa a bona fede, se- 
condo che ditto è, e ciò eh' elio ci averà speso a conser- 
vazione de la detta temperata mente. E la ragione si è 
questa per la quale elio pò raddomandare le spese ch'elio 
averà fatte ; in per ciò eh' elio utilmente à adoperato el 
fatto de colui eh' era slato rubato, e assentì. E si no se 
potesse trovare colui di cui fo la detta cosa eh' elio 
à comperata, e ciò à cercato quanto elio à perduto, e 
la cosa vale più ch'elio non à dato, si dei quello più 
dare a' povare de conseglio e autirità del conseglio del 
confessore suo per 1' anima de colui de cui fo la detta 
cosa. Ma dei el sacerdoto domandare colui che se con- 



— 70 — 
fessa di ciò s' elio comperò quella cosa furtiva nel mer- 
cato, e s' elio presumeva o pensava che quella cosa fur- 
tiva fosse no, e s' elio la comperò a bona fede se- 
condo che fanno gli uomini nel mercato pubblico, e se- 
condo ch'elio udirà da lui, cosi porà poi consegliare. An- 
cora quando el suddito o 'l vasallo fanno ad altrui o tol- 
gono alcuna cosa per comandamento del suo signore, 
s' elio n' è tenuto a restituzione. E a questo respondo con 
distinzione : o elio sapeva che colui eh' è suo signore 
avesse giusta briga o no, o elio ne dubitava. Quando sa- 
pesse che '1 suo signore avesse giusta briga, a l' ora n' è 
tenuto ; quando se dubitava s' elio avesse giusta briga , 
sì n' è ancora scusato per lo bene de la ubidienza : ma 
quando elio crede che '1 suo signore no abia giusta briga, 
a r ora sì n' è tenuto a restutizione. 



Gommo se dei procedare con colui che compera 
la cosa tolta e furata. 

In prima se colui che compera la cosa furata o tolta 
sapia che el venditore l' abia anta per giusta briga, a l'ora 
licitamente la pò comperare da lui, e non è tenuto a re- 
stutizione; ma colui che no sapeva la cosa essere di giu- 
sta briga, ma credevalo veramante, in perciò che tutti i 
vicini overo la parti maggiore overo almeno i piìi savi 
credevano commo pareva a lui, durando ancora in lui la 
bona fede non è tenuto a restutizione; ma se puoi {sic) elio 
el sapeva che la cosa sia de rapina, sì la debbe restituire. 
E alcuno dice che no credeva che fosse peccato di com- 
perare quella cosa furata, non è perciò scusato; inperciò 
che la ignaranza de la ragione none scusa ninno. Ma che 
sarà se questi colali persone che restituiranno questa co- 
tale cosa overo la stima di quella, intanto che rimaronno 



sì povare co li lìgliuoli e co la famiglia che lorsce no ave- 
ranno onde vivare? A questo dico che se pò sapere la 
persona de cui fo la ditta cosa, mostrali che P abia pro- 
ponimento e volontà di restituire, e ancora glie mostri 
la necisità sua, e puoi (1) adomandare termine e induzio; e 
se a questo cotale bene contrito, e che vole, quello poco 
che r à, restituire, questo robato de cui sarà stata la cosa 
per l'amore de Dio e per intuito de limosina glie re- 
mette tutto parli di quelli cose, se sera liberato de 
quello cotanto che glie sarà rimesso: altramenti dei fare 
secondo che pò in fino al vendare de la rendita e de li 
suoi bene, eliam dio se glie bisognasse d' andare mendi- 
cato co la famiglia sua. E quando no si sa a cui se debba 
fare la restutizione , a T ora el suo penitenziere glie pò 
meglio dare termine e induzio, e lassarli de quello che 
se doverla dare a' povare, secondo che a uno altro po- 
varo; avendo elio bona volontà de restituire s' elio po- 
desse. E elio con tutta la sua fameglia si preghi per co- 
loro d' i quali fuorono i ditti beni , e s' elio guadagnasse 
cosa veruna per innanzi, sempre ne dia ai povare per 
l'anime de coloro di cui fuorno i detti beni. Ma intendi 
che '1 sacerdoto pò fare lassare a se medesimo, commo 
a uno altro povaro, de le cose incei'ti, ciò è quando no 
si sa a cui se debbi fare la restutizione de le dette cose. 



Dli LE REDK DK RATTORE IN QUANTO SIANO TENUTE 
PER PARENTI LORE SATISFARE. 

Quelli che romangono eredi de coloro che morono, 
sì sonno tenuti a tutti quanti i debiti de coloro in cui 
luoco elli succedono per qualunque muodo, o parenti 



(1) Cioè {egli) puoi {può). 



— 78 — 
che siano o altre persone de le quale elli sieno erede, e 
de resti tutte quelle cose, le quale coloro di cui sonno 
erede avesseno aquistate illicitamente, e ancora degli al- 
tre danni fatti per loro per modo de rapina o per modo 
d' usura. Ancora sappi che se la podestà overo el giudici 
vero altri ufiziali o tistimonie riceveranno alcuna pe- 
cunia per dare alcuna sentenza o per fare alcuna tisti- 
monianza, ciascuno de loro è tenuto a restutizione. Avenga 
che la sentenzia sia giusta e la tistimonianza sia bona e 
sincera. Ancora uno accusare uno altro ingiustamente; 
costui è tinuto a restutizione de tutto el danno el quale 
averà receuto per quella cagione colui el quale fo accusato. 

De la forma de la restutizione. 

La forma de la restutizione si è questa che sempre 
se dei fare a coloro che saranno stati robati o dannificati 
overo a le loro rede se se possono trovare, ma se no se 
trovano o no si sanno questi dannificati, a V ora con con- 
seguo del suo penitenziere si faccia la distribuzione de 
quella cosa in cose de piatade e de misericordia se 'l ve- 
scovo no se 'l vole retenere a sé; in perciò che di ra- 
gione apertene a lui de fare quella cotale distribuzione, e 
spizialmente si spendono in lemosine di povare e in re- 
comparameuto di prigione (1). Ma se colui el quale è tenuto 
de satisfare, no pò pagare, o vero che pò, ma no senza 
gran pericolo de se e de la fameglia sua, nel primo caso, 
ciò è quando no pò satisfare, ma per tanto se ne dolga 
e abia proponimento de restituire el più tosto che porà, 
sì pò essere assoluto e farne penitenzia. Nel secondo caso, 
ciò è quando no pò senza grande pericolo, comò ditto 

(1) Priffioni cioè prigionieri. 



— 7i) - 
è, si domandi termine e induzio da coloro che saranno 
dannificati, o vero eh' eglie assegne loro certa parte de le 
rendite suoi amichevolmente, de la quale si sadisfaccia a 
loro successiva mente, e faccia bona promessione e cau- 
zione di ciò. Ma se tutti quanti negaranno a lui de farli 
termine e alcuno induzio, a l'ora si dei ed è tinuto de 
refiutare a tutti e' suoi beni , e d' eglie bene satisfare a 
volontà de coloro che sonno stati dannificati. Ma quando 
no si sa a cui se debia fare la detta sadisfazione , a l'ora 
si faccia secondo eh' io dissi di sopra. E se no volesse 
satisfare secondo la detta forma, no sono ardito di pro- 
metterglie sicurtà. 

Del furto. 

El furto si è uno contrattamento della cosa altrui 
contro a la volontà del signore di cui è la cosa. In per- 
ciò die se alcuno tol lesse alcuna cosa con volontà de co- 
lui eli' è, no conimette furto. Ancora se alcuno facesse 
alcuno furtu, e no pensasse che '1 signore volesse che 
l'avesse fatto, ma per tanto esso signore voleva, a l'ora 
elio peccarla mortalmente per la mala intenzione che 
l'ave, ma non è tenuto a restutizione. Ancora colui che 
tolle a vettura o in prestanza cavallo, buove, somiere o 
altra cosa per andare con essa infino a certo luoco, e 
elio vada poi con essa cosa presta (1) più volte che non è 
quello luoco si commette furto s'ello no credesse de que- 
sta cosa piacere al signore de la cosa. Ancora commet- 
terla furto colui che prestasse ad altrui la cosa che non 
è sua, che fosse prestata a lui senza volontà del signore 
di cui è la cosa. Ancora se la cosa furtiva perisca per 



(1) Cioè presa a prestilo. 



— 80 — 
alcuno caso fortuito, no per colpa di colui che V h, sì 
n' è tinuto a restutizione. Ancora quando altri è tinuto de 
restituire alcuna cosa ad altrui si è tenuto di rendare 
quella cosa propria o vero la stima de quella medesima 
cosa secondo che quella cosa fo di maggiore valuta. An- 
cora se alcuno compera la cosa furata ingnorantimente, a 
bona fede, e in mercato publico, e publicamente, no porà 
poi domandare ei prezzo, che averà pagato in essa, dal 
signore di cui era la cosa s'ello saverà eh' è la cosa sua; 
ma poderà raddomandare quello prezzo, che ci averà 
speso, da colui che T averà venduta a lui. Ancora sappi 
che de la cosa furata e de l' osura , se se sa fermamente 
a cui se debba fare la restutizione , che d' essa no se pò 
fare lemosina, in per ciò che l'autorità dice se alcuno 
dà tutto quello che toUe piìi accresce el peccato che no 
lo scema, in per ciò che tolle materia de restituire. An- 
cora se alcuno trovarà alcuna cosa altrui sì 'I dei fare 
dire ne la chesia o bandire per lo trombadore, e se no 
se trova di cui sia la decta cosa, a l' ora di conseglio del 
suo penetenziere la dei spendare per Dio in opere de 
piatade. Ancora se alcuno per necisità de fame e di sete 
de fredo furarà ad altrui alcuna cosa da mangiare o da 
bere o de vestimento, e sarà in tal stato che s' elio no 
furarà no crederà podere scampare la morte, questo co- 
tale no cornetti furto e no pecca, in perciò che la ne- 
cisità non à leggie. E secondo la maggiore e la minore 
necesità così nel furto si comette il peccato maggiore e 
minore. Abiamo decto de sopra de la forma de la resti- 
tuzione commo se dei dare conseglio sopra a ciò a colui 
che se confessa in vita sua. Mo vidiamo commo questo 
se deie fare ne la morte. E prima doviamo savere che se 
lo 'nfermo averà la pecunia apparecchiata, sì la faccia 
venire incontenente, sì che se restituisca a coloro ai quali 
se dei ragionevolmente a volontà del sacerdote o viva elio 



— 81 — 
mora. Iq perciò che se volesse rendane solamente se 
morisse e no volesse rendare se guarisse , a V ora se co- 
gnosse che non è in buono stato; e se no avesse la pe- 
cunia apparecchiata, e à pegni suffiziente acciò eh' elio 
faccia dipogitario ad alcuna persona bona, si che '1 sacer- 
doto sia de ciò bene securo, e se no à pegne in cose 
mobili sì piglie el sacerdoto cauzione e sicurtà sutTiziente 
cJje uno altro prometta per lui e faciali la ricolta a vo- 
lontà del sacerdoto. E se questo no pò fare si assegni al 
sacerdoto alcuna possissione o vero vendita di fructi o d'al- 
tro che questa cotale cosa elio la possa vendare e farne 
tutte quelle cose che sopra ciò saranno da fare sì commo 
elio vivisse; e di ciò si faccia bona carta, se se pò, altra- 
menti sì ci abbia sette o cinque testimonie almeno, i 
quali siano maschi e no feniene. Ancora se la moglie 
e' figliuoli di costui rimangano sì povari che siano costretti 
de mendicare, niente meno prenda da costui la cauzione 
s' elio la pò avere, altramente rassegne al sacerdoto tanto 
dei bene suoi che bastino. E se no averà tanto quanto 
elio sarà tenuto de restituire, lascie e renunzii ciò che 
r à ne le mane del sacerdoto , e poi porà lasare a' suoi 
figliuoli e a la moglie secondo che agli altre povare si 
commo io dissi de sopra. E questo intende che se pò fare 
quando no si sa a cui se debba fare la restutizione. Ma 
quando si sa , a T ora se dei fare la restutizione a loro. E 
se no se pò fare in uno anno, facciase in piìi. Ma in que- 
sto caso quando se 'nduzia si è per bisogno che quello 
cotale induzio e termine si domandi e abbiase de coloro 
ai quale se dei fare la decta restutizione, e fatto questo 
si glie dia el corpo de Cristo, e se lo 'nfermo no volesse 
fare questo, io no glie darla i sacramenti de la Chesia se 
no gli addomandasse in pubblico e questo no confessasse 
occultamente, e non è diffamato d'usura e di rapina, ma 
eziam dio l' è publico usuraro o ractore e no se confes- 

Yol. VII, Parte I. 6 



— 82 — 
sasse vero ch'elio confessasse e no volesse restituire. 
Allora glie se vogliono negare i sacramenti de la chiesa e 
ancora la sepoltura, e se questo cotale publico usoraro 
ractore si more di subito e ebbe in sé segni di contri- 
zione, e r erede suoi vogliono sadesfare per lui, alora 
se dei recevare a sepoltura e dese orare per luio. Que- 
sto medesimo dico de lo scumunicato publica mente, che 
s'ello averà auto signi di contrizione in sé, e more di 
subito senza penitenzia , eh' elio debia essere asolto e 
eziam dio de po' la morte, se le rede suoi overo altri 
per lui vorranno satisfare de quella cagione per la quale 
el era suto scomunicato. 



De l' usure e d' i pegne e in quanti modi 
SI commette l' usura. 

Dobiamo sapere che l'usura no se commette se no 
ne in quelle cose tanto li quali consistino ne la prestanza, 
ciò é in peso, in numero e in misura. E in ciò che dice 
in numero se 'ntende onne generazione di moneta. E av- 
venga che Posura sia in tutto vetata, in pertanti sono 
aliquanti casi ne' quale ella se concede. E '1 primo si é 
quando la possessione de la Chiesa che sarà assegnata al 
chierico in suo benefizio, e laico si la tene ingiustamente 
e per forza. Alora pò el chierico [ricevare?] i frutti de 
quello benefizio oltra a la sorte vera. L' altro caso si é 
se alcuno darà a uno suo génaro alcuna possessione per 
dota de la sua figliola, in pegno quello suo génaro pò re- 
cevare tutti i frutti de quella . possessione no contandeli in 
lo pegamento né in sorte. E questo é permesso da la ra- 
gione per lo 'ncarco del matrimonio che se possa soste- 
nere. L'altro caso si é se la recolta pagarà l'usura al 
creditore si li pò aradomandare al creditore al quale averà 



— 83 — 
fatta l' aricolta. Ancora secondo V usanza de Roma se tu 
me dovevi dare cento soldi in certo espresso termine, e 
tu a quello termine no averai pagato, per la quale ca- 
gione me covène acatare la pecunia in prestanza d'altrui 
a usura per fare i miei facti, tu alora se' tinuto de ren- 
darme quella usura s' io T averò pagata e s' io no V a- 
varò pagate se' tinuto de farmi liberare e asolvare de 
quella obligazione. L'altro caso si è se alcuno averà com- 
perato grano, vino, olio o castagne o atra (sic) cosa simile, e 
de questo glie dà tanti denari che se pò dubitare che la 
cosa vaglia o più o meno, e questo se vole cercare e 
rinvenire da' vicini che siano savii e discreti i quali anno 
veduto e vegono el biado in erba e stimano che tanto 
possa valere. Se colui che compera ne dà tanto che an- 
cora se ne dubiti de' buoni lavoratore che possa valere 
meno a novello e ancora piii, no cometti usura quando 
valesse piìi a novello el grano che quello comperatore 
non à dato alora. Semegliantemente no è usura quando 
alcuno vende el grano o vino o castagne o altre cose 
simile quanto elle varranno per tutto el mese de maggio 
siche s' arechi a modo no quanto valesse uno dì al più 
ma quanto valse in più di o in più mercati o vero quanto 
valse per una setomana. Ancora coloro che danno e pre- 
slino i loro denari a terzo guadagno e stanno a lo risco 
e piricolo de la terza parti, e ancora danno a mezzo 
guadagno e ricevono in loro la mezza parte del pericolo 
e del risigo? Sopra questo dicono i savii che, se le spese 
se fanno comunale secondo che toccarà per parte, e in 
questo si contino le fatighe e l'opere, le quale metterà 
colui che toUe la pecunia a mercatare, che no è usura. 
Sopre a quello eh' è ditto di sopra de vendare e de com- 
perare a termine non è da consegliare ninno che sicura 
mente facia quello guadagno che malagevole mente pò 
essere che la intenzione in ciò no sia corrotta, e più se- 



— ,si. — 

cura cosa è da guardarse da questi colali contralti. An- 
cora l'altro caso si è questo. Alcuno accomanda a uno 
altro senza pacto veruno sua pecunia o grano o castangne 
altre cose simili e la sua principale intenzione si fo de 
guadagnarne, e altramente no li averìa data. Se questo 
cotale poi receve servizio niuno da colui d'alcuna cosa 
vero de la persona sua in ciò che l' à lavorato ne la sua 
vingna o nel suo canpo o in altro modo, ciò che costui 
ne riceve si è usura. Ma s'ello averà facta prestanza per 
modo d'amistà o de carità, se poi ne receve alcuno ser- 
vizio non è usura. Ma quando el creditore redomanda i 
suoi denari al debitore, e al postucto vole che gle siano 
areduti e alora el debitore gle fa alcuno servizio per la 
decta cagione, el creditore per questo servizio gle darà 
alcuno termine, el quale no gle darla altrimente? si è 
pecato a recevarlo. E questo s' entendi così che quando 
alcuno presta ad altrui per carità o per amistà, e la sua 
principale intenzione fo de prestarli per Dio, e avegna 
che ne spere d' averne alcuna cosa temporale di guadan- 
gno, per tanto non è pecato. 

Se la pena posta nk' contragti se pò adomandare 

SENZA pericolo D' USURA. 

Alcuno altro caso si è che la pena che se pone 
ne' contracti de la prestanza , se quella pena almeno se 
pò adomandare senza pericolo d'usura. E a questo respondo 
brevemente che se quella pena eh' è posta senza fraude 
ciò è che per paura de la pena e palli s'oservino, alora 
no è usura , se no è usuraio colui eh' el fa con questa in- 
tenzione che possa guadagnare questa pena. Ma secondo 
i teologi la pena no se pò adomandare, ma sola mente 
el danno che '1 creditore averà soslinuto per la ditta ca- 



— 85 — 
gione. Ma se no per malizia , ma per no potenza el pacto 
no fo oservato, seria aiora pecato de domandare la pena. 
Ancora l'altro caso si è che se alcuno vende una sua 
posesione o canpo a questo pacto e con questa condi- 
zione agionta: Io te vendo questa posisione, e qualunque 
ora tu averai o da me o da mio hereda i tuoi denare, 
io averò da te el mio canpo overo posesione overo la 
mia ereda , overo s' io te rendo i tuoi denari in fino a 
sette anni overo ai nove o altro simile termine, se questo 
contratto è decto usuraio o no? A questo dico che no è 
usura se no fosse facto in frode d' usura che se pò sa- 
pere innanze in ciò che '1 prezzo è picolo, inperciò che 
la cosa vale forse el dopio più che ne è el prezzo o tre 
cotanti, e alora seria usura, ma avengha che no si dia 
tanto quanto vale la cosa e dàsene poco meno, no credo 
che sia pechato. Ancora quando la terra o la posesione 
si dà pengno e no se contano i fructi ne la vera sorte 
prestata e di pagamento, questo si è usura. Ancora coloro 
che prestano loro biado vecchio de qualunque generazione 
se sia per aravere el nuovo, usura cometteno; in perciò 
che vogliono aravere cosa migliore. Ancora sappi che gli 
userari publici no se debono recevare a la comunione 
de r altare ne' d' oferte né a sopultura cristiana s' eglie 
moriranno in questo peccato. Ancora sappi che in caso 
penetenziale e gli userare tutti e le loro erede senza du- 
bio veruno sonno tenuti a restrizione de tutti T usure 
eh' anno fatto , se possono altramenti facciano el loro po- 
dere e dolgase de quello che no possono e propongase 
neir animo loro de restituire se pervirranno a migliore 
fortuna. E questi cotale che no possono si debbono do- 
mandare induzio overo remissione per via de limosina da 
coloro ai quale sonno tenuti de restituire o da l'erede loro. 



~ 80 — 
Dkl clerico usuraio. 

Se alcuno «hierco sera usurario o romarà erede 
d'alcuno usuraio e no vole satisfare, sì sia sospeso da- 
r ofizio suo. E se al lutto sera fermo de non rendare, 
sì sia desposto, ciò è se no se ne rimanesse. 

Se de le cose no legetimamente aquistate 
se se po fare llmosina. 

Alla quistione fatta in questa rubrica rispondo bre- 
vemente che de l' usura de la rapini del furto e deglie 
altre guadangne no liciti no se pò fare lemosina. Ma del 
guadangno fatto de malije e de incantagione e de le me- 
retrice e del giuoco se pò fare. E avenga che molti savii 
aviano ditto che 1' omo sia tenuto a restutizione de quello 
ch'elio guadangna nel gioco, mo da' savie no è tenuta 
questa oponione, ma dese spendare questo cotale gua- 
dangno in piatose limosine e operazione, e s' elio* no re- 
stituisse credo pertanto che doverla essere asoluto, e così 
se osserva mo ; se no V avesse già guadagnato per froda 
per fausi dati (1) o per altro inganno del prossimo suo. 

Quale persone no possono fare limosina. 

Questi persone sonno quelli che no posono fare li- 
mosina , ciò è el monaco senza licenzia del suo abate. An- 
cora el figliuolo che è ne la podestà del padre, e la 
molglie; ma pertanto la molglie pò bene fare limosina 
de i beni del marito suo, ciò è del pane e del vino e 
de r altre cose che per bona e approvata usanzza sogiono 

(1) Cioè falsi dadi. 



— 87 — 

appartenere a' dispensazione de le molglie. Et dei questa 
donna fare le iimosine tenperatamente la facilità del ma- 
rito suo magiore e minore secondo la moltitudini e la 
necisità d' i pòvare, e dese formare la consienzia sua sì 
che no dispiaccia al marito. Avenga forscie che alcuna 
volta el ditto suo marito li abia velato co la bocha, in 
per ciò che i marite sogliono fare cotale vetamento ale 
molgli loro asolutamente a ciò che per quello cotale ve- 
tamento si temprino no da tutto, ma di no passare el 
modo convenevole. Po ancora formare la cosienzia de la 
qualità e de la miseria d' i povari pensando che se '1 
marito el vedesse sì glie piaceria in nonni modo che se 
glie fesse. limosina, ma se al tutto e precisamente dica a 
la molglie per consienzia che al marito despiace e scan- 
deleggiassene, diponga la consienzia sua s'ella pò altra- 
mente no dia cosa niuna, e ella si dolga che no pò dare. 
En somma doviamo savere che s' ella dà limosina conve- 
nevole per se e per lo marito suo, facendo el facto co- 
comunale, avenga ch'ella crede che dispiaccia al marito 
suo s'ello el sapesse, no pecha per ciò, s'ella noi fa- 
cesse contro el comandamento espresso del marito ciò è 
eh' el marito el saverà, ma àglielo vetato e no dei fare 
limosina, quando de ciò el marito se ne scandelegia o 
crociase molto contro di liei e turbasene in sé. Imperciò 
che spesse volte è usanza de dubitare de questo se la 
molglie pò fare limosina di bene del marito suo, perciò, 
quanto io ò poduto, questo dubio ò dechiarato in questo 
luogo perchè questa costione spesse volte curre per le 
mane. Ancora se la molglie à el marito suo prodigo 
e scialaquatore che in male modo spenda i beni suoi, s'ella 
nascosamente e colatamente se riserba alcuna cosa de i 
ditti bene per provedersene a sé e al marito suo e ai 
figliuoli, no pechà e no è tenuta d'ubidire al marito 
s' elio li comandasse eh' ella glie desse onne cosa che 



— 88 — 
l'avesse aradunato. Ancora se la molglie avesse alcuna 
cosa paternale ciò è che sia fori de le doli suoi e che 
no siano asegnali in dola, de quelli cotale cose ne pò 
dare secondo eh' ella vole senza licenzia del marito. An- 
cora ne la morte pò la molglie fare testamento de la 
dota sua senza volontà del marito suo, ma no pertanto 
pò privare el figliuolo e le rede suoi de la loro ragione. 

De' Sacramenti de la Chesia. 

Sacramento tanto è a dire quanto segno de cose sa- 
cra. Le spezie de questi sacramente de la Chesia sonno 
doi, che alquanti sacramenti sonno di nicistà e aliquanli 
di volentà. E Sacramenti de nicisità sono cinque: ciò è 
batisimo e confermazione, eucarestia ciò è el corpo de 
Cristo, penilenzia e strema unzione. E sacramenti de vo- 
lontà sonno doi, ciò è ordine e matrimonio. E per ciò 
sonno ditti quelli cinque de necesità per ciò che se alcuno 
glie desprezzasse e contendesse no volendoglie pigliare e 
ricevare come se dei, no seria inne stalo de saluti. E 
r altre da ciò è V ordine clericale e 'l matrimonio sonno 
inn'albilrio, che se tu glie vogli pigliare, se puoi, altra- 
mente non ne se' tenuto, e sappi che questi sacramenti 
no se debono dare se no a coloro che se pentono bene 
de' loro pecati , ciò è de' pecati manifesti. In per ciò che 
per gli occulti peccati e sacramenti no si possino negare 
a ninna persona, onde quando el sacerdoto sa certamenti 
che uno suo parofiano sia in peccato mortale privatamente, 
e domanda publicamenti el corpo de Cristo, no glie se 
dei negare, in perciò che Cristo el diede a Giuda, avendo 
elio già peccato mortalmente, e questo fo ne la cena 
eh' elio fece coglie disipoli suoi. Ma pertanto se pò pri- 
vatamente e se dei ammonire ch'elio no receva così den- 
gno e grandi sacramento stando in quello pechato e que- 



— 89 — 
sto facia, se pò, senza scandolo. Ancora sappi che ciasche- 
duno cristiano o cristiana s' elio è in età è tenuto almeno 
una volta l'anno, ciò è ne la Pasqua, de recevare el 
corpo de Cristo, ma prima confesarsi bene d'i suoi pe- 
chati, altramente secondo el detto di molti savii pecha 
mortalementi, in perciò che fa contro el comandamento 
de la Ghesia. 

De la iterazione de' Sacramenti. 

Qaanto a la iterazione d' i Sacramenti terrai questo 
che quasi secondo che dicono tutti i dottore, questi tre 
Sacramenti ciò è el batisimo e l'ordine clericile e la con- 
fermazione la quale fa el Vescovo, già mai no se debono 
iterare, ciò è prendare più d' una volta. Ma qui si dubita 
s'altri è batizalo o no; imperciochè forsi no fo batigiato 
commo se convene, secondo che seuole (1) intervenire ne 
r articolo de la morti debba el prite dire così : Io no te 
ribategio, ma se tu no se bategiato, io te bategio al 
nome del padre e del figliuolo e de lo spirito santo, e 
bategiase sì in tale modo eh' el capo e tutto la faccia se 
bangni de l'aqua, e questo intendi che se vole fare quando 
no si batiggia ne la fonte del batisimo, secondo che se 
fa el sabato santo. In perciò che a l' ora tutto quanto 
s' atuffa sotto. Ancora quando el fanciullo se batizza in 
articolo de morti ed è batigiato secondo el debito modo 
no se dei piìi rebatizare, ma debisi adinpire quello che 
e' è rimaso a fare ciò è tutto l' ofizio che se fa innanze 
al batisimo che si chiama exorcisimo e chathetisimo. An- 
cora si debono ammonire le donne ne la chiesia che fa- 
cino batizare i loro figliuoli fra otto dì e ancora innanzi 
se vedesero che podesse intervinire pericolo de morte. 

(1) Per suole. 



— 90 — 

In perciò che le debono savere che se i fanciulli morono 
senza batisimo ne vanno a limbo de lo 'nferno e già mai 
no vederanno la faccia de Dio. Ancora debono savere che 
quando nascie el fanciullo sicché tutto el capo sia uscito 
fore se '1 baleza no vale niente, ma quando el capo es- 
scie fore , se '1 fanciullo vive ancora e solamente el capo 
se bateggia si è batizato perfettamente. Questi cose no 
sonno da predicare, ma posse dire a loro in confessione, 
ma scrisse questi cose in perciò che spesse volte inter- 
vengono , e là ove una anima se pò salvare e danare li se 
dei avere magiore chautela. Ancora sonno d'ammonire le 
feraene e questo si è ancora da predicare che le sapiano 
dire questi parole quando el bateggiano. Io te bateggio 
al nume del padre e del figliuolo e de lo spirito santo. 
In perciò che s'elle diceseno solamente : io te batezo e no 
dicesono : al nome del padre e del figliuolo e dello spirito 
santo non è batigiato. E ancora s'elle diceseno solamente 
al nome del padre e del figliuolo e de lo spirito santo , e 
no diceseno : io te batiggio no vale niente. Tucti gli altre 
sacramenti ciò è la penitenzia , T eucharistia , la strema 
unzione e'I matrimonio senza dubio se posono reiterare, 
onde quantunque volte altri inferma, tanti volte se pò 
ongiare con l' olio de gì' enferme senza pericolo, E quando 
el sacerdoto darà el corpo de Cristo ad alcuno infermo 
innanze che se parta da lo 'nfermo sì 'l dei ammonire 
eh' elio incontenenti adomandi l' olio santo s' elio venisse a 
pericolo de morte , in perciò che no seria forse in suo 
senno. E questo si è molto notevole cosa. Ancora se guardi 
diligentemente el sacerdoto che no dia el corpo de Cristo 
ad alcuna persona che no sia bene in suo senno: siche 
conosca bene e apertamenti quello che gli è dato quan- 
tunque lo 'nfermo sia stato bene confesso d' i peccati suoi , 
secondo che no se dei dare a' fanciulli piccoli ne la pa- 
squa i quali sonno senza peccato. In perciò che no sonno 



— 91 — 

in tale etade che conoscano bene el corpo de Cristo. Ma 
la strema unzione se pò bene dare e desi dare se T è fora 
de la menti ; ma meglio è de darlo quando conoscie el 
sacramento. E perciò data la penitenzia a lo 'nfermo e 'l 
corpo de Cristo, a l'ora el sacerdote dei dire a lui ch'elio 
adomandi l'olio santo, el quale glie sia dato se 'l sarà a 
r ora bisogno , etiamdio se non fosse alora in sua menti. 
E poiché l'averà così domandato, selse (1) porà dare a onne 
ora. E guardase bene el sacerdote che no lasino morire le 
persone senza questi sacramenti , in perciò che pecarìano 
molto gravemente , e sonno tenuti e debbono visitare gì' eu- 
femie avvenga che siano dimandati da loro e ammonirgli 
che piglino penitenzia e gli altri sacramenti. 

De la consacrazione de la ghesia. 

Doviamo sapere che in tre case la ghiesa si dei re- 
consecrare. L' uno si è quando se dubita se l'è consecrata 
no ; in perciò che no appariscie ninna scrittura di ciò 
ne' libri de la Chesia overo in tavola de marmo ; né no 
appare ancora alcuna testimonianza né de veduta né d'u- 
dita; in per ciò che ciascuna de le dette prove bastarla 
acciò. L' altro caso si è se la Chesia sarà arsa intanto che 
la sia disfatta per l' arsicciume sì che tutta sia scortecciata ; 
l'altro caso si è s'ella sarà disfatta da' fondamenti e rifatta 
di nuovo overo de quelle medesime petre overo d'ai tre. 

De la reconchjazione de la chesia. 

Per r omicidio o vero per l' adulterio la Chesia no 
se dei reconsecrare, ma dese reconciliare; la quale recon- 
ciliazione pò fare el Vescovo; ma per sinplici sacerdoti, 

(t) Cȏ glisi. 



— 92 — 

ciò è che no siano vescovi, no se pò riconciliare. Ancora 
se la chesia no consacrata sarà polluta e sozzata de seme 
d'omo de femena o de spargemento de sangue sì se 
dei lavare co T aqua benedetta. E questo se pò fare per 
onne sinpiici sacerdolo. E quello eh' i' ho ditto che la 
Chiesa si sozza per spargimento di sangue sì s' entende 
quando sangue si spargesse per contesa o per ciuffa che 
fosse da uno a un altro per grande abbondanza no per 
piccola , né per lieve cagione, ciò è se alcuno forse conten- 
dendo co l'altro facendo vista d'andare addosso sì glie leva 
uno poco di buccia de qualche luogo co l'unghia, laonde 
n' escie uno picolino de sangue e spizialmente quando colui 
che fa questo no ha intendimento de trargli sangue. An- 
cora se cadendo alcuna petra overo legno de la Chesia ne 
moia lì alcuna persona, overo se alcuno furioso o pazzo 
si getterà da alto overo per sua propria percossa sarà 
morto, a lora la Chesia si vorrà reconciliare. Ancora se 
nella Chiesa alcuno sarà ferito a morte e poi moia in casa 
sua , lì si dirà che sia morto là ove fo la cagione de la 
morte. Se la polluzione del sangue de T omo o de la fe- 
mina, s'ella sia fatta polluta fornicando overo adolturan- 
do, dico che per la polluzione fatta in sogno no è biso- 
gno de reconciliare la Chesia. Ma se 'l marito rende el 
debito suo a la moglie overo la moglie al marito, o eglie 
operavano lì per cagione d' avere figliuoli , per questi casi 
se dei reconciliare la chesia. E ancora per lo peccalo so- 
domitico fatto lì. Ma per l'occulta e privata fornicazione 
overo per 1' adolterio occulto no se dei reconciliare , ma 
per la manifesta. E ancora quando di ciò ne fosse pub- 
blica fama overo alcuno de loro se confessasse pubblica- 
mente quello peccato essere fatto in quella Chesia, a l'ora 
si vole reconciliare. Ma perchè el sacerdoto sapia che quella 
chesia essere sozzata per alcuna cagione in confessione o- 
vero per altro qualunque modo, da poi che no è manife- 



- 93 - 

sto tra più persone , niente meno faccia V ufizio de la 
detta chesia. Ancora doviamo sapere che se 'l sangue u- 
scirà ad alcuno de naso o de deto tagliato o in altro 
modo e spargese per la Chesia, se questo no adivene per 
contenzione o per ciuffa che sia fatta fra doi o più no se 
dei per ciò la Chesia reconciliare. Ancora per lo tramu- 
tamento de l'altare o vero per rompimento de la petra 
de r altare no se dei la Chesia reconsecrare tutta , ma 
solamente l'altare. In perciò altre è la consecrazione de 
l'altare, altro è quella de la Chesia. Quello eh' è ditto de 
sopra de la petra de l'altare sì se 'ntende o vero che la 
sia guasta a tutto, o vero che la sia rotta malamente, o 
vero che la congiuntura sia commossa, la quale s'accosta 
a lo stipite, el quale stipite è detto legno o vero muro 
co lo quale si congiogne la petra consecrata. In però che 
nella congiuntura spezialmente se 'ntende che sia la con- 
secrazione de l'altare. Ancora sappi che le palle de l'al- 
tare, ciò è le tovaglie e le veslimenta de l'altare le quale 
tene el sacerdoto a la messa, e corporale no se debono 
convertire in alcuno uso laicale, ma quando per molta 
V vecchiezza se consumano sì se debono ardare, e la cenare 
riporre ne la Chesia sotto del fondamento overo in altro 
luoco sacro e onesto ne la Chiesa aciochè no se calpiste 
co li piedi da coloro ch'entrino ne la Chesia. Ancora sappi 
che corporali no si debono lavare per femene, ma per 
chierici honesti, e senpre le tengono bianche e nette, al- 
tramenti coloro che noi fanno sì peccano gravemente ; in 
perciò che sonno alquanti che li tengono tanto sozze i panni 
nel quale involgono el corpo de Cristo che se vergogna- 
nano e averianlo a schifo de tenerli tanto sozze ne la 
mensa loro laicale. 

(Continua). 



AL COMM. FRANCESCO ZAMBRINI 

ACCADEMICO DELLA CRUSCA 
DIRETTORE DEL PROPl.'GNATORE 



Nella pubblica Biblioteca di Ferrara tra i vari codici 
importanti se ne conserva uno contenente una Cronaca, 
la quale dal 1347 va insino al 1403 o in quel torno. 
L'autore, che si dichiara fiorentino, dice aver egli ristretto 
quanto si truova nel libro del Villani. Se la cosa stesse 
proprio nel modo, eh' esso accenna, mi sarei ben guardato 
dal mettervelo innanzi, perchè ne offeriste un saggio ai 
lettori del vostro Propugnatore : avvegna che la materia 
siffatta dai tre Villani sia egregiamente trattata. Gom' egli 
s'inducesse a confessarsi abbreviatore del Villani, io non 
vi saprei ben ridire: perocché la cronaca di quei tre non 
procede piiì là del 1363, e questa si continua ai primi 
del secolo XV. Un tal fatto mi pare sufficiente a rendere 
accettevole una simile scrittura, la quale tra per la sem- 
plicità e per l'eleganza non può non acquistar grazia presso 
coloro, che amano il buono e il bello delle nostre lettere. 
Anzi mio gran desiderio sarebbe che questa piccola parte, 
la quale ora se ne divulga, invogliasse qualcuno a pigliarsi 
là fatica di publicare il libro tutto intero, e così accrescere 



— Ori — 
una nuova gemma alla corona degli storici nostri. Quanto 
tesoro giace ancora nascosto nelle nostre librerie 1 Dopo 
i Villani, per quasi un secolo, ritenendosi che la lingua 
volgare non si porgesse acconcia ad esporre gli avveni- 
menti di questo o quell'altro popolo, fu preferito il latino 
e con quale vantaggio lasciamo qui di ragionare. Questo 
nostro Cronista , oltre al riempire somigliante vuoto , ci 
fornisce altresì una copia di voci e di frasi, che cerchere- 
sti invano nei nostri reputati vocabolari, e che pur tutta- 
via riescono espressive e graziose d' assai. E a cui non 
piacerà il verbo capitulare nel significato proprio di re- 
care a capitoli, ridurre in tanti capi, donde poi il tras- 
lato venire a patti ? Ma vedo già che io entrerei in un 
campo, dal quale non sarei per uscire così tostamente, e 
che la mia lettera occuperebbe <allora maggiore spazio, 
che r aureo dettato, il quale ò trascritto per un segno no- 
vello della molta stima ed amicizia 



del vostro 

Crescentino Gl.nnini 



Da Ferrara nel Decembre 1873. 



In questo libro , el quale è estratto con molto minore 
brevità , che non è in quello; cioè del ^libro o cronaca nominata 
volgarmente e scritta di Giovanni Villani, sono scritte le cose 
vero notate con sommaria brevità le cose, se non tutte, 
almeno in grandissima parte, che sono state in Firenze, in 
Toscana et altrove, secondo che particularmente e capitulate 
qui di sotto sarà scritto. E perchè e Perugini avevano asse- 
diata Cortona, comincieremo col nome di Dio come e Senesi 
per forza sì la soccorsono, e rubricheremo in questo ogni co- 
minciamento di ciascuno anno, e capitoleremo le cose avve- 
nute in nell'anno, come è detto, cominciando di Marzo nel 
1358, posto che questo primo capitolo sia del 1357, pochi 
di'; cioè VII, innanzi al id8. 

E Sanesi con la compagnia di Anichino et altri loro sol- 
dati in numero di MVIII barbute a di' XVIII di xMarZo 
MCCGLVII mandarono a soccorrere Cortona, la quale e Peru- 
gini tenevano assediata con le bastie. I Perugini arsono la ba- 
stia loro da Camuscia e ridussonsi in nelle altre più forti. I 
Cortonesi sentendosi l' aiuto presso , arsono una altra bastia 
pur de' Perugini, che era sopra la città. 

Messere Andrea Salimbeni trattò di dare Castigiioncello 
a' Perugini per fiorini XIII. Et in sul fatto si pente e fugli 
tolto, e dato nelle mani de' Sanesi. 

Et essendo l'oste delli Ssnesi, bene in punto, venuto presso 
a quello delli Perugini; e, non sentendosi e Perugini potenti 
alla difesa, si partirono dallo assedio di Cortona, abbandonando 
ogni loro bastia, salvo che quella di mezza costa. I Sanesi 
giunti al'Orsaia a di' XXX di Marzo 1358, misono in Cor- 
tona chi parve loro; et a di' XXXI si tornarono in verso e 
terreni di Siena, e così fu liberata Cortona con vergogna delli 
Perugini. 

Giunta la novella a Perugia, si levò el popolo a romore, 
volendo pure uccidere Leggieri di Andreotto , che aveva prin- 
cipiato questa guerra e che era capitano in nel campo; se 



— 97 — 

non che egli si nascose, e poi a pochi di' fecie di notte sua 
scusa a certi maggiori cittadini e tornò in grazia. E misonsi 
in punto e Perugini a vendicarsi contro a' Sanesi , e feciono 
loro capitano Simeduccio da Santo Severino. 



Del re d'Inghilterra. II. 

Avendo il re d'Inghilterra libero di prigione il re Davit 
di Scozia, suo cognito, e volendo pur anco fare pace col re 
di Francia, fece in molti reami bandire una grande festa pel 
di' di santo Giorgio prossimo. 

De' Fatti di Pisa. lU. 

Tenendo pur e Pisani el porto di Talamone con le otto 
galee, come toccammo addietro, e non guardando e Fioren- 
tini io spesa per vendicarsi de' Pisani, ben che ogni di' eglino 
profersono pace con ogni vantaggio e franchigia , più che mai 
avessero e Fiorentini in Pisa. Non di meno e Fiorentini fe- 
ciono armire in Provenza dieci galee e quattro in nel regno > 
e runa armata doppo l'altra venne del mese di Marzo, e ca- 
riche di mercatanzie. E più tempo stetteno da porto pisano a 
Talamone, tenendo sicuro el mare e conducendo molta raer- 
catanzia, e presono uno legno de' Pisaui, e senza fargli altro 
male, lo feciono scaricare a Talamone, e riteuneno e Fioren- 
tini cinque guardie , e mai quelle de' Pisani ardirono a fare 
resistcnzia. Costò al nostro comune circa fiorini sessanta mi- 
lia, e fu la prima armata che mai facesse in mare. 

De' fatti di Parigi. IV. 

Il reggimento di Parigi, che era in mano di tre stati, per 
operazione del proposto de' mercatanti, fu ridotto solo alle mani 
delli borghesi , esclusone e baroni et e prelati. E per questo 
el Ballino male contento n'andò ad Orliens. 

Voi. VII, Parie I. 7 



— J)8 — 

De' fatti dì Perugia, di Siena e di Cortona. V. 

Molto s' affaticarono e Fiorentini con loro ambasciadori 
per metter pace fra e Sanesi e Perugini, e trovarono e Sanesi 
bene disposti; ma non poterono mai vincere la ulterigia delli 
Perugini. E quali di nuovo riposono l'assedio intorno a Cor- 
tona ; e , fortificatolo , a di' nove di Aprile passarono in su 
quello di Montepulciano con mille ottocento barbute, et ac- 
camparonsi a Greggiano, e la gente de' Sanesi si stava a Tor- 
rita alla difesa, e quali erano intorno di mille secento barbute. 

L'oste de' Perugini, che era a Greggiano, richiese quello 
de' Sanesi di battaglia. Anichino loro capitano preseci guanto 
et accettolla; ma non piacque a' cittadini sanesi, che v'erano, 
e presono indugio otto di', I Perugini, non aspettando el ter- 
mine, l'altro di', a di' dieci d'Aprile, vennono colle schiere 
fatte presso alle mura di Torrita con intenzione, che, se e 
Sanesi per viltà fuggissono la battnglia , pareva loro avere 
racquistato loro' onore, e sarebbono venuti a pace con loro. 

I Sanesi anco con intenzione di non combattere; ma per 
ricoverare onore, uscirono fuori in certo luogo forte. E come 
dispuose Iddio, furono rotti e preso Anichino loro capitano 
con più altri, e rubato et arso el borgo di Torrita, et e Pe- 
rugini si ritornarono con la preda e con la vittoria a Greg- 
giano, et e Sanesi si sparsono per le loro terre a buona guardia. 

I Sanesi con grande dolore della vergogna ricevuta , non 
vedendo altro rimedio, si misono in punto a ragunare danari 
in ogni modo, e mandarono ambasciadori a' signori di Melano, 
el a condurre la compagnia, che era in Lombardia. E gli 
ambasciadori de' Fiorentini non poterono ritenere l'arroganzia 
de' Perugini, che non volessono scorrere pel contado di Siena 
insino alle porte. 

Come e conti da Monte d'oglìo presono el borgo a 
Santo Sepolcro, e poi ne furono cacciati. VI. 

I conti da Monte d' oglio , sentendo che la maggior parte 
de' terrazzani del boi-go a Santo Sepolcro erano andati in aiuto 



— no- 
delli Perugini, accozzarono gente et assaltarono el borgo, e 
presono la teri'a et anche rubarono. I terrazzani spauriti si 
ridussono nella rocca , e mandarono per aiuto alla città di 
Castello et altri vicini. E T altro di', venuto el soccorso da' Ca- 
stellani, e conti per paura abbandonarono la terra, portandone 
la preda e le ruberie, e parte di loro gente fu morta fuggendo. 

De' fatti della festa del re d'Inghilterra. VII. 

Addi' quattordici d'Aprile, appressandosi el di' della fe- 
sta bandita , il re d' Inghilterra andò a Guindisora et accoz- 
zossi col re di Francia a mangiare. 

De' Perugini come feciono lega con gli Aretini. Vili. 

Montata la superbia de' Perugini , feciono secretamente 
lega con li Tarlati d'Arezzo, per rimetterli in Arezzo e pi- 
gliare la signoria di Arezzo, e questo si scoperse nel mandare 
a soccorrere el borgo. Per questo gli Aretini stavano in sollicita 
guardia con consiglio et aiuto de' Fiorentini, e tolseno la spe- 
ranza (li ciò a' Perugini et a' Tarlati. A quella lega non fu 
messer Luigi di messer Piero Sacconi; ma accostossi con li 
Sanesi. 

Come una grande tempesta venne in Firenze. IX. 

Addi' XX di Aprile, circa mezza notte, venne in Firenze 
una folgore, e die in su el campanile dei frati predicatori; e 
ruppe in più parti uno agnolo di marmo, che v'era su, di 
grandezza di braccia quattro, che volgeva secondo e venti; e 
levò una corteccia del campanile, e fece danno in nella cap- 
pella maggiore et in nel dormentoro. Et in questo tempo ven- 
nono grandissime grandini nel nostro contado , di grandezza 
due tanti , che uno uovo di gallina , et in altre parti venne 
maggiore. 

Della festa del re d' Inghilterra. X. 

Grandissime feste e pompose si feciono a Londra in In- 
ghilterra, secondo l'ordine dato pel di' di santo Giorgio. 



— 100 — 

De' Perngini e Sanesì. XI. 

Simeduccio da Santo Severino, nuovo capitano delli Pe- 
rugini , giunto nel campo con numero di duemilia cavalieri et 
assai fanti a pie', s' addirizzò verso Ghianciano , et arsono el 
borgo , poi entrorono in valle d' Orna et arsono Bonconven- 
to; e venneno ardendo insino presso al bagno a Vignone. Et 
a' di' XXVin d' Aprile venneno presso alle mura di Siena , et 
alquanti Perugini vi si feciono cavalieri , fra' quali due , scor- 
rendo insino alle porti di Siena, l'uno fu preso e l'altro mor- 
to ; e con circa cento cinquanta prigioni et altra preda si tor- 
narono verso Perugia per la via di Asciano. Et in questo tempo 
i Cortonesi scorsono intorno a Castiglione aretino, Montecchio 
e presso al lago e l'Orsaia, e presono circa ducento prigioni 
e preda assai e due de' nuovi cavalieri perugini. 

El legato della chiesa centra Farli. XII. 

L'ultimo di' di Aprile l'abate di Grugni, legato, mandò 
bando che qualunque cittadino di Furlì venisse a lui, gli sa- 
rebbe perdonato e ricomunicato. E per questo molti si fuggi- 
rono di Furlì, et altri si collorono dalle mura, e di nuovo sì 
puose el detto legato l'assedio intorno a Furlì. 

Certa scorreria de' Provenzali contra quelli del Balzo. XIII. 

Molti cittadini provenzali per ingiurie ricevute corseno 
sopra le terre di quelli del Balzo, guastandole di fuori. 

Del re d' Inghilterra e di Francia. XIIII. 

Doppo la festa da Londra el re d'Inghilterra e quello di 
Francia in publico parlamento feciono insieme pace. Dissesi 
che il re di Francia gli doveva dare cinquecento migliaia di 
scudi, e lasciare la contea di Gome, la Normandia, la contea 
di Guinisi, Galese e le terre acquistate; et il re d'Inghilterra 
col suo sforzo lo doveva riporre nella sua signoria di Francia. 



— 101 — 

El legato centra Fnrlì. XT. 

Di nuovo el legato predetto pose due forte bastie intorno 
a Furlì; l'uiia tra Faenza e Furlì, e l'altra al ponte a Ron- 
co, fra Furlì e Cesena. • 

Della pace fra el re Lnigi e la casa dì Darazzo. XVI. 

Del mese di Maggio si fecie pacie fra el re Luigi et el 
duca di Durazzo, che fu cagione di levare via molte rubarle 
e guerre, che si facevano nel regno. 

Il re Luigi, che aveva richiesto e baroni suoi e comuni 
di Toscana d'aiuto, per andare in Provenza contro alla com- 
pagna, fu libero di detta andata, perchè la detta compagna 
n'andò tn Francia, richiesta dal Dalflno et altri baroni per le 
novità di Francia. 

El signore di Melano. XVII. 

Non ostante l' assedio che' signori di Melano tenevano in- 
torno a Mantova e gente contro al marchese di Monferrato e 
le rotte ricevute, non di meno per loro grande entrate ripuo- 
sono di nuovo assai assedio intorno a Pavia con due milia 
cavalieri e pedoni assai. Ma perchè i Tedeschi, che avevano 
a soldo, non gli servivano lealemente, intendendosi con la 
compagna , che era a soldo de' collegati , però cominciarono a 
dare orecchi alla pace. 

I Perugini, che mnrano all'Orsaia. XVni. 

I Perugini, per potere sciemare la spesa dello assedio 
di Cortona, del mese di Agosto cominciarono ad afforzare e 
murare l'Orsaia; ma poco se ne curarono e Cortonesi, perchè 
tenevano la montagna. 



102 



Della pace dei signori di Melano. XIX. 

Essendo stati circa tre anni in continua guerra , del mese 
di Maggio si fermò e palesò pace fra e signori di Melano et 
e collegati lombardi, ciò furono e signori di Mantova, di Fer- 
rara e di Bologna, il marchese di Monferrato, Genova e Pa- 
via, guidata e condotta per messere Feltrino Gonzaga de' si- 
gnori di Mantova. 

El comune di Pavia contro a loro signori. XX. 

Essendo cacciati di Pavia quelli di Beccheria loro signo- 
ri , di nuovo el popolo per consiglio dato dal detto frate Jacopo 
Bussolaro disfece tutti e loro palagi, che non vi rimase pie- 
tra, e fecionne piazza per tore loro la speranza del tornarvi. 

L' autore parla delle cose occorse. XXI. 

E puossi questo anno chiamare V anno delle paci , che si 
fecie quella del re d' Inghilterra e di Scozia , e del re d' In- 
ghilterra e di Francia , e del re di Spagna e di Ragona , e 
dal comune di Vinegia col re d'Ungheria, e da' signori di 
Melano a' conlegati lombardi, e dal re Luigi al duca di Du- 
razzo , e da' Perugini a' Sanesi; e fu la terra abondevole di 
frutti , e bene furo gì' infreddati e molte terzane. Et in Francia 
et in Provenza fu in contrario molte guerre e tribulazionì. 

Della compagna del conte Landò. XXII. 

Fatta la pace in Lombardia, la compagna del conte Landò 
se ne venne a Budri in sul bolognese, tenendo in tremore tutta 
Toscana insino nel regno, aspettando di fare ricomperare gente. 

El re Luigi. XXIII. 

Il re Luigi assediò e prese per forza uno castello detto 
Parena, il quale è tra Servi e Castello a mare, che era slato 



— 103 — 

occupato da certi ladroni, che rubavano el paese a modo di 
compagna, et e ladroni si fuggirono. 

I Sanesi et e Perugini. XXTTII. 

I Sanesi, montati in sdegno grande e superbia per le 
cose, che avevano ricevute da' Perugini, sanza volere udire 
alcuna concordia, che si trattasse tra loro per l' imbasciadori 
fiorentini, mandarono loro ambasciata a Melano con pieno man- 
dato, per avere da loro aiuto con grande pericolo degli stati 
di Toscana, se avessono avuto loro intenzione. Ma i signori 
di Melano non se ne vollono impacciare per la pace , che ave- 
vano con li Toscani. Il che e Sanesi del mese di Giugno sol- 
darono la compagna del conte Landò, che era a Budri, per 
mandarla addosso a' Perugini. 

E Pisani colle mercatanzie a Talamone. XXV. 

Non essendo valuto a' Pisani nò la lega del dogie, né la 
loro armata a levare e Fiorentini da Talamone, con nuova 
astuzia mandarono bando che ogni loro suddito potesse traffi- 
care a Talamone , e mandaronvi delle loro mercatanzie. Non- 
dimeno e Fiorentini tenneno sempi'e le galee a guardia del 
mare. 

E Sanesi et e Perugini. XXVI. 

GÌ' infiammati Sanesi contro a' Perugini di nuovo presono 
per loro capitano di guerra il prefetto da Vico. E non venendo 
presto al loro modo, uscirono fuori con la loro gente e con 
settecento barbute di Anichino di Bongardo, et assediarono 
el monte a Santo Savino sanza alcuno frutto , et ivi aspettarono 
la compagna et el capitano. I Perugini temevano et erano bene 
disposti a pace ; pure s' acconciavano alla difesa. 



— 104 — 
Arrota al palio di santo Giovanni. XXYII. 

In questo mese si fece in Firenze certo accrescimento et 
arroto al palio di santo Giovanni Battista, el quale si corre 
a' di' XXIIII del mese di Giugno. 

El Dalfino di Vienna, et el popolo di Parigi lo caoclò 

et arsono molte abitazioni di gentili nomini e 

simile molti popoli intorno. XXVIII. 

Il Dalfino di Vienna, ripreso nell' animo suo da suoi molti 
baroni e benivoli della fuggita di Parigi ad Orliens , venne 
presso a Parigi con alquanti baroni e gentili uomini suoi se- 
guaci, e mandò in Parigi ad addomandare che egli voleva 
parlare al proposto de' mercatanti con tre compagni. Lui vi 
venne con circa trenta milia del popolo, el Dalfino per paura 
non aspettò; ma ritirossi ad Orliens. 

Et innanzi che detto popolo tornasse in Parigi, arsono 
molte abitazioni di gentili uomini et uccisonne alcuni e le loro 
famiglie crudel emente , e così tornarono in Parigi nimici de' 
gentili uomini. 

E per questo esemplo feciono el simile e popoli di Pie- 
cardia e gli altri circumstanti a' loro baroni e gentili uomini. 

El legato centra Purlì. XXIX. 

L'abate di Grugni legato, con certo trattato mandò sua 
gente, e prese certa bertesca di Furlì , et entraronne alcuni in 
nella città. Ma desti li cittadini, insieme col capitano gli ri- 
buttarono fuori , e parte n' uccisono , e presono el figliuolo del 
conte Bandino da Montegranelli. 

Addi' due di Luglio el legato predetto ebbe la terra di 
Meldola per operazione di uno meldolese, el quale s'era fug- 
gito di pregione, tenutovi dal capitano di Furlì, et a' di' XV 
ebbe la rocca per assedio. 



— 103 — 

Del modo del coniane di Firenze per avere 
denari. XXX. 

Avendo il nostro comune bisogno di denari per le novi- 
tadi , le quali s' apparecchiavano per la venula della grande 
compagna e di quella di Anichino di Brongardo ; e non po- 
tendo porre gravezze a' cittadini sanza manifesta guerra e per 
le discordie, che erano in 'Firenze pel principio fatto alla par- 
te, si ordinò per leggie che qualunque cittadino prestasse de- 
nari al comune, fusse scrii to creditore al monte in tre tanti, 
che non prestava, et avesse (juella rendila e quelli privilegi, 
che el monte vecchio. Per questo modo fu el comune sovve- 
nuto da molti cittadini, mossi più da cupidigia, che da amo- 
re, ingrossando le coscienzie ad usura inlìno alle vedove. 

La compagna del conte Landò. XXXI. 

La grande compagna , essendo in sul bolognese, con grande 
baldanza, del mese di Luglio mandò a domandare a' Fioren- 
tini el passo, per entrare in Toscana contro a' patti, che ave- 
vano con loro. E temendosi della ricolta, vi si mandò amba- 
sciala, concedendo che passassono a dieci bandiere per volta. 



LETTERE INEDITE 
DI CARRARESI ILLUSTRI 



(Continuazione V. pag. 123. Voi. VI. Farteli.) 



ANGIOLO PELLICCIA 



Nacque a Bedizzano, piccolo villaggio del carrarese, 
il 3 Marzo del 1791. Studiò a Pisa la chirurgia e la me- 
dicina , e T esercitò nel Comune del Borgo a Mozzano per 
qualche anno con bravura. Ridottosi a Lucca nel 1824 , 
fu eletto chirurgo de' poveri ;. ufficio che tenne fino al 
1851. Scrisse un Manuale di Ostetricia, un Esame critico 
della dottrina patologica del Geromini, una Proposta di 
conciliazione tra i diatesisti ed i fautori del Bufalini. Dei 
suoi Nuovi elementi di Chirurgia , pubblicò soltanto il pri- 
mo volume nel 1826; e in quattro tomi, co' torchi del 
Guidotti, die' in luce a Lucca nel 1841 gli Elementi di 
Patologia chirurgica. Non contento il Pelliccia di consacrare 
lavila e gli studi all'arte medica, desideroso, com'era, 
del bene dell'umanità, pensò richiamarla ad un principio 
solido e retto, che la guidasse al buono ed al vero. « A 



— 107 — 

» questo scopo (scrive un biografo (li lui) si dette a stu- 
» diare le condizioni de' suoi tempi , l' avvicendarsi e il 
» succedersi degli avvenimenti, guardando alle cause da 
» cui venivano, e considerando gli effetti che produceva- 
» no ; osservò T uomo come individuo e come membro 
» della società , e ne studiò le aberrazioni fisiologiche , 
» non disgiungendole però dalle psicologiche ; guardò alla 
» società stessa , e pensò che la prosperità , alla quale 
» tendeva con tutti gli sforzi, riducevasi a ricercare che 
» cosa fosse la salute pubblica e se potesse darsi una 
» pubblica igiene senza essere informata da un principio 
» morale. A questo effetto scrisse un'opera di lunga lena, 
» che intitolò : Del principio moderatore della morale pub- 
» blica e della pubblica salute. E questo principio lo fece 
» consistere nell' indirizzare le facoltà dell'uomo, le isti- 
» tuzioni e le opinioni per via dell'onesto, e i prodotti 
» di natura per via dell'utile ad un fine, in cui sempre 
» il pubblico bene col privato si uniscono (1) ». A que- 
st'opera ne fece, in breve volger di tempo, tener dietro 
due altre, che possono riguardarsi come uno svolgimento 
maggiore di quel concetto che gli guidava l'intero lavoro, 
e si intitolano : Del principio moderatore della salute e 
della morale privata, considerato nelle diverse classi e 
condizioni sociali, e Delle scienze nell'ordine sociale. 

Morì agli 11 Marzo del 1863, lasciando dell'animo 
e dell' ingegno un' immagine fedele e durevole ne' suoi 
libri , che ne hanno reso chiaro il nome e lagrimata la 
memoria. 



(I) HoU. Pietro Sforza, Sulla vita e sulle opere di Angelo Pellic- 
cia, discorso. Lucca, Baccelli , 1864; pag. 10 e seg. 



— 108 — 
1. 

A Gio. Battista Olivieri , Borgo a Mozzano (1). 

Signore , 

La di Lei pregiatissima, ricevuta in data di ieri 28 
andante, mi ha sommamente sorpreso. E quando mai ho 
io ommesso di denunziare ammalati di genere petecchiale? 
Siccome l'accusa imputatami dal Gomitato Sanitario, per 
l'organo di Lei, offende la mia delicatezza e l'osservanza 
che io protesto ai regolamenti sanitari, ragione vuole che 
mi si mettano in campo i casi nei quali ho mancato a tali 
denunzie; tanto più che deggio e voglio, in caso di pro- 
vata ommissione, soggiacere alla multa prescritta in pro- 
posito. Che se per avventura non fosse l' accusa verifica- 
bile , io crederò che la sullodata Deputazione di Sanità , 
ingannata da mendaci rapporti, abbia prestato orecchio a 
dei malevoli (dei quali non so se sia piìi disprezzabile 
l'orgoglio da compiangersi l'ignoranza) nodriti nel fiele 
del livore ed abituati al pascolo di denigrare gli uomini 
onesti , e sarò dolente di avere sofferto il torto di una 
falsa accusa. Certo che coloro i quali destituiti dei lumi 
delle sane mediche teorie , confondono mali contagiosi con 
quelli che non sono essenzialmente taU, possono moltipli- 
care a dismisura il numero di quelli , e spargendo un falso 
allarme, empire gli animi di coloro, che non conoscono 



(1 ) Conservasi nel R. Archivio di Stato in Lucca tra le carte del Co- 
mitato di Sanità dell'anno 1818. L'Olivieri era allora Vicecancelliere del 
Borgo a Mozzano. Alle giuste lagnanze del Pelliccia, per malevolenza di 
tristi emuli a Iorio accasato, non trovo che venisse dato ascolto. 



— 109 — 

la maschera che gh ricopre, di vano terrore coli' idea di 
una malattia, la quale non ha talvolta esistenza, che nel 
caos della loro informe testa, o nel fondo di un cuore, 
ove ogni idea di pubblica salute è sommersa dall' interesse 
personale. 

Gradisco che questi miei sensi sian noti al Comitato 
Sanitario. Nel caso pertanto che questa accusa non possa 
basarsi su delle prove di fatto , io terrò il silenzio del 
Comitato medesimo come una garanzia di mia giustifica- 
zione, e come una prova del torto che mi si è fatto. 

Mi creda , Signore , pieno di stima e rispetto 
Borgo, 29 Aprile 1818. 

Di Lei devotissimo servo 

A. Pelliccia 



Al Comitato di Sanità, Lucca (1). 

Illustrissimi Signori, 

Allorquando cotesto rispettabilissimo Comitato giudicò 
saviamente di aprire il concorso per il Chirurgo Vaccina- 
tore di questo Dipartimento, io fui così poco cauto che 
ebbi la dabbenaggine di esibireil mio nome al concorso. 
Stolto ! Bisognava ben mancare d' esperienza per non in- 
dovinare i motivi pei quali cotesto rispettabilissimo Corpo 
morale prendeva questa savia misura , dopo che io era 



(1) È tratta dall'originale che trovasi nel R. Arcliivio di Stato in 
Lucca negH atti del Comitato di Sanità dell'anno 1823. 



— 110 — 

stato, senza ombra di sollecitazioni, promosso dal Magi- 
strato del Borgo a questo, d'altronde, meschino esercizio. 
Un' occhiata che io avessi gettata su tutti i medici e chi- 
rurghi impiegati nei Dipartimenti delle varie Comunità di 
questo Ducato , bastava a convincermi che io non poteva 
aver loco nel regno di Mida. D' altra parte era naturale 
che succedesse ad un chirurgo , con inaudito esempio 
spatentato, un vaccinatore degno del suo antecessore, e 
capace di rinnovare gli stessi guasti nelle braccia dei te- 
neri infanti ed eccitare le medesime indignazioni nei loro 
genitori. Infine s' io non era d' indole pregante né incli- 
nato a baciare i lembi delle vesti a coloro che si pascono 
dell'ambizione di conferire gli impieghi a quei miserabili 
che hanno la debolezza di prostrarsi nella polvere, poteva 
io mai esser vaccinatore ? 
Delle SS. LL. Ill.me 
, Borgo, ,13 xMaggio 1823. 

Devot.^ servo 

A. Pelliccia (1). 

(1) Di questa lellera del Pelliccia, giustissimo lamento per un gravo 
e non meritato affronto, il Comitato di Sanità del Ducato di Lucca se 
ne tenne offeso, e ricorse al Presidente del Buon Governo per ottenere 
pronta e larga soddisfazione. Fu ordinato al Pelliccia di recarsi dal Pre- 
sidente di esso Comitato di Sanità e di chiedergli scusa umilmente. Es- 
sendosi, e con ragione , il Pelliccia rifiutato di commettere questo atto 
vile, venne chiuso nelle carceri di S. Giorgio di Lucca, e se volle uscire 
di prigione, bisognò che scrivesse al Comitato di Sanità in questa guisa : 

Signori Eccellentissimi , 

// sottoscritto ritratta alcune espressioni irriverenti e lesive la dignità 
del Comitato Sanitario sfuggite in una lettera indirizzata al Comitato 
medesimo per una posposizione che esso non crede meritare^ e protesta il 
massimo rispetto per il Corpo Sanitario suddetto. 

Di S. Giorgio, 13 Giugno 1823. 

A. Pelliccia; 



— MI — 

3. 

Alla R. Accademia de' Filomali, a Lucca (1). 



Nel soddisfare al debito, come io fo, di presentare 
alP Accademia il mio Manuale di Ostetricia (2) , io de- 
sidererei che alcuno de' soci si assumesse il carico di 
esaminarlo, ed emettesse quindi liberamente il suo voto. 
Né io posso dubitare che da confratelli quai mi siete non 
sia per uscire un giudizio, il quale dia lode scevra di 
adulazione, biasimo (che in più copia mi si dovrà) scevro 
da livore. Giudizi di questa natura di rado si ottengono 
fuorché da Corpi accademici, nel seno de' quali tutte le 
passioni tacciono , fuorché l' amore del vero ; giudizi di 
questa natura appunto son quelli che arrecano utile all'arte 
all' autore. 

Rappresentare lo stato della scienza, raccorre e di- 
sporre in ordine compendioso la teoria e la pratica tocolo- 
gica, tale è stato il mio scopo. La teoria del parto natu- 
rale è esposta secondo i principi geometrici di Capuron ; 
benché non ignorassi avere Cult, Riteyn, Kiliou, Veipeau 
presentato in aspetto alquanto diverso il meccanismo di 
questa funzione mirabile; ma, fermo come io era nelle 
massime dell'ostetricia francese, ogni discussione che io 
avessi fatta in proposito mi avrebbe inviluppato in qui- 
stioni non compatibili colla natura del mio lavoro, ed 
avrei forse tolto alla semplicità e precisione geometrica 



(1) L'originale è nelle mani del sig. Dott. Nicolao Ccrù di Lucca. 
Questa leUera non ha data, ma fu scritta nel 1837. 

(2) Manuale di ostetrida del dottore Angelo Pelliccia. In Lucca; 
dalla tipotjrafia Rocchi, 1837; in 8.° di pngg. 145. 



— 11Ì2 — 

della dottrina di Gapuron. Il parto per la faccia, conside- 
rato da Meygner come il più difficile fra i parti che richie- 
dono la manovra , è riguardato da' pili moderni come na- 
turale e spontaneo ; ma benché io abbia toccato di questa 
controversia , e additata la via più sicura per la pratica , 
convengo che l'argomento richiedeva più particolarità che 
io non ho fatto. « Il parto naturale dee avere per scopo 
» di ricondurre all' orifizio uterino una delle estremità oroi- 
» dee del feto e sempre la più prossima » . Tale è il prin- 
cipio che mi è parso potere stabilire in tocologia per la 
manualità considerata nel fine che si propone. E benché 
niun altri, che io sappia, abbia ridotta la parte manuale 
dell'arte ad un principio sì semplice, pure mi sembra 
esso scaturire naturalmente dalla pratica. Ed è questo 
principio appunto il quale mi ha condotto per mano a 
semplicizzare questa parte della scienza , a riconoscere co- 
me arbitrari ed inutili tanti generi di presentazioni, a scan- 
sare le fastidiose ripetizioni in che per necessità son caduti 
gli autori oltramontani. E questo principio , frutto della 
pratica di tutti i tempi, è quello che io sottometto al giu- 
dizio e alla discussione de' pratici. 

Angelo Pelliccia. 

4. 

Al Prof. Cav. Luigi Pacini, a Lucca (1). 

Professore mio pregiatissimo e carissimo , 

Firenze, 1." Agosto 1848. 

Ho gradito, sommamente gradito, la vostra lettera, 
benché sia una implicita mortificazione verso di me, che 

(I) È posseduta del pari dal sig. Curù. 



— 113 — 

avrei dovuto il primo scrivervi Yi son grato dell'av- 
viso che date a me come deputato, e lo tengo come un 
argomento della vostra amicizia. Tutto ciò per altro non 
vale a rimuovermi dal mio proposito , che è quello di fare 
lo gnori. Qua venni con questa intenzione e in quella per- 
severo. Lo dichiarai privatamente e pubblicamente affinchè 
dir non si possa che io prendo a gabbo V uffizio commes- 
somi. Amico mio , con voi non ho bisogno di lunghe glos- 
se, ogni mestiere bisogna impararlo, e credo piìi difficile 
tacere che parlare all'avventata. Di guerra non me ne 
intendo ; T emettere un grido automatico guerra guerra , 
costa poco al gorgozzale ; ma l' esaminare la quistione in 
tutti i suoi lati, credo assai arduo tema, intorno al quale 
non azzarderei emettere giudizio in questi duri frangenti. 
Aggiungete (e questo pure sapete) che io non sono atto 
alla parola , alla quale non sono stato addestrato mai. La 
mia logica, della quale sento di non mancare, sta sulla 
punta della mia penna. Ciò vi dico perchè da me non 
sperino mai che mi alzi su ad improvvisare declamazioni , 
e perchè mi manca l'attitudine, e perchè, quando l'aves- 
si, abarro l'ambizione teatrale di comparire. Educato alla 
severità logica del Condillac, del Romagnosi , del Gioia, 
del Bufalini, i quali (bene o male) medito e leggo, le for- 
malità parlamentarie, vel confesso, mi noiano, almeno per 
ora. Sento dei declamatori, e non dei ragionatori, e non 
sentendomi la forza e la voglia di fare il dittatore , mi 
taccio, e volentieri rimango ascoltatore per imparare a far 
meglio. Ciò non pertanto avanti di uscire di questo ballo 
io vi prometto che darò prove di sentire l'importanza del 
mio mandato , e terminarlo colla riputazione di rappre- 
sentante fermo, retto, coscienzioso, clamoroso non mai. 
Di ciò basti. 



Voi. VII , Parte I. 



— 114 — 

Ora vi prego de' miei complimenti alla sig.* Norina (1). 
Vi pregherei ancora a riverire distintamente il prof. Puc- 
cinelli (2) , che io amo e stimo tanto ; e siccome lo lasciai 
un poco cagionevole, bramerei sapere come sta di salute. 

Se posso servirvi, comandatemi con libertà; non mi 
siate avaro dei vostri caratteri , che mi saranno sempre ca- 
ri, se vi rimane un ritaglio di tempo. 

Intanto vi prego a credermi sempre 

Affezionatissimo amico 
A. Pelliccia. 



Al Direttore della R. Accademia di Belle Arti 
di Carrara (3). 

Illustrissimo Sig. Direttore, 

Se mai mi fu grato appartenere ad Istituti Accade- 
mici, assai più grato mi è stato che codesto rispettabile 
Corpo abbia rivolto uno sguardo benevolo verso me, an- 



(1) La sig.'' Eleonora Davini. 

(2) Benedetto Puccinclli nacque a Coreglia il di 11 Febbraio 1808. 
Morì a Lucca di anni quarantadue, lasciando assai buon nome di sé, spe- 
cialmente come botanico. 11 suo migliore lavoro è la Flora lucchese, in- 
titolata : Synopsis plantarum in of/ru Incensi sponte nascentium, che tro- 
vasi negli Atti della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Lucca. 

(3) Conservasi nell'Archivio dell'illustre Accademia carrarese, e ne 
vaio debitore alla gentilzza dell'amico mio Emilio Lazzoni, Segretario di 
essa Accademia, della quale ha scritto con amore e con diligenza l'isto- 
ria, che in breve giro di anni ha già avuto due edizioni, e riscosse larghe 
e meritate lodi. 



— 115 — 

tico cittadino , col farmi V onore di aggregarmi a quella 
R. Accademia di Belle Arti qual Socio Onorario (1). 

Io rendo altamente grazie al benemerito ed onorevole 
Corpo Accademico dell' onore compartitomi , con lettera 
n.° 1007, datata 27 Settembre. 

Se gli Statuti accademici il consentono, e quando 
Ella, Sig. Direttore, me ne somministri l'opportunità ed 
il comando, io verrei, quando che sia, a leggere qualche 
mia cosuccia intorno alla nobiltà ed agli ufficii supremi 
delle Belle Arti. Sia questo il primo argomento di mia 
compiacenza ; è il solo tributo che io posso dare all' Ac- 
cademia che ha voluto onorarmi. 

Gradisca, illustrissimo sig. Direttore, i sensi della mia 
riconoscenza e dell' alto ossequio con cui ho l' onore di 
dichiararmi 

Di V. S. lll.ma 
Lucca, 14 Ottobre 1833. 

Umilissimo devotissimo servitore 
DoTT. A. Pelliccia. 

6. 

Al Prof. Cav. Luigi Pacini , a Lucca (2) 

Pregiatissimo Sig. Cav. Professore, 

Di Gasa, 9 Luglio. 

Ieri sera lessi, anzi mi fu letto, l'articolo che Ella 
si è compiaciuta far inserire nella Gazzetta Medica To- 

(1) L'avere eletto a socio d'onore il Pelliccia, noto per l'amore 
operoso e sincero che portava alla libertà , fu atto di nobile coraggio 
per l'Accademia. Carrara trovavasi allora sotto il giogo di ferro di Fran- 
cesco V, persecutore feroce di chiunque nutriva affetto all'Italia e desi- 
derava vederla libera e indipendente. 

(2) L'autografo è presso il Dott. Nicolao Gerii di Lucca. 



— 116 — 

scana; né posso dissimularle la compiacenza, anzi la com- 
mozione mista di contentezza e di gratitudine , che mi de- 
stò. Certo io non potea trovare penna né più dotta, né 
pili nitida, né più coscienziosa : ciò attribuisco a mia grande 
ventura. Se scorgo sentimenti di bontà nelle lodi non me- 
ritate che Ella mi dà, scorgo sagacia e bontà insieme nella 
critica, perchè mi avveggo che le di Lei critiche, sempre 
urbane e sagaci, muovono dal desiderio che è in Lei, di- 
screto amico , che io potessi fare più e meglio. Io le ac- 
cetto con tutta rassegnazione. Cosi Ella ha dato uno splen- 
dido esempio di vera critica, ed io di sommissione alla 
retta critica; e ambedue una lezione ai critici ignoranti o 
passionati, e perciò falsi. Io pertanto le manifesto di nuovo 
la mia gratitudine, e la mia congratulazione per uno scritto, 
che, a chi ben intende, mostra grande sagacia e maestria, 
qual é quella di offrire in poche pagine uno specchio il 
più lucido dell'Opera che ha impreso a trasuntare; e ben 
si può dire che lo specchio supera l'originale. 

La prego di accettare un esemplare della mia opera (1) 
che le mando come attestato di stima e di gratitudine; e 
a credermi quale sarò sempre 

Di V. S. Ill.ma 

Devotissimo servitore ed amico 
Pelliccia. 

VI. 
PIETRO TENER ANI 

Nacque in Torano , villaggio del carrarese, l'anno 
1789; e cominciò a levar fama di sé colla Psiche, stu- 

(1) Del principio moderntore della morale pubblica e della puh- 
hlica salute , del Doit. Angelo Pelliccia. Lucca, Berlini, 1849-1851. 
Voi 4 , in 8.» 



— 117 — 

pendamente descritta da Pietro Giordani. Il monumento 
onorario a Simone Bolivar , del quale scolpì anche il se- 
polcro e un deposito per il cuore, fecero noto in Ame- 
rica , e in Europa più chiaro il nome del Tenerani ; che 
di anni ottanta morì a Roma il '14 Dicembre del 1869. 
Non è questo il luogo di tenere parola delle altre molte 
e lodate opere di lui, tra le quali primeggia di bellezza 
l'alto rilievo della Deposizione dalla Croce, che orna la 
cappella de' Torlonia in S. Giovanni in Laterano. Fu chia- 
mato Principe della moderna scultura, e fu detto Napo- 
leone dell' arte , Fidia del giorno. Se i posteri non gli 
consentiranno questi nomi, gli resterà senza dubbio il 
vanto di aver saputo accoppiare lo splendore delle forme 
dell'arte pagana coli' espressione , la semplicità e la gran- 
dezza dell'arte cristiana; pregio che appunto notava ne' la- 
vori suoi Emilio Lazzoni ; il quale del Tenerani disse le 
lodi, quando il 3 di Giugno del 1863 ne fu a Carrara 
scoperto al pubblico il busto , con molta valentia scolpito 
dal prof. Ferdinando Pelliccia. 



Al Presidente della R. Accademia di Belle Arti 
di Carrara (1). 

Signore , 

La graziosa lettera della S. V., ricevuta unitamente 
alla patente di professore onorario di quella R. Accade- 
mia, esigeva una pronta risposta. L'esser tutto giorno 
lusingato di avere la poliza di carico del Mercurio , che a 

(i) Dall'Archivio della R. Accademia di Belle Arti in Carrara. 



— 118 — 

nome del sig. Thorwaldsen le spedisco , è stato il motivo 
di tale ritardo (1). 

Cosa potrei ora dire di obbligante , che potesse in 
parte equivalere al cortesissimo tratto ricevuto da quegli 
illustri accademici, che Jianno voluto, non solo stimare il 
debole mio lavoro (2), ma distinguerlo d'onorevole coro- 
na, certamente tessuta dall'amor patrio di quel rispetta- 
bile Corpo, e dalle sollecitudini della S. V. tutta propensa 
a trovare dei nuovi mezzi eccitanti la gioventù a battere 
delle strade sublimi ? Altro non saprei dire ; e per questo 
titolo io le tributo i miei ringraziamenti, pregandola par- 
teciparli, a mio nome, ai più distinti artisti, che mi hanno 
onorato e di più favorito di giuste osservazioni nel mio lavo- 
ro, delle quali saprò trarne profitto in altr' opera, che sarò 
ad inviarle subito che l'avrò terminata (3). Nell'atto che col 
più grande rispetto, stima e venerazione sono della S. V. 

Roma, 27, Agosto 1819. 

Devotissimo obbl.° servo 
Pietro Tenerani. 
2. 

Alla Sig." Orsola Vedova Desmarais, a Volterra (4). 

Gariss.'' Sig.'' Orsola , 

Roma, 12 Settembre 1823. 

La sua ultima lettera del 28 passato mi fu di somma 
consolazione per l' esibizione che le vien fatta dalla S.'' Fau- 

(1) Il Thorwaldsen donò all'Accademia di Carrara, di cui fu profes- 
sore onorario, i modelli in gesso delle sue statue rappresentanti una Ve- 
nere e l'altra Mercurio. 

(2) La Psiche. 

(3) Il Paride. 

(4) L'originale è posseduto dal cav. Michelangelo Gualandi di Bolo- 
gna. Giovambattista Desmarais, pittore francese, morto a Carrara il 29 



— 119 — 

stina a prò della buona Fra tante disgrazie questa 

mi pare una fortuna da non perdersi, perchè il lavorare 
fuor di Paese le darà maggior credito al suo ritorno, e 
puoi esser un buon principio pel tratto successivo. 

Ho sempre sperato di venire a rivederla in questa 
città, e l'avrei effettuato se il lungo incomodo della glan- 
dola sotto l'ascella non m'avesse pregiudicato ne' miei la- 
vori, col togliermi tutto il tempo della Primavera; questo 
ha fatto sì, che ho dovuto occuparmi nel caldo, ed in 
conseguenza rinunziare al piacere d' un viaggetto grazioso. 
Non dubiti però della mia promessa, che verrò a vederla 
quest'altro anno sicuramente. 

Le notizie di mia salute sono ottime ; già stavo bene 
anche alla partenza del Sig. Leoncini, da cui avrà saputo 
il doloroso seguito del mio incomodo , motivo per cui ri- 
sparmio di scrivergliene. Mi farà grazia di salutarlo distin- 
tamente, unitamente alla sua Sig. Madre, e pregarlo se le 
vuole pagare i quattro ultimi mesi fino a tutto Settem- 
bre, che io li rimborserò subito a chi mi verrà ordinato, 
oppure a lui stesso al suo ritorno. In caso diverso , in 
questo momento io non avrei mezzo di rimetterle questo 
danaro, e rimetto perciò a Lei l'incarico di trovarlo. 

In Carrara parlai con M. Heuverne del suo quadro 
di Parigi. Esso mi pare sempre interessato per Lei, e 
spero che alla fine riuscirà nell'intento di fare acquistare 
detto quadro al Governo. Per tale effetto io ho parimenti 
interessato persona in Roma che ha buona amicizia coli' at- 
tuale Direttore del Museo. Devo farle ancora molti saluti 
per parte della signora Clementina, de' miei genitori, della 
Marchetti di Luzier , ma come sono stagionati per mia 
pigrizia ho rossore a farglieli , e piuttosto la prego di scu- 



Aprile 1813, fu maestro del Tenerani, il quale riconoscente alla sua me- 
moria, diede e conservò alla famiglia di lui una mensile pensione. 



— 120 — 

sare sì enorme mancanza. Ella mi risponderà che sempre 
siamo alle solite, e che è un abusarsi della bontà della 
gente ; ma io non me n' abuso , è proprio mancanza di 
tempo. Del resto mi comandi e mi creda sempre costante 
amico della sua famiglia, che saluto infinitamente e sono 

suo aff.mo servo ed amico 

Pietro Tenerani. 

P. S. Mille saluti a suo fratello. 

3. 

Ad Alessandro Triscornia, a Carrara (1) 

Sig. Alessandro amico pregiatissimo , 

Roma, 3 Dicembre 1837. 

Mi lusingo div avere pienamente adempiuto ai vostri 
desideri , e ai doveri di mia coscienza , con avere affidato 
al celebre sig. Poletti la direzione nello studio di archi- 
tettura del sig. Giustino (2) , vostro nipote. Per verità io 
non ho saputo scegliere un professore più atto di lui , 
conciossiachè alla somma perizia dell'arte accoppia le qua- 



(\) Di questa e dell'altra lettera del Tenerani alla Vittoria Triscornia 
n'ebbi copia da Giuseppe Tendorini. Alessandro Triscornia nacque a Car- 
rara nel 1797. In patria ed a Roma studiò la scultura. Sono opera sua 
varie statue cbe ornano il teatro di Pietroburgo, ed il busto di Emanuele 
Repctli che si vede a Carrara nella R. Accademia di Belle Arti. Mori il 
20 Maggio del 1867. 

(2) Giustino Triscornia fu arcliitetto assai valente, e morì nel fiore 
degli anni. 



— 121 — 

lità di un eccellente carattere. Esso mi ha promesso, in 
virtù della buona amicizia che passa tra noi, di prestarsi 
quanto potrà in vantaggio di vostro nipote , massimamente 
se scorgerà in lui buon ingegno e buona volontà di stu- 
diare. In questi giorni si fisserà ancora il maestro di ma- 
tematiche, il quale cominciando dalle prime nozioni lo 
istruisca nelle dottrine indispensabili per l' architettura. 
Sarà poi mia cura particolare d'invigilare ai suoi progressi, 
informandomene continuamente dai rispettivi professori; 
come non mancherò altresì d'infiammarlo allo studio ac- 
ciò non restino deluse le buone speranze de' suoi ottimi 
genitori e di Voi, che tanta cura vi prendete di lui. Mi 
è infinitamente grato questo vostro comando, per avermi 
così aperta via a sperarne degli altri, che desidero onde 
aver luogo di dimostrarvi la mia stima ed amicizia, colla 
quale intanto ho il piacere di confermarmi 

Vostro aff.mo servo ed amico 

Pietro Tenerani. 

4. 

A Vittoria Triscornia , a Carrara 

Pregiatissima Signora , 

Roma, 21 Dicembre 1839. 

In seguito di quanto le feci dire da mio fratello, debbo 
parteciparle la consolante notizia che il suo figlio , sig. 
Giustino, non è affetto da malattia che possa indurre ti- 
more alcuno ; giacché avendo inteso il parere di uno dei 
primari professori di medicina sopra quelle indisposizioni, 
che il suo figlio medesimo accusava , mi ha assicurato che 



— 122 — 

il male è cagionato da un reuma non curato, e che ora, 
mediante una cura che gli ha prescritto , in poco tempo 
può liberarsene. Viva dunque tranquilla , e conti pure 
sulla mia premura in far sì che il sig. Giustino si regoli 
a forma di quanto il medico li ha suggerito : in appres- 
so , bisognando , non mancherò ancora di tenerla infor- 
mata, appagando le amorose cure materne. 

In questa circostanza mi è grato augurarle ogni pos- 
sibile prosperità per le imminenti feste e nuovo anno. 
Sulla sincerità de' miei voti non vi è luogo a dubitare, 
mentre Ella sa quanto siano le obbligazioni verso la casa 
Triscornia, e quindi può argomentare quale è la mia gra- 
titudine. Riverisca da mia parte il suo sig. Consorte ed il 
suo Cognato, insieme a tutti di sua casa, e mi creda ad 
ogni prova 

Il suo obbl.mo servo 
Pietro Tenerani. 

5. 

Al Prof. Adeodato Malatesta, a Modena (1). 

Chiarissimo Signore , 

Il gentilissimo foglio di V. S. Ill.ma in data del 18 
p. p. Maggio mi partecipa d'essere stato dichiarato Socio 
onorario di codesta Accademia di Belle Arti. 

Con vera soddisfazione ricevo siffatta notizia, e mi re- 
puto grandemente onorato dall'essere ascritto a questa il- 



(1) N'ebbi copia dairillustre pittore Adeodato Malatesta, al quald no 
rendo pubbliche grazie. 



— 123 — 
lustre Accademia, che riguardo come di mia patria. E 
sono in prima compreso di gratitudine somma verso la 
Sovrana Clemenza per essersi degnata munire di sua ap- 
provazione r atto de' Signori Accademici , a' quali pure 
professo particolare riconoscenza. Mi compiaccio nel tempo 
medesimo che lo stesso onore sia stato conferito al sig. 
Obici meritevolissimo di tanto , il quale ha fatto ben pa- 
lese il suo valore nell' arte colla bella statua del soldato 
ferito, che ha mandato a Modena. 

Prego ora la S. V. III. ma di volere in mio nome ren- 
dere i più cordiali ringraziamenti agli illustri Accademici ; 
ed Ella in particolare li gradisca per sé, ed anche per le 
cortesissime espressioni e prove di bontà ed amicizia che 
ha usato nella sua pregiatissima lettera. 

Si degni ancora ringraziare T egregio sig. Segreta- 
rio, credendomi con sensi di alta stima e di vera amicizia 

Di V. S. Ill.ma 
Roma, 14 Giugno 1843. 

Dev.mo ed oss.mo servo ed amico 
Pietro Tenkrani. 

6. 

Allo scultore Santo Varni, a Genova (1). 

Stimatissimo Signor Professore, 

Avrei desiderato servir subito V. S. Ill.ma col man- 
darle la Madonnina richiestami: ma non era in grado di 



(1) Di questa e della leUera che viene appresso mi favori cortese- 
mente copia il valente scultore al quale sono indirizzate. 



— 124 — 

farlo perchè nessuna ne ho presso di me. Feci questo 
bozzetto per una principessa, che lo donò alle Monache 
dette del Sacro Cuore. Queste ne fecero fare parecchie 
copie che si divulgarono, e vennero in mani de' formatori 
lucchesi, che a forza di riprodurle sono appena riconosci- 
bili dalle prime. Non ho creduto bene mandarle di que- 
ste, ma ho fatto fare delle premure presso le Monache 
per averne una delle prime per ricavarne la forma, al 
che non hanno voluto acconsentire per timor di danneg- 
giarle; tuttavia non dispero di persuaderle, e se riuscirò, 
mi farò un pregio di servirla. 

In quanto alli gessi d' una qualche mia opera , che 
V. S. Ill.ma, per sua gentilezza, mi richiede per V espo- 
sizione, mi rincrese di doverle dire che non ne esiste al- 
cuna forma, avendo solamente quelli che bisognano per 
il mio studio. Credo però che non mancherà occasione, 
eh' io possa in seguito questo suo desiderio appagare. 

Mi compiaccio d'aver fatto la sua rispettabile cono- 
scenza, e la ringrazio d' avermene dato occasione coli' in- 
dirizzarmi la sua gentilissima lettera, che mi offre il bene 
di potermi dichiarare con stima sincerissima 
Di V. S. Ill.ma 

Roma, 15 Marzo 1845. 

Devot. ed Obb.mo Servo 
P. Tenerani. 

7. 
Al medesimo, a Genova 

Roma, li 8 del 1857. 

Stimatissimo Signor Varni, 

La presente le sarà recata dal Sig. Lombardi scul- 
tore, mio scolare, il quale passando per Genova per tra- 



— 125 — 

sferirsi quindi in Roma ho pregato di presentarsi a Lei per 
ritirare con la sua assistenza quei due pezzi di vello cre- 
spo della Gina di color rosso, che in sua compagnia 
acquistai costà in Porto Franco. Voglia pertanto esser 
compiacente di avere questo incomodo, per cui io lo rin- 
grazio anticipatamente. 

Memore poi delle cortesie che Ella mi usò nel mio 
breve soggiorno a Genova, desidero che si avveri quanto 
mi facea sperare della sua venuta in Roma; ma oramai 
essendo scorso un anno, non dovrebbe indugiar più a ve- 
nire. Voglia fare i miei complimenti alla sua signorina, che 
Ella ebbe la bontà di farmi conoscere pochi momenti 
prima della mia partenza. Mi onori de' suoi comandi in 
tutto ohe valga a servirla, mentre con sincera slima mi 
pregio d' essere 

Suo Dev.mo Servo ed Amico 
P. Tenerani. 

8. 
Al Marchese Ferdinando Canonici, a Ferrara (1). 

Roma, 7 Maggio 1859. 

Sig. Marchese pregiatissimo Amico, 

Mi dispiace di non aver potuto prima d' ora , a ca- 
gione di salute, rispondere alla sua carissima dei 22 p. p. 
Sono molto soddisfatto che la mia proposta le sia piaciuta, 
perchè, com' Ella mi dice, conosceva già per fama il Re- 



(1) L'originale si conserva presso il professore Leopoldo Bocconi tli 
Pon tremoli. 



— 126 — 
velli e per la litografìa, che ha presso di Lei, del gruppo 
di Colombo e T America, che gli ha fatto onore. Rimane 
dunque anche per sua convinzione bene affidato il monu- 
mento che si desidera dal sig. Gulinelli,' e sono persuaso 
che il Revelii corrisponderà all' aspettazione. In quanto a 
me, trattandosi di artista che si è levato in certa . riputa- 
zione, credo indelicato ingerirmi nel bozzetto, temendo 
possa risentirne il suo amore proprio: onde io, anche 
per il meglio della cosa, crederei più conveniente che Lei 
direttamente gli comunicasse il concetto che si vuole 
espresso nel monumento, per averne prima il bozzetto? 
e poi risolvere sull' oggetto. Approverà Ella certamente 
la ragione che m' induce a suggerirle tutto questo, e 
spero non vorrà supporre eh' io lo faccia per esimermi 
dal darle l'idea richiestami, mentre ben volentieri, quan- 
tunque pieno d' occupazioni , mi presterei a servirla. 

Ripetendole sempre il mio desiderio di essere ono- 
rato de' suoi comandi, mi confermo con la piii alta stima 

Suo devotissimo servitore ed amico 
P. Tenerani. 



9. 

Al Prof. Giuseppe Tendermi, a Carrara (1). 



Pregiatissimo Sig. Tenderini, 

Preocupato della recente disgrazia che ha colpito la 
povera Carolina, mia nipote, ho provato un senso di 



(1) L'originale è posscdulo dal Tenderini. 



__ 127 — 

grave apprensione nel vedermi giungere una lettera da 
Lei, temendo in sulle prime non mi annunziasse qualche 
infausta notizia. Ma poi avendola scorsa, mi sono posto 
in piena calma, poiché Ella mi assicura che la malattia 
di mio fratello è di un indole assai benigna, e che presto 
dovrà cedere ai rimedi dell'arte; e tanto piìi io lo spero 
poiché il mio fratello ha la fortuna di essere da Lei as- 
sistito, che aireccellenza nella professione aggiunge le cure 
amichevoli per la particolare benevolenza a suo riguardo. 
È inutile pertanto che io glielo raccomandi, essendo in 
così buone mani. La pregherò soltanto di dire a mio fra- 
tello di scrivermi, subito che é in grado di farlo, accu- 
sandogli intanto che io ho ricevuto una sua lettera, alla 
quale darò risposta quanto prima. 

La ringrazio dell' incomodo che ha avuto di scrivermi, 
e profitto di questa circostanza per rinnovarle i sensi della 
mia sincera stima, colla quale mi pregio di essere 
Roma, 10 Luglio 1861. 

P. S. La prego de' miei ossequi all'egregia sua Signora. 

Suo devotissimo servo ed amico 
P. Tenehani. 

10. 

Al Sindaco di Carrara (1). 

Onorevolissimo Signore, 

Dal gentilissimo foglio di V. S. 111. ma dei 11) del ca- 
dente mese, recatomi dal Sig. Lucchetti, ho appreso con 



(1) Anche di questa lettera, che si trova nell'Archivio Comunale di 
Carrara, n'ebbi copia dall' ottimo amico mio conte Giuseppe Tenderini. 



— 128 — 
vero piacere, che presto si verrà ad attuare la delibera- 
zione di cotesto Municipio per la erezione di un monu- 
mento alla chiara memoria del nostro illustre concittadino 
Pellegrino Rossi. 

Nel ringraziare la S. V. della grata notizia, Le sog- 
giungo in quanto al desiderio esternatomi di avere il mo- 
dello della statua del Rossi da me scolpito, che io mi 
trovo in ciò altamente onorato, e fortunato altresì di poter 
concorrere alla bella impresa; onde con mia molta sod- 
disfazione metto quel mio lavoro a disposizione di S. V. 
degno Rappresentante del nostro Municipio. E non so 
dirle quanto io lo faccio di buon grado, anche per la ra- 
gione di far cosa grata al mio Paese, che amo sempre 
caldamente , e per così rendere un omaggio di venerazione 
a Colui che mi onorò della sua particolare amicizia e be- 
nevolenza. Una considerazione però non posso a meno di 
sottoporle, appunto pel grande interesse e zelo che ho 
in questo affare, cioè che il modello della statua da me 
eseguita, è stato così fatto per essere collocato nella sala 
di una villa di un particolare amico del Rossi, onde ho 
scelto quell' atteggiamento di famigliarità, non troppo forse 
a mio parere, convenevole per un monumento. Rifletta 
Ella di grazia sopra ciò, e vi chiami, se crede, l'atten- 
zione di alcun' altro Artista, che potrebbe darne un sicuro 
giudizio. In ogni modo, lo ripeto, il mio modello è fin 
da ora alla sua disposizione. 

La ringrazio in ultimo delle onorevoli espressioni, 
ch'Ella nella sua gentilezza ha usato a mio riguardo, e 
La prego di gradire le proteste della mia più alta ed os- 
sequiosa stima, colle quali ho l'onore di profferirmi 
Di Lei, Onorevolissimo Signore 

Roma, 20 Novembre 1868. 

Devotissimo Servitore 
P. Tenerani. 



iQtoriio alla Novella di Jacopo dì Poggio Bracciolini 



e all' originai testo latino di Bart.° Fazio 



LETTERA 
AL SIG. CAV. GIAMBATTISTA PASSANO 

UFFICIALE NELLA BIBLIOTECA CIVICA DI GENOVA 

BIBLIOGRAFO DISTINTISSIMO 



Pregiatissimo e gentile amico 

Consentite eh' io a Voi dia notizia d' alcune osserva- 
zioni da me fatte, intorno alla ben conosciuta novella 
d' Jacopo di Poggio Bracciolini, nella quale si raccontano 
le origine delle guerre fra Francesi ed Inglesi. A Voi 
parmi debito siano indiritte come quegli, che già avendo 
prodotte due bibliografie dei novellatori italiani giusta- 
mente laudate, or siete all'opra per regalarne agli stu- 
diosi una seconda stampa di molto augumentata, e adorna 
di nuova erudizione. Io mi sono andato argomentando 
altresì, che riuscirete peritissimo giudice nelF osservare 
se il mìo dire va a seconda della buona critica; e questo 
varrà eziandio a suggellare vieppiù la nostra amicizia. 

Il eh. signor Filippo Polidori, che la repubblica let- 
teraria rimpiange tuttavìa, nello Avvenimento preposto 
alle due Vite di Pipo Spanx) , V una delle quali volta in 
italiano sul perduto testo d' Jacopo di Poggio Bracciolini (1), 
discorse con larghezza della novella pubblicata in prima 

(1) Arch. Slor. Ital. 1." Ser. T. IV. p. 119 e segg. 

Voi. VII, Parte 1. 9 



— 130 — 

dal Molini sotto titolo d' Incerto (1), poi col nome del suo 
autore, Jacopo di Poggio, dal eh. sig. Bongi (2), il quale 
scoperse che una stampa di questa scrittura, era stata 
fatta nella tipografia del Doni nel 1547. Accenna il Poli- 
dori tre codici della Magliabechiana, or Nazionale, ove 
pur trovasi così fatta narrazione, ed uno della Riccar- 
diana nel quale la si dichiara per iachopo di mes. pogo 
tradotta; questo cod. fu scritto per mano di un Niccolò 
d' Antonio degli Alberti nel 1475. Egli ebbe anche ven- 
tura di trovare pur nella Magliabechiana un ms. del sec. 
XVI contenente il racconto latino , innanzi al quale leggesi 
una lettera dell'autore che così incomincia: Quod me ro- 
gasti, Carole generose, inter multas ac varias curas meas 
nuper effeci, subduxi me tantisper negotiis meis, dum libi 
latinam historiam illam reddere , qtiae ab indocto homine, 
nescio quo, ineple, atqxie indocte litteris tradita fuerat. 
In capo ad essa di mano del Senatore Carlo di Tommaso 
Strozzi hannovi le parole seguenti : Jacopo di Messer Pog- 
gio , Origine della guerra fra Franzesi et Inghilesi. V e- 
gregio editore segue argomentando in, questa guisa: « A 
» me veramente si fa duro a credere, che se il Braccio- 
» lini fosse stato l'autore della novella attribuitagli vo- 
» lesse in altra sua composizione chiamar se stesso in- 
» dotto ed inetto; ne parmi altresì probabile (supposta 
» ancora una terza favola, di stile più rozza e di tempo 
» anteriore alle due nominate), che il novellista italiano 
» conducesse su quella di Jacopo la sua propria narra- 
» zione; quando egli invece afferma di aver posto in 
» carte, a richiesta di suoi amicissimi quell'istoria me- 
» desima che poco innanzi aveva ad essi di viva voce re- 
» citata » . Ne vuol poi sottilizzare sui documenti a fine di 

(1) Firenze, Tip. all'Insogna di Dante 1834. 

(2) Lucca, Baccelli, 1850. 



— 131 — 

scovrire se allo stesso Carlo è dedicata la italiana come la 
latina esposizione, se lo Strozzi siasi ingannalo nelP apporre 
al cod. il suesposto titolo, o se la latina anziché dal Brac- 
ciolini sia di alcuno suo emolo di parte medicea, che 
presumesse parlar di lui (in ispecie dopo il patito sup- 
plizio) con quelle bugiarde fnescio cpio) e super- 
bamente ingiuriose parole. 

Ma tutte queste dubbiezze spariscono, secondo parmi, 
ove si osservi che la tante volte rammentata versione la- 
tina, non è se non 1' opuscolo del notissimo Bartolomeo 
Fazio della Spezia: De Origine belli Inter Gallos et Bri- 
tannos Historia ad Carolimi Ventimilium; di guisa che 
autor della volgata è fuor dubbio Jacopo, come ne fanno 
fede i Mss. citaci dal Polidori, e quello lucchese esem- 
plato dal eh. Bongi. 

Non voglio io qui noverare gli autori, che ragionando 
del Fazio toccarono di questo suo lavoro, che ne trove- 
rete notizie bastevoli nelle Dissertazioni Vossiane del ce- 
lebre Zeno (1), e nella Vita che T eruditissimo Abate 
Mehus prepose all'operetta De Viris illustribus del nostro 
autore (2), ben dirò che secondo il P. Niceron non è 
questa scrittura inedita, come volle l'Olivieri nel suo li- 
bro del quale parlerò fra poco, poiché e' così ne scrive (3) : 
Cette histoire qui est fort curieuse a été publié par M. 
Caniusat dans ses additions a la Bibliotfieque de Ciaconius 
(p. 883 j; della qual cosa io testé ho potuto accertarmi, 
confrontando questo libro acquistato di fresco dalla no- 
stra biblioteca; opera bensì assai rara, spezialmente per 
una curiosa vicenda tipografica che le toccò. 

Alcune copie manoscritte tuttavia ne vanno attorno. 



(1) Tom. 1.0 p. 67. 

(2) p. XXXXIII. 

(3) Memoires poiir servir a l'Iiist. dcs Homraes IH. T. XXI. p. 322. 



— 132 — 

ed una havvene eziandio in questa Biblioteca Universita- 
ria, come potrete vedere nel libro d'Agostino Olivieri in- 
titolato Carte e Cronache manoscritte per la Storia Ge- 
novese esistenti nella Biblioteca della R. Università Li- 
gure (1): e poiché il Ms. è quivi citato con inesattezza, 
piacemi descriverlo brevemente = Sala Mss. B. II. 11. = 
God. Gart. del Sec. XIX in fol. picc. carattere corsivo di 
pagg. 162 — contiene — 1.° Bartholomaei Facij de Belio 
Veneto Glodiano ad Joannem Jacobum Spinulam Liber 
(pag. 1-102) — 2.° Jacobi Bracelli ad Revum Patrem 
Ludovicum Pisanum Ordinis Praedicatorum libellus de 
Genuensibus Claris (pag. 103-124). — 3.° Bartholomae- 
Facij ad Garolum Vintimilium de Origine belli inter Gallos 
et Britannos Historia (pag. 125-162). — li copiatore di 
questo God. si mostra ignaro della lingua latina, poiché 
vi si veggono non pochi errori, e mancamenti di parole 
necessarie alla retta sintassi. 

Adunque io dicea tolto ogni dubbio posto innanzi dal 
Polidori suir autore dei due testi, e, aggiungo ora, sulla loro 
priorità, sapendo che il nostro Fazio mori nel 1456, come 
eruditamente chiarisce lo Zeno (2) ed il Mehus (3), mentre 
con buone ragioni prova il Molini nella prefazione alia sua 
stampa, come la novella volgare debba essere stata scritta 
fra il 1468 ed il 1470: e non si può neanche argomen- 
tare che Jacopo nato nel 1441 giovanissimo ancora det- 
tasse questa scrittura, dacché egli stesso nel proemio di- 
chiara come il tempo che ha dato opera alle lettere piìi 
richiedesse farla in latino; con che é palese avere a que- 
sta pezza già dato prova del suo valore negli studi. 

Dee quindi reputarsi vera una terza favola (come 



(1) p. 10. N. 7. 

(2) 0|ì. cit. p. 70 e sc<,^g. 

(3) Op. cit. p. XXVI scgt^ 



^ 133 — 

suppone il Polidori) o vogliam dire leggenda, la quale 
composta in pessima forma e d' ordine e di stile , se ne 
correa per le mani di tutti , com' era ed è anche oggi 
costume delle istorie di siffatta ragione, e che il Fazio a 
petizione del Ventimiglia in latino l'abbia ridotta. 

Non è dunque esatta la nota scritta dallo Strozzi 
sul Cod. Magliabechiano , sul quale si dovrà in quella 
vece porre il nome del vero autore: e quanto alla espo- 
sizione volgare aggiusteremo piena fede al Ms. Riccardiano 
che la dice tradotta, maggiormente poi perchè questo fu 
scritto vivente il Bracciolini { morto impiccato li 26 Aprile 
1478 per la parte che prese alla congiura de' Pazzi), e sol 
5 6 anni dopo l' epoca nella quale verisimilmente fu 
dettata la novella. 

E così è per lo appunto , che che ne dica il Bracciolini 
nel suo proemio; e qui per non dilungarmi in soverchie 
parole e per fare ognun capace ne reco un brano, tra- 
scrivendo il corrispondente volgare dalla edizione lucchese: 

Inter haec Regni Optima- In questo tempo i baroni 

tes Regem adeimt , atque del regno andando a visitare 

orant , ut denuo uxorem ca- il Re , lo pregarono , che vo- 

piat, quo aliquem ex se vi- lesse contentargli di ripiliare 

rilis sexus relinquat, qui donna, acciocché morendo sen- 

post eum regnattinim sit, za legittimo successore, il loro 

quoniam aliter aut ad foe- regno non s' avesse a dividere 

minam aut ad extraneum per cercare re per regno. A' 

Regem regnum sit perven- quali Adovardo rispondendo 

turum ; quibus Edoardus benignamente , disse : la loro 

placide respondit, ìionesta proposta essere honestissima 

quidem a se peti, et talis erga et iusla , et assai esserli grato 

se animi significationem sibi nel suo dolore intendere il buon 

maxime jucundam esse, etiam animo di tanti signori inverso 

in luctu suo : caeterum prò- la sua Maestà. Ma havendo 

misisse Reginae mortuae , se promesso alla morta Reina, et 

nullam subducturum uxorem, con giuramento obbligatosi, non 

nisi quae eius nobilitatem, pigliare nuova moglie, se non 



134 



et decorcm exaequet, idque 
jurejurando affirmasset ; si 
igitur quam UH reperiant 
pareni, se eorum voluntati 
ohsecuturum, alioquin se con- 
tra jusjurandum non factu- 
rum, quod id turpe Re- 
giae Maiestati duceret. Itti 
statini cognita Regis volun- 
tate, legatos in diversas or- 
bis terrarum partes mittunt 
qui qiiaerant, an ulta re- 
periri queat iis , quibtis 
dixi doctihus praedita. Le- 
gati per agrata omni Gallia, 
Hispania, ac Germania cmn 
nidlam qualis quaerebant re- 
perirent ad Regem reversi, 
nidlam se prorsus reperisse 
renunciant; qua re cognita 
primiores Regni, de re uxo- 
ria apud Regem post id 
conticuerunt. Eo causa solu- 
tus Edoardus, aliquanto post 
incitante communi anima- 
rum hoste (eloquar , an si- 
leam? ) nefarios concuhitus 
fdiae coepit concupiscere ; 
stimulabat eum virginis de- 
cor mairi aequalis, quo per 
frequentem eius conspectum 
qtiotidie magis ac magis in- 
cendebatur ; tantaque libi- 
dine exaestuabat, ut ipsa na- 
rae jura polleure, ac violare 
cogitarci, namque quod nulla 
par Reginae mortuae reperta 
fuerat, liane sibi jure, quae 



una simile in ogni parte a lei, 
non intendendo contraffare al 
giuramento come cosa detesta- 
bile in qualunche vilissimo 
uomo, non che in un principe, 
da iiora innanzi, se si fidavono 
di trovarne una, che senza 
rompere la fede potessi pigliare, 
volentieri gli contenterebbe. Il 
perchè intesa la volontà del 
Re, subito mandati segreti 
ambasciadori huomini pruden- 
tissimi per tutte le provincie 
de' Ghristiani a cercare s' e' 
trovassino alcuna femmina do- 
tata de' beni della fortuna, et 
virtuosa come la Regina ; cer- 
cata la Francia, la Spagna, 
la Magna et molti altri paesi, 
tornati al Re narrando la di- 
ligenzia usata , dolendosi non 
aver trovato cosa quale desi- 
deravono, ringraziarono la Mae- 
stà sua prontissima a conten- 
targli , et a tal maniera posono 
silenzio. Libero Adovardo da 
questo pensiero, non passò 
molto tempo, che istigato dal 
diavolo nimico universale d' o- 
gni mortale, cominciò ad en- 
trargli neir animo, et non pen- 
sar mai altro, che avere a 
fare con la propria figliuola: 
cosa stupenda et orribile a u- 
dirla non che a farla, stimo- 
landolo al continuo le bellezze 
della, vergine, et i costumi 
corrispondenti a quelle, dei 



135 — 



mairi perimilis esset, concedi 
ptitabaf. Hac igitur nefanda 
cupiditate inflammatus ve- 
nienti ad se, ut solehat, ftliae 
suadere coepif , uti eius 'co- 
niugio contenta esset; quum 
nullam praeter eam reperire- 
tur, quae genere et pulchritu- 
dine matrem aequaret, quo 
suhditorum suorum desiderio 
satisfaceret. Illa primo tur- 
pissimo patris postulato con- 
fusa , quasi elinguis ob- 
mutuit, deinde ad se re- 
versa patreni orare atque 
ohtestari coepit uti a tam 
improba cogitatione animimi 
adverteret, esse eam affir- 
mans pernitiosam diabuli 
suggestionem,nec foedus quic- 
quam, aut apud Deum ho- 
minesque abominabiliusve ex- 
cogitari posse; nullum tam 
monstruosi conmibii genus 
in terris esse , mirarique 
se , quonam modo tantum 
facinus patris ore exci- 
derit; praestare aut coe- 
libem vitam agere', et jusiu- 
randum potius matri dattim, 
quam sanctissima sangui- 
nis jtira violare. Simul his 
dictis, e patris conspectu, 
ne vim faceret, abiit. 



quali ogni dì più s'accendeva 
per la continua conversazione. 
Et tanto potè in lui la libidine 
e lo sfrenato appetito, eh' e' 
pensò corrompere e violare la 
santissima legge della natura 
sotto colore di matrimonio, 
come modo lecito e senza al- 
cuna reprensione. Stimando far 
parere l' inonestissima voglia, 
honesta et insta, togliendola 
per moglie, et essere costretto 
a pigliarla non ne trovando 
alcuna altra tanto simile alla 
madre quanto lei, per satisfare 
al giuramento, et ai suoi sud- 
diti. Infiammato adunque da 
questa inaudita cupidità, come 
prima venne a lui la figliuola, 
secondo era usata, cominciò 
con molte ragioni a persua- 
derla, eh' ella voglia accettarlo 
per marito. La fanciulla per 
la disonesta domanda del pa- 
dre, uscita quasi fuora di se, 
et stordita tutta, con molte 
dolce parole confortando il Re, 
lo pregò a voler rimuovere il 
pensiero di sì abbominevole 
appetito. Al quale solo il dia- 
volo lo induceva, conoscendolo 
incorruttibile in ogni altro vi- 
zio, per farli à un tratto per- 
dere r anima e la fama degna 
acquistata con tanta fatica per 
tutto il mondo con le sue virtù. 
Meglio essere et più utile alla 
sua Maestà vivere senza donna, 



- 136 — 

che (*) rompere il giuramento, 
e i sacratissimi vincoli della 
natura; che commetter cosa, 
della quale ninno, appresso gli 
huomini et Dio, si poteva im- 
maginare più nefando; né fra 
r humana generatione essere 
per alcun tempo stato si mo- 
struoso matrimonio; in modo 
che gran meraviglia sì faceva, 
come dalla bocca paterna po- 
tessino essere uscite simili 
scelerate et nefande parole. Et 
detto questo dubitando che il 
padre non li facessi alcuna 
violenza, si partì da lui. 
Farmi dovermene rimanere dal recarne di più, tanto 
apparisce in questo sol saggio il traduttore, che si studia 
per quanto .può trasporre, ampliare, e dar nuovo colore 
ad un lavoro che vuol compaia cosa sua; e per quanto è 
lunga la novella a cotesto appunto si riduce ogni diver- 
sità. Solamente trovo il testo latino nel nostro Cod. man- 
chevole di quanto narrasi nella volgata dalle parole: Onde 
il Dal fino vedendolo ogni dì più afflitto ecc. ( pag. 20 ) fino 
a quelle : sendo pazìa a desiderare quello non si può in 
alcun modo avere (pag. 23), e delle considerazioni colle 
quali si chiude il racconto: è però intera la stampa del 
Camusat, ond'è a credere o il menante abbia trascritto 
da un Cod. monco, qual'è altresì il Magliabechiano, o per 
fretta dimenticasse quel brano. 

La giunta finale, si come V amplificata esposizione, 
ben vedesi di leggieri fatta dal traduttore per deliberato 
proposito, affinchè opera sua piìi facilmente fosse repu- 

(*) Credo si debba leggere: o rompere il giuramento, che i sacra- 
tissimi ecc. come nell'ediz. del Molini. 



— 137 — 

tata. La qual sollicitudine di mostrare che in forma originale 
egli scriveva, ben si pare dalla dichiarazione del proemio 
\h dove dice: Et benché più richiedesse il tempo che ho 
dato opera alle lettere, farla in lingua latina, nondi- 
meno indicando che male contenterei a chi sono obbligato 
narrare una cosa, perchè non la intendessino sendo vul- 
gari, l'ho in nostro vidgare scritta, vedendo molti eccel- 
lentissimi uomini havere questo medesimo fatto, credo 
stimando sia più utile il bene quanto più è universale. 
Con tal ragionamento e' vuol mostrare di non conoscere 
alcun testo latino, di guisa che venendo pur una fiata 
scoperto non sia accagionato di plagio. L' amicizia grande 
che fu tra il Fazio ed il Poggio , e lo invio che a vicenda 
si facevano delle loro scritture, come le loro epistole te- 
stimoniano, mi fa argomentare che questa eziandio abbia 
ricevuta il Bracciolini dall'amico, e che doveva perciò 
essere notissima ad Jacopo studioso delle buone lettere 
e pur esso indiritto a tal magistero. 

E qui farò fine non sapendo consentire al sopra ci- 
tato Olivieri , forse inspirato da altrui, d'aver posto in dub- 
bio il giudizio del P. Spotorno, che disse questa scrittura 
dettata in buon latino, mentre egli così non la reputa: 
e buon] latino giudicavalo Jacopo Caddi nella sua opera 
De Scriptoribus non Ecclesiasticis , e il Polidori sullodato 
scriveva che per brevità succulenta per V ordine e la ve- 
rosimiglianza vince di gran lunga il testo volgare; Voi 
stesso potrete giudicarne dal brano trascritto, e leggendola 
eziandio per disteso nel Cod. quattrocentino di codesta 
Civica Biblioteca. 

Non so se queste osservazioni fatte da tale, che Voi ben 
conoscete di poca levatura, vi quadreranno : comecchessia 
scusate la noia e conservatemi la vostra benevolenza. 
Genova dalla Bib. Universitaria 3 Dicembre 1873. 

Vostro aff.mo Amico 
AcmLLE Neri 



CLXXXVIII CANTI POPOLARI 

(CANZONETTE, SCHERZI INFANTILI, NINNE-NANNE) 

DI 

AVELLINO E CIRCOSTANZE 

( Principato Ulteriore ) 

Avellino è al presente capoluogo della Provincia di 
Principato Ulteriore, e dà nome ad un collegio elettorale. 
Chi fosse vago di avere intorno ad essa notizie storiche 
pe'tempi anteriori al decennio (1) può consultare le Ricerche 
sulV Istoria di Avellino di Serafino Pionati ( quattro volu- 
metti, Napoli, 1828-29). Chi bramasse notizie statistiche, 
faccia di procacciarsi T accuratissimo opuscolo infoilo di 
trentadue pagine, intitolato: Comune di Avellino \ Censi- 
mento generale della Popolazione \ nella Mezzanotte del 31 
Dicembre \ 1871 || Avellino \ Tipografia Ir pina, Piazza 
della Libertà N. 45 47 | 1872. Questo bel lavoro, dovuto 
principalmente all'opera solerte del consiglier comunale 



(1) Decennio, chiamavano i liberali di Napoli, quel periodo che i 
borbonici addiinandavano occupazione militare, cioè i Regni di Giuseppe 
Bonaparte e di Gioacchino Murai; quinquennio poi dicevano il periodo 
dalla caduta di Uc Gioacchino alla Rivoluzione del M.DCCG.XXI. 



— 139 — 

avvocato Costantino D'Agostino, somministra ogni notizia 
desiderabile intorno la popolazione del Comune. Debbo 
alla benevolenza dell' egregio Commendatore Francesco 
Zambrini, che tanto giova con l'opera sua gli studi linguistici 
e dialettologici , di poter pubblicare questi CLXXXVIII 
canti popolari; de' quali CLl sono Canti propriamente 
detti (rispetti o villote); XXIII, scherzi infantili; e XIV, 
Ninne-Nanne. Li debbo tutti alla colta signorina e genti- 
lissima, Clelia Soldi, la quale li ha raccolti e trascritti 
con somma diligenza ed esemplare. Ho osato ringraziar- 
nela indirizzandole alcune strofe, che trascrivo, non per- 
chè le stimi pregevoli, anzi solo e come documento 
della riconoscenza mia ed acciò dopo l' ostica lettura me- 
glio si assapori la spontanea bellezza e non fucata dalle 
canzoni popolari. (Prego il proto di far adoperare nel com- 
porle: nompariglia o parigèno o perla o diamante; insomma 
il carattere più microscopico posseduto dalla tipografia). 

I. Come ne' vòrtici 
Glauchi precipita 
Crocesignàndosi 

Il marangone e da le rupi 1' ostriche 
Svelle, di perle gràvide; 

II. Come rimugina 
Le cieche vìscere 
De' gioghi altìssimi 

La man del minator che gemme fùlgide 
Rinverga o quarzo aurìfero; 

III. come il cénere 
Che involve i rùderi 
Di Pompei , scavano 

Fiorelli e' suoi, le nobili relìquie 
Cercando d'altri sècoli: 



— 140 — 

VI. Così de' vìllici 
Ne la memòria 
Fruga, svellendone 
Gl'ingenui canti in cui sì piacque il pòpolo 
Fiero del nostro Sànnio 

V. Irpino. E notali 
Prima che muòjano 
Appo l'instàbile 

Volgo, che ormai lor preferisce 1' àrie 
D'opere buffe e sèrie, 

VI. Ove pompeggiano 
Vezzi ed illècebri 

Di dotta mùsica, 
Ma le grazie natie, l'affetto, l'impeto, 
E spesso '1 senso mancano. 

VII. Prosegui l'opera 
Leggiadra, o Clelia; 
Né ten distòlgano 

La noncuranza de' negghienti o l' improbo 
Sogghigno degli stolidi. 

Le donne sono piìi atte di nojaltri uomini ed hanno mag- 
gior agio por raccogliere questi prodotti della fantasia 
popolare. E sarebbe desiderabile che * le tante che si ar- 
rabattano per conseguire la ridicola nomea di letteratesse, 
attendessero invece a quest' utile opera e modesta. La 
parte mia in questa pubblicazione si limita all' ordina- 
mento alfabetico, alla rettifica dell'ortografia ed all'ag- 
giunzione delle annotazioni; di alcuna delle quali (massi- 
me di quelle che descrivono i giuochi puerili in cui si 
adoperano parecchie canzonette) mi è stata somministrata 
la materia dalla raccoglitrice stessa. Mi è accaduto di ve- 



— 141 — 

der parecchi uomini positivi e pratici deridere compas- 
sionevolmente il tempo e la fatica spesi in lavori siffatti. 
Io non voglio risponder loro che con alcune parole di un 
medico lombardo, desunte dal curioso libretto intitolato: 
Peregrinazione \ nella Liguria e nel Piemonte \ o \ Lettere 
{scritte di là | dal | Dr D....Ì G...À \ al\ Dr N....Ì G....0 
\\Codogno \ Dalla Tipografia di Luigi Cairo ■{ 1830. — 
« Non sarebbe un bello studio quello di raccogliere e 
» classificare tutti questi dialetti?.... Tu dirai: E con guai 
» vantaggio? Il vantaggio te lo esporrà chi conosce i 
» rapporti di un dialetto parlato e la storia, la posizione 
» topografica, le leggi, i costumi, ecc. di chi lo parla. 
» Altronde pochi anni sono, un naturalista non affrontò 
» coraggiosamente la pazientissima fatica di raccogliere 
» e classificare gli animali microscopici petrificati? Di- 
» mando io pure: e con guai vantaggio?.... Se non al- 
» tro, e gli animali ad occhio nudo impercettibili che vis- 
» sero, ed i dialetti viventi, sono fatti; ed i fatti bene 
» ordinati, tu sai che possono un giorno o T altro es- 
» sere utili. » — Un' altra osservazione. Nel fascicolo di 
Maggio e Giugno MDCCCXXXVII degli Annali Civili del 
Regno delle due Sicilie, parlò del dialetto napoletano: — 
« con eruditissimo discorso il chiarissimo letterato Raf- 
» faele Liberatore ». — Così lo encomiava, annotando la 
vita di Dante del Balbo, uno che fu censore borbonico. 
Sarebbe strano che io consentissi con un censore borbo- 
nico, che questi dicesse cosa vera. La chiacchierata su- 
perficialissima del Liberatore, ingemmata di qualche sgram- 
maticatura, prova ch-egli non conosceva direttamente forse 
nessuno degli scrittori onde ragiona strascicandosi sulla 
falsariga del Galiani, da lui abbreviato o parafrasato. Prova 
eh' egli non era capace di avere una idea propria sullo ar- 
gomento che tratta. Prova finalmente che non conosceva 
neppure a dovere il dialetto ; difatti p. e. interpreta la parola 



— 142 — 

vernacchio, che pur troppo vergognosamente ricorre spesso 
nell'uso napoletano e persino ne' titoli di parecchie opere; 
come se indicasse soltanto un osceno rumore di .scherno 
fatto con la bocca. Questa è l'accezione odierna più usuale 
del vocabolo ; ma all' epoca in cui venne scritta la Vio- 
leida voleva significare e significa pur tuttavia precisa- 
mente il suono della trombetta di Barbariccia. Ho pre- 
senti venti brani che convalidano quest' asserzione : ba- 
sterà che rimandi all'epigrafe dell' opuscolo intitolato : Lo 
Vernacchio, Resposta a lo Dialetto Napoletano (1779). Par- 
lando de'canti popolari, diceva il Liberatore: — « Quanto 
» poi alle poesie liriche, Napoli, quest'antica figlia della 
» Grecia, non manca di canti popolari, massime di quelli 
» che s' intramezzavano con le danze ed i quali risalgono 
» al tempo degli Svevi e degli Angioini. Della maggior 
» parte si sanno soltanto i primi versi o le prime strofe, 
» alcuni sen cantano ancora. Né ci meravigli che non se 
» se ne siano conservati in maggior numero in un paese 
» in cui v'ha piìi immaginazione che memoria; ove l'i- 
» stinto poetico porta il volgo medesimo ad improvvisare ; 
» ove si generale è il bisogno di cantare; ove il popolo 
» chiede impaziente ogni giorno qual sia la nuova can- 
» zone » . — Sembra impossibile che un napoletano abbia 
voluto parlare de' canti popolari delle sue Provincie senza 
interrogare il popolo (il cuoco, la balia, la fantesca, il 
contadino, il bracciante) che gliene avrebbe saputo inse- 
gnare migliaia ed avendo solo presente la Grammatica 
del Galiani! Ad ogni modo, chiunque darà un'occhiata a 
questa ed alle altre mie pubblicazioni congeneri, potrà accer- 
tarsi che delle nostre canzoni avanza qualcosa più che i 
primi versi soli; e che non potrebbono esserne avanzate le 
sole prime strofe, perchè non erano composte di strofe. Né 
questa é l' unica cosa erroneamente detta e creduta e ripe- 



— 143 — 
tuta intorno alle poesie popolari. Nel Saggio \ di \ Canti 
Popolari I raccolti \ nel Contado \ di Ancona \\ Ancona] 
Per Sartori Cherubini \ con approvazione \ 1858 (venti- 
quattro pagine in 8.° piccolo) che contiene diciolto rispetti 
e dieci stornelli, italianizzati e pubblicati per nozze da Luigi 
Bianchi ed Eugenio Rumori, prete; il secondo non può chiu- 
dere un Avvertimento premesso alla Raccoltina: — « senza 
» un' osservazione, che sebben fatta da altri, pure ci 
» torna a proposito di ripetere; ed è, che di tante Can- 
» zoni che abbiamo (e sono oltre a cinquecento e quasi 
» tutte trattano di amore) non ve ne ha pur una, che 
» accenni a cosa men pudica ed onesta.... Cosi a questi 
» buoni e semplici campagnuoli.... mantenga sempre iddio 
» r integrila della fede e del costume e coi pochi desi- 
» derì la pace del cuore ». — Amen! ma probabilmente 
i campagnuoli anconitani avran taciuto per debiti riguardi 
al Rumori, sacerdote, i loro canti piiì spiattellatamente 
osceni; non potendosi ragionevolmente ammettere che la 
poesia popolare anconitana , sola fra tutte le altre Italiani, 
manchi di canzoni più o men ciniche; il che equivarrebbe 
al dire che gli anconitani son d' indole e di costumi di- 
versi da tutti i rimanenti Italiani, anzi da tutti gli altri 
uomini. Di allusioni crude, più o men velate, e che il 
volgo ripete ingenuamente, senz'attaccarvi malizia, perchè 
il linguaggio delle plebi sarà sempre molto men riguar- 
doso e schivo della conversazione delle classi colte; se ne 
troveranno anche nelle canzoni presenti. Ma inoltre, come 
i nostri concittadini si dilettano del turpiloquio, così pure 
di canzoni invereconde. Ne ho d' ogni provincia in buon 
dato e forse sarebber da pubblicare in picciol numero di 
esemplari e con le debite precauzioni. Ne ho già lasciate 
correr parecchie nel saggio di Canti popolari delle Pro- 
vincie meridionali (Due voi. Torino, 1871-72). Il sop- 
primerle sarebbe mutilare la figura che dalla loro lettura 



— 144 — 

uno può formarsi del nostro popolo. Ed io appartengo 
agli uomini terenziani: nihil humani a me alienumputo; 
e soprattutto, nulla d'Italiano. 

Pomigliano d'Arco, 28 del 1874. 

Imbriani 



CANTI POPOLARI 

LXXXVII. 

No' dormo, né riposo a vui penzanno; 
Passo la notte 'ntera senza suorino; 
Sponta lo sole e io s!ò lagrimanno; 
Poveri nocchi nimii, sotfrì' non puonno! 
Vanno a lo Metto pe' pigliare suonno , 
Vanno pe' riposa' cchiù pevo (1) anno! 



(l) Pevo, peggio. Si noti quel cchiù pèvo (piìi peggio) locuzione 
energica, sebbene sgrammaticala. 11 gran Basile (ed essendomi slato 
rimproverato di affibbiargli queir epiteto da persona poco pratica della 
letteratura napoletanesca, dicliiaro attribuirglielo non pel Teagme, anzi 
pel Pentamerone ) adoperò questa locuzione in Italiano, scrivendo: 

Che vita più peggior credo non sia 
Del pescator , eh' ogni ora 
Nel niobil flutto la sua vita arrischia; 
E sol tanto riposo in fermo lido, 
Quanto più scosso il mar da fieri venti 
Non mi lascia tentar l'acqua col remo. 

Quel tanto.... quanto sottolineato è un cattivo italianizzamento del 
tanno.... quanno (allora ... quando) napoletanesco. Vedi Le | Avventu- 
rose I Disaventure \ Favola Maritima \ di Già. Battista | Basile il pi- 
gro; I academico stravagante j di Creta. \ Con licenza de' superiori 
e privilegio \\ in Venctia, MDCXfl \ Appresso Sebastiano Combi (In 



— 145 — 

CXLllI. 

Vaticaliello (1) mmio, vaticaliello , 
Porta 'sto core mmio 'nnant' 'o cavallo; 
Portolo 'ntorniato a lo cappiello 
Come lo 'retopuiito a la tovaglia. 

CXXXVIII 

Tutti mme l'hanno ditto che ti lascio (2); 
'Sto juorno no' lo pozzono vedere. 
Io a chillo voglio e a chillo mmi piglio, 
No' mme ne curo ca passo travagli. 



dodicesimo di centrentadue pagine) Atto I, Scena I. Nessuno gridi la 
croce addosso al Basile per questo idiotismo. Ben altri ne ha latto di 
peggiori: — « Il Bembo, tenuto scrittore di purgatissima lingua, anzi 
» notato per eccesso d'eleganza, segnatamente nelle sue lettere f Della 
» Casa. Vita del Cardinal Bembo) scrive col dialetto Veneziano mi 
» ho curato in vece di mi soiio curato , che è proprio de' Fiorentini 
» (Bembo. Lett. Voi. II. Lib. HI. al Bamnusio). Ma ninno può mai, 
» per lungo studio eh' ei faccia, divezzarsi affatto dal suo dialetto ma- 
» terno; e comechè molti il contrastino, non però è meno vero che i 
» dialetti diversi hanno perpetuamente cospirato a comporre una lingua 
)) letteraria e nazionale in Italia, non mai parlata da veruno, intesa sem- 
» pre da tutti , e scritta più o men bene secondo l' ingegno e V arte e 
» il cuore più ch'altro, degli scrittori. » — Cosi, benissimo, il Foscolo. 

(1) Vaticaliello diminutivo di vatecale (dicesi anche trainiere, cioè 
conduttor di traini) carrettiere, cavallante. Retopunto, impuntura. To- 
vaglia, scuigamano ed anche quel pannolino ripiegato che le foresi por- 
tavano in capo e che in Valle Caudina addimandano magnosa. Il Mazza - 
rella-Farao dice esser pure: — « spezie di antica camicia simile agli 
» asciugatoi de' nostri Zoccolanti e Cappuccini » — e la fa venire dal- 
l' ebraico thuh, tela di lino. Le etimologie ebraiche erano la monomania 
del Mazzarella-Farao e sono quella di Vincenzo Padula. 

(2) Che ti lascio, di lasciarti. '5/o juorno no' lo 2JOzzo7io vedere; 
muoiono d' impazienza di vedere il giorno ( in cui ti lascerò ). La Ma- 
donna, nome di chiesa. Janw, andiamo. 

Voi. VII , Parte I. 10 



— 1Ì() — 

Qiianno nce jamo a messa a la Madonna 
Parimo tutti dui figli a 'na mamma! 

XCIX 

Prevetariello (1), jetta la sottana; 
Come nce sai dormì' senza mogliera? 
Quanno la sera ti vai a corcare 
Truovi lo lietto friddo e ti despieri. 
Quanno lo lietto è frisco e senza donna 
È come a l'arbero sicco senza fronne. 

11. 

Amore mmio, come sì' tornato! 
Mme pari polecino appagliaruto (2); 
Si' fatto vieccliio e non te sì' 'nzorato (3) : 
Forze nisciuna (4) donna t' ha voluto. 

XXXIV. 

Da che ti sì' partuto n'haggio (5) riso; 
Vedo li panni tui e sempe chiagno; 

(1 ) Prevetariello ( diminutivo di prèvete ), pretàccolo , prcticciuolo. 
Questo canto applica solo a' sacerdoti la massima che abbiamo trovala 
nel IV de' XXXllI Canti popolari di Mercogliano : 

Lo maro no' po' stare senza l'onna, 
E r ommo no' po' sta' senza la ronna. 

(2) « Appaglìarnto, morliccio , avvilito per timore, mezzo ad- 
» dormentato, ammiserito dal freddo o da simil malanno. Metafora 
» presa da' cavalli cbe dopo mangiata la paglia si addormentano, due- 
» ceide, Canto XII, Stanza LXIII: Nclie arrivajeno a le case, appa- 
» gliarute | 'Ncopp' a li matarazze sse jettajeno. » — Cosi il Galiani. 
Polecino appagliaruto : stordito come il pulcino che s' accovaccia per 
dormire nella paglia. 

(3) 'Nzorato, ammogliato, (orse da inuxorato. E 'Nzorarse si dice 
solo dell' uomo , non, come I' ammogliarsi Italiano, anche della femmina : 
Molti son gli animali a cui s' ammoglia (Dante). 

(4) Nisciuna, nessuna. 

(5) N'haggio, non ho. Similmente, Canto CXVII, n' è venula, non 
e venuta. Chiagno , piango. De lo lujo paese. Vedi l' annotazione al 
canto CXI V. 



— 147 — 

Vedo le gente de lo tujo paese, 
Co' le lagrime a 1' nocchi l'addimmanno; 
No' mme so' nienti , mme le faccio amici 
Pure pe'ti mannare salutanno. 

CXXIV. 

So' stato a chelle parti e mo' rami torno 

Pe' remirare 'sto viso moderno; 

Luna de notte, e sole d'ogni juorno (1), 

Stella diana, paraviso eterno. 

Addò' nei stati vui ne' è sempe juorno. 

Fiorisce primavera dinf'o vierno (2j! 

XLIX. 

Faccio l'amore e mamma mmia (3) no' volo; 
Dice: ca nò' nei so' de quinnici anni. 

(1) Sole d'ogni juorno, altrove, forse meglio, sole a mezzujorno. 
Stella diana, stella mattutina; diana, aggettivo da dì. 

(2) Pensiero frct|ncnto appo i nostri classici. Berni : Orlando Inna- 
moralo (Canto III. Stanza LXVIII): 

Dormir la vede in atto tanto adorno 
Che pensar non si può, non che si scriva: 
Parea che l'erba le fiorisse intorno, 
E d' amor ragionasse quella riva. 

Marino, Adam (Canto XIV, Stanza CCXLI): 

Non mollo va, che al dilettoso parco 

Dorisbe bella a passeggiar ritorna; 

E rende d'aurei pomi il grembo carco, 

E d'intrecciati fior le trecce adorna. 

lo giuro per lo strai, giuro per 1' arco 

Di que' begli occhi dove amor soggiorna. 

Che io vidi ad infiorar 1' orme amorose 

Non so per qual virtù , nascer le rose. 
Nella Nov. V. della Giorn. X. del Decameron, v'è una primavera che 
fiorisce in mezzo al verno per forza d' incanto. — Cf. col canto CIV che 
incomincia: Quanno sponta lo sole, sponta vascio. 

(3) Altrove, meglio: e mamma tua no' bole. 



— 148 — 

L' amore voglio fa', essa che vole ? 

La mamma schiatta e lo figlio mmi vole. 

CXXIX. 

Tengo 'na mamma e 'n 'auta ne vorria, 
Co' una mamma no' nce pozzo stare; * 
Vorria la mamma de ninnillo mmio 
E juorno e notte la vorria vasare (1). 

XL. (2) 

E fussi accisi li curii e li curti! 
L'amore co' li lunghi voglio fare! 
Si vidi Peppino mmio quanto è lungo 
Quanno cammina 'no gigante pare. 
Quanno cammina fa trema' le case: 
Povera amante ssoja, come riposa! 

XLIV. 

Faccia de la merola volante, 

'Sta maritata toja no' serve a niente. 

Mo' chi t'ha' raiso 'sto viecchio de canto? 



(1) Non so se possa esprimersi con verecondia maggiore l'impa- 
zienza di prender marito: 

Che le nozze affrettar, segno è pur vivo 
D'onesto no, ma ben d'amor lascivo. 

Basile, Teagene, II, 43. 

(2) Confronta col canto: Quanto si bella, musso de cirasa che ter- 
mina col medesimo distico. Fussi accisi , fossero uccisi. Si narra di Gia- 
como T"", che esule in Pisa, parlando con toscani, terminasse un rac- 
conto, dicendo: V accidettero. Gli uditori, non comprendendo, lo richie- 
sero del significato del vocnholo; e lui, dopo essersi raccolto alquaiilo: 
lo trucidarono. Cosi pailavano e scrivevano (piasi tutti i napoletani , o 
con termini enfatici ed ampollosi o frammiscliiimdo parole vernacole, prima 
dell'opera benefica del marchese Basilio Puoti. 



— 149 — 

Tutta la notte dorme e no' fa niente. 
E pigliatello 'n auto cchiù galante 
Che sia come a mme ubbiriente. 



CI. 



Quanno nei siti a la chiesa a sposare, 
'No travo 'nnanti pozzati ancappare; 
E quanno l' acqua-santa ve pigliate, 
'No serpe 'mmano pozzate ancappare; 
A chillo pizzo (1) addò' v' addenocchiate, 
'Na fonta d'acqua nei pozza sorgire; 
E chillo prèvete che v'ha da sposare, 
'Ncopp'a Tartare pozza rimanire; 
Quanno nei siti a tavola a mangiare 
'No muorzo 'ncanna ve pozza 'ntorzare (2); 
Quanno nce siti la sera a corcare, 
Nò' vi pozzate sose' la matina; 
E chello poco 'e (3) dote che pigliate, 
No' vi pozza abbastà' de medicine; 
Tant' anni 'nfunno 'e lietto puozzi stare , 
Quanta parola assieme avirao ditto (4)! 



(1) Pizzo, angolo, posto. Addenocchiate, inginocchiate. Fonta, 
fonte. 

(2) Vi si possa attraversare, fermare un boccone (muorzo) in gola 
('ncanna); in modo die rimaniate soffocato sose', alzare. 

(3) 'E, abbreviazione frequentissima di de, cioè di, segnacaso del 
genitivo Poco 'e dote, poco di dote, poca dote; 'Nfunno 'e lietto, in 
fondo di letto (a letto). 

(4) Imprecazione potente che però mi ricorda un motto del Ban- 
delle: — « I nostri vicini bergamascbi , quando sentono alcuno che ma- 
» ledicendo il compagno gli dice: ^t venga il cacasangue , la febbre, 
» il canchero e simili imprecazioni, sogliono dire: lo non so dir tante 
» cose, ma io vorrei che tu fussi morto. » — 



— ISO — 
XVIII. (I) 

Bella che vai e viene da la Francia 
Dimmi l'amore come ss' accomincia? 
— « Ss' accomincia co' suoni e co' canti, 
« E sse fenisce co' pene e tormenti ». — 

LXI. 

Io nò' lo voglio lo vìrolo (2), mamma, 
Chillo mmi nota la prima mogliera; 
Voglio lo bello mmio de mò' fa' 1' anno (3) 
Chillo mm' amava, e mme voleva bene. 

XXVII. (4) 

Che hai, ninnilla mmia, che stai afflitta? 
Sempre ti vedo co' lo chianto a 1' nocchi? 



(1) Mi sembra aver dimoslro in noia ad un canto gessano, noi mio 
saggio di Canti popolari delle provincie meridionali, questo rispetto 
esser frammento d'una canzone sul Savonarola: per quanto, ben in- 
leso si possa dimostrare; giacché in sifTalti casi dimostrare significa 
indurre a presumere. 

(2) Vìrolo , vedovo. Mmi nota la prima mogliera. Dice alla 
mamma di non voler isposare il vedovo perchè quegli le noterebbe sem- 
pre nominerebbe la prima moglie. 

(3) De mo' fa l'anno, d'un anno fa, che mi corteggia da un 
anno in qua, o che mi ganzava anno. 

(4) Anche in questo canto mi sembra di aver dimostrato un' allu- 
sione a qualche fatto storico; e rimando a.' Canti di Gessopalena. Per 
Nisciuno vedi le annotazioni al Canto II che incomincia Amore mmio, 
comme si' tornalo. Se per Ischiavonia debbba intendersi il paese do- 
gli Schiavoni e per estensione 1' Ungheria, oppure la regione abitata da- 
gli schiavi (cioè da'ghezzi, da negri, da' mori, dagli Etiopi) che sa- 
rebbe ({uanto dire la Mauritania e l' Etiopia e per estensione tutto l' im- 
pero ottomano ; se si tratta insomma di un semplice ratto o d' un ratto 
complicato di abjura del Cristianesimo, come quello del Cicala: non sa- 
prei determinare. 



— 151 — 

Quacche parola màmmeta t'ha ditto, 
No' vò' che parli co' lo tuo consorte. 
E 'n'auta vota che ti trovo affritta 
Ti piglio pe' la mano e te ne porto. 
Si vuò veni' con rame io ti nei porto 
Da chelle parti de la Schiavonia; 
Là ti nei faccio 'no castiello forte, 
Nisciuno de li tui nei po' venire. 

XCVIII. 

Pe' l'aria, pe' l'aria 'no fischetto! 
Ghisso è ninnillo mmio chi nio' ssi parte; 
Nce lo voglio manna' 'no ramaglietto (1), 
De rose bianche e Garofani scritti. 

GXXXV. 

Tu rinninella (2), che pe' l'aria vuoli 
Ferma pe' mente ti dico doje parole.- 



(1) Ramaglietto, o rammagiietlo, mazzetto. 

(2) Rinninella, rondinella. Pe' mente (letteralmente per ìnentre), 
mentre. Sceppo (forse da excerpo) e scippo, strappo, divello. li Padre 
Casiliccliio nella IV Novella della III Deca della IV parte del suo nojosissimo 
libro parla di persone occupate a — « scippare continuamente i canuti ca- 
pelli di mezzo ai negri. » — Galle, ali. Leltrecella, letterina. Anche il Tasso 
da detto : Lettere a lettre e messi a messi aggiunge. Similmente il Ma- 
rini usa quasi costantemente edra per edera. Nell'adone, Canto Vili. 
Stanza XXIX: Di viti e d' edre i capei d'oro allaccia. Nella stupenda 
ottava CXLV del VII. Due volte nella CLXXVII del III. Nella CHI del- 
l' Vili: Difendea l' edra incontro al sol l' entrala \ Di cento braccia 
e cento branche armata. Nella CCXXVI del VII: Non ch'altro i bron- 
chi istessi, i tronchi, i salci | Senton dolci d' amor nodi e fe- 
rite; I Chi può dir come agli olmi e come ai salci | L' Edra sempre 
s' abbarbichi e la vite? \ E chi non sa che se con scuri e falci | Da 
spieiato boschier son disunite, | Lagrimando d'amor così recise \ 
Si lagnan de la man die l'ìia divise? Ed il Muscettola lasciò scritto: 



— 152 — 

Mente ti sceppo 'na penna da 'ste galle 
Pe' fa' 'na lettrecella a lo mmio amore; 
Tutta di sangue la voglio bagnare 
E pe' siggillo nei metto 'sto core. 
Partitti, rinninella, e va lo trova; 
Yidi che fa', che dice e a chi penza, 
Come li pare la mmia lontananza (1). 



Egli d' edre e di mirti intorno intorno \ L'arida chioma ornata, ecc. 
In liilto il seicento, edra fu più usalo in poesia di edera. Cf. questo 
canto col XXV de' XXXIII Canti popolari di Mercogliano, 

(1) Nel Saggio j de' Canti Popolari \ della Provincia \ di | Ma- 
rittima e Campagna \\ Roma \ Tipografia Salviucci \ 1830 (Opusco- 
letto di 32 pagg. in 16.° piccolo, che contiene: pag. 3-6, una dedicatoria 
A Madamigella \ Anastasia de Klustine | il cav. P. E. Visconti; pag. 
7-11, un Discorso preliminare; p. 12, un Avvertimento; p. 1 3-28, tren- 
tadue rispetti , ossia ottave alla siciliana , d' origine letteraria , e rese de- 
castici con l' aggiunta d' una licenza o con la ripetizione del primo di- 
stico in fine; p. 29-31, alcune Note; p. 32, V Imprimatur) c'è una 
variante romanesca di questo canto. Ripubblicata nella Campagne \ de 
Rome I par \ Charles Didier \\ Paris \ Jules Labitte, Libraire-Editeur \ 
Qua'i Voltaire, 3 | 1842. (In 8.° di 426 pagg. oltre l'occhio ed il fron- 
tespizio in principio e l' Indice e l' Errata-Corrige in fine ). Le ultime ses- 
santadue pagine contengono un'Appendice, intitolata Chants populaires 
de la I Campagne de Rome, che annunzia l'opuscolo del Visconti, Ira- 
ducendo parte del discorso preliminare, ristampando i trentadue rispetti 
con la versione francese di fronte e parte delle note con aggiunta d'al- 
tre. Segue un Postscriptum sugli stornelli e la musica loro, della quale 
si riferiscono due esempli per mandolina e chitarra, ecc. Il signor Carlo 
Witte ne ha data una versione in tedesco in una dissertazione intorno 
Das Volkslied \ in Italien che occupa le pagg. 137-154 del volumetto 
in 16.° piccolo di XII-298 pagg. oltre un' incisione in rame, inti- 
tolato: Italia I ìnit Beitràgen | von | A. Hagen, A. Kopisch, IL Leo, 
C. Fr. V. Rvr I mohr, K. Witte iind Anderen. \ Herausgegeben \ von \ 
Alfred Reumont. \ Mit einem Titelkupfer nach E. Magnus. \\ Berlin, 
1838 I Verlag von Alexander Duncker. Questo lavoro del Witte, (mi 
spiace il dirlo, ma un po' di severità è resa necessaria dalla supersti- 
zione con cui gl'Italiani adesso guardano ogni miseria germanica, repu- 
tandola pregiudicialmenle opera coscienziosa) questo lavoro del Witte 



— 153 — 

CXIV. 

Sienti, commare, che mi sortivo (1) sera, 
Steva a la nuda (2) e mmi volea corcare. 

ribocca di leggerezze e di falsità. Chi potrà mai credere che davvero un 
vetturino del Sempione cantasse l'episodio di Erminia sulla chitarra? ed 
improvvisasse parecchie strofe — « piene di strane lodi d'ogni genere 
» sulla Prussia e l' ambra e le aringhe che vi si trovano ?» — che 
■ nelle capanne de' nostri pacchiani il Witte trovasse l' Ariosto o il Tasso 
nell'originale o voltati in dialetto? ed altrettali bubbole. L'autore af- 
ferma in Italia non esservi punta o quasi punta poesia popolare, appena 
qualche raro vestigio d' un' antica ricchezza svanita conservarsi in qualche 
ballata superstite, e qualche sentimento fuggitivo estrinsecarsi in rispetti 
e stornelli che poco durano; l'Italia esser troppo colta per aver poesia 
popolare propriamente detta (che distingue del resto accortamente dalle 
Improvvisazioni e dalle Storie e dalle Canzonette de' letterali d' ultim' ordine 
che si vendon per un soldo nelle vie e su'muricciuoli e dalla poesia in dia- 
letto). È inutile proseguire nell'analisi di questa inezia. La strenna in 
cui era inserita visse un altr' anno. Italia. | Mit Beitràgen \ von | Ida 
Gràfin Hahn-IIahn, F. W. Barthold, Franz \ Freiherrn v. Gaudy, 
Gaye, C. Fr. v. Rumohr, \ II. W. Scliulz. | Herausgegeben \ von \ Al- 
fred Reumont. \ Zweiter Jahrgang. \ Mit einem Titelkiipfer. j| Berlin, 
1840. I Verlag von Alexander Duncker. (In I6.° piccolo di VIlI-328 
pagg. oltre un rame) L'articolo intitolato Toskanische Volkslieder. \ 
Mitgetheilt | von \ Alfr. Reumont (pag. 307-327) è infinitamente supe- 
riore alla dissertazion del Witte. Ma il Reumont ci assicura che la poesia 
popolare Italiana è meramente lirica, e suppone gli stornelli esser pro- 
dotto puro romanesco ed i rispetti roba esclusivamente toscana, quan- 
tunque alcuni possano essere stali importati in altre provincie; del resto 
trova in questi canti più grazia e bel parlare, che poesia. E quindi fa 
una lunga digressione sul dialetto sardo. Spropositi, come ognun vede, 
ne spiffera anch' egU; e cosi accadrà sempre a chiunque sentenzia sopra 
pochi fatti e male esaminali ; e soprattutto e sempre a' tedeschi che vo- 
glion mettere il becco in molle nelle cose nostre. 

(1) Sortivo, sorti, accadde. Sera, iersera. Vedi la postilla al Canto 
CXVI, che incomincia: — « Sera passai e tu bella dormivi. » — 

(2) Steva a la nuda, stava ignuda, anche dicono a la bella nuda. 
Forma avverbiale della quale i dialetti meridionali fanno viemmaggior uso 



— 154 — 

Venne 'no cavaliere a la mmia porta: 

— « Apri , nennella , ca porto denari ! » — 

— « Le porte mmie no' ss' aprano de notte , 
» Manco de juorno, se mme vuo' parlare (1). 
» So' zitelluccia e lo'nore (2) mra' importa; 
» Tu, cavaliere, mme lo vuo' levare. 

» No' mme lo levarrai pe' 'no castiello 
» E manco pe' 'na torre de denari; 



che la lingua aulica. Si noti nel verso seguente quelV a la mmia porla. 
Non è forma vernacola; avrebbe dovuto dirsi a la porla mmia. Il dia- 
letto non premette mai l' aggettivo possessivo. — « Sui pronomi » — 
scriveva l'abate Galiani — « ci contenteremo avvertire, che' i pronomi 
» mio, tuo, suo, che spesso da' Toscani sogliono costruirsi preponen- 
» dogli al sustantivo, dicendo, per esempio, il mio uoìno, il tua ca- 
» vallo, in Napoletano debbono costruirsi impreteribilmente posponen- 
» doli, e dire Vommo mio, lo cavallo tujo. Dir lo mio ommo, lo tujo 
» cavallo, sarebbe una mostruosità, un orrore! Un napoletano che sen- 
» tisse dir mia mamma, avrebbe tal paura che griderebbe subito 
» mamma mia! » — 

(1) Altrove dicono: Vene de juorno chi mme vo' parlare. 

(2) Zitella, zitelluccia, zitella - zita , fanciulla, vergine; Zita, spo- 
sa; Zito, sposo; li zite, gH sposi. A NapoU abbiamo un vicolo delle 
zite. Una delle novelle contenute nel libro intitolato C. Carlo T. Dal- 
bono I Le | Tradizioni popolari | spiegate con la storia || Milano \ Nuo- 
vo Gabinetto Letterario (ma veramente stampato a Napoli da (pieslo 
segretario del famigerato ministro di polizia Delcarrettp , ed il miglior la- 
voro di un uomo, non senza buone disposizioni naturali, ma cui la 
turpitudine della vita ha impedito di far nulla che avesse vero valor let- 
terario e duraturo) s'intitola appunto la zita. Lo 'nore (letteralmente l'o- 
nore) la verginità. La ] Vajasseide \ poema \ di \ Giulio Cesare \ Cor- 
tese i 11 pastor sebeto, \ A compiuta perfettione ridotta; \ Con gli ar- 
gomenti , et alcune prose \ di Gian Alesio Abbattutis. \ Dedieata (sic) 
al potentissimo Re \ dei Venti, \\ In Napoli | Per Novello De Bonis. 
M. DC. LX VL \ Con Licenza de' superiori. | Ad istanza d' Adriano 
Scultore all' Insegna di S. Marco ; Canto primo : 

De brocca se sosio maddamma Berta 
E disse : — « lateuenne , eh' é benuto 



— ir>« — 

» Tanno la mniia persona vedarrai, 

» Quanno (1) vene lo prèvete e raniello». — 

CXVI. 

Sera (2) passai e tu, bella, dormivi; 
Non ti potietti dà' la bona sera; 
Tè la menai pe' sott'a la porta , 
Sìisitti, nenna mmia, e pigliatella. 

CXXXVI. 

Tu, si t'hai nzorà{3), pigliatella bella; 
No' tanto bella che nce hai paura (4); 
Pigliatella 'no poco brunettella (5), 
Che sia dillicata de centura; 
E si nce l' hai fare 'na vonnella , 
Sparagni filo , seta e cosetura (6) ; 

» Lo tiempo, che lo zito faccia certa 
» La moglicra , eh' é omino : e craie venite 
» Ch' a la cammisa lo 'norc ashiarrilc. » — 

Se ne iero le gente, e se corcare 
Li zite 

(1) Tanno quanno. Vedi l'Annotazione al Canto LXXXVII che 

incomincia : No' dormo né riposo a vui penzanno. Questo canto ha , in 
fondo, comune il tema con la Cantilena di Giulio d'Alcamo. 

(2) Sera, così assolutamente ed avverbialmente, equivale ad ierse- 
ra, ierdassera. Confronta col vigesimoterzo de' XXXIII Caliti popolari 
di^Mercogliano , che incomincia Sera passaje e tu, bella, dormivi. 

{?>) 'Nzora. Vedi Annotazioni al Canto II , che incomincia : Amore 
mmio , come si' tornato. 

(4) Non tanto brutta che a le dispiaccia , 

Né tanto bella che ad altri piaccia (Proverbio). 

(5) Il bruno il bel non toglie, 

Anzi accresce le voglie (Proverbio). 

(6) Altrove , forse meglio , dicono : filo , robba e cosetura. A Na- 
()oli , con maggior proprietà per avventura , ma con errore di prosodia , ho 
udito cantare nvece di cosetura, manifattura. 



— 156 — 

E si nce 1' hai fa' 'n'abbracciatella , 
Come abbracciassi 'no mazzo de fiuri. 

xeni. 

'Nzòrati (1), ninno mmio, 'nzorati aguanno, 
L' anno chi vene mmi marito io. 
Tu mme le dai li confietti aguanno, 
L'anno chi vene, ti donco li mmii. 

CXLVI. 

Voglio manna' 'na lettera a 1' Abate (2) 
'N'aula la manno io a Monzignore; 



(1) 'Nzorati. Vedi le Annotazioni a! Canto 11, che incomincia : Amore 
mmio, come si' tornato. — « Agnanno ()ucst' anno. È cornizione del 
» latino hoc anno. Gli spagnuoli ancKe dicono oganno. » — Cosi il Galiani. 
Donco , dò. 

(2) L'Abate, di Montcvergine. Monzignore, il vescovo di Avellino. 
Come può vedersi nell' Itinerario da Napoli a Lecce del marchese di 
Pietracatella Ceva-Grimaldi (stampato per la prima volta a Napoli nel 
M. ecc. XXI. e ristampato nelle Opere di Giuseppe Ceva- Grimaldi. Due 
volumi in 8.°: il primo di pagg. 521 oltre otto innnmerate; il secondo di 329 
oltre l'occhio e il frontespizio. Napoli, dalla Stamperia reale, 1847), a Mon- 
tcvergine si conserva un'antica immagine, attribuita dalla tradizione a San 
Luca. Salvata dal furore degl' Iconoclasti^ si venerò prima in Antiochia , po- 
scia in Costantinopoli; quindi Balduino II, ultimo imperador latino d'Oriente, 
quando fuggi dalla sua metropoli , ne portò seco la sola testa , che la sua 
pronipote ed erede Caterina di Valois, donò al Santuario. Montano d'A- 
rezzo dipinse il resto della figura , e diccsi che ne venisse pagato con 
una bella selva fra Marigliano e Somma. L'Abate di Montevergine è ve- 
scovo, e la sua diocesi comprende Marigliano, Valle, Torelli, Ospedalet- 
to , Terranova , Sammartino e Sangiacomo. Per riguardo a qualche futuro 
imitatore del Cinelli-Calvoli od al futuro compilatore di una Biblioteca 
Irpina , indicherò qui due opuscoli che riguardano essa badia , e che 
mi vennero donati da un frate in una mia visita al Seminario : 

I. — Orazione | (recitata nel Cenobio verginiano il dì 30 di 
marzo) \ in morte \ del R.^" P. D. Raimondo Morales | Abate generale 



— 137 — 

Che li castica 'sii prie voti abati 
Tutta la notte appriesso a le figliole (l) ! 
Portono la sottana spampanata, 
E sott' 'a cammisola de colore. 

LVi. 

Raggio saputo, ca Diana (2) lesse, 
E pe' sott'a lo telaro l'acqua passa; 
Fosse lo dio mme lo concedesse 
De mmi piglia' la tela e chi la tesse. 



ed ordinario perpetuo \ di | Montevergine \\ Napoli | dalla Tipografìa 
Virgilio I 1846 (Ventilrò pagine in 16 grande, olire il ritrailo litografico 
del Morales). Autore n'è Guglielmo Uc Cesare: Ira le altre cose, vi s'im- 
para aver recitata un'altra orazione sul defunto l' eloqueìite e dotto ec- 
clesiastico Sig. Filippo Canonico Abiynente da Sarno: 

Qui dépuis .... Mais alors Rome aimait ses vertus. 

II. — Cenno storico I della Badia | (nullius) \ di Montevergi- 
ne\\ f Estratto dall' Enciclopedia dell'Ecclesiastico \ toni. IV, pag. 771). 
[1 Napoli I Dalla Tipografia Virgilio | strada Atri numero 22 \ 1851 
(Trentadue pagine in ottavo piccolo). N'è del pari autore il De Cesare. 

(1) Sottana spampanata, cioè aperta, sbottonala: — « Spampana- 
» re, schiudere, aprire. Nel senso naturale è il distendere i painpani 
» che fa la vile ; e la rosa e '1 garofalo le lor frondi nella felice stagione : 
» Tass. Né 'mpavone aqcossì male de matino \ A lo sole la coda spam- 
» panate. Ma si trasferisce a dinotar o lo sfarzo del lusso , o l' ilarità 
» che fa aprir il cuore. Quindi dicesi di donna in parata, che si abbigli 
» pomposamente ». — Nola Bene — « o di ehi vanagloriosamente si 
» vanti de' suoi talenti, ricchezze, nobiltà, ecc. » — Nel D'Ambra, manca 
spampanare, sebbene ci sia : — « Spampaneiare, v. a. e n. frequentai, di 
» spampanare. Pavoneggiare, Lussureggiare, Spiegare la pompa delle 
» sue dovizie. Faune a l'uocchie mm(^e tutte] mme parcno ; Ma quanno 
» chelta coda spampanejano ? Valent. Fuorf. I. » — Sottana spam- 
panala, potrebb' esser dunque anche sottana sfoggiata, di lusso. 

(2) Quantunque poco frequente, non è nome proprio totalmente in- 
solito nel Principato Ulteriore. 



— 1^8 — 
CXVIII. 

Sera passai pe' 'no vico d'oro, 
Vedietti la bella mmia che coseva (1); 
Coseva cchiù da dinto, che da fora, 
Sulo la 'janca mano nce pareva. 
Io li dicietti: — « Addio, colonna d'oro; 
« Come nei sai sta' senza de mene? » — 
Essa mmi disse: — « Non n' è tiempo ancora; 
« Ca quanno è tiempo lascia fare a mene. » — 

LXIV. 

Io so' 'na palla d'oro, giro, e torno; 
Pe' vui patisco 'sti martirii eterni. 
Pe' vui no' mangio, no' bevo, nò dormo, 
E pe' vui stavo (2) continuvo ne lo 'nfierno- 

XXVIII. 

Che t'haggio fatto, che mmi mini contro? 
Contrarli li pozzono essere li santi! 
Non t'haggio fatto quacche mierco (3) 'nfronte, 
Manco t' haggio levato quacche amante. 



(1) Sera, iersera. Coseva, cuciva, 

(2) Stavo , sto. Continuvo , continuamente. 

(3) Mierco, sfregio. Ed era vendetta frequente lo sfregiarsi fra' po- 
polani ; ed atto solito de' gelosi e degli amanti spregiati , che cercavano 
di distruggere la bellezza cagione de' loro tormenti. Per lo più, ne- 
gli ultimi tempi , "questi sfregi si facevano con una moneta di rame di cin- 
que grana (di mole maggiore del nostro cinque lire d'argento) assotti- 
gliata e resa tagliente da un lato: arme insidiosa, che si nascondeva be- 
nissimo nel pugno ciiiuso, sicché il feritore poteva cogliere la vittima sprov- 
veduta e senza sospetto. Né questa selvaggia dimostrazione di affetto la- 
sciava dietro di sé odi profondi. La donna che poteva ostentare di siffatte 
cicatrici sul volto ne insuperbiva : eran prova eh' ella era od era stala 
bella , e che aveva potuto destare passioni incomposte ed estreme. Ed 
ogni donna si compiace di ciò. Manco, nemmanco, neppure. 



— 159 — 
XXXXl. 

È ghiuto. è ghiiito, lo mulino è fenuto! 
Le moniche ssi vuonno maritare (1); 



(1) Gli amori monacali non potevano non essere tema frequente dei 
canti popolari. E tutto il carattere e V andare d' un canto popolare ha il 
dialogo verseggiato che reca Luigi Guicciardini ne' Detti e fatti piace- 
voli et gravi di diversi Principi, filosofi et cortigiani , nel seguente: 

Memorabile esempio di continentia et degno d'imìtatione. 

Vna bellissima Monaca innanioratasi per auuentura d' un bello, 
et grazioso giouane. spinta dall'amore, l'affrontò un giorno, à 
buona ciera , con queste parole , dicendo : 

Noi siamo par d' età , par di bellezza , 
Perchè non siamo noi pari d' amore ? 

Giouane. 
A me non piace questa uesta nera. 
Però eh' io fuggo il nero , et seguo il bianco. 

Monaca. 

Sotto la uesta nera ho carni bianche, 
Se fuggi il ner segui le bianche membra. 

Giouane. 

Questo ueto ti fa sposa di Christo , 
Et Christo non si debbe prouocare. 

Monaca. 

Lascerò il uel , lascerò V altre cose , 
Et ucrgin nuda entrerò nel tuo letto. 

Giouane. 

Ancor che lasci il mio, et l'altre cose, 
Per questo non sarà minor peccato. 



— 160 — 

Se Io (1) vonno piglia' frabbicatore 
Ssi vonno fa' 'na cella a gusto loro. 

CXLVIII. 

Vorria addeventare verdespina, 
'Ncopp'a la chiazza mnii vorria chiantare; 
Dio, che passasse nenna mmia ! 
Pe' la vonnella la vorria afferrare, 
fissasse vota e dice: — « Dio mmio! 
«'Sta verdespina no' rami vò' lasciare! » — 
— « Tanno ti lascio a te, nennella mmia, 
« Quanno (2) 'sto core conzolato mm' hai. » — 

LXXVIII. 

Mmi scappa 'na palomma da 'sti mane, 
Pe' no' pigliare fuoco 'sto fucile. 

Monaca. 

Peccato sì , ina peccato leggiere , 
Peccato ueniale et non mortale, 

Giouane. 

Se grane è uiolar la moglie all' huo ino , 
Che sarà uiolar la sposa a dio ? 

Monaca. 

Perdon , ch'io cedo a queste tue ragioni; 
Per don , eh' io sento uinto il mio furore. 

(1) io, cioè il marito, nominato implicitamente nel verbo maritare^ 
Il Boccaccio adopera con predilezione di siffatte costruzioni irregolari. Ne 
noto qui una delle sue che mi sovviene : — « Ma , se in questo il mio 
» parere si seguitasse, non giucando,nel quale l'animo dell'una delle' 
» parti convien che si turbi senza troppo piacere dell' altra , o di chi sta 
» a vedere , ma novellando ». — 

(2) Tanno quanno. Vedi l'Annotazione al Canto LXXXVIII , che 

incomincic : No' dormo né riposo cC viti penzanno. 



— 161 — 

Io Io piglio e lo torno a carrecare; 
La palommella avanza lo cammino. 

cxxv. 

So' slato 'mminacciato pe' la pelle 
Pè' 'n omo chi no' vale quatto calle (1) : 
Mme la voglio ammolare (^j 'na cortella, 
'Na carrobina carrecata a palle. 

LVII. 

Raggio saputo ca' doje sore siti, 
E tutte doje a 'na caramera state; 
Tutte doje a 'no lietto dormiti, 
dhillo tutto de lagrime abbagliate. 
Io so' de fuoco; vui se mmi voliti, 
Mmi metto 'mmiezzo e chi nce paté paté. 

LXXI. 

Màmmeta ti voleva 'ntossecare 
Quanno sapivo (3), ca volivi a mene. 

(i) Calli, cavalli; moneta antica. Il grano napolitano valeva dodici 
cavalli; e rispondendo il grano a quaUro centesimi circa, il valore d'un 
cavallo può slimarsi un terzo di centesimo. Cavalli si usa anche gene- 
ralmente per ispiccioli. Giacomo T**", emigrato a Pisa, rispondeva al 
mendico che gli chiedeva l'elemosina: Non tengo cavalli. A che il men- 
dico: /' 'un le chieggo s' EU' abbia cavalli e carrozza; a ine basta 
un quattrino. No' baie' quatto calle, è locuzione proverbiale. Vedi Lo 
Calascione d' Antonio Vitale : 

Pe' la 'ramideia spennannose le spalle 
Chiagnea Copinto 'nsino 'a mammarella; 
E le dicea , raspannose la zella : 
— « lo e lieo mo' valimmo quatto calle ». — 

(2) Ammolare, arrotare, allilare. 

(3) Sapivo, seppe. 

Voi. VII, Parte I. 1 1 



Pigliati cliesta, clie li vonno dare, 

Chesla è cchiù ricca e ccliiìi bella di mene; 

Ma fedele come a mme tu no' la truovi! 

ClV. 

Qiianno sponta lo sole, sponta vascio(l): 
Qiianno cchiù àvoza, cchiìi jetta sbrendore. 
Accossi è nennella mmia quanno nasce: 
Quanno cchiù cresce, cchiù jetta sbrendore. 



CL. 



Vorria saghe' 'ncielo, si potesse, 
Co' 'na scalcila (2) de treciento passi 



(1) Vascio, lasso. Àvoza, alza, s'alza. Sbrendore, sbrennore, splen- 
dore. Questo canto mi raninienla un tetrastico della quadragesimoltava 
stanza del trigesiniosecondo canto del Mondo Nuovo dello Stiglianl , do- 
v'è detto, parlando' di Nicaona prigioniera in Pasantro: 

Ciascun degl' Indi e de' cristiani avea 
Stupor della beltà meravigliosa. 
Splender quella città tutta parca 
Per la presenza di si nobii cosa. 

Nel Canto CXXIV , che incomincia: So' stalo a chelle parti e mo' mmi 
torno, c'è un pensiero consimile : Addò' nei stati vui ne' é sempe juorno. 

(2) ^Scalella, scaletta. Metano, metà. Le scalale date al cielo, si tro- 
vano nelle tradizioni popolari d'ogni popolo. E la torre di Babele ebraica 
e la Gigantomachia greca, ne sono esempli ovvi!. Fra le novellette po- 
polari Italiane ce n'è una clic tratta in forma meno epica e grandiosa il 
medesimo tema, ed è quindi importantissima, per chi studia l'attenuamento 
e rimpiccolimenlo e coniicizzamonlo progressivo dei grandi concetti epici 
antichi. Valenti scrittori ne hanno fatto lor prò. 

Nella terza delle satire sue, dice l'Ariosto: 

Nel tempo, ch'era nuovo il niondcT ancora, 
E che inesperta era la gente prima, 
E non eran le astuzie che son'ora; 



— 163 — 

Arrivasse a la melane e ssi rompesse. 
"Mbraccia a pennella mmia mme ritrovasse. 



A pie' il' un alto monte , la cui cima 
Parea toccasse il cielo, un popol, quale 
Non so mostrar , vivea ne la valle ima ; 

Che più volte osservando la ineguale 
Luna, or con corna, or senza, or piena, or scema, 
Girar del Cielo al corso naturale ; 

E credendo poter da la suprema 
Parte del mondo giungervi, e vederla 
Come si accresca e come in sé si prema ; 

Chi con canestro e chi con sacco per la 
Montagna , cominciar correr in su , 
Ingordi lutti a gara di tenerla. 

Vedendo poi non esser giunti più 
Vicini a lei, cadeano a terra lassi. 
Bramando in van d' esser rimasi giù. 

Quei eh' alti li vedean da i poggi bassi , 
Credendo che toccassero la luna , 
Dietro venian con frettolosi jiassi. 

Questo monte è la ruota di fortuna. 
Ne la cui cima il volgo ignaro pensa 
Cir ogni quiete sia , né ve n' è alcuna. 

11 Doni racconta diversamente la Novella ne / Marmi : — « Dice che 
» s'era un tratto forse mille navi di diversi corsari, et se le non erano 
» mille , r eran noveccntonovantanove almanco , le quali essendo tutte in 
» un porto ragunate, si deliberarono di pigliare il sole, che ogni mattina 
» vedevano spuntare fuori dell' acqua , et cosi lutti si posero a oi'dine 
» con più remi et più gente che potevano , con dire : Come noi abbiamo 
» il sole, noi siamo ricchi , perchè, l'aggireremo a modo nostro, or 
» facendolo stare , ora andare , etc. Et cosi chi più presto fu in or- 
» dine , si messe alla regatta , che tanto vuol dire quanto a gara , chi più 
» tosto v'arriva. Et dato de remi in acqua, chi a mezza notte, chi due 
» ore innanzi giorno, chi all'alba et chi a di chiaro, cosi cominciarono 
» a dirizzar la prora alla dirittura dove pareva loro che egli uscisse del- 
» l'acqua. Ben sapete che alcune navi essendo inanzi, pareva a quelli 
» che erano adielro et degli ultimi, che coloro fussino quasi per nietler- 
» gli le mani sopra, et ne pativano un liallicuore grande , et quanto più 



— 164 — 
CXV. 

Santo Martino, frasca de mortelle, 
Viato a chi (1) nce ha casa d'abitare; 
Io nce slava e mme ne voglio ascire ; 
E nce trase, chi nce trase trase. 

XCIV. 

dio! quanto e dura 'sta spartenza! 
Chi sse la fide 'e fa' (2) 'sta lontananza ? 
'Sta spartenza la faccio chiagnenno, 
E pe' tutta la via lagrime spanno. 

CXXXl. 

Tengo 'no 'nammorato dinto Nola, 

'N auto lo tengo dinto Gemmetile (^CimitileJ; 

Ghillo de Nola che more, che more, 

Ca chillo de Gemmetile amo io. 



9 andavano innanzi più si credeva» esservi appresso. Alla fine giunsero 
» le prime a tal luogo che conobbero che l' era una stoltizia espressa , et 
» si trovavano cosi lontani per pigliare il sole, come quando erano in 
» porto. Molti che per islracchi rimasero adietro, vedendo i NaviH a di- 
» rittura della spera sul levarsi, si disperavon a non v'esser ancor loro. 
» Et benché ve ne capitasse male alcuni , non ci si pensava ; et ancora 
» che tornando adietro i poveri marinari dicessero a quei che erano re- 
» slati, che la cosa era in mal termine come prima, non lo volevan crc- 
» dere. Così son gli stati dell'uomo. Egli corre per giungere al conlento 
» ci non s'accorge che sempre il discontento lo seguita ».— Cf. col pri- 
mo distico del Canto XXXVI, che incomincia: Domane a V alba mmi 
voglio sosire. 

(1) Viato a chi. Beato chi. Trase, entra. Si traila d'uno sgombero 
amoroso. 

(2) Chi sse la fide 'e fa', (lettteralmenle : chi se la fida di fare) 
chi si fida , cui basta i' animo di l'are. Chiagnenno , piangendo. 



— 165 — 

XXX. 

Chi te riia ditto, ca io non ti voglio? 
Fatti lo pagliariello (1), ca mmi ti piglio. 



(1) Pagliariello. L'avrei creduto diminutivo di pagliara, eh' è ciò 
che il Sannazzaro, nella prosa seconda àeW Arcadia , chiama casa pa- 
gliaresca : — « Senza che , molti scherzando con boscherecce astuzie , 
» di passo in passo si andavano motteggiando, infino che allo pagliare- 
» sche case fummo arrivati »; — ma invece, come m'insegna la Raccoglitri- 
ce, vuol dire pagliericcio: in Napoli ed in Avellino, si suol dire più pro- 
priamente saccone: — « Saccone. Pagliericcio, è una specie di tasca 
» di tela, lunga e larga quanto il letto, la quale, ripiena di paglia o di 
» foglie secche di faggio , ma più comunemente di quelle del formento- 
» ne, sta sugli asserelli del letto, sotto la materassa ». — Cosi il Care- 
na. A Napoli , nella tarda stale , senti gridare per le vie a squarcigola ; 
Sbreglia p' 'u saccone! Sono i venditori ambulanti delle brattee secche 
delle spighe del granturco , delle quali , e non già delle foglie , come 
dice il Carena, soglionsi empire i sacconi. — « I toscani non hanno che 
» la parola comune e generale foglia per dinotare le glume , come dicono 
» i botanici, del formentone. Invece la voce napoletana è speciale; e si per 
» l'origine sua, schiettamente greca, e si per l'eufonia, atteso il rumor 
» che fa di cose aridi e sottili meriterebbe di essere accettata in Cru- 
» sca ». — Cosi il D'Ambra; ma veramente non so come l'Accademia 
della Crusca potrebbe motivar la registrazione di questa parola , che nes- 
sun classico ha finora adoperata. Vedi Vocabolario \ Napolitano -Toscano 
(sic) I domestico \ di Arti e Mestieri \ del professore \ Raffaele D'Am- 
bra I da Napoli. \\ A spese dell'Autore \ MDCCCLXXilf. In ottavo di 
di XII-54Ì pagg. oltre una innumerata in fine che contiene un Avverti- 
mento, otto anche innumerate in principio che contengono un discorso 
proemiale; e finalmente il frontespizio ed il ritratto dell'Autore. Sulla 
copertina il titolo è diverso: D' Ambra \ Vocabolario | Napolitano -To- 
scano I domeslico di Arti e Mestieri Agricoltura Traffico e Naviga- 
zione \ con le dichiarazioni \ delle voci proprie traslate figurate e 
furbesche de' motti adagi e proverbi \ popolari e delle frasi comuni 
e riposte. \ Comprovate da testimonianze di autori opere e canzoni 
antiche | E dove è tenuto conto delle ragioni grammaticali etimolo- 
giche 1 di etnografia ed etologia \ con note melodiche, iVologiche e 



— 166 — 

— « E mo' clii lo p:igliariello già è fatto, 
» AiToba li panni a màmmeta e jamungenne (1) ». 

XXXXVI. 

Faccio l'amore co" donna Peppina, 
Li ssuoi bellizzi mm' hanno 'ncatenalo; 
Si la vediti quanno va a la messa, 
Mmi pare 'na puj^Ua (2) 'nziiccarata. 

cxvn. 

Sera (3) passai pe' la via nova , 
Dielti 'na rosa a la nennella mmia; 



storiche \ ed un indice de' vocaboli italiani con gli equivalenti napoli- 
tani. I Opcì'a novissima \ dove sono raccolti cento cinquanta e piic 
mila significati \ la maggior parte ignorati o non registrati da' prece- 
denti autori.]] Napoli I Tipografia Chiurazzi ] 1873. — L'opera è pre- 
gevole ed importante, eJ il buon vino non avrebbe avuto bisogno di 
tanta frasca. Ma mi si permetta un' osservazione. 11 Vocabolario occupa 
441 pagina di due colonne di sessanlacinque linee; cioè, senza tener 
conio degli spazii in bianco, 57,330 linee in tutto. Se i significati dun- 
rpie l'ossero davvero centocinquanta e più mila , dovrebbero essercene tre 
circa per linea ; e gli esempli ? e le annotazioni '? come mai avrebbe potuto 
metterceli l'autore e dove'? 

(1) Jamungenne., andiamcene. 

(2) Pupetta, bamboletta. Pupetta 'nzuccarata, figurina di zucchero. 

(3) Sera, Vedi l'annotazione al Canto CXVI. che incomincia: — 
« Sera passai e tu, bella, dormivi. » — Via nova : cosi si chiama quasi 
sempre la strada consolare nelle provincie meridionali. E difatti son quasi 
tutte le consolari di questo secolo : e posteriori alla dominazion francese. 
Gli spagnuoli non pensavano a fare strade ed i primi Borboni ne fecero 
solo fino alle ville regie ed a' luoghi di caccia. 



— 167 — 

La torca (1) de la mamma sse n' addona (2); 

— « Chi te l'ha data 'sta rosa, figlia mmia? » — 

— « Mamma', non nei fa' male penziero, 

« 'Sta rosa mme l'ha data la vecina ». — 



(1) Torca, crudele. Gl'Italiani avevan l'atto del nome di Turco un 
sinonimo di crudele : ma è per lo meno dubbio che i Turchi mostrassero 
verso i Cristiani quella efferatezza che noi mostravamo verso di loro. Il 
presidente des Brosses (se non erro) nelle sue Lettres | sur | l'Italie, | en 
1785. I Et, me meminisse jurabit. Virg. | Tome premier. \\A Rome; \ Et 
se trouve à Paris, \ Chez \ De Senne, Libraire de Monseigneur \ Comte 
d' Artois , au Palais Rogai. | De Senne , Libraire , au Luxem- 
bourg. ) 1788. (l'indicazione di Roma è falsa) racconta una sua visita alle 
galere genovesi: — « Mais, quelle est dans ce coin, » — dis-je à 
» l' homme qui me conduisait, — « cette espèce de prison? Qu' elle 
» est basse , obscure et humide ! Une soupente encore la partage. 
» Quels soni, je vous prie, ces animaux coiichés sur la terre et sur 
» la soupente? A peine peuvent-ils ramper. De longs poils couvrent 
» les téles hideuses qui sortent de dessous ces couvertures. Leur re- 
» gard est stupide et feroce. Ne mangenl-ils que de ce pain si dar 
» et si noir ?» — « Sans doute. » — a Ne boivent-ils que de cette 
« eau bourbeuse ?» — « Sans doute » — « Restent-ils toujours cou- 
> chés? » — « Oui ». — « Depuis quand sont-ils ici? » — « Depuis 
» vingt ans ». — » Quel dge ont-ils? » — e Soixante et dix ans >. 
— « Comment les nommez-vous ?» — « Des Turcs. » 

(2) Ssen'addona, se n'accorge: — « Addonare. Lat. Advertere. 
» È voce antica. Lo Scoppa , nel suo Spicilegio, spiega così il proverbio : 
» Anticyram navigai : è pazzo e non sse n'addona lo poveriello ». — 
Cosi il Mormile in nota a' seguenti versi : 

Mentre corranno cchiìi de 'na saetta 
Vanno 'sti duje, io Lupo ss' addonaje 
Che lo cane lo cuollo tenea strutto-, 
E 'mparte 'mparte era 'nchiajato e rutto. 

(Vedile Ffavole | de Fedro \ Liberto d'Augusto | Sportate 'n ottava 
rimma napoletana \ da \ Carlo Mormile \\A Napole \ nella Tipografia 
della Società Filomatica \ 1830. (Libro III. Favola VII). 



— 168 — 

— « Figlia, elio ti seccassero 'ste mane; 
« 'Sta rose n' è venuta (1) d'Avellino ». 

C XXXVII. 

Tutti li prièviti pozzono morire, 
Sulo zi' prevete (2) mmio pozza campare. 
Chillo va dice messa a la matina, 
Po' sse la va trova 'a sia commare. 

Vili. 

Amore mmio, lontano lontano, 
Come no' pienzi a mme e ti ne vieni ? 
Starno lontano, stessimo vecino 
Lo lietto ti farria sera e matina. 

XIII. 

Arbero. sicco , taglialo 'a lo pedo , 
Accomincia da la cimma a retoccare; 
A l'ommo viecchio no' li dà' mogliera, 
Ca nce la perde la figlia chi l' have (3). 



(1) N' è venuta. Vedi, annotazione al Canto XXXIV, che incomin- 
cia: Da che te si' partuta n'haggio riso. 

(2) Prevete, singolare. Prièviti e prièvoti, plurale. Zi' prevete, sia 
commare : zio prete, zia commare. Il prefiggere il zio al nome od alla 
qualità delle persone è atto di deferenza confidenziale. Va trova, va a 
trovare: usando, dopo il verbo andare, la terza persona dell'indicativo 
presente , invece dell' infinito. 

(3) « Dimandando una gentildonna ad un Cavaliere , il quale si di- 
» Iettava di tener bellissimi testi di verdura, che rimedio c'era di farli 
» venir cosi belli, si mostrò il Cavaliere un poco retrivo a dirgliene, ma 
» importunato da lei alla fine rispose : Le teste di verzura , sigmra , 
» sono come le donne, che bisogna coprirle et innaffiarle; a dimostrare 
» che le belle cose con l' artificio e con l'industria s' abbdliscon più 
» E disse teste in femminino, come s'usa in Napoli, per rendere il motto 
» più grazioso ». — Tommaso Costo. Fuggilozio. 



— 169 — 
III. 

Amore mmio, come stai colèrico! 
Pare che t' ha' mangialo 1' uva 'nzonica (l). 
Mm' è stato detto cà ti vuò fa' prèvite, 
Io pe' l'amore tuo mmi faccio mònica; 
Tu ti nei mitti nome Patre Colèrico, 
Io mi nei metto nome Sòre Verònica; 
Quanno nce simo a chillo monastèrio 
Volimo fa cade' lo parlatòrio. 



IX. 



Amore mmio, mmi fa male lo cuollo, 
Quanta vote mm' iia' fatto votare! 
Diciste ca venivi a miezzujorno, 
È fatto notte e manco vieni quane (2). 

VII. 

Amore mmio, lontano lontano, 
Chi te l'acconcia lo Hello la sera? 
(^hi te r acconcia te l' acconcia male , 



(1) Stai colerico, stai sdegnalo, in collera. Vedi Le Alluccate de 
Cola Cuorvo contro a li Petrarchiste: 

Velardino. Mass che siale colereco '? 

Massillo. ■ Slò curzo. 

Velardino. Co' chi? 

Massillo. Co' uno che 'ntenne a la riverza. 

Uva 'nzonica: Specie d'uva da tavola, bianca , a chicchi ovali e di sa- 
pore leggermente agreUa. Questo canto è in versi sdruccioli, il che rarissi- 
me volte accade nelle poesie popolari. 

(2) Quane , qua. 



— 170 — 

Malatiello ti susi (1) la raalina. 

Si te racconcio co' 'ste mane rnmeje, 

Come 'na rosa te faccio susire. 

LVIII. 

Haggio saputo ca te vuo' partire: 
Chiovere e male liempo pozza fare! 
A chelle parte addò' voliti jire, 
Pozzono asseccà' puzze e fontane. 
Puozzi desidera' lo nome mmio, 
La morte a voce la puozzi chiamare. 

LXXXUI (!2). 

'Nammuratiello mmio, capilli-sciunni (3), 
Quanno cammini tu le grazie spanni.... 

LXXVII (4). 

'Mmiezzo a lo mare è nata 'na scarola, 
Li turchi sse la jocano a primera: 



(1) Ti susi, t' alzi di letto. 

(2) Vedi il settimo de' XI XI II Canti popolari di Mar cagliano , 
quello che incomincia : Capillo "juimo mmio , capillo 'junno. Ortensio 
Landò, sotto nome di Messer Anonimo di Utopia ci ha conservato que- 
sto detto : — « Guardati da lombardo calvo, toscano losco, napolitano bion- 
» do, siciliano rosso, romagnuolo ricciuto, viniziano guercio et marclie- 
» giano zoppo ». 

(3) Sciunni , biondi. 

{k) Vedi il XXVIII de' XXXIII Canti popolari di Mer cagliano che 
incomincia Slamo come a cetrangole aj uno ramo. Che se qualche ma- 
laccorto mi biasimasse come di cosa inutile e superflua d'andar notando 
tante minime varianti d'uno stesso pensiero, e del medesimo canto, ri- 
sponderei press' a poco con le parole usate dallo stampatore Giacomo 
Sarzina nel pubblicare i Discarsi Academici de' signori Incogniti, a- 
vuti in Venezia nell'Accademia dell'Illustrissimo Signor Giavan Fran- 



— 171 - 

Chi pe' la ci mina, e chi pe' lo streppone, 
Yiato (1) chi la vence 'sta figliola. 

Ghessa figliola, è figlia de notaro 
Che porta la vonnella a mille fiuri; 
'Mmiezzo nei porta 'na stella lucente 
Che fa cade' l' amanti a dui a dui. 



Affacciati a la lìiiestra, bello viso, 
Faccia de 'no carofano 'ncarnato! 
Tu sì' la stella de lo paraviso (2) , 
Lo stennardiello de lo vicinato; 
Quanno a la finestella v' affacciati 
La luna co' lo sole 'nlratteniti. 



coeso Loredana Nobile Veneto. All' Illustrissimo et Eccellenlissimo Si- 
gnor Gasparo Tliuillerio Consigliere di Stato del Re Gristianissiìno 
e suo ambasciatore ordinario appresso la Serenissima Repubblica di 
Venezia (In Venezia MUCXIXV. Per il Sarzina stampatore dell' A- 
cademia. Con licenza de' Superiori e Privilegio) Egli scriveva : — « Non 
» ho voluto sfuggire di porre nella raccolta due discorsi d'una medesima 
» materia ; acciò che tu vegga la grandezza e la fecondità di questi in- 
» gegni che in un soggetto stesso trovano forme nuove e concetti diffe- 
» renti. Una delle gran mcravighe di dio è il vestire tulli gli uomini con 
» un volto dilTcrcnte : e benché siano gì' istessi nella materia che differi- 
» scano però nella forma ». 

(i) Viato, Beato. 

(i2) Questo verso mi rimette in mente un' ottava di Baldassarre 0- 
lympio degli Alessandri da Sassoferralo, che ha tutta l' indole e l' andare 
d' un canto popolare : 

Brama veder la stella il marinaro 
Da fortuna agitato e da tempesta : 
Per rimirar la stella il pecoraro 
Da la capanna sua lieva la testa ; 
Il peregrin piglia riposo caro 



— 172 — 

XXV. 

Garofano, che stai 'ncopp'a (1) 'sto monte, 

Hai combatte' co' tutti li vienti; 

Hai combatte' co' mme a l'incontro, 

Hai tene' le gradiche (2) possente. 

Pe' 'na parola pigliasti 'no 'mpunto (3); 

Vedimo chi de nui primo ssi pente. 

LIV. 

Figliolo, che te cricchi? che te cricchi (4)? 
Votati 'o moccaturo (5) a 1' anta sacca : 

Co' tutti vai dicenno, cà si' ricco 

Tieni la malapasca che ti vatte. 

Lll. 

Figliola , co' 'sto male cereviello (6) 
Tu Mi. come l' uoglio a la tiella ; 
Ti vai avandanno, ca si' peccerella 
Ga corta te l'ha' fatta la vonnella. 

LXUl. 

Io non ti voglio cchiìi fussi 'no santo, 
Mo' che mmi si' caduto dalla mente : 

Vista la stella e lui contento resta ; 
Cosi faccio mirando il tuo bel viso 
Contento resto e visto ho il paradiso. 

(1) 'Ncopp'a, sopra. 

(2) Gradiche, radiche, radici. 

(3) 'Mpunto, puntiglio. 

(4) Che te cricchi , che t' immagini d'essere. 

(3) Moccaturo , moccichino , fazzoletto , pezzuola da naso. 

(6) Cereviello, cervello. Frii , friggi. Tiella, padella. Avandamio , 
vantando. — « Camme frije la tiella! poparuole \ Èia voce delle Iriggi- 
» Irici di peperoni verdi. La quale fig. è applicata alle fanciulle che bru- 
y> ciano di maritarsi ». — Così il D'Ambra. 



— 173 — 

Mme sì' caduto da 'sto core tanto! 
Cheli' ora che t' amai mo' rame ne pento. 

CXLIX. 

Vorria diventa' 'nu sorecillo (1) , 
Pe' fa' 'nu pertusillo a la vonnella. 
Tanno (2] vorria scava' co' 'sto mussillo, 
Vorria arrivare a 1' uva muscatella. 

LIX. 

Ih! quanta vote mm' ha' fatto venire, 
Sotto 'sta fenestella a sospirare! 
E de lo friddo mm' hai fatto morire, 
Non t' ha' voluto 'na vota afTacciare. 

XXXXUl. 

Faccia de la cicoria amara amara, 
Chi santo t'ha levato lo colore? 
Te r ha levato pe' ti fa' morire : 
Li tuoi bellezzi a chi le vuoi donare? 



(1) Sorecillo, topolino. Pertusillo, biiculiiio, pertugio. 

(i2) Vai": Tanto. — Tanno, allora. Vedi Poesie Italiane | e in \ Dia- 
letto Napolitano \ di Domenico Piccinnì\\ Napoli \ Da' Tipi di Cala- 
neo I 1827, nel componimento intitolalo: Lo festino Peducchiuso : 

Comm' a li cane all' uòsemo sse vanno 
L'uno deret' all' autr' a ammucchiare 
A duj' a qnatt' a scje e 'mpoco fanno 
Folla da non polei-ese conlare : 
Cossi de gente nova tanno tanno 
La casarella sse vedd' allagare , 
Che pe' paura de mori de pesta 
Ne fuje spaparanzata ogne fenesla. 



— ìli — 
Lxxxn. 

Mulinarella (1) mmia, mulinarella , 

Come ti tieni a spasso 'sto molino? 

Si mme lo 'mpriesti a mme pe' doje sommane (2) 

Come lo viento te lo faccio jire. 

CXXVII. 

Stivi dinto 'sto core e te n'ascisti, 
Mo' che nce vuoi trasì' perze hai le chiave. 
Tanno ti 'nzuri tu , bello figliulo , 
Ouanno lo chiuppo ména (3) le cirase; 



(i) Pai'lenio Tosco . ik; 1' Eccellenza della lingua Napoletana con la 
Maggioranza alla Toscana dice : — a. Lo Mulinavo, i toscani lo chia- 
» mano Mugnajo , essendo nel primo proprietà evidente per lo molino e 
■» nel secondo non, si conosce affatto «. 

(2) Sommane , settimane. 

(3) 'Nzuri, Vedi, Annotazioni al Canto li, clic incomincia: Amore 
mmio, come sV tornato. Chiuppo, pioppo, Menare, parlandosi d'al- 
beri, portare. La modificazione del pi latino (pi ossia pj italiano) in 
chi (ossia chj) costante nei dialetti meridionali (cchiù, chiagnerej ac- 
cade spesso anche ne' toscani. Di fatti, in fiorentino pretto, il pioppo si 
chiama ehioppo, appunto come a Napoli chiuppo. Vedi, pag. 137 del 
Saggio j di Scherzi \ Comici \\ Firenze 1819] | Nella stamperia del Gi- 
glio I Si vende da Pasquale Albizzi presso le scalere di Badia : — 
« E' si sa bene, che (piandelle ragazze l'arriano a una ceri' età, le son 
» come le ite ; che alla so stagione 'gna falle sostenere da ippalo o da 
» icchioppo ». — Leggendo quelle commediuole dell'Abate Ciana, è im- 
possibile non rammentarsi (chi le abbia lette) e non consentir mentalmente 
con le parole di Pagol Beni : — « Come potrà di grazia la fiorentina lin- 
» gua ottener — la palma, poiché con la pronuncia e viva voce reca tale 
» e tant' offesa alle orecchie umane? Cortamente i fiorentini ingorgano 
» talmente le parole che 1' orecchie degli esterni ne restano maravigliosa- 
» mente offese : anzi , coloro i quali a gentil pronunzia hanno adusata e 
» l'orecchia e la lingua, non possono senza nausea tollerar pronunzia 
» cosi aspra e nqjosa. Oltre che di qua viene anco in buona parte im- 



— 175 — 

Tanno ti mitti la mogliera accanto 
Quanno t'ha' franchiato Beneviento (1) 

LXII. 

Io non ti voglio cchiìi, tìgliulo, schiatta! 
Pe' r amore de le gente voste : 
Màmmeta va facenno come 'a gatta , 
E dice ca non so' io la para vosta. 
Non so' la para de l' ossignoria (2) 
Nemmeno voglio veni' a la casa vosta. 



Amore mmio, puozzi ì' pezzente, 
Puozzi veni' addò' mme a cerca' lo pane. 
E vienenici domenica malina , 
Mamma v' à messa (3) e io sola romano. 
Mamma v' à messa abbasci' a la marina, 
Li turchi sse la pozzono pigliare. 



» pedita la perfetta intelligenza delle parole, sentendosi più tosto risonar 
» alcune voci che discernendosi le parole pei rcttaiiienle. Laonde molto mi 
» meraviglio io die un elevato ingegno fiorentino, il qiial prese a mostrar 
» clic la fiorentina lingua fosse derivata dall' Aramea o Ebrea, tralasciasse 
» quest'argomento e segno che più d'ogn' altro rilevava: che cioè la 
» pronuncia fiorentina, come (lucila che forma e risuona nella gorge 
» buona parte delle sillabe o parole, di (jua si mostri ilerivata dall' Ara- 
» mea o Ebrea , giacché questa è in gran parte gutturale e pronunciu 
» in gorgia ». Vedi L' Anticrusca. 

(1) Quando t'hai comperato Benevento. 

(2) L' ossignoria , la vostra signoria. 

(3) V à, contrazione di va a ; l' a dev' esser pronunziata lunga. 
Romano, rimango. Questo canto alludo agli sbarchi de' barbareschi che 
rapivano i regnicoli e li portavano schiavi nelle loro contrade. 



— 170 - 

CIX. 

Quanto si' bella, uocchi de viola! 
No' le calare, ca mmi fai morire. 
Si tu le cali mm'arruobbi 'sto core; 
Senza lo core non ssi po' dormire. 
Lo core tuo ha da esse' sempe costante, 
Ssi dona sempe a uno, e no' a tanti. 



LX. 



Ih! quanto e bella l'aria de lo mare! 

Gore non mme ne dice de partire. 

Nei sta la figlia de lo marinaro, 

Tanto chi è bella che mmi fa morire; 

'Nu juorno nei vorria arrisicare, 

'N coppa a la casa ssoja voglio io saglire ; 

Tanto hi voglio stregnere e baciare 

Fi' che no' dice; — « Amore, lassami jire ».- 

XXXIX (t). 

È fatto notte e la luna non luce: 
Nenna, addò' mme manni a 'nciampecare? 
Lasciatemi dormì' 'sta notte co' vui 
Domani quanno è juorno mme ne vavo. 
E mo' che accanto a vui nei so' venuto 
Notte pozza fa' 'mpressa e juorno mai (2). 



(i) Questo canto rammenta la Novella centesima prima del Sacchet- 
ti : — « Giovanni apostolo, sotto ombra di santa persona, entra in un 
» romito, avendo a fare con tre romite, che più non ve ne avea ». 

(2) Vavo, vo, vado. 'Mpressa, in fretta. Queir e juorno mai è pro- 
j)rio il mai non fosse l'alba di messer Francesco. 



— 177 — 
XX. 

Bella figliola che ti chiami Rosa, 
Collera 'ncuorpo a te non nce ne trase: 
Màmmeta t'ha miso lo nome delle rose, 
Lo cchiii bello fiore che sta 'mparaviso. 

XXXIIl. 

Come ti voglio ama' ca sì' 'no pazzo ? 
Non tieni 'na parola de fermezza (1). 
Si' figlio a 'na jummenta 'e male razza, 
Tu mini cauci a chi te dà carezze; 
Vattinne a l'Incorabbele (2) pe' pazzo 
Là truovi Masto Giorgio chi t'avezza. 



(1) 'Na parola de fermezza, ima parola ferma, stabile. Così Dante 
ha dello donna di virtù per donna virtuosa. 

(2) Gì' Incurabili , spedale di Napoli , dove prima olire gì' infermi 
si rinchiudevano anche i dementi. — « Masto Giorgio. Nome d'un 
» quanto ilhistre, tanto crudele correltor di matti al grande Ospedale de- 
» gl'Incurabili, divenuto generico di lutti quei, ch'esercitano siffatto me- 
» stiere. Pare, che quest'uomo necessario alla repubblica, se non inven- 
» tore, almeno ristoratore dello specifico di un morbo creduto incurabile 
» ( specifico voluto indi applicare , ma non con egual successo , ad altri 
» mali nella 'età nostra ) abbia fiorito dopo la metà del secolo passalo » . 
— cioè nel XVII secolo , scrivendo il Galiani nel XVIII. — « In fatti 
» Giambattista Valentino nel suo Napole scontraffatlo , impresso nell' anno 
» MDCLXIX , sembra parlarne come di un uomo vivente allora e suo a- 
i> mico, nelle seguenti Ottave: 

» Deh Masto Giorgio mmio dotto e sapulo 
» Che tanta capo-luosle haje addomate , 
» Se non le muove a dare quarch' ajulo , 
» Nuje simme tutte quante arroinate. 
» Non vi' ca lo judicio ss' è perduto , 
» E tante cellevrielle so' sbolale ? 
Voi. VII, Parte 1. 12 



178 — 



cv. 



Quanto è bello lo morire acciso 
'Nnanzi a la casa della 'nammorala; 
L'anima sse ne vace 'mparaviso 
E lo cuorpo dima sse ne trase (1). 



» Auza 'ssa verga toja , miiovela prieslo , 
» E non fa' che sse perda 'si' auto riesto. 

» Fa che sse sbeglia ognuno e che conosca 
y> Quale e chi era primmo de la pesta ; 
» Falle passa' da lo naso ogne mosca 
» Falle prova lo zuco de l'agresla, 
» Azzò eh' ognuno de deritto sosca , 
» E sse leva ogne fummo da la testa ; 
» E fallo priesto , ca fare lo puoje , 
» Ca si no' lo faje tu , lo fa lo boje. 

» I signori amministratori di quel grande ospedale potranno per zelo delle 
» memorie patrie far rintracciare più individuali notizie di esso. I toscani 
» oh da quanto tempo le avrebbero fatte pubblicare ». — La lettura 
de' versi di Titta Valentino , non persuade però punto , come dice il Ga- 
liani , che Masto Giorgio fosse un suo contemporaneo. Se io sclamassi : Oh 
Michelaccio mio! tu solo comprendi la vita! tu solo sai gustarla! 
eccetera ; nessuno crederebbe che Michelaccio fosse mio coevo , sebbene 
a' di nostri vi sien tanti che facciano il suo mestiere. Lo specifico di Ma- 
sto Giorgio è il medesimo vantato da Bulasco nella XVIII stanza del I 
canto del Ricciardetto : 

Ed ha una mazza più che trave grossa 

E rotandola avanti alla Regina, 

Dice : — « Questa ha da far la medicina » . 

(I) VacCy va. Se ne trasse, se n'entra. 



— 179 



XXIV. 



Cara Nennella (1), quanto siti bella, 
Nce siti nata abbascio (2) a la marina; 
E l'acqua ve mantene accossì bella, 
Come a la rosa fresca a lo giardino. 

XXXVl 

Domani a V alba inmi voglio susire (3) 

Pe' ghì' a vede' lo sole addò' riposa. 

E nce riposa abbascio a la marina 

Dinto 'no giardiniello a coglie' rose. 

E chella rosa rame pogne lo dito : 

— « Chisso è Ninnino mmio che vò' caccosa (4). 

« Ninnino mmio, non haggio che te dare 

» Ti manno 'no Garofano pe' addore. 

)) E te lo mitti a tavola qiianno mangi; 

» Ti puozzi ricorda' de mme tre vote l' anno : 



(1) Nenna, Nennella; Ninno, Nennillo; spagnuolismi : ragazza , ra- 
gazzo (careggiativi). 

(2) Abbascio, giù. 

(3) Susire e Sòsere, alzarsi. Vedi per questo concello di cogliere 
il sole nei suo giaciglio l' annotazione al canto CIj , clie incomincia : Vor- 
ria saglie' 'ncido si potesse. 

(4) Caccosa, qualcosa, qualche cosa, alcunché. È superstizione che la 
puntura del dito o fatta con l'ago nel cucire, o con lo spillo nell'accon- 
ciarsi con una spina nel coglier fiori, indichi un desiderio d'una per- 
sona lontana. — I fanciulli e le ragazze fanno un giuoco. L' uno stringe la 
mano all'altro, dopo aver mentalmente attribuito un nome di persona ad 
ogni dito della mano stretta. Poi chiede : Qual dito ? L' altro indica il 
dito che ha più sofferto nella stretta. 11 primo chiede : Che fjU fareste ? 
L'altro risponde, secondo il suo talento, un bacio, un dispetto, una 
carezza ecc.; gli darei uno schiaffo, gli donerei un fiore. Ed allora 
si rivela il nome attribuito al dito , e si ammira la forza della simpatia. 



— 180 — 
« Tre vote l'ore, neh? tre vote l'anno, 
» La pasca (1), lo natale e lo capodanno. » 

CXX. 

Sienti, Ninnino mmio, ca mo' t'avviso: 
Quanno passi da qua , passici onesto ; 
Non fa vede' a la gente ca nui nei amamo, 
Tu cali r nocchi e io calo la testa , 
E co' lo core nui nce salutarne. 



CXI. 



Quanto sì' brutto, ti piglia la peste! 
Pare ca lo diavolo t'ha visto. 
Quanno facivi 1' amore co' mmene 
Ieri (2) cchiù russo tu che 'no ciraso ; 
Da che non fai cchiù l'amore co' mmene 
Ha' perzo lo colore e stai malato. 
Io che ne voglio fare cchiù de tene? 
Pe' fierro-viecchio ti voglio cagnare. 
Mme ne spesai de lo latto de mamma; 
Accossì, bardaselo (3); mme ne speso di te. 



(1) Pasca, pasqua di risurrezione. Natale, pasqua di ceppo. 

(2) Ieri, eri; dittongando l'è latina, come regolarmente si sarebbe 
dovuto fare anche in Italiano. Mine ne spesai, feci a meno. 

(3) Bardascio, lo stesso che ^gliulo: ragazzo. Emerisco Liceale, 
Iraducendo la terz' egloga di Virgilio: 

E io so' pure che tu ccà , Menarca , 

Piezzo de marranghino, 

A chiste faje vocino. 

L'arco e le frezze a Dafnide rompiste; 

Quanno tu t'accorgisle 

Ch' a 'no bardascio 'nduono l' avea date. 



— 181 — 
XC. 

Non saccio addove ì' pe' lo trovare; 
Come la luna le vavo asci' 'nnanti 
Senape dicenno; — « Caro amore mmio, 
« Addò' sì' ghiuto? che hai fatto tanto? 
« Mm' ha' fatto consuma' da li sospire 
« Ora pe' ora 'no pasto de pianto. » — 

LXXIV. 

Mercoglianiello (1) mmio, piazza polita, 
Si' lo passeggio de li 'nammorati. 
Quanno nce passa 'sta figliola zita (2) 
Lavatevi la vocca e po' parlati. 

XLII. 

— « £■ uoglio, è uoglio » — disse l' uogliararo (3) 
Quanno la vedde (4) la bella zitella. 
Co' li denari, e senza li denari 
Pura te la egno (5) la lancella (6). 



(1) Vedi l'Avvertenza premessa ai X^XIII Canti Popolari di Mer- 

cagliano. 

(2) Figliola zita, fanciulla nubile. 

(3) Uogliararo, venditore ambulante d' olio : da non confondersi con 
tiogliarulo, che sarebbe il recipiente di latta in cui si tiene l'olio per 
l'uso quotidiano. In Napoli città, la voce die gli ogliarari vanno gridando, 
differisce leggermente da quella attribuita loro in questo canto : Uogli' è ! 
Uogli' é ! Del resto oglio non è meno italiano di olio. Vedi Ricciardetto 
(Canto XII, stanza XXXV): Ei va a quel verso attor, zitto com' oglio. 

(4) l'edde, vide. Il pronome posto innanzi a questo verbo non è un 
mero pleonasmo : anzi la costruzione più usuale nel dialetto è appunto 
questa che premette al verbo un pronome indicante l'oggetto che segue 
immediatamente dopo. 

(5) E^no da egnere, empire. 

(6) Lancella, brocca, vaso di terracollo, per Io più con due manichi. 



— 182 — 
CVIll (1). 

Quanto sì' bella, musso de cirasa, 
Teniti lo colore delle rose; 
Quanno cammini fai trema' le case: 
Povera vita mmia, come riposa ! 

CVII. 

Quanto sì' bella e quanto sì benegna! 
Chi te l'ba dati 'sti bellizzi eterni? 
Allumati lo fuoco senza legne, 
Sopra 'na pietra viva de montagna. 

Xlf. 

Amore mmio, quanno tu dormivi, 

Tutte le cammarelle camminai. 

Là nce trovai doje fiche (2) gentile, 



(1) Cf. col canto che comincia: E fussi accisi li curii e li curii. 
che termina col distico stesso : Musso de Cerase : In un sonetto de Lo 
Calascione di Antonio Vitale A la facce de Nenna , è detto : 

È piatto 'sta faccia e ammontonate 
Ceraselle nce songo infine fine. 

(2) Fiche, fichi. Qui per metafora. 11 Cavalier .Marino nella stanza 
XI del XIU canto d&W Adone aveva scritto: 

De lo stridulo alloro asperse in esso 
Le nere bacche innanzi dì recise. 
De la fico selvaggia il latte espresse 
E de la felce il seme ella vi mise. 
E la radice, ch'ha comune il sesso, 
De r Eringe spinosa anco v' intrise. 



— 183 — 

E pe' mmia crianza non te le toccai. 

Le coscinelli (1) che a capo tenivi 

Co' dui lacci d'amore te l'appontai (2). 

XXIl. 

Bello figliulo , che sai de legge , 
'Nnanti a la casa toja fanci 'na loggia; 

E fra gli altri vclen che dentro v'arse, 
La violenta ippomiMie vi sparse. 

Tommaso Sligliani biasimò aspramente nell' Occhiale quella fico femmi- 
nile. E stavolta avea ragione. Ma i Marinolatri non potevano ammettere 
ch'egli ne azzecasse, ne imbroccasse, o per parlar napolelanescamente, ne 
incnrrasse una, e Girolamo Meandro juniore difese lo sproposito. Nelle Consi- 
deralioni | di | Messer Fagiano | sopra \ La seconda parte dell'Occhiale \ 
del Caualiere Stigliano. \ Contro allo Adone | del Cavalier Marino \ E 
sopra la seconda difesa | di Girolamo Aleandro. ) Con Licenza de Sap- 
pi Privilegio \\ In Venetia, MDCXXXL | Appresso Già: Pietro Pinelli , ne 
vien quindi giustamente ripreso : — « Mi scandalozzo in questo luo- 
» go dello Aleandro, che voglia difendere il Marini dello hauer detto, 
» la fico nel genere della femmina, perchè a Napoli si parla così. Oh 
» bella ragione! Tanto harebbe potuto dire la capa invece del capo ; per- 
» che a Napoli si dice cosi. Se ciascuno ha da poter metter nelle scrit- 
» ture toscane i vitij del suo paese ; manderemo presto presto in bordello 
» la purità della lingua toscana ». — 

(1) Go5cmei/e , guanciali , origlieri. Etimologicamente parlando, nulla 
di più ridicolo del vocabolo guanciale, applicato, come usano in Toscana, 
a qualunque specie di cuscino. — « 11 guanciale tiensi anche sotto il se- 
» dere, sotto le ginocchia, sotto i piedi, contro le reni, ecc.» — dice 
il Carena ; ma , per me , chiamerò sempre cuscini quelli che non servono 
per appoggiarvi le guance. Le fodere de' guanciali sono da noi spesso non 
a sacco , anzi aperte da' due lati ; ed invece di chiudersi con bottoni 
son provvedute di bucolini, quando co' lembi cuciti a punto d'ucchiello 
e quando guerniti di campanclline o magliette , e si allacciano con aghetto 
armato di puntale. Ecco perchè il canterino dice all'amata di averle allac- 
ciato i guanciali con due stringhe d'amore. 

(2) In questo canto l' amante si vanta di essere entrato di notte 
nella camera della ganza, forse in virtù di qualche breve o di qualche 
erba che apra le porte senza chiave. 



— 184 — 
Po' le nce assietti co' 'na brava seggia 
Come lenissi l'entrata de Foggia (1). 

LV. (2) 

Giudice e presidienti quanta siti, 
Tengo 'na lite co' la 'nnam morata; 
Perciò con faccia amara mme vediti, 
E s' ho ragione voglio che mm' 'a dati, 
De juorno e notte ( corno vui sapiti ) 
De state e vierno, V haggio sempe amata; 
Mo' ss è mettuta co' 'n auto a fa' l'amore. 
Isso sse trova da dinto e io da fore. 

XXXV. 

Dimmi, Ninnino mmio, dimmi, che hai? 
Co' chi ti spassi e vai passanno l'ore? 
Dimmi-, Ninnino mmio, se a mente mm'hai? 
Penza ca songo (3) stato 'o primo amore! 



ex. 



Quanto sì bello! Dio te pozza dare, 
La forza de Lorlando (4) e de Sanzone, 



(1) Questo canto sembra alludere a qualche ingrosso solenne di Re 
nella città di Foggia per ricevere l'omaggio de' vassalli ; od ad altrettale 
solennità. 

(2) Cf. col canto CXXXIII, Tengo 'na lite co' lo 'nammorato. 

(3) Songo, sono. 

(4) Lorlando, corrottamente per Orlando. Sanzone. Noterò che spesso 
nel dialetto napolitano s'usa Sansone per uomo dotto ed acuto. Così G. 
B. Basile, nell'Egloga I: tu parie da Sansone. Cosi il Bruno Nolano 
nella penultima scena della impareggiahii sua Comedia : Non V intende- 
rebbe Sansone. 



— 185 — 

Li bellizzi che avia Carlo Romano (1): 
La sapienza che avia Salomone. 
Dudici figli mascoli puozzi fare, 
Puozzi guarnì' lo Regno ogni pontone (2), 
Uno vescovo, 'n auto cardinale. 
Lo papa santo co' lu' 'mperatore. 

{Continua) 



(1) Carlo Romano, non può esser allri clie Re Carlo Magno Impe- 
ralor Ronaano ; ma ignoravo die fosse tanlo bello. 

(2) Pontone , cantonata , canto. 



NOVELLE 

POPOLARI BOLOGNESI 

RACCOLTE 

DA CAROLINA CORONEDI-BERTl 



Ogni regola, si suol dire, patisce d' eccezione, ed è 
vero. Onde, quantunque dagli aggiunti al titolo di questo 
Periodico si paia, che in esso lavorino soltanto Soci della 
Regia Commissione pe' testi di lingua, ciò nondimeno tal- 
volta si vanno accogliendo eziandio pregevoli scritti d' altri 
valentuomini, che alla medesima non appartengono. I quali 
per loro reiterati aiuti, acquistano, dirò così, ragione di 
esservi poi aggregati quando che sia. Tra cotesto novero 
entra ora l'Autrice delle seguenti Novelle, la quale, mercè 
della cortesia sua, ce le offerì, sicché noi le accettammo 
assai di buon animo, sì per la chiara fama che di lei ra- 
gionevolmente suona, come eziandio perchè la materia 
trattata parveci di molto acconcia all'uopo degli studii 
Dialettologici, oggidì in grande pregio per tutta 1' Europa. 
Si accolsero le Novelline Milanesi, le Siciliane, ed altre 
di così fatte, e ora a che dovrebbonsi rifiutare le Bolognesi 
dopo tanta lieta festa a quelle conceduta? La valentìa del- 
l' illustre Autrice appo noi le avvalora, sicché teniamo per 



— 187 — 
fermo, che come le prime, così queste verranno dair eru- 
dito pubblico, e dai filologhi singolarmente applaudite. 

La signora Goronedi Berti non è già una di quelle 
fortunate ciarliere, che si acquistarono fama con vanità 
letterarie , ma bensì attese a' severi studii in profitto e 
vantaggio delle nostre lettere , come aperta fede può 
darne specialmente il suo Vocabolario Italiano Bolognese, 
nel quale, benché si possa notare qualche diffettuccio, 
inevitabile in sì fatta maniera di lavori, tanti sono i pre- 
gi, che i primi restano di gran lunga attutiti dai secondi. 
In breve, noi ci diamo vanto di potere oggi allogare 
alcuno de' suoi parti letterarii in questo nostro Periodico, 
nel quale pur si va coltivando il campo eziandio de' severi 
e gravi studii dialettologici. 



Por l:i Diroziono 
F. Z. 



A FRANCESCO ZAMBRINI 



DIRETTORE DEL PROPUGNATORE 



Illustre Signor Presidente, 



Le presento una breve raccolta di Novelle bolognesi, 
le quali siccome quelle d' ogni altro paese potranno forse 
giovare agli odierni studi di Tradizioni popolari. Alcune 
delle nostre città ne offrirono de' saggi parte originali e 
parte tradotti in tedesco; ed io non volli che la mia Bo- 
logna, sempre sollecita a qualunque onorevole chiamata, 
restasse indietro dalle altre sorelle, ma con esse w' andasse 
in bella compagnia del pari. Perciò il mio pensiero non 
sa che di amorevole verso il mio paese e quegli studi che 
mi rallegrano V animo. 

Le voci che mi sembrarono di non facile spiegazione, 
per chi non sia del paese, cercai chiarire con un piccolo 
glossario, in ordine alfabetico, secondo che consiglia Ga- 
ston Paris, che posi a fine insieme alle note ed ai ri- 
scontri stati fatti dal Pitrè con altre novelle nostrali e 
straniere pubblicate finora, e più particolarmente colle 
siciliane da lui raccolte, le quali verranno fuori in quattro 



— 189 — 

grossi volumi egualmente annoiale e co' riscontri delle sles- 
se mie novelle che ora Le metto davanti (1). 

Le novelle ho scritte colla semplicità che le ho sen- 
tite raccontare da bocche volgari; in esse dunque è la 
lingua e lo spirito bolognese. 

A Lei, illustre signor Presidente, amatore e cultore 
caldissimo d'ogni letteraria disciplina, offro queste novel- 
le, alle quali per quella somma cortesia che in Lei ga- 
reggia colle doti deir ingegno, prego fare buon viso, acco- 
gliendole come segno della mia reverenza 

Palermo li 29 Ottobre del 1873. 
Di Lei illustre signor Presidente 



Umilissima (lev. ma serva 
CAROLINA CORONEDI-BERTI 



(1) Sono in corso di stampa, e ne abbiamo sotl' occhio le prime 
puniate col titolo: Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani raccolti 
ed annoiati da G. Pitre. Palermo, Luigi Pedone-Lauricl edil., 1874, in 16." 



La fola dèi Rè purzèl. 

Al rè d' Golròss aveva un fiol , eh' ai era sta fat una 
mali , e da un bèi zòuven eh' l' era al dvintò un purzèl. 
E bèinhè al n' avess piò in tot la favela , tant al s' fava 
intènder , e quand al vleva un quel , saviv cuss' al fava ? 
quand i eren a g'nar al prinzipiava a ruiar, po"l eiapava 
in bócca un co dia tvaia es tirava per tèra incessa. L' era 
propri la e' prazion d' so pader , che al puvrèt al n' i ne- 
gava nieint. Un de i eren a g'nar e al emèinza a ruiar, 
es geva alla mei ch'ai pseva « A vói la fiola dèi sart,. am 
vói maridar ». Al rè a sintir sta zizla ai veins la pél d'oca, 
perchè al dess tra lo, pussebil che una dona vola spusar 
una bistia f Ma dai , e que te dai , e tira pur la tvaia , e 
tira pur pr' el bragh al rè , tant eh' ai dess « sta bón tìol 
mi, a la dmandaró ai sii ». È quand is fon alza so da 
tavla, al mandò a clamar quél sart, ch'aveva trèi fioli 
onna piò bela di' altra. Quand al fo vgnò al rè ai dess, 
vo' a savi eh' ai ho la g' grazia d' quél fiol purzèl , savadi 
ch'ai è vgnò voia d'avéir onna del voster fioli per mu- 
ier , cussa giv ed far ? al sart arpsóus , mo bèin vluntira 
sacracuróna eh' ai la darò. Is messen d' acord , e st' om 
andò a cà es dess alla piò granda quant ai era suzèss, e 
eh' r aveva det ed sé al ré. La ragazza s' mastro euntèinta , 
es dess : An vói mo pinsar ater , am imazin eh' andrò a 
star bèin e tant em basta. I fisson al de , as fé di bi fstiari 
alia ragazza, es fé al spusalezzi. Fo fat un gran g'nar, 
al Rè purzèl ste a fianch dia spòusa , eh' era lotta fste 
d' ras bianch, can una co' propri da rigeina. Mo sta a sein- 
ter cussa '1 fé qustò. Quand i aven fine d' g'nar l' andò 
fora in l'ai zardein, es andò a svultars in l' al sit piò sporcli 



— 191 — 
eh' si foss , lant eh' ai s' era tot quert ed pòlver , e lanl 
ater purcari eh' eren per mèz , e pò P intrò in cà es andò a 
sfergar dri alla spòusa , e av lass dir cum al i ardusè quél 
povr' abit. La spòusa V ai prinzipiò a dir dèi porch , e a 
maledir V òura e 'l momèint eh' la 'l aveva spusà. Al rè 
fava tant' d' uè' , e an saveva che diavel s' dir. Basta , al 
purzel vultò vi , e la spòusa s' andò a srar in t' la so stan- 
zia. Quand fo alla sira, la spòusa ciapò so es andò a lèt. 
Da le a poch , intrò in t' la stanzia al rè , ehe avi da sa- 
vèir, alla not al turnava un zòuven, l'aveva in man un 
eurtèl , al s' fé sòuvra al lèt e al dess « m' hat mo male- 
dè , ciapa so », e s' i piantò al eurtèl in t' la gòuia : la 
spòusa tre du o tri strangussut , e pò T an tirò piò 'l fià. 
Quand al rè pader sav sta eossa an saveva cmod es far 
cun i su dia ragazza , basta al dess eh' ai era vgnò una co- 
lica d' stòmgh , e eh' l' era andà a far tèra da pgnat. Al 
rè purzèl ste quiet un suquant de e pò a fon d' sicut e- 
rat, e a g'nar al tirò dèinter in t'ia tvaia, ch'ai cazzò 
ineossa in tèra , e que al ruiava , es tirava so padr' pr' el 
bragh, sèimper giand: a vói la fiola dèi sart, a vói muier; 
e an se quietò fèin tant eh' so pader an i av det eh' l'are 
dmandà al sart qui' altra fiola. Al turno a clamar quél 
povr' om es i dmandò s' al i avess dà qui' atra fiola : e 
al sart arspòus eh' l'are ubidè a so maestà. Ecco ch'as 
tòurna a preparar pr'el noz, e quand tot fò in prònt, 
as fé 'l spusalezi. Al purzèl fava fmèz alla spòusa , ai scus- 
sava 'I eudein , e lì i fava bona zira. I passon la mateina 
acsè , e vgnò l' òura dèi g'nar is messen tot a tavla , dov 
i era una massa d' invida. Al rè purzèl ste bòn tot al tèimp 
chi magnon, e quand i fon alla frutta, al s'ia e' fé: da le 
e un pzol r intrò in t' la sala dov i eren andà a tor al 
cafè, e chi sa d'dov al s'tuleva, perchè ai n'aveva adoss 
ed lotti el fata, es puzava cmod fa un' andrèna. Apénna 
al fo dèinter al prem fat fo quél d' andars a sfergar adoss 



— [\n — 

a so muier, ch'an ve so dir cmod la s'inquietò, e quanti 
la in gess. Al purzèl vultò vi ; mo tra quél eh' T aveva fat 
lo , e tra quel eh' s' era sintò dir dalla spòusa , tot arston 
g' gusta e i ciapon so es n' andon vi. Al veins V òura d' an- 
dar a lèt , e '1 dunzèl andon a e' puiar la rigeina. Quand 
r as fo indurmintà , ecco eh' eintra in t' la stanzia al spòus 
cun un curtèl , in man : al s' avseina in ponta d' pè al lèt , 
es dis « Ah, a dèss mo a sòn que me»; es i pianta al 
curtèl in t' la gòula, in mod eh' la n'av gnanch tèimp ed 
trar un vers. Alla matelna , al rè pader sintè st' atra gna- 
chera , e an ve so dir cuss al s' gess. Guss hat fat brot 
zaltròn , al dess a so fiol ; spela che una atra volta at trova 
muier I a vói eh' t' av da zigar un pzol ! Basta , passò anch 
quésta , e a se sparzè per la zita , che la rigeina era morta 
d' un azidéint. Figurav so pader cmod al se e' prò ! Passò 
di' ater tèimp , mo ecco che al rè purzèl an fava che ruiar 
tot al de, e fìnalmèint al cminzò a tirar in t'el bragh 
d' so pader, giand « a vói muier, a vói la fiola dèi sart. 
Al rè ave Tasi ed dir, mo sta mo bòn, vrest forsi amaz- 
zari anch l' ultma fiola ? Per me zert an ho cor de dman- 
darila : mo al purzèl fava cònt eh' i gessen zieina , es se- 
guitava sèimper piz , tant che al rè risols ed clamar al 
sart, e senter cuss' al pinsava d'far. A savi, ch'ai bisògn 
fa far d' gran coss , e quél povr' om eh' sperava sèimper 
da st' matrimoni ed truvari dl'otil, l'arspòus al rè, ch'ai 
i are da anch qui' atra fiola. Alòura al rè ciamò al fiol es 
i de la bona nova , arcmandandsi eh' l' avess giudezi. E 
que as turno a far i preparativ , e in puch de es sfe '1 
spusalizi. Mo bona che quand i aven fine de g'nar, al 
purzèl andò fora es turno da le e poch , propri cunzà 
pr' el fèst : e sobit , topete eh' al s' va a svultar so per 
r abit ed la spòusa , eh' av degh me , al le fé dvintar ed 
tot i culur, e con una pozza tal eh' fava vultar al stòmgh. 
Al pader s' mess a bravari , ma la spòusa la cminzò a 



— 193 — 
pregare! eh' al l' avess cmupatè , giand eh' al n' era uleint , 
eh' lì prèsi V as sre cambia , e po' la prinzipiò a far caràz 
al purzèl , e a diri , vat a lavar puvrein , sf em vu bèin , e 
tant ater coss lotti dòulzi, ch'fen arstar incanta anch al 
pader. Veins la sira, e 1' òiira d'andar a lèi: ecco che 'l 
dunzèl van a c'puiar la rigeina, po' el i dan la bona not. 
Quand la fo indurmintà, ecco che al prènzip avrà pian 
pian r òss , al se e' poia dia pél da purzèl es va a lèi 
ciin la spòusa. Alla mateina la rigeina avrà i uc' e la vèd 
da qui' ater là dèi lèi al piò bèi zòuven eh' l' avess mai 
vèst': e la dess fori « oh puvrètta me cuss è quèst? Al 
rè se g'dò, e ai dess « savet eh' a sòn tò mare, e eh' l'era 
una mali eh' m' era sta fata , che fenn' a tant eh' an avess 
truvà una zòuvna eh' m' avess spusà , an pseva guarir. Te 
ti sta bona e t'm'ha cumpatè, et at sòn ubligà e at vrò 
sèimper bèin ». Po' al sunò al campanein , e al dess ai 
servitur eh' i ciamassen so pader. Quand al rè arivò dèin- 
ter , e eh' al vést so fiol turnà cum 1' era premma , 1' av 
a murir dal algrèzza, e al cuntò a so pader 'dia mali, e 
al perchè eh' r aveva zercà muier. I mandon a tor al pa- 
der e la mader dia spòusa; i fen arstar in l'ai palaz, es 
fon Irata sèimper da preinzip. I arnuvon el noz, ma euu 
del fèst eh'an ve so dir. Po' i viven sèimper in pas, e 
dov ai è la pas, ai è anch sèimper la cuntintèzza. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Varianti siciliane di ([iiesla novella sono Lu Sirpeuti di Palermo, Re 
Cavallu di Ficai'azzolli , Re Pomi di Monteva!,fo , Re Scununi di Nolo 
nelle mie Fiabe , Novella e Racconti popolari siciliani , voi. II, n. LVI; e 
Vom Re Porco e Die Geschichte vom Principe Scursuni, nn. 42 e 43 
delle Sicilianische Màrchen ; aus dem Volksmund gesammelt von Laura 
Gonzenbach, voi. I, (Leipzig, Engclmann, 1870). Una versione toscana 
del Sanese è la Isa beli uccia di Temistocle Gradi nel Sinjfjio di Letture 
varie per i fiiovani, \yA<^. 141 (Torino, Franco, 1865), ed un'altra di S. 

Voi. VII , Parte 1. 13 



- ÌWì — 

Slol'ano in Calciuaja il Sur Fiomiite inayo nelle jSovelUne di S. Slefam 
(li Angelo De Gufcernatis (Torino, Di Negro, 1869). [Più vicina alla 
bolognese è 11 Principe Orso della Vir/ilia di Pasqua di Ceppo del Gradi 
(Torino , Vaccarino). Vari punii di riscontro si trovano nel Cunlo de li 
eunii , orerò La iraltenemicnto de peccerilk de Granalesio Abbattutis 
(G. B. Basile) (in Napoli, Per Camillo Cavallo, MDCXLIV. — Cito la edi- 
zione che me ne trovo sott' occhio), giornata II, tratt. o: Lo Serpe. — 
// Corhattin è una versione lombarda della NoveUaja milanese , Esempii 
e panzane Lombarde, raccolte nel Milanese da Vittorio Imbriani (Bo- 
logna, MDCCCLXXII), n. VI; (ma differisce verso la fine). Una variante 
veneziana si legge nelle Volksmàrchen aiis Venetien. Gesammelt und 
heruusgetjehen von Georg Widter und Adam Wolf ; mit Nachiveisen 
und Yerfjleichtcnrien vencandter Màrchen von Reinhold Ktìhler, n. 12 : 
fìer Prinz mit der Schweinshaut , nel Jahrbuch fiir romanische und en- 
fjlische Literatur di Lipsia, voi. VII, fase. Ili, pag. 249 (vedi a pag. 254 
la erudita nota del Kfihler. In una raccolta di Novelle popolari piemon- 
tesi, l'atta in Monteìi da Po dal mio egregio amico sig. Antonio Anelli 
(raccolta che presto pubblicherò io slesso) è una variante col titolo El Re 
Crin ( Il re porco ) ; ed un altra dell' alta Italia se ne legge nelle Tre- 
dici piacevolissime Notti di M. Giovanni Francesco Straparola da 
Caravaggio : divise in due libri : nuovamente di bellissime figure ador- 
nate e appropriate a ciascheduna favola ecc. (In Venezia, MDCXII, a[»- 
presso Zanetto Zanetti. — ■ Cito l'edizione che ho soli' occhio ) , notte II, 
iav. I: « Galeotto re d' Anglia ha un figliuolo nato porco, il quale tre 
volle si mai'ita , e posto giù la pelle porcina , e divenuto un bellissimo 
ijiovane, fu chiamato He Porco. » 



II. 

La fola d' Lira e d' Mèzalira. 

Ai iera una volta un rè , eh' n' aveva atra passiòn al 
raònd s' n' è i quatrein , e V era tant al gran avar eh' l' arò 
seurdgà un bdoe' per eavari la pél. L'aveva una stanzia 
totta peina d'munèid d'or e d'arzèint, e sèimpr'al in 
ficava dèinter , e ed tant in tant l' andava po' a veder s' el 
ehersseven. Un de al tols el eiav, e quand al fo dèinter 
ai pars die sii quatrein fossen cala ; tot angustia al uiandò 



a tor i su cunsiir e ai dess sta cossa, mo lòur i al mes- 
sen quiet glandi che i quatrein a star le i s'assèten, e 
di' r era per quél eh'' ai pareva chi fossen cala. Al rè 
s' quietò alla mei, mo en passò puch de ch'ai vois turnar 
a veder cm' andava la fazènda , mo bona , apènna eh' al 
fo so in t' r oss dia stanzia , al vest che i quatrein eren 
cala d' piò. Al prinzipiò a e' prars , es mandò un' atra volta 
a tor i cunsiir , e al i avers la stanzia , e anca lòur vesten 
che assolutamèint ai era dèi smanch. Alòura i prinzipion 
a pinsar cmod al pseva èsser , n' i èssend endsonna fnèster 
in tla stanzia e atr' oss for d' quél eh' al ré aveva lo la 
ciav. I tolsen del lom es ses messen a girar tot intóuren , 
e a guardar pr' el murai s' ai foss sta un quaich bus chi 
pses intrar qualcdon : mo per quant i s' guardassen in 
psen veder gneint. On d' questi , piò astut di ater dess , 
fèin una cossa , mandèin a girar qualcdon cun del lom 
per d'fora dalla stanzia tot intóuren, ch'ai pre èsser ch'ai 
foss in tal mur del fissur che nò per dèinter a n' el vdes- 
sen. I maftdon dònca di omen , cun del lom a girar a 
vsein alla murala in tot«i pont, mèinter lòur staven al bur 
dèintr' in t' la stanzia ; e quand quia zèint fonn arivà cun 
el lom da un là dov la stanzia cunfereva cun di còp , ai 
pars d' veder dèi lusòur , e sobit al rè de òurden chi 
s' fermassen , es andon tot a veder , e i truvon eh' ai era 
una fnèstra fèinta , mo falla acsè bèin , eh' bisognava guar- 
dari bèin in sotil pr' acgnosserla. Al rè al cminzò dir, cum 
s' fa e . cum en s' fa , e l' are vlo far sobit murar la fnè- 
stra, ma on di cunsiir ai dess, ch'ai fazza a mi mod sa- 
cracuròna, ch'ai lassa el coss cmod el stan , altrimèinl 
lo en pra veder chi sia al lader, mo sai cussa l' ha da far 
invez , eh' al faza meter sòtta alla fnèstra una gran caldara 
ed pèigula, e alla noi ch'ai faza tgnir sèlla dèi fugh, per- 
chè zò sle lavurir i al faran d'not; acsè quand al la- 
der vgrierà dèinter al cascarà in T la caldara, e l'arstarà 



— 190 — 
fret, e lo pra veder chi l'era e chi T n'era, e e" cruver 
anch s' T aveva di cumpagn , e cquert eh' 1' ava la cadèina 
ai farà po' quel eh' al cherdrà. Ai piasè tant al rè ste cun- 
sei , che sobit al de òurden che tot foss fat. Tot i de al 
rè andava a veder in t' la caidara , mo an s' Iriivava mai 
endson. Bisogna mo savèir cha i era in quia zita on ch's'cia- 
mava Lira, al fava al mstir dèi muradòur, mo l'era acsò 
pein d' talèint eh' l' are psò far al minester d' Stat ; es era 
propi'i quél eh' aveva fat la fnèstra fèinta , e eh' andava a 
rubar i quatrein in cumpagnl d' un so inanvèl , chi cia- 
maven Mèzalira. Una not dònca i van per la solita sinfu- 
nì , Lira avrà al solit pian pian la fnèstra , es manda dèin- 
ter Mèzalira : ma aspèta , aspèta , e an vèd piò ste g'grazia 
a turnar indrì : alòura l'impeja una candèila, al s'arampiga 
a cavai dia fnèstra , e al vèd el gamb del cumpagn eh' sca- 
paven fora dalla caidara; lo capè sobit cuss'ai era d'nov: 
e , cussa fel lo , al tirò fora Mèzalira , ai tajò la tèsta 
cun un curtèl eh' al purtava sèimper in bisaca , po' al la 
ciapò so cun lo es e scapò vi. Mo bona che alla mateina 
al rè andò a far la so visita, e al vest ch'ai era un om 
dèintr'alla caidara; al clamò sobit zèint, i tiron so quél 
pover diavel , es vesten eh' 1' era sèinza tèsta. Al rè mandò 
sobit a tor i cunsiir , che quand i vesten un fat acsè i 
arston incanta , giand , bisogna che st' lader ava al gran 
inzègn s' l' ha tajà la lèsta al cumpagn per n' èsser arcgnus- 
sò. Es cminzon a pinsar a quél cbe s' pseva far pr' atru- 
varel. E chi gieva una cossa , chi un'atra, e fmalmèint i 
dessen , sai sacracuróna cossa l' ha da far ? L^ ha da far 
meter al cadaver d'quèl pover diavel so in t'unabarèla, 
ch'ai le fazza lassar c'quert, e po' chi al porten per tot 
el strà, e an po' far che passand dinanz alla so cà, ch'an 
s' sèinta qualcdun a zigar. Alla mateina dòp al fé quél 
eh' aveva det i cunsiir . e al dess a piò omen eh' slaven 
drì al cadaver, chi avessen bèin ascultà, e chi fossen sobit 



— 197 — 

còurs a veder quél eh' as foss inlravgnò. Figiirav che popol 
zircundava la barèla , i suldà zercaven d' far star so la 
zèint, mo tot vleven veder, e dir la so. I arivon zò pr'un 
stradèl, e quand i fona dinanz a una casetta as sintè a far 
di urei da inspirtà ; el guardi còursen sobit ; l' era la muier 
d' Mèzalira , che sintand a passar al mort aveva cminzà a 
zigar , mo Lira eh' stava sigh ed cà , quand al sintè eh' el 
guardi faven el scal , e lo ciapa la curlleina , taja un pzol 
ed did a quia povra dona , eh' ai piuveva al sangv cha 
s' pseva veder : al guardi eh' s' eren avanza dèinter ai dess : 
oh s' cavav da que anca vo ater , an vdi che sta povra 
dona in tal tajar la spoja la s' è purtà vi eun la eui*tleina 
la eapuciola d' un did ? Quand el guardi sinten aesè el eia- 
pon so es andon vi ; e alla sira quand i andon al palaz i 
eunton al rè ste fat , giand eh' in aveven truvà ater. E 
que tòurna pur a clamar i eunsiir, e dmandi pur cum 
al pseva far. E dòp avèir bèin pinsà , s' al voi , i des- 
sen vultands al rè , eh' al fazza meter fora un band , che 
la caren d'jbò vada a un zchein la lira , e acsè ater che 
qui eh' han d' gran quatrein i prèn cumpraren , e as 
vdrà la fatta d' zèint chi n' andarà a tor. Ai piasè tant 
al rè sle sugerimèint , che sobit al mess fora l' avis , 
e fé dir a tot i pear ehi tgnessen bèin d' oc' tot qui 
eh' sren andà a spènder. Acsè s' fé. Lira passa pr' una 
strà , al vèd un ruglèt ed zèint eh' lizeva l'avis, e al seint 
che tot s' lamintaven che la caren andass a una carézza 
aesè granda, po' al dess tra lo, puver mineion a so me 
emod ai ho da far. Quand a fonn a qui' ater de, al va a 
una pearì, al fa cònt ed eumprar un pzulein d' caren, e 
po' a bèi bèi intant eh' el pear e' cureva eun di ater, cussa 
fel lo , metess sòtta al frajol un pèz d' cussòn , eh' era in 
móstra , e vi , a cà eh' l' andò ; e al gieva da per sé « eh 1 
avi pinsà d' farla a me, mo me al ho fatta a vo ater. Alla 
sira al rè ave al raport da tot i pear, e on i dava avis 



— 198 — 
eh' ai era sta manna un pzol d' cussòn. I cunsìir eh' eren 
le intóuren a lo, en mancon un mumèint ed dir, quèst Tè 
sta 'l solit lader, eh' l'ha ruba. E que tòurna pur a pin- 
sar a cmod s' fa e cmod en s' fa per e' eruvrel : tant ehe 
on dess, eh' al fazza a mi mod sacracuròna, ch'ai manda 
fora trèi véci puvrètri a zercar la carità d' un gòz d' brod , 
acsè s' vdrà chi n' ha e chi n' i n' ha. Difati al de dòp fo 
manda fora sti pover véci , eh' ai fo insggà cmod el i ave- 
ven da far e da dir, el se s' parten per la zita, es prin- 
zipion a batr' a tot el port dmandand la carità d' un guz- 
zein d' brod ; mo tot i geven , se se , adéss 1' é propri 'l 
tèimp d'avéir dal brod, che la caren la còsta un zchein 
la lira , e i li mandaven in pas. Quand fo in t' al tard 
onna d'sti véci andò a bater per cas alla eà d'Lira; ai 
avers so mujer, eh' a veder sta povra vécia acsè mazilèin- 
ta , r ai fé cumpassiòn , e la i dess , mo vgnì so puvrétta , 
eha v' in darò un poch. La vécia l'ai de un pgnat eh' Pa- 
vera a galòn , che la mujer d' Lira l' ai rimpé , e s' la 
mandò vi ; intant eh' la vécia andava zo per la scala , as 
sintè a meter la ciav in t' la porta , l' era Lira eh' arivava 
a cà. Al guarda a sta dona , e si dmanda , mo cussa fav 
que ? E la vécia 1' ai dis eh' 1' é andà a dmandar la carità 
d'un poch d'brod, e ehe i 1' han dà. Alòura Lira al dis: 
v' hani mo dà anch un poch d' caren ? Nossignora , ar- 
spóond la vécia ; e alòura , lo : Mo puvrétta , vgni cum 
me che adéss av in darò un pzol: e mèinter ch'ai gieva 
aesé al s' aviava zò in canteina , e la vécia 1' ai tgneva drì. 
Quand i fon zò , cuss fel lo , eiapa un mazzol , méina in 
tèsta alla vécia , e in dòn o trèi smazzulà al la spiciò. 
Ah ! speja buzagnòna , va mo a far téra da pgnat , al 
dess , guardand alla vécia , che zò l' aveva slungà i pi : e 
po' r andò so in cà es fé una bona rumanzeina a so mujer. 
Al ré an vdeva l' òura eh' vgness sira , per veder ehe nov 
i portaven' el véci. Mo as vest a turnaren dòu, eh'dessen 



— 190 — 
d' n' avèir truvà 'nson chi avess dà dèi brod , mo aspèta 
e spira la terza , mo la terza en s' vest. I cunsiir , eh' e- 
ren le dal rè asptand el nutèzi, dessen sobit: avèin capè, 
quia g'grazicà è sta acupà dal lader zertamèint. E i s' vul- 
tón al re es i dessen : eh' T ascòulta sacracuròna , nò an 
savèin piò cossa s' far pr' atriivar qii' sto. As vèd eh' l' è 
on ed tant al gran inzègn , eh' meritare d' èsser rè. Al rè 
arspòas" : ebèin eh' al vegna , e me ai darò la curòna. 
S' mess sobit fora un avis , eh' al gieva , che al rè pru- 
miteva la curòna a quél eh' aveva fat quèst e quèst. Quand 
Lira sintè sta zizla, al còurs a cà, al s' fé lustrar el scarp 
da so mujer , al s' andò a cumprar di abit eh' ai fumava 
la campaneina , al se fstè tot, es andò dal rè., Apènna 
eh' ai fo dinanz al s' i tre in znoc' , es dess : ecco sacra- 
curòna , al malfatòur : al rè al le levò so pr' un braz, 
glandi : va pur là eh' t' ha una tèsta eh' merita curòna. Mo 
Lira arspòus : nò maestà , an sra mai det , che un pover 
diavel cum a sòn me , ava da dvintar rè , ma piotost a 
starò cun lo , e al cunsiarò in quél eh' è da far. Al rè 
arstò incanta d' sta generosità ; al l' abrazò , e al le nu- 
minò so segretari , so cunsiir , e al le teins po' prèssa d' lo 
cm' è un fiol , fazandel trattar da prèinzip. E av so dir me 
che d' alòura in po' el coss andon mei d' quél eh' el n' e- 
ren andà per l' inanz. Longa la fola , strétta la vi , gi mo 
la vostra eh' ai ho det la mi. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una versione siciliana di questa novella è Mbroglia e Sbroglia della 
mia raccolta, ove è pure una variante ciancianeso col titolo Lu figliti di 
Iti mastrti d'ascia. Le astuzie del falegname variano a seconda de' luo- 
ghi nei quali la novella viene raccontata. Leggesi.del resto, nel Pecoro- 
ne, giorn. IX, nov. 1: « Bindo maestro fiorentino va a Vinegia,ed ac- 
concia il campanile di S. Marco. Edifica un palagio al comune della città. 
Dopo qualche tempo vi ruba una coppa d'oro. Vi ritorna e cade in una 



— 200 — 

caldaia di pejfola bollente. Ricciardo suo figlio gii taglia la tosta. E espo- 
sto il cadavere sulle l'orche. Il figlinolo stesso lo ruba o sotterra. Si lenta 
invano di scuoprire il ladro colla gola e colla lussuria. Finalmente il Doge, fa 
bandire cbe il reo avrà il perdono, e la sua figliuola per moglie, se si 
scoprirà da sé. Ricciardo va al Doge, gli dice il tutto, e ottiene il pre- 
mio promesso. 



III. 

La fola dèi candì ir. 

Ai era ima volta un rè eh' aveva trèi fioli. Un de ai 
veins in mèint ed vièir savòir quant bèin el i vleven , e 
al ciamò la piò granda es i dess ; a voi t' em degh che 
amour t' em vii. E li i arspòus « ai port piò amour eh' n' è 
ai mi uè' ». Po' '1 ciamò la mzana es i fé l' istessa dman- 
da ; e li arspòus quél eh' aveva det la granda. Quand fo 
'ndà vi anch quésta as fé vgnir la pzneina, e andéin eh' al 
t' i dmandò l' istessa cossa : e sta povra ragazza en savand 
cussa as dir, l'a i arspòus eh' l' ai purtava l'amour dèi 
sai. A sintir aese al ré andò in t'.el furi es cminzò a diri 
« ah bricóna t' em vress dònea veder c'fat eh ? Tut dai 
mi uc' eh' an t' poss piò veder » . Sta ragazza s' n' andò vi 
tolta murtifieà, e lo '1 de òurden chi la cumpagnassen lun- 
tan in t'un bosch e po' chi l'amazzassen. Quand la rigeina 
savè sta cossa s'av a dar alla e'praziòn tant la vieva bèin 
a quia fiola, e Pas mess a pinsar al mod ed salvarla : e 
dòp pinsà la fé far un bèi candiir d' arzèint tant grand che 
ai psess star dèinter la Zizola, eh' l'aveva nom acsè, e quand 
al fo fat r ai la fé intrar e la ciamò un so servitòur fida 
es i dess : t' ha d' andar a vénder ste candiir ; e quand i 
t' dmanden coss al còsta, bada s'I'è un puvrèt e te dei 
dimondi , e s' al capita un sgnòur dei bèin poch e daiel. 
Premma d' mandarla vi la l'abrazò, e l'ai dess zèint mella 
coss, e po' l'ai mess dèinter in fai candiir di fìch sech, 



— 201 — 
(Ila (Mocoìata , di pscutein perchè eh' T as psess zibar , e 
flnalmèint la la basò pianzand e glandi « va mo povra la 
mi nida, va a truvar furtona ». Al servilóur'purtò al can- 
dlir in piazza , e ai fo vari chi dmandon quant al custava , 
es l'era da vénder, mo lo al fo astut e a qui chi i pa- 
reven c'pra ai dmandava un sproposit; flnalmèint passò 
al fiol dèi rè d'Tòr alta, e quand Tav bèin specula al 
candlir da totti el band , al dmandò cuss' al custava : al 
servitóur ch'aveva cgnussò chi l'era, al dess una minciu- 
narì, e al prènzip fé purtar al candlir al palaz. Quand al fo 
a ca al dess a so mader : vèdla eh' bèi candlir eh' ai ho 
cumprà , eh' l' al faza meter in t' la sala mansè. E tot qui 
eh' al vdeven es maraviaven. Bsògna savèir che st' prèinzip 
alla sira 1' andava a cunversaziòn in zò in là, mo an vleva 
mai eh' endson al stess asptèr. Difati quand a fon alla sira 
i servitur preparon la zènna e po' i andon a lèt. Quand 
la Zizola en sintè piò indson per rivira, pian pian la sal- 
tò fora e la magnò tutta la zènna eh' era prepara, e po' la 
s' asrò un' altra volta dèintr' al candlir. Da le e poch ari- 
va '1 prèinzip e an trova gneint da magnar , al prinzepia 
a sunar tot i campanein, e s' liva i servitur, e ai cmèinza 
a strapazar, e an zuvava chi gessen che lòur avevn' apre- 
parà incossa, e che qualcon geva avèir magna la roba, che 
lo zò en vleva scus, es i dess che s' i la faven un'altra 
volta al i are lizenzià tot : e chi guardassen d' asrar anch 
al can el gat pr' esser bèin sicur. I purton di' altra roba, 
al magnò e s'andò a lèt. I arivon a qui' atra sira, mo to- 
pete eh' a fonn d' seconda. Quand veins el prèinzip al fé 
tant al gran pladur eh' al pareva eh' vgness zò la ca , e 
po' '1 dess: dman d'sira alla vdrèin. Quand a fonn alla 
sira cussa fel lo : al s' arpiatò sòtta a una tavla , eh' era 
querta da un tapèid fenna a tèra, es asptò d' veder cussa 
suzdeva. Quand al fo tard , ecco eh' vein i servitur es pa- 
racien, es preparen tanti piatanz, e po'i manden fora al 



202 

can , el gat es assaren 1' oss. Dòp un mumèint et quiet. ^ 
ecco eh' s' avrà al candlir e salta fora la bela Zizola ; la 
va alla tavla e la s'met a taPiar a dòu ganas. Alòura salta 
fora al prèinzip, li zercò d' scapar, mo lo al la ciapò 
pr' un braz , e ai dess « eh' la s' féirma què » . Alòura la 
Zizola s' i tre in znoc' dinanz es i cuntò da cap a fònd 
incessa. Al prèinzip la quietò es i dess, bèin fein da st' mu- 
mèint av degh eh' a sri la mi spóusa; aóèss turnà pur in 
t' al candlir : e dèinter eh' P andò. Al prèinzip era zò ina- 
murà spant ed la Zizola. L' andò a lèt , mo an psè asrar 
un oc' in tutta la not : quand a fonn alla mateina , al dess 
alla rigeina eh' la fess purlar al candlir in V la stanzia dov 
al durmeva , eh' 1' era tant bèi eh' al le vleva vsein al so 
lèt. E po' '1 de òurden chi i purtass in stanzia al magnar 
e cmod al foss per du , tant al s' sinteva fam. I purton 
dònea al eafè , po' piò tard la qulaziòn alla furzeina , e 
po' al g'nar, incessa dóppi. Quand i aveven purtà la roba 
lo srava al so bòn oss , es fava vgnir fora la so Zizola , 
e i magnaven insèm eh' l' era un gudiol. La rieina l' ai 
saveva dura avèir da magnar da per lì, e la si mess a 
dir « mo cmod eia fiol mi , eh' an vii piò vgnir cun me ? 
Gussa v' oia fat » ? Lo i dess eh' al desiderava star da per 
lo, e eh' l'avess pazenzia. I andon inanz ed s'pass dèi tèimp, 
pò un de al dess a so mader ch'ai vleva tor muier. Fi- 
gurav cmod gudè la rigeina a sta nutezia? Ebèin al mi 
fiol, aviv prepara la spòusa'? A voi spusar al candlir. 
Quand la rigeina sintè sta gnexa , la dess tra li, oh pu- 
vrètta me , mi fiol l' è dvintà mat ! Po' l' al eminzò a 
s'eunsiar, e a fari capir eussa' are det la zèint, ma basta 
lo bateva fort, es i dess eh' la preparass pur al palaz che 
fra ot de al s' svela mandar. La povra rigeina la fé me- 
tr'in òurden incessa , ma cun on d'qui magon ch'an ve so 
dir. Veins al de destina, ed ecco un seguit ed caroz veinsn' al 
palaz. E al prèinzip fé metr' in quèla davanti al candlir , 



- 203 — 

po' '1 si mess lo al fìaiich, es andon alla cisa. Es tos zò'l 
candiir, e al s' parlò da un là dèi scabèl, po'quand fo al 
mumèint bòn, al preinzip avers al candiir e saltò fora la 
Zizola, ch'ai l'aveva fatta fstir lotta cun un abit ed bru- 
ca, e cun tanti el gran zoi al col e al i ùrèe', eh' la tralu- 
cava da tot i là. As cumpè al spusalezi e quand i fonn 
al palaz, i cunton alla rigeina tolta la dulèint istòria. As 
fé el noz , e i mandon i invid a tot i rè le vsein , fra i 
qual ai era al pader dia Zizola. La rigeina, ch'era una 
furbaciòna , la dess, lassam far a me ch'ai voi dar propri 
una bona leziòn. Cussa fella mo lì , la fé preparar pr' al pa- 
der dia Zizola un g'nar separa, cun tolti el piatanz e dsèvdi. 
La dess ai invida che la spòusa en pseva andar a tavla 
perchè la s' sinteva poch bèin. E is messen tot a g'nar ; 
mo ecco che al rè l'ave la mnèstra dsèvda, e quand al la 
sintè al dess tra lo, oh guarda al cugh s' è e' curda d' salar 
la mnèstra , e al fo custrèt a lassarla le : veins al rèst e tot 
e dsèvd, ai cminzò a vgnir alla mèint la fiola, e a poch 
a poch ai chersè tant al dulòur, ch'ai smess in t'un ròt 
ed piant , giand , oh eh' bricòn eh' a sòn sta f La rigeina 
draandò eussa l'aveva e al dess, a dèss a voi cuntar tot 
quél eh' ai ho fat : e '1 cminzò a dir dia Zizola. La rigeina 
s' livò so , r andò a tor la fiola , eh' la si tre in l' el bra- 
za , e lo a stricarla e a dmandari eum l' era eh' 1' era lè. 
E quand i aven dètt incossa al turno da mort a vetta. Es 
mandò sobit a tor anch la mader. Es arnuvon el noz, cun 
del fèst d'ogni fatta, e a crèd chi sien aneli dri a baiar. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Il fondo di questa novella è L' acqua e lu sali, n. X delle mie Fia- 
be, Novelle e Hanconli, in parlata di Vallelunga ; e si trova nelle varianti 
di Polizzi-Generosa , di Noto e Partanna da me riassunte a pag. 88] e 
setf. del voi. I, lo quali hanno per titolo : Il Pache Santo, Il He di Fraucja 



— 204 — 

e Figlio mio Dottore ! Una variante veneziana è nelle Fiabe popolari ve- 
neziane raccolte da Dom. Giuseppe Bemoni (Venezia, tip. Fontana-Ot- 
tolini, 1873), n. XIV: Come'l hon sai. Qualche altro parziale riscontro 
leggesi a pag. 91-92 del voi. 1.° della mia raccolta. 

Tutto quel che precede la sorpresa della ragazza , e la sorpresa stessa 
mentre la ragazza va a chiudersi nel candeliere, trova riscontro nella Pilu- 
sedda, n. XLllI della mia suddetta raccolta, nella Suvnredda di Polizzi- 
Generosa , nella Truvaturedda di Capaci , nella Ernesta di lignu di Mon- 
tevago, nella Betta pilusa di Ficarazzi, nella Cinniredda di tutta Si- 
cilia , nelle quali la Bella èì va a nascondere ora in una pelle di ca- 
vallo, ora in una fodera di legno, ora dentro un candeliere, ed ora den- 
tro un armadio qualunque. Della quale novella si hanno versioni nelle 
Sicilianische Màrchen della Qonzenbach , n. 38 : Von der Betta Pilusa 
(siciliana); nel Cunto de li cunti dal Basile, giorn. II, Iratt. 6: (na- 
politana); nella Novellaja milanese dell' Imbriani , n. XIII: La Scrindi- 
rouera (milanese); nelle Fiabe pop. ven. del Bernoni,n. 8: Conza-se- 
nare (veneziana) ; nelle Màrchen und Sagen aus Wàlschtirol dello Schnel- 
ler, n. 24: Aschenbrixìel (tirolese); nelle Tredici piacevolissime notti 
dello Straparola, 1,4, ove Tebaldo principe di Sinlerno vuole Do- 
ralice ; Doralice si -fa chiudere dalla balia in un armadio bellissimo , cui 
Tebaldo, disperalo, fa vendere a un mercante genovese, dal quale è ven- 
duto a Genese re di Bitinia. Doralice esce per più giorni di seguito dall'ar- 
madio , e fa d' ogni ragione pulitezze nella regia stanza. Un giorno il re 
si nasconde e la coglie in flagrante e la sposa. 

Vedi per la parte di questa novella che si attiene alla bolognese le 
Gòttingische gelehrte Anzeigen del 1868, pag. 1381 , e le Sicil. Màrchen , 
voi. II, pag. 229 e 221, note del KOhler. 

Notisi che nel dialetto bolognese amour vale non solo amore ma an- 
che sapore; ecco il perchè della dimanda del re alle tre figliuole. 



IV. 
La fola del falegnam. 

Ai era una volta un povr' om eh' fava al falegnam , 
e r aveva tri fiu , eh' eren i piò bì zuvnet eh' es psess 
mai veder. Un de i sinten a dir ch'ai era sta al rè d' Tòr- 
vèirda eh' aveva mess fora un avis giand , eh' l' are dà so 



— 205 — 
lìola per mnjer a quél eh' avess invintà una barca eli' ca- 
minass da per lì. Quand i fonn a g'nar al piò grand ed 
sti ragaz cminzò a pregar so pader ch'ai T avess lassa 
andar a butèiga eh' V are vlo pruvar d' far sta barea. Av 
psi figurag cmod so pader gieva d'nò, persuadandel ch'ai 
n'i sre riussè. Mo lo seguitava giandi, mo ch'ai vada là 
pa sa prò arivar a farla la sra anch la so furtòuna, per- 
chè sa dvinlarò un sgnòur me al ajutarò e al n'ara piò 
bisógn d' sgubar tot al de cmod al fa adéss ; e tant al in 
dess che finalmèint l'arspòus « va mo là e prova ». Qul'allra 
mateina str' ragaz s' livò bèin prèst , al ciapò el ciav e 
s' aviò vers butèiga ; quand al fo dcò dia stra al truvò una 
vceina eh' l'ai dess: oh dov andav acsè d'bòn òura quél 
zóuven ? E Lardél (eh' T aveva nom acsè) al i arspòus brosch 
brosch , dov em par ptéigula d' una vocia , bada ai fat 
vuster eh' al srà mei ; e ai vultò el spai sèinza piò guar 
dari , es tirò dlongh pr' al so viaz. La vècia V ai guardò 
dri es i dess, oh va pur là e t' farà bèin i fat tu! Quand 
Lardél fo arivà a butèiga al s'mess sobit a eiapar degli 
ass , e que sèiga , e piola , e taja , e pecia da un là , e 
incoia da un alter, tant eh' veins l'òura che so pad'r andò 
a butèiga; apènna eh' st' povr' om i av mess pè, al vest 
che st' ragaz al i aveva arvinà una massa d' algnam , e 
r aveva fat di paiet , del pistadur , e di alter qui" eh' en 
serveven a gneint; e al cminzò a rimpruverarel , tant che 
Lardél tot murtifieà al ciapò so e s'andò cà. Veins l'òura 
del magnar e quand i fonn tot a tavla , al pader cuntò 
el mal fatti del fìol lamintands d'quèl ch'ai i aveva stras- 
sinà. Saltò so Pirol , eh' l' era al mzan , pregand so pader 
a lassarel pruvar anca lo, persuadandel eh' l'are fat pulid 
e eh' al srè arstà cuntèint ; si' om resistè un pzol pò fi- 
nalmèint al dess, o va mo là, zò tra l'arveina e i arvinà 
l' è r istèss. Pirol tot cuntèint an vdeva l' Aura eh' foss 
vgiiò (jukìter de, e apònna ch'ai vest slumberzar la fnè- 



— i20() — 
stra al mess el gamb zò dèi lèt e in f un baler d' oc' al 
s'aviò: mo bona eli' al n' av fat puch pass eh' T incuntrò 
la vècia , chi dmandò : oi quél zòuven duv andav acsè 
d'bon òura. Al s'vullò e si dess, cussa t'importa a te 
d' savèir i fat mi ? va per la tò stra braghira d'una vècia; 
es'ivultò i garét séinza piò guardarla. Mo la vècia turno 
a dir, va pur là e f farà bèin i fat tu! Pirol arivò a 
butèiga, e con un cor da leòn al prinzipiò a meters a lavu- 
rar. Mo bona, lo sgava, e lo tajava , e lo piulava , mo ai 
pareva d' far una cossa e invez ai in vgneva fat un' altra 
sèinza acorzersen. Intant arivò al pader e in t'un'iieià 
al vest che quèst aveva fat piz ed qulater, e 'l prinzipiò 
cun quanta gòula l' aveva a strapazarel glandi , mo a vii 
propri mandarom alla limosna massa de can d' fiù , t' en 
vi che invez d'una barca t'ha fat di mulini, e del palòt 
da vulantein, e del ruscarol ? Tant al in dess che ste pover 
diavol fo custrèt a ciapar so e andarsen. Arivò 1' òura dèi 
g'nar e i s'ardusen tot a ca. Av psi imaginar che al c'còurs 
cascò un'altra volta so la roba eh' i aveven strassinà. 
Saltò so al fiol piò cein , ch'aveva nom Anzlein, es dess, 
eh' al staga bòn pa , cha zarcarò me d' riparar al mal di 
mi fradì , e al vdrà cha srò capaz d' far quél che lòur 
n'ein sta bon : nò nò , an me lass mega incantar per la 
terza vde ? E que st' ragaz seguitava cun totta la bona 
manira a prega so pader glandi anch , mo an me vra 
mega pò far bastard zò : se i mi fradi ein sta bagian che 
còulpa in oja me? Ch'ai vada là papein ch'am cuntèinta 
sòul sta volta. La mader d' sti ragaz, ch'era la piò bona 
qutà eh' mai foss, prinzipiò anca lì a metri al so zampein, 
e s'eminzò a dir, mo andà là cuntintal, a savi eh' Anzlein 
r è un fiol eh' an s' ha mai da un g' gost al mónd ; in- 
sòma e dai e pecci e mèina , tant che st' om al dess ed 
se. Figurav Anzlein an stava in t' el bragh dal' algrèzza ! 
Alla mateina al saltò zò dèi lèt e l'andò fora ch'ai era 



— i>07 ~- 
aneli i lampioii iiiipià , e "i andava vi lot pinsiròus iV quél 
eh' l'aveva da far, qund aPsiiilè una vòus ch'ai salutò; 
al s' volta , mo bona eh' l' era la solita veeina : dov andav 
acsè d' bon òura quél zòuven , V ai dess : e lo , oh sa 
savessi la mi bona dona ! e ai cunlò quél eh' l' andava a 
far e la pora eh' l'aveva d' n' ariussir. Mo sta pur aligher 
cha vdri ch'ogni cossa andare bèin : magara, arspòus An- 
zlein, fossol pur un anzel eh' parlass ! La veeina l'ai cun- 
fiu'tò, e al la lassò ringraziandla e s' tirò inanz al so viaz. 
Arivà a buteiga al s' mess a tor degli ass , che '1 i pare- 
ven alziri cm' è una paja : e al i prinzipiò a sgar, mo la 
sòiga andava tant e svelta eh' al pareva eh' l' andass da 
per lì : e que al prinzipiò a metr' insèm al fost dia piò 
bela barchetta eh' fava voja a guardari. Veins l'óura eh' so 
pader andò a butèiga e quand V intrò dèinter e eh' al vest 
un lavurir d' sta fatta , l' arstò a bócca averta eh' an sav 
cossa s' dir. Ai pareva impussebil a st'omche un lavurir 
acsè grand al l'avess psò far acsè in pochi òur: basta al 
dess , fiol mi adèss t' ha fat la barca , al tot starà eh' la 
eameina da per lì , cmud voi al rè. E que Anzlein tócca 
pur vi e quand al V ave fine , al dèss , oh ! pa adèss è 
(jue 'l bòD ! E giand acsè ai saltò dèinter, es dess « Ca- 
meina barca » e la barca cminzò a còrer vi tot intóuren 
a un bel curtil , dov P era sta a fabricarla , e quand so 
pader vest sta spetaquel an savè piò coss s' dir. Figurav la 
cuntintèzza ed tot du ; i còursen sobit a cà a dar sta bona 
nutezia a lotta la famèja ; i g'non aligremèint, e pò sobit 
Anzlein al còurs dal barbir a fars tusar, e g' far quél 
po' d' barba eh' l' aveva , e turnà a cà , al sé fstè tot in 
pulizì cun un bèi abit ch'ai s'era cumprà, e una bela 
bumbeina, che s'al avessi vest fste acsè al pareva propri 
un cavalir. Quand al fo prepara l' abrazò so pader , so ma- 
der e tot du i su fradi , ai basò es dess : me a vad e a 
sper d' turnar un sgnòur, e psèirov ajutar tot. I l'acum- 



— :ì08 — 
pagnon fenn' a la barca , e lo ai saltò dèinter giand adìo a 
tot, e pò al cmandò « Gameina barca », e la barca cminzò 
a còrer vers al là eh' al vleva. I su i pianzeven dalla cun- 
tintézza , e fenna eh' i al vesten i fenn di batman , po' i 
turnon a ca in t' la speranza d' vedrei turnar euntèint. 
Lasséini mo lòur e andéin da Anzlein , eh' al cureva e 
curava cmod l'are fat eun una carezza; finalnoièint l'arivò 
in t' un sit e al vest un omen sdrajà eun 1' urècia in tè- 
ra ; al fé feruiar la barca , es dess : scusàm al mi galan- 
torn , cussa fav aesè svultà in téra ? e quél arspòus , a 
stagh a senter nasser la gramègna. Anzlein pinsò un mu- 
mèint e po' ai dess : vgnaressi a star eun me ? Ma béin 
vluntira , arspundè ch'l'ajter. E al le fé muntar in barca, 
e po' al dess « Gameina barca » : e vi e vi eh' al turno an- 
dar. Dòp fat un alter pèz ed viaz, al vest un om eh' sta- 
va in mèz a un pra eun un sach avert in bócca , alòura 
al dess « féirrnet barca », al g'muntò zò da qul'om a 
dmandari cum l' era eh* al stava là fcirom con quél sach 
avert : e quél i arspòus eh' al stava a arcojer la nèbia. 
Vressi vgnir eun me, i dess Anzlei? Mo se béin, a vgnerò 
vluntira ; e st' om l' asrò 'l sach , al le Ugo , al s' al mess 
in spala es munto in barca ; e sobit dòp un cmand , la 
barca turno andar; e cor e cor, finalméint ì arivon in 
t'ia zita dov i era quél rè eh' prumteva d' dar so fio la a 
chi fess la barca eh' caminass da per li. Anzlein s' fé in- 
sgnar al paiaz dèi rè, e quand l'ave impara in duv l'era, 
al si aviò ed posta. Figurav in t' al passar eh' al fé in 
mèz alla zita , fotta la zèint i guardava maravia d' veder 
una barca eh' curess da per lì ; lo tirò d' iongh e quand 
al fo al paIaz l' intrò dèinter in t' al curtil eun la barca , 
pò '1 mandò a dir al rè pr' on d' qui servitur eh' i eren 
vgnò drì , eh' l' andass a dir a sacra coròuna cha i era in 
fai curtil on ch'aveva fabricà la barca eh' caminava da 
per li; al rè s' fé alla fnèstra , al ciamò sobit so liola e 



— 209 — 
quand i avèu vest ste bèi spetacui", al mandò a invidar so 
Anzlein. Che apènna al fo intra in l' la sala dinanz al rè 
e alla rìgeina, al prinzipiò a fari di inchein e di cumpli- 
meint cun tant bèi garb cmod are fat un cavalir. La ri- 
geìna l'ai tre sobit i uc' adoss e la sintè ch'ai piaseva 
bèin e non mei. Al rè po' ai fé un' acuglièinza eh' an ve so 
dir: e al mandò sobit a clamar i su counsiir, e tant pren- 
zip e rè su amigh perchè i vgnessen a veder ste spetaquel. 
Difatti al de dóp i arivon , e dòp eh' i s' fonn arpussà e 
bvò un cafè , al rè pregò Anzlein a far veder a caminar la 
barca : alòura 1' andò zò in t' al curtil , es fé montar in 
barca anch un qualcon d' qui sgnòuri , e pò '1 dess « ca- 
meina barca » e la barca prinzipiò a còrer d'intòuren al 
curtil , eh' r era una maravaja a guardari ; tot qui ater 
sgnòuri staven alla ringhira e al fnèster a sbatr' el man. 
Quand 1' ave fat purassà gir al rè fé zègn eh' bastava. I 
g'munton tot es turnon in sala fazènd mei cumpliméint 
a Anzlein. Al rè po' congedò tot qui sgnòuri e apenna 
chi fonn andà vi , lo s' ritirò cun i su cunsiir , e intant 
al fé passar Anzlein in t' un bèi apartamèint , dov i era 
tot quél chi bisugnava. Al rè dmandò paréir d' quél eh' V a- 
veva da far ; se dònca l' aveva da dar o nò so fiola a An- 
zlein , essènd d' una cundiziòn acsè bassa , cossa chi e' pia- 
seva dimondi. I cunsiir i dessen ; lo sa sacracuròna che 
parola d' rè en tòurna piò indri , e acsè lo n' pò far a 
mandi ed darila ; piotost sai cuiss'al poi far; quand i spus 
sran parte al i ha da mandar dri un squadron d' cavalari , 
eh' vaden a purtar vi la rigeina , e eh' la tòurnen a purtar 
què. Ai piasè al sugerimàint e al dess eh' 1' are fat acsè. 
Mo bisogna savèir che Anzlein l' aveva det a qui' om eh' a- 
scultava a nasser la gramagna , eh' aveva un udid eh' an 
ve so dir , eh' al stess in ascòult ed tot quel eh' gieva al 
rè e la rigeina : e st' om era sta al òss e 1' aveva sintò 
tot quel eh' aveva det al rè cun i su cunsiir , e sobit l' era 

Voi. VII, Parie I. i i 



— 210 — 
còurs da Anzleiii a diri incessa, giandi eh" al s' miless bèin 
in guardia ; e po' ai dess , che la rigeina gieva eh' ai pia- 
seva purassà e eh' 1' an fava che e' còrer d' lo , e zò F ai 
pareva inamurà spanta. Anzlei s' cunsulò tot a sentr' acsè, 
e s' dess , car al mi rè te t' pèins d' faromla a me , e me 
a crèd eh' at la farò a te. Intani al rè fé cònt d' èsser 
cuntèint ed dari la fiola, e l'ordinò ch'ai de dòp foss fat 
al spusalèzi, e '1 cmandò ch'as preparass un gran g'nar, 
e del fèst d' ogni fata. Alla mateina dònca i fsten la spòusa 
con un abit tot ed bruca d' or , cun in testa un tul tot 
arcamà , e sòuvra al tul una bela curòna d' brillant e 
d' rubein eh' luseva in mod eh' an si pseva guardar. An- 
zlein s' era fstè anca lo in manira eh' av zur eh' al pareva 
un prèinzip. I s'avion in t' una capleina tot adubàd'ròss 
e le fo fat i spus. Piò tard as fé la eòursa di cavai , e di 
fantein ; e finalmèint veins l' òura dèi g'nar ; zò tot i in- 
vida eran in sala e i fonn ciamà a tavla. Al rè stava in 
cap ed tavla cun a fianch la fiola, dri a li Anzlein, e dòp 
vi vi tot qui ater. Tot s' ralegraven con Anzlein dèi so 
gran inzègn e lo arspundeva a totti quel galanteri cun del 
parol acsè bèin detti cmod are fat on eh' foss sta in eu- 
lèg di an e an. Al prans fmè e sobit i spus s' preparon 
per la partèinza, perchè al rè aveva det chi siein andà a 
abitar un palaz eh' l'aveva in t' una bela vilegiatura luntan 
un veint meja dalla zita. Ecco dònca eh' la spòusa se fstè 
da viaz , e quand tot fo in òurden Anzlein e la rigeina i 
entron dèintr'alla barca cun qui du compagn eh' Anzlein 
aveva -trouvà dri la strà e du o tri servitur. Apènna dèin- 
ter tot, e dà 1' adlo al rè, Anzlein dess « cameina barca » 
e la barca vi eh' la s' mess a còrer. Quand i fonn dri la 
stra Anzlein s' arcmandò a quél eh' aseultava a nasser la 
gramègna , eh' l' avess ascultà se 'nson i dava dri. Mo da 
le e poch al dess , prèst prèst eha i avèin que al spai ; 
alòura Anzlein dess « cor barca », e la barca s' mess a 



— -211 — 

còrer , e pr' un podi an sinlè piò 'nson : da le e un ater 
poch, quél ch'ascultava turno a dir: prèst, prèst chi ein 
què un' altra volta : alòura Anzlein s' vultò a quél eh' in- 
sacava la nèbia, es i dess, a dèss mo tócca a te a fart 
onóur : e lo sobit T avers al sach es lassò scapar fora 
lotta la nèbia , eh' T imbrujò acsè la vesta eh' in s' vdeven 
piò on cun qui' ater. I suldà eh' i eran zò arivà avsein i 
s' truvon tot confus , e ehi andava a dretta , chi a sinestra , 
ehi turnava indrì , ehi s' inzucava in t' un alber , ehi ca- 
scava zò pr' un foss , insòmm al fo un batboi eh' an ve 
so dir. Intani i spus s' ern aluntanà in manira chi n' ave- 
ven piò pora e i s' avion vers la zita d' Anzlein , che zò 
l'aveva scret ai su eh' i avessen -truvà un bèi palaz d' andari 
a star cun la spòusa. Difntti quand i arivon alla zita, i 
truvon al pader e la mader e i fradì d' Anzlein ehi asptavn 
a braz' avert, e ch'i fenn una fèsta ch'en s'pò imaginar. 
I andon sobit in tal palaz chi aveven prepara e i sten tot 
contèint. Al rè quand al sintè che i suldà eren turnà in- 
drì sèinza la rigeina , al munto in furia eh' al pareva una 
bistia , mo a bèi bèi al s' prinzipiò a calmar e a pinsar 
alla fiola, tant ch'an passò pueh de ch'an fava che zigar 
dalla voja d' vederla. Al savè sobit in dov l'era n'andà a 
star, el'ciapò so cun un gran «seguii es l'andò a truvar. 
Figurav quand la rigeina vest arivar so pader che cunsu- 
lazión eh' l' ave , l' a si atre '1 col e l' al prinzipiò a basar 
e a diri zèint mella coss; lo fé ater tant cun li, e quand 
al s' fo sfugà cun la fiola al svultò a Anzlein , ai strieò la 
man es i dess « adess P è fatta , e av aregnoss pr' al mare 
d' mi fiola , e a véd eh' avi un inzégn e un cor eh' vai piò 
che la nassita d'un rè; tu li so e vgni a star cun me, e 
al prem fìol masti ch'ari a lassarò la euròuna ». Anzlein 
fé egnossr' al rè eh' al n' are avo cor d' lassar i su , e al 
dess: Saeracuròna, zgnénd so padr'e so madre, sii pu- 
vrel eh' han fai tant pr' arlivarom meriten eh' an i aban- 



i*12 ^ 

dona , e a vre star cun lòiir pr' assrari i uc\ Al rè eh' siiitò 
ste trat ed bòn cor en psè far a manch d' abrazarel e , 
al dess: ebèin vegna cun nò aneli tot i tu, e i vivran da 
sgnòuri fenna chi campen; e am acorz che in te ai ho 
aquistà al [piò bòn fiol ch'avess mai psò truvar. I an- 
don tot al palaz dèi rè, e sobit i arnuvon al noz e el 
fést, e po' i viven séimper in algrì e cuntintèzza. E tot 
quèst al veins dalla bona manira eh' aveva adruvà Anzlein 
cun quia vècia , eh' ari zò capè eh' l' era una fada , eh' de 
la bona furtòna a Anzlein, e as vest che con un poch 
ed zerval, ed bona manira as fa d'gran eoss. 



VARIANTI E RISCONTRI 

11 fondo di questa fiaba , molto comune in Europa , è lo stesso del Magu 
Tartagna di Cianciana, riassunto nelle Varianti e Riscontri della mia XXI, 
alla quale rimando per qualche punto di ravvicinamento più o meno lon- 
tano. Il giovane poi che, fatta la barca, incontra e prende con sé quello 
che ha la virtìi di udir nascere la gramigna e l'altro che raccoglie la 
nebbia in un sacco , trova confronto nel giovane Beppe che conduce seco 
giovani consimili da lui incontrati andando all' impresa della Bedda di la 
Stidda d' oru , n. CIV della mia raccolta. 

Le dimando della vecchia e le cattive risposte dei primi due figliuoli 
del falegname, riposte poi punite, sono in Hermann Ennst, Italienische 
Màrchetiy n. 5. 

V. 

La fola del trèi surèi. 

Al dis ch'ai era una volta una povra dona vèdva 
ch'aveva trèi fioli, che, a dir la verità el i eren trèi bèli 
ragazzi , massom la ceina , che ed piò 1' era bona e amu- 
ròusa cm'è una clòmba. Una sira el staven le a vèia la- 
vurand, e cm'è solit el ragazzi, el c'cureven d'mrus, e 



— sia- 
ci' maridars : la piò granda saltò so es dess : Me a sre cun- 
tèinta d'spusar al secretari dèi rè, che propri am pias, es 
è on eh' guadagna d'bon quatrein. La mzana arspòus, oh, 
e me a sre cuntèinta d' spusar al cugh dèi rè che zert am 
fare magnar di bon pcon. Mo la ceina ch'aveva piò giu- 
dezi del i ater, la dess: A si el gran bagian , a ture al 
rè me , che quél an V ha da eh' far cun endson , e ai pru- 
mèt ed fari sobit du bì tuset cun i cavi d'or, chii crèssen 
un palom tot i de. Bsò mo savèir che sti c'curs ii fa- 
ven in t'una stanzia dabass eh' guardava la strà, e intani 
eh' passava giost al rè sòtta la fnèstra. Al rè eh' aveva al 
difèt d' èsser curiòus , sintènd a e' còrer al sfermò es e 
s' mess a guardar pr' i bus dia grella ascultand tot quél 
eh' el geven : quand l' av sintò al vultò vi , e qui' atra 
mateina al mandò a clamar sti ragazzi cun so mader. Fi- 
gurav sti pover diavli a sintir ch'el i aveven d'andar di- 
nanz al rè, el s'messen'in tanta la gran cunfusiòn, ch'en 
saveven piò cuss' el s' fessen : basta el se fsten cun i miur 
pagn eh' el i aveven e s' andon. Apènna eh' al rè al \ì vest 
al de òurden eh' vgness al segretari e al cugh ; e quand 
i i fonn tot dinanz al dess , vultands al secretari : Sressi 
cuntèint ch'av truvass me una bèlamuier, ch'avess veint 
mella lir in dota? Asrè piò che cuntèint, arspòus al se- 
cretari. E bèin quésta donca l' è vostra muier , e me av 
darò la dota. Cun al cugh al fé l'istéss e c'cóurs, es ave 
r istèssa arsposta di' ater. La Palmireina , eh' era la piò 
ceina, l'an s'atintava alzar i uc', mo al rè si vultò es i 
dess : Adéss mo tócca a vò : e se a si cuntèinta a srò vo- 
ster mare. El dòu ater surèi el s' guardon onna cun qui' a- 
Ira e el sinten murir dalla rabia. La mader pianzeva dal- 
l' algrezza, e 'l rè i dèss : a vò av darò tant ch'ev basta 
per viver bèin. Ognon po' andò in t' al so quartir , che 
tant al secretari che al cugh , i abitaven in t' al palaz. 
Passò poch mis, e veins un avis al rè ch'l'andass alla 



— 214 — 

guèra , perchè '1 règii era in perecol. A psi pinsar che 
passiòn l'ave a lassar la Palmireina, ch'era zb per (lari 
fili, e al fé ciamar el sòu surèi, es i l'arcmandò prumi- 
tandi che quand al foss turnà al i are fat un bèi regal. 
L' abrazò po' la Palmireina , giandi , sta d' bòn anom , che 
prèst a turnarò; es parte. Al dòu surèi ai era propri ca- 
sca 'l furmai in t'el lasagn f Sobit ch'fo 'ndà vi 'l rè, el 
pinson a far vendétta cun la povra Palmireina. Passò qual- 
ch'téimp e un bèi de ai veins i dulur da parturir. El 
surèi el i stavn' atòuren es faven cònt d' èssr' angustia , e 
d'aiutarla, e i faven di ziricuchen, e lassa pur far. Fi- 
nalmèint la Palmireina la parturè du bì fandsein, un ma- 
sti e una fèmna, ch'i aveven tot du i cavi d'or. La cmar, 
eh' era d' acord cun quel sfundradòni , la de ad intènder 
alla Palmireina, d'avèir fat du can (chi tgneven zò pre- 
para) es i mustron giandi « vit cussa t'ha fat? du ca- 
gnaz da metr' in V V aldam ; adèss oh sé che quand tòurna 
al rè t' sta frésca » ; e i purton vi quel dòu bisti , intant 
eh' la Palmireina pianzeva da c'prà. E po' i tolsen qui du 
bì fandsein , i i messen dèinter in t' una cassareina , e quia 
strèia dia cmar la i andò a trar ih mar. — I scressen pò 
al rè, giandi, che la Palmireina aveva fat dòu bisti, e 
cuss' in aven da far. Al rè arspòus sobit chi suplessen i 
du can in t' l' aldamara , e che la Palmireina i l' asrassen 
in t'un pè d'tòr, ch'era poch luntan dal palaz, e che in 
i dessen s' ne dèi pan e d' l' aqua. Quand el surèi aven 
sta tetra el salton tant alti, es còursen a lezerla alla Pal- 
mireina , che la puvreina n' era gnanch a metà dèi part , 
e sobit i la fenn livar es la cundusen al pè d' tòr. Las- 
sèinH mo lòur e andèin dai tuset. Infuna zita, eh' guar- 
dava in t' la spiaza dèi mar, ai stava un mercant riches- 
som , e intant eh' al passegiava dri la spiaza al vest una 
cassareina a gala del' i ónd , eh' la purtaven inanz e 'ndri. 
Al clamò di marinar es i de òurden chi ciapassen qitla 



— 215 — 

cassareina e chi i la purtassen. E qiiand al ave avo al 
avers es i truvò qui dii bì fandsein ciin i cavi d' or. Ai 
purtò a cà da so muier , e questa , eh' era la piò bona 
dona dèi mònd, fé sobit vgnir dòn bali, es i fé arlivar. 
Mo bona che tot i de i vdeven eh' ai cherseva d' un pa- 
loni i cavi , e lòur i taiaven , es i vindeven , tant chi ca- 
vaven d'gran quatren. St'om aveva du fiu anca lo, mo i 
eren cinein, e acsè i veinsen so cun qui ater, ch'i cher- 
deven su fradi. Mo quand i fiù dèi mercant fonn grand 
i imparòn la storia d' qui du tusèt, che zò i eren dvintà 
du zuvnet anca lòur, e un de eh' i eren tot insèm a spass 
in fai zardein, i veinsn'a cuntrast pr'un quél da gneint, 
e i fiù dèi mercant dessn a qui ater, oh savi la nova nò 
a sèin stof eh' a stadi a magnar al noster, perchè en sì 
mega nuster fradì vdiv ! Quand qui ater sinten acsè i còur- 
sen in ca tot murtificà es dessen chi vleven andar pr'al 
móund a zercar so pader. Al mercant e so muier i pre- 
gon arstar, mo lòur n' in vossen savèir es volsn' andar. 
Al mercant i de sigh di gran quatrein , al i atìf-azò e lòur 
s'miten in viaz. I giron i giron, e dòp tri o quater de i 
arivon in t'una zita, che sèinza savèirel, l'era propri quella 
d' so pader. I andon in l' una locanda , dov capitava un 
prèinzip che quand al vest sti du bì zuvnèt a li invidò in 
l'ai so palaz, e lòur azeton. Tot i de is taiaven on cun 
qui' ater i cavi es i andaven a vénder, ch'av so dir ch'i 
ciapaven tant i gran quatrein, ch'in saveven gnanch dov i 
meter. La cà d' ste prèinzip l' era giost ed fazà al palaz 
dèi rè. Una mateina sti du ragaz i staven fora da una 
ringhira a taiars i cavi, e al sòul ch'i dava in tèsta i fava 
tant tralucar , eh' an si pseva gnanch fissar l' oc'. As de '1 
cas che in quel mumèint as fé a una fnèstra dèi palaz al 
segretari , eh' era so ziein , e vdènd quél splendòur al 
smess a guardar e al vest sti bi zuven , cun i cavi d' or. 
Ai veins sobit in mèint i su anvud . es còurs da so muier 



— 21G — 

e da so cugnà a diti la cossa. Is messeli a fari atenziòn e 
difatti i vesten che sti ragaz alla mateina i avevn' i cavi 
longh e alla sira curt, tant ch'in aven piò a dubitar ch'in 
fossen lòur. t cminzon a pinsar al mod ed fari perder. 
Intani i zercon d' far un poch d' amizezia , e a salutari , e 
po' a dmandari cm' i staven , e un de eh' ai era fora dèi 
balcòn sòul al ragaz, onna del ziein l'ai dess: Oh ed tanti 
bèli coss ch'ha so surleina, ai manca l'usèl eh' parla, 
r aqua eh' baia , e la pènna eh' sona ; oh s' 1' avess sti coss 
che que zert la fare invidia a qualonqu' suvran. Al ragaz 
còurs sobit da so surèla a cuntari quél eh 'l'aveva sintò, 
es i dess, a voi andar vi, e fein tant eh' an ho truvà in- 
cossa an turnarò a cà, a còst eh' avess d'andar in cap al 
mònd. La surèla la zercò d' e' cunsiarel , mo al fo inotil 
e al vols andar. Premma d' partir ai de un anèl es i dess: 
quand t' vra veder cum a stagh guarda a sta preda, es 
t' la vdrà ciara al srà sègn eh' a stagh bèin ; e acsè quand 
t' vrà savèir s' a t' ha da suzeder quél t' guardare al a- 
nèl , e te t' regolare ; e vi eh' T andò. Quand el ziein sa- 
vèn ch'ai ragaz era andà vi, el mandon a ciamar la cmar, 
i cunton incossa, e i dmandon cmod el pseven far per 
c'fars anch dia ragazza, prumitandi una massa d'quatrein. 
Alòura sta streia l'ai dess, ch'el la lassassen far a lì eh' l'are 
truvà al mod ed perderla. Qui' ater de sta brotta diavla la 
va dalla ragazza a purtari un bèi dòulz , glandi eh' al i al 
mandava so zieina , e eh' la pregava a magnarel pr' amour 
so. La ragazza dess , che l' an saveva d' avèir encionna ziein , 
mo eh' r ai al lassas pur che la l' are magna da g'nar. La 
streia andò vi, e la ragazza andò sobit a guardar al anèl 
e la vest che la preda era tolta apanà : què ai è un tra- 
dimèint in volta, la dess tra lì. E la còurs al dòulz, la in 
de un pzol al can , eh' an l' av apènna in góula eh' T a- 
slungò el gamb; e quand la vest acsè la ciapò al dòulz 
es l'andò a ficar zò pr'al camer. Lassèinla mo li e an- 



— 217 — 

dèin dal fradèl , eh' T era tant eh' al eaminava e finalmèint 
al truvò una vèeia , eh' i dmandò , mo dov andav quél 
zóuven , e lo i arspòus : A vad a truvar V aqua eh' baia , 
r usèl eh' parla e la pènna eh' sona : oh puvrein an savi 
eh' i v' manden alla mort ? an i sre ater ehe avessi al fraiu- 
lin di umbron , ehe em' al sa indoss an s' è vest da 'ndson : 
perehè quel eoss eh' a zercà el i ha un gran zigani eh' sta in 
zemma a una montagna e quant han pruvà andarli a pur- 
tar vi, al i ha tot amazà. Cum preia dònea far, la mi 
bona dona a avèir st' fraiulein ? Avi da savéir eh" a P ho 
me, dess la vèeia, che zò ari eapè eh' l'era una fada, e 
av al darò vluntira in prèst, se am dar! tri palom di vu- 
ster eavi. Al zòuven arspòus , mo tulin pur aneli quater : 
e la vèeia tirò fora un par d' forbs , la taiò un pzol d' ca- 
vi , ehe in sti de che 'l ragaz era per viaz , i eren ehersò 
cm' è una co d' cavai , e po' l' ai de al fraiulein di um- 
bron , eh' r aveva in t' una gran bisaea , es i dess : vdiv 
quia muntagna eh' es véd la tra qui alber ? avi d' andar là 
so , e quand a srì dinanz al palaz eh' i è in zemma mitiv 
indoss al fraiulein, intra dèinter, e a man dretta a truvarì 
una bela stanzia dov ai srà al zigant so in t' un lèt a dur- 
mir, e vò avsinav, e a vdri una gabia dov ai è l'usèl 
eh' parla , e da un là dia gabia ai è una casteina ehe dèin- 
ter ai è la pènna eh' sona , e so in t' la tavla ai vdri un 
vas eh' ai è l' aqua eh' baia , pian pian eiapà so incossa e 
scapa, e me av asptarò que. Al ragaz fé tot quél ch'ai 
era sta det e in manch ed tréi òur, al fo un'altra volta 
dalla vèeia , ch'ai la ringraziò es i rindè al fraiulein. L'andò 
a ca da so surèla tot euntèint a purtari quel trèi bèli eoss. 
Figurav cmod la saltò dèi algrèzza ! La cuntò pò a so 
fradèl quél eh' ai iera suzéss ins' t' méinter , e po' is mes- 
sen a far c'eórer l'usèl, e a far sunar la pènna e a far 
baiar l' aqua , e av so dir eh' 1' era una maravaia da in- 
cantar. Qiiand el ziein s' aeurzen che 'I ragaz era turnà e 



— 218 — 
eh' r aveva purtà lotti quel blèz el i aven a cherpar. Una 
iiìateina i dii fradì eren fora in t'ia ringhira, e i faven 
baiar l' aqua , che stand al sòul , la fava tant al gran splen- 
dòur, ch'an si pseva guardar. Al rè s'fè alla fnèstra e 
al vest ste spetacol , e al cminzo a dmandar cuss' T era e 
cuss' al n' era e quand l' av impara la fazènda , al s' mess 
a c'còrer cun i du ragaz , e a ralegrars cun lòur , e al 
fine pr' invidari a g'nar al de ' dòp , pregandi eh' i tules- 
sen sigh quel bèli maravèi. I ragaz azeton l'invid, e qul'a- 
ter de is e fsten da prèinzip, e pò i tolsen so un servi- 
tour ch'i purtass encossa, es andon dèi rè, ch'ai fé un'a- 
cuglièinza em' i fossen sta du suvran. Al veins l' òura dia 
tavla, e al eumparè tant invida, ch'ai rè aveva fat vgnir 
perchè i vdessen tolti quel coss , e insein la blèzza d' qui 
du ragaz dai cavi d' or. I andon a g'nar e la gabia di' u- 
sèl fo messa in- mèz dia tavla. Apènna eh' tot fonn a se-' 
der , ecco eh' l' usèl salta so es dis : Mo l' an va mega 
bèin aesè , que ai manca qualcon. E chi manca ? arspòus 
al rè. Oh bela ai manca la rigeina , e s' l' an s' fa vgnir , 
me a m' in vad. Al rè de òurden eh' es cunduses la po- 
vra Palmireina ; da le a poch l' as vest arivar sòl al braz 
a dòu dunzèl eh' i la sustgneven d' pèis ; la puvreina la 
pareva un cadaver, e quand el sòu surèi, eh' eren a tavla 
anca lòur, la vesten arivar el dvinton d'zèint mella culur. 
L' usèl dess : ho ! aesè va bèin ; vo ater mitiv que , al dess 
ai ragaz, zgnandi ch'i sdessen on d'zà e on d'ià dalla 
rigeina : adèss mo eh' es magna , e eh' se staga aligher. E 
al passò tot al g'nar , eh' fò propri magnefieh. Quand i 
fonn alla frutta, 1' usèl saltò so es dess: eni eunteint sii 
sgnóuri eh' ai canta una bela fola ? Figurav com tot ar- 
spòusen d'se. E l'usèl cminzò a euntar da ròn e ròn 
totta la storia del trèi surèi , cminzand da quia sira che 'l 
rè ascultò dalla fnèstra , e tot quél eh' aveva paté la po- 
vra Palmireina, e fmalmèint al dess al rè, questi i ein i 



— 219 — 

vuster fiù , eh' i an passa quèst e quèst , e i ein viv per 
miracol. Figurav cassa dess al rè a sintir tot quésti in 
t' la rabia al ciapò un curtèl pr' amazzèr quél dòu sfun- 
drodòni, e i cugnà, po' al s'arstò un mumèint, pinsand 
alla so dignità, es de óurden che tot i fossen brusà in 
mèz ed piazza, cun quia streia dia cmar. Det e fat. Al 
s' vultò po' alla muier e ai fiù , e an se saziava d' abraza- 
ri. Al lizenziò po' tot qui sgnòuri , al s' ritirò cun la so 
faméia , eh' ai pareva d' èssr' arnad , e d' alòura in po' i 
viven séimper cunteint. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Versioni siciliane di questa fola sono Li figghi di tu Cmmliciddaru 
(li Palermo, La Cammisa di lu gran jticaturi di Montcvago, Suli e Luna 
di Capaci, Re Turcu di Noto, Stilla d' oru e Stilla Diana di Castelter- 
mini nella mia connata raccolta. Un' altra versione palermitana é Re 
Sonnu, 1.* del Nuovo Saggio di Fiabe e Nov. di G. Pitrè, e tanto essa 
quanto la nostra ha un perfetto riscontro nella 5." delle Sicil, Màrchi 
della Gonzenbach : Die verslossene Kònigin und ihre beiden ausgesetzlen 
Kinder. I figli son due: uno maschio e una femmina. Molti punti di ri- 
scontro ha pure colla Cerva fatata, giorn, 1, tralt. 9 del Cunto de li 
Cunti del Basile : « Nasceno per fatagione Fonzo e Canneloro. Canne- 
loro é'mmidiato da la Regina mamma de Fonzo e le rompe la fronte. 
Canneloro sse parte e deventato Re, passa no gran pericolo. Fonzo pe 
vertute de' na fontana e de' na mortella sa li travagli suoje e vace a li- 
berarlo. » Questa novella venne rifalla da Perlone Zìpoli (L. Lippi) 
nel Mahnantile riacquistato, cantare II. Lo stesso fondo ha il racconto 
III. della Posillecheata de Masillo Beppone de Gnanopole (Tommaso 
Perrone di Polignano) (Napoli, Migliaccio, 1751; in 8°) La 'ngannatrice 
'ngannata. — Varianti toscane se ne leggono in De Gnbernatis, Novel- 
line di S Stefano: XV, / cagnulini, e XVI, Il Re di Napoli, in Ennst 
Italienische Màrchen; n. I. Die Kònigstochter und die Bauertochter, e 
in Imbriani, Novella ja fiorentina; VI: L uccellino che parla, e VI. bis 
L uccel bel verde . ove la più piccola delle sorelle promette e dà alla 
luce due maschi di latte e sangue coi capelli d' oro , e una femmina di 
lajite e sangue coi capelli d' oro e una stella in fronte ; « onde un pesca- 
tore che li raccoglie in Arno, s' arricchisce tagliando loro i capelli e yen- 



— 220 — 

dendoli. Le ra,ritù che essi vanno a cercare sono « uccello che parla, al- 
bero che canta, fontana che brilla ». 

Una versione milanese offre lo stesso Imbriani nella Novellaja mi- 
lanese, n. XVIII, La Reginna in del deserl; ed un' altra appena ricono- 
scibile è la XII : L' esempi di trii fradej, ove manca tutto quel che ri- 
guarda il matrimonio delle tre sorelle, la promessa dell' ultima al giovane 
re, quindi le male arti che condussero i giovani alle pericolose avventure 
che sono nelle succennate versioni. Altro raffronto si faccia con la III. 
fav. della IV delle Tredici piac. Notti dello Straparola : « Ancillotto re 
di Provino prende per moglie la figliuola d' un fornaio, e con lei genera 
tre figliuoli, i quali essendo perseguitati dalla madre del re, per virtù 
d' un' acqua, d' ini pomo e d' un uccelletto vengono in cognizione del 
padre ». Nel Pesse can, \U delle Fiabe popol. venez. del Bernoni, il re 
sposa la ragazza povera a patto che essa gli dia un maschio e una fem- 
mina con istelle d' oro e d' argento. La suocera si sbarazza, al solito, 
della buona nuora. 

Nel Sipro, Candia e Marea, n. 15 della medesima raccolta, l'odio 
delle sorelle è invece l' odio d' un' antica maestra della principessa strega, 
la quale si finge per tre volte comare, e fa gittare i 3 bambini nel ca- 
nal di Venezia, e mette in lor vece i cagnolini. I figli poi, recuperati, si 
chiamano Sipro, Candia e Morea dai luoghi nei quali trovavasi il padre 
durante la gravidanza della regina. Cosi questa novella sta come anello 
tra Caterina la Sapienti, n. VI, e li Figghi di lu cavuliciddaru , n. 
XXXVl della mia raccolta. 

Una versione piemontese confronta colla presente nella prima metà; 
è / tre fradej alla sieila d' or dell' Ariettì (Novelle popolari piemontesi). 
Tutto il resto della nostra é pel fondo La mare gelosa dia fìja; ma un 
perfetto riscontro è la Storia del merlo bianc, dia funtana d' argent e 
del erbolin (alberino) cAe souna dello stesso Arìetti. Meno la ricerca 
delle tre bellezze del mondo. La Fola dia maledizión di set fiù, una 
delle Novelle popol. bolognesi della presente raccolta, offre anch' essa un 
'ondo simile. 

Una variante tirolese è nelle Màrchen und Sagen aus Wàlschtirol 
dello Schneller, num. 26,: Die drei Schònheiten der Welt, e n. 26 delle 
Anmerkungen und Zusàtze, nella quale le tre bellezze del mondo sono: 
« El pom che canta, 1' acqua che balla, 1' uselin bel verde » . 

Chi cerchi ne' novellieri italiani troverà un riscontro nel Pecorone di 
ser Giovanni Fiorentino, giorn. X, nov. I. Un re sposa una ragazza 
cni la vecchia regina non vuol bene. La sposa ingravida, il marito parte 
per la guerra e affida il regno a un viceré. La regina si sgrava d' un 
bambino e d' una bambina. Datosene, per messo, la notizia al re, la lei. 



— 221 — 

tera è cangiala per male arti della regina; nella qnal lettera si dico cha 
già son nati due cagnolini. Il re risponde: « Si attenda il mio ritorno » 
La regina fa cangiar la lettera con un' altra che dice : « Si ammazzino » 
Il viceré, non avendone il cuore, manda via la regina e i (ìgli, i quali 
vanno a Roma. Colà, anni appresso, avviene il riconoscimento. Questa 
novella si accosta al Suli, Perna ed Anna della mia raccolta. — Un altro 
riscontro, e molto importante, ha colla Istoria della Regina Stella e Mai- 
tahruna. (Bologna, alla Colomba, in i8). Bei punti di ravvicinamento si 
ha colla Istoria della Regina Oliva figliuola di Giuliano imperatore e 
moglie del re di Castiglia. (Bologna, all'Insegna della Colomba, in 18) 
della quale nolo pe' bibliografi aver io soli' occhio un' edizione napolitana 
del sec. XVII col titolo: Historia della Regina Oliva, figlia di Giuliano 
imperatore e moglie del re di Castiglia. Ad istanza et esempio delle 
persone divote e timorate di Dio. Data in luce da Foriano Pico. (In 
8. a due colonne senza enumerazione). Venendo a raffronti particolari, 
nel Grigoliu Papa della mia cennala raccolta si legge tutta la parie dei 
rinvenimento de' bambini in mare, e della loro educazione in casa del 
mercante, compresi i ballibecchi dei figli legittimi di lui coi poveri tro- 
vati. Nella Prezzemolina, n. XII. della Novellnja fiorentina, le fate per 
perdere Prezzemolina la mandano dalla fata Morgana, a prendere la sca- 
tola del Rei Giullare; tre donne la incontrano per ben tre volte, e com- 
piangendone la sorte le danno consigli ed aiuti. 

I doni delle fate sono pure nel Rurdilluni e altrove. Le male arti 
delle cognate son da paragonare a qtielle della nonna di Cacciaturino 
nella 80 delle Sicil. Màrchen. V ordine del re lontano a danno della in- 
nocente regina già partorita è pure ncW Acqua e lu sali, n. X.. e nel 
Cunto de li Cunti, III, 2; La Penta mano mozza; ma le perfidie a dan- 
no di Penta sono opera di una donna invidiosa della sorte di lei. Code- 
sta donna cangia a' messaggieri della Corte la notizia che il Consiglio dà 
al re lontano, del felice parto di Penta, sostituendo a questa notizia l'al- 
tra che Penta abbia già figliato un cane; laonde il re condanna a morte 
madre e figlio. I bambini esposti in campagna richiamano al consimile 
fatto della leggenda popolare siciliana Santa Ginueffa, n. 949 dei Canti 
pop. sic. di Q-. Pitré, deW Ervabianca dello stesso ecc. 

II viaggio disastroso e le difficoltà vinte dal fratello nello entrare nel 
palazzo delle tre bellezze richiamano a quelle della 26 delle Sicil. Màr- 
chen, e danno una certa idea di quelle del cavalier brettone nella nota 
novella di A. P. Doni : Gualtieri d' amore ( Prose antiche di Dante, Pe- 
trarca e Roccaccio, i\, Libreria II, art. Rrettone). Riscontri di tutta Eu- 
ropa vedi nelle Vergleichende Anmerkungen del KQhler alle Sicil. Mar- 
chea, voi. Il, pag. 206-207. 



^)-}^ 



VI. 

La fola dia bela Eiladora. 

Ai era una volta un rè ch'aveva una fiola, ma l'era 
d'una blèzza asce sparpusità, eh' tot qui eh' la vdeven i 
s' inamuraven. Bisogna savèir che in t' la zita dov la stava 
lì, ai era un zòuven, fiol d'un recb negoziant, ch'anda- 
va mat per sta ragazza, e tot al de al passava sótt' al sòu 
fnèster; e li eh' la s' n'era acorta l'ai guardava vluntira. 
Al veins un de che st' ragaz pinsò d' andar dal rè a 
dnaandari la fiola e tant fo; e quand al fo dinanz al rè, 
quèst i dess, sintì al mi zòuven, me av darò mi fiola 
s'as sri bòn d'far quél ch'av cmahd: Ch'ai dega pur 
sacracuròna, arspóus Turein, che asce l'aveva nom. E 
alòura al rè i dess, avi d'andar in fai mi zardein, dov 
a truvari un' erba longa longa , zercà , eh' l' è zeinqu an 
ch'ai ho pers un anèl, e guarda d' truvarmel. Al rè pò de 
òurden ch'foss assegna in fai palaz un apartamèint per 
Turein, e ch'ai foss tratà da prèinzip. Quand a fon a 
qulatra mateina sf ragaz andò zò in f al zardein , e al 
cminzò a guardar da tot i là in mèz a sf erba acsè lon- 
ga, mo figurav ch'ai sintè sobit e e' prà capènd eh' l'era 
impussebil a truvar l' anèl , e al s' mess a zigar e a la- 
mintars, qnand tot a un trat al s' vest cumparir dinanz la 
Filadora, eh' acsè s' clamava la fiola dèi rè; a veder sta 
gran blèzza lo arstò cm' è incanta, e li l'ai dess: mo 
cuss al da pianzer? E, s'ia savess, al so sgner pader m'ha 
detches'a la.voj li per spòusa, ch'ai cata un anèl eh' la 
pers da zeinqu an tra sf erba longa , e me a vèd eh' al 
srà impussebil ch'ai possa cuntintar. Alòura la Filadora 
r ai dess : a lo , eh' al toja sta bachètta , eh' al la bata in 



99:a 



tèra e al vdrà eli' al Iruvarà quél eli' al voi: e apènna 
eh' la i av dà la bachètta la sparè cm'è un lamp, in mod 
ch'ai n'avè gnanch tèimp ed diri, grazia. Quand al fo 
sòul al fé quater pass, e po"l dess, mo pruvèin pur; e 
sbat la bachètta, mo vliv veder, al l'alza so e ai vèd 
Panel insfilzà: Av psì figurar in che algrèzza al s'mess. 
Da le e poch, al cóurs dal rè a purtari Panel: al rè ar- 
stò tot maravià; e Turein ai dess, adèss sacracuròna al 
n'ara dònca piò nient in cuntrari? e al rè arspòus: ai ho 
bisògn, inanz ed darov mi fiola, ch'am fadi aneli un'atra 
cossa: ch'ai dega pur. Bisógna che vò am arsussitadi 
tot i mi pareint, perchè se me a perd la mi cara fiola 
an voi arstar da per me. Mo cum volel cha fazza a far 
arsussitar i murt? Me n'stagh a zercar tan sì quatrein: 
acsè gneint, e po' ai voltò el spai. Al pover Turein es 
sintè propri e' prà ! L' andò in t' la so stanzia, e s' prin- 
zipiò a pianzer cum fa una Madalèina , e pianz e e' peres, 
mo dòp un pzulèt, al vèd a cumparirs dinanz la so bela 
Filadòra, ch'ai dis « mo acsè a che zugh, zugagna? Cuss 
al da pianzer? e lo ai canta quél eh' l'aveva: e li l'ai 
dis: a lo ch'ai tòja sta bachètta, ch'ai s' fazza avrir al 
sepòuleher di nuster pareint, e pò on pr'on ch'ai sfrèiga 
cun sta bachètta e al vdrà chi risussitaran tot: mo prem- 
ma ch'ai s' fazza far trèds bèli pultròn, chi si possen 
meter a seder tot; e apènna det acsè, vi eh' l'andò, 
em'è'l vèint. Lo, sobit ch'av ciapà un poch ed fià Pandò 
dèi rè es i dess, sacracuròna ai ho bisògn che li em fazza 
sobit far trèds bèli pultròn d' vlud, s' al voi eh' me fazza 
quél ch'ai voi: al rè dess che sobit l'are dà óurden per- 
chè el fossen fatti, e po' al s'cungedò. En passò apènna 
tri de ch'ai rè fé purtar in t'ia stanzia d' Turein el trèds 
pultròn. Turein, s'fe sobit avrir la stanzia di sepulcher 
ed famèja, ai fé meter dèinter el pultròn, e po'l d'ess 
che tot andassen. Quand al fo sòul, al prinzipiò a guar- 



— 224 — 
dar iiitòureii e al vesl tot sti muri eh' staven d' sòuvra 
di bi catalèt; chi era fstè da rè cun la curóna in tèsta, 
chi aveva del cróiis da cavalir so in l'ai pèt, insomma 
as vdeva eh' i eren tot prenzip e rè. Turen risols ed pru- 
var cm' andava la fazènda, e al prinzipiò dal prem a sfer- 
garel cun la bachétta; mo bona che d'man ch'ai le tuea- 
va, al eminzò a movr el brazza, pò 'l gamb, po' la lesta 
e fìnalmèint al s' drizò in pi : figurav cum arstò maravià 
quél rè a lurnar al mònd! e què al geva mei coss, mo 
Tarein quand al i ave det quater parol , per spiegari cum 
l'era, al le pregò a meters a seder in t' onna d' quel 
pullròn, e a tasèir: po"l mess a far l'istèss lavurir cun 
qui ater, che d' man chi risussi taven i faven el istèssi 
dmand, e gli stessi maravèj dèi prem. Quand al i ave 
arsussità tot, al fé clamar al rè, eh' veins sobit e al vest 
tot i su pareint a seder in quel beli pultròn, I prinzipiòn 
a abrazzars on cun qulater, è a dirs zéint mella coss, e 
quand i s'fònn sfuga, i andon tot in t' la sala d'arzaver, 
e le i s' messen a far eunversaziòn : Turein lassò passar 
qualeh' òura , po' l' andò dèi rè giandi , mo acsè sacracu- 
ròna, adèss la n'ara piò gneint in cuntrari? Al rè ai fé 
bona zira piò dèi solit, pò ai dess, al mi Turinein dazà 
eh' a vèd ch'a si tant brav e tant bòn bisogna eh' av dega 
anch' un atra cossa , premma d' darov mi fiola : Avi da 
savèir eh' l' è set an eh' ai ho pers un fiol , eh' al veins 
un vèint e s' m' al purtò vi : per quant am ava fat pr' a- 
vèiren nova tot è sta inotil; vò ch'a si acsè brav av degh 
andaml' a truvar, e quésta sia l' ultma eossa eh' av dmand 
premma d' darov mi fiola : e pò vi eh' al vultò. Al pover 
Turein eh' pinsava d'avéir fine, l' arstò cm'è culpe da un 
folmin; al s' ritirò dlongh in t' la so stanzia es prinzipiò 
a dars alla e' praziòn , eh' al pareva propri eh' al dvintass 
mat. Mo da le e poeh' ecco eh' ariva la so bela Filadora, 
ch'i dis: mo siche an voi gnaneh star bón? An s'arcorda 



— 225 — 

ch'ai sòn me per lo? Andèin ch'ai g'melta d'zigar e 
ch'ai fazza, quél ch'ai degh. Turein an saveva piò in 
eh' mònd al s' foss, tant erel cunfus da tolti sti coss : e 
al dess oh! eh' la dega pur so, che anch eh' la m'avess 
da mandar alla mort per lì ai vad vluntira. La Filadora, 
l'ai de' trèi bachèt e si dess, ch'ai li adrova sòul in t'un 
gran bisògn, e ch'ai n' ava pora, po' la vultò vi al solit. 
Turein s' mess un poch in quiet , po' V andò dèi rè , ai 
dmandò quater servitur per cumpagnì, e al s' cungedò 
sobit. Al ciapo' so dònca st' pover ragaz , i s' messen tot 
a cavai e i cminzen a girar e a dmandar per tot i là, 
mo an psè truvar endson chi dess indèzi d' quél chi zer- 
caven. E acsè i giron tri de e trèi not, e finalméint i 
s' truvon in t' un bosch dov i alber s' tucaven quasi l' on 
cun qulater. Turein s'vest quasi pers: què an se vdeva 
tèsta viva , sòul eh' as sinteva d' quand in quand a vular 
quaich uslaz so pr' i alber. I giron , es vullon da tot el 
band, mo ecco chi s'vèden dinanz un bèi prà, cun la piò 
bèi' erba che psess veder. Turein dess arpussèins què, e 
a farèin cònt che st' erba sia al noster lét. I g'munton da 
cavai e i s' messen so in st' erba , e i tiron fora un poch 
d' quia roba da magnar eh' i aveven tolt sigh , e i magnon 
es i bven ; i messn' a pasqular i cavai ; e po' sfinè cum i 
eren dalla stufisia i se sdrajon in ti' erba, e i s'indurmiton 
cm' i fossen sta in t' un lét. Acsè i passon la not : quand 
fo de Turein avrà i uc'e l'vèd chi eren tot zircundà da 
un gran murajòn : al clamò i servitur, pinsand quasi eh' i 
fossn'i su uc' chi fessen vèdr'acsè, mo l'era propri vèira 
lo! al s'cminzò a c'prars e a dir, oh puvret no' cum fara- 
gna a scapar fora! tott in t'una volta ai veins in mèint 
del trèi bachèt eh' l'aveva in bisaca, e al des a sòn al 
gran bagian mo pruvèin quésti : al sbatè in tèra onna del 
bachèt, mo gneinte ch'suzdeva; e lo dalla cun qulatra, 
mo gnanch quésta V an fé ngòtta, finalméint al li sbatè tot 

Voi. VII, Parte I. 15 



— 22G — 

trèi in t'una volta, e alòura zò ch'andò tot al murajòn, 
ch'ai fé tant armòur ch'ai pars una massa d'sajèt. Dòp 
al murajòn a si c'quers un gran palaz. I ciapon so tolta 
la so roba , e i s' messn' a cavai, aviands al palaz : I batèn , 
mo'ndson avers, e tòurna pur a bater, mo di sunaj! 
Turein ricòurs al bachèt una altra volta, e apènna ch'ai 
n' ave batò onna andò zò '1 cadnaz , e s' avers la porta ; i 
andon dèinter, i giron totta la loza, e pò i andon so 
pr' un gran scalòn , sèinza mai vèdr' endson. I truvon tot 
i òss asrà,"e Turein cun el sòu bachèt al fava cascar tot 
i cadnaz, e s' intra va : e acsè da una stanzia a un' atra i 
giron tant ed qui sit ch'an ve so dir: Mo intant chi s'e- 
ren ferma in t' una gran sala totta peina d' statov, ai pars 
ed sintir un lamèint, i s'fermon, e difatti i capen ch'l'era 
una vòus ch'vegna da onna d'quel stanzi le vsein. Quand 
Turein ave ascuìtà un poch, al tirò fora la bachétta, al 
la sbatè in t'I'òss e a se spalancò la stanzia; i vesten so 
in t'un lèt un zòuven, ch'ai pareva ch'ai tiras so i ultum. 
Turein si avsinò e si cminzò a far mei interugaziòn : a 
poch a pQch al cuntò eh' l' era set an eh' al s' truvava in 
quél sit , eh' al fò purtà vi da so pader , eh' era al rè 
d'Funibèl, e che quia vècia ch'ai purto vi, l'è una fada, 
eh' sta in ste palaz cun lo. Turein arstò a bócca averta a 
sintir eh' l' era propri quél eh' al zercava : es i dmandò, 
mo dov eia sta vecia? al préinzip dess; s'I'ha pazenzia 
fra poch al la vdrà a rivar. Da dòp che sòn que, tot i 
de la vein a dmandarom, em vut béin? e me al poi béin 
créder cuss'ai arspónd; e li la tira fora un spilòn e la 
prinzepia a furarom la pél e a farom vgnir fora al sanguv, 
tant che cavandmen tot i de, là m'ha rdot in ste stat 
cum al vèd, ch'an ho piò fià gnanch ed movrom, e an 
ho piò che pochi gòz ^d sanguv e po' a sòn bèi e sbriga. 
Turein cminzò a fari curag' e a diri ch'ai are salva; es 
i cuntò chi r era , e cmod V era vgnò le , e al perchè e 



227 

al percorri. Quand al prèinzip sintè acsè ai veins el lozel 
al uc' dalla cuntintèzza. E V are pur vlo seguitar a c'còrer 
di su , mo Turein ai dess , adèss basta ed quést , eh' am 
daga piotost dov a poss truvar la vècia, perchè cha péinsa 
cmod s' pò far a sbrigarla. Alóura al prèinzip i dess, che 
adèss l'era propri T òura eh' la vgneva; al vdrà eh' Tè 
una vècia alta piò d' un om, eun di cavi chi spazen tèra , 
di ue'eh'paren du pgnat, e una bocca eun di deint eh' fan 
pora. Ch'ai lassa pur far, dess Turein, e al vdrà cha srò 
bòn'd dumar anch ste bèi mustaz; e po' al s'vultò dai 
su servitur e ai dess: vo'ater du mitìv sòtta al lét: vo' 
ater què dòp a sta purtira ; lassa pur eh' la vada avsein 
al lèt, e quaud l'ai è vo'ater ch'ai si sòtta ciapala pri 
pi, vo'ater saltai adoss e ciapala pr'el brazza, che me 
pò a farò la mi part anca me. I s' messen tot al so post; 
e da le e poch ecco eh' ariva la vècia, la s'avseina al lèt, 
e la prinzepia a dir, em vut bèin? e 'I prèinzip arspunde- 
va: nò brot móster: e li tira fora al spilòn per furarel, 
mo intani qui ch'eren sott'a! lét i la eiapon pr'i pi, qui 
ater i salton al brazza, e Turein batè onna del bachèt 
perchè eh' l' an spsess piò mover : la vècia fava di vers 
eh' la pareva un' ispirtà , mo lòur la eiapon so, e po' i 
andon a truvar dia legna i fen un gran fugh e si la mes- 
sen so a brusar: l'aveva Tasi lì d'aremandars e d'pru- 
meter eh' l' are lassa 'ndar al prèinzip, e tant ater bèli coss 
eh' la geva, mo Turein tgneva la baehètta perchè eh'l'an 
spsess mover e an la lassò fenna eh' V an fo brusà dèi 
tot. Al còurs sobit dèi prèinzip es i dess; oh anom, che 
la vècia l'è'ndà a far tèra da pgnat: ch'ai staga mo d'bòn 
umòur e eh' al magna tant eh' al s' possa tirar so da far 
al viaz. E pò ai fé tor un brudèt e un poch ed stuvà, 
e in puch de al fo in eas d'iivars, e d'star in pi. In 
st'mèinter Turein vols visitar tot al palaz, dov ai truvò 
di dsor da far maraviar ; d' man eh' al catava quél d' bón 



— ass- 
ai le miteva in t' una cassa per purlarsel drl , e acsè al 
veins a far tanta la gran massa d'roba, e l'impè tant 
el gran cass, e i gran bavol, che quand i parten, al pa- 
reva al seguit d'un eserzit. Al prèinzip aveva aquistà fià 
e i s'messn'in viaz. In fai palaz ai era del stai cun di 
cavai ch'ai fumava la campaneina, i tolsen so anch qui, 
i cargon, e i s'avion vers la zita dèi prèinzip. Apènna 
chi fonn al pont, tot arcgnussen al so suvran, e i prinzi- 
pion di eviva, e i l' acumpagnon fenna al palaz. Quand al 
rè vest al fiol al cherdè d'murir dal'algrezza, e al le 
prinzipiò a basar e abrazzar, e a diri zèint mella coss. 
Al s'vultò pò da Turein es i dess: te at riguard cmod 
un ater mi car fiol, e al abrazò anca lo: pò l' clamò la 
Filadora giandi , quést l' è to mare , téntel mo car, e voj 
bèin. Figurav la cuntintèzza d' sti du ragaz. I andon po' 
a g'nar, e le al- priènzip cuntò tot quél eh' l' aveva passa, 
e cmod l' era sta salva da Turein. Al de dòp as fé '1 noz, 
cun di invid , e del fèst eh' duron tri de. 
E anch adéss i ein in algrèzza. 



(Continuano) 



EDIZIONI DI OPERE VERONESI 
QUATTROCENTINE (1) 



' 350. 

Politiani Angeli, Opera. 

Venetiis in ^Edibus Aldi Romani 
1498 mense lulio, in f. 

Rara edizione, ed una delle piìi vaghe che uscissero 
dalla celebratissima tipografia Aldina. Avvertasi Terrore, 
credo solo tipografico, nell'Hain al n.° 13218, che om- 
raettendo le due unità innanzi al D falsò la data. Nel ricco 
Epistolario del Poliziano trovansi più Lettere anche 
de' nostri: una di Matteo Rosso ad Robertum Sal- 
via tu m, eh' è la Gin tra quelle già raccolte e pubblicate 
nella I Parte del suo peculiare Epistolario, cioè nelle 
Recuperationes Fesulanae: due di Rattista Guarino; 
ed una di Agostino Maffei. 

Ed ecco nuovo letterato veronese, al quale i buoni 
studi debbono potissima riconoscenza , non tanto per que- 
sta unica sua Epistola stampata in proposito della versio- 
ne di Er odiano, si bene pel favoreggiamento da lui 
dato alle lettere con ogni maniera di soccorsi generosi. 
Agostino Maffei può dirsi il primo che nel Sec. XV 
ponesse l' animo a raccogliere antichità erudite, e formar 
Museo. Fratello a Renedetto, che trapiantava un ramo 
della famiglia Maffei in Roma, giovane vi si condusse 

(1) V. alla pag. 428, Voi. VI. Parte II. Continuazione. 



— 230 — 

anche Agostino, entrò negli ordini sacri, e tutto si die- 
de agli studi; la sua raccolta di Mss. , statue, e medaglie 
divenne famosa. Domizio Galderini nel dedicargli il 
Commento sopra le Selve di Stazio, stampato in Brescia 
1476, non cessa tributare al generoso mecenate grandi 
elogi. Il Poliziano così in una Epistola a lui diretta: 
Accepisti me Romae superiori aestate domi tuae, mihique 
perbenigne libros veteres, aliaque monumenta, quibus tu 

abundas, ipse detector, ostendisti Omnes te docti colunt, 

hominem doctum, doctisque faventem.... tu homo tantae 
dignitatis, tantae auctorilatis , et gratiae (Epistolar. lib. 
VI). Per generosa larghezza di lui, e coll'ajuto di un 
suo Codice, usciva la bella edizione delle Epistolae M. T. 
Ciceronis, Romae 1490, da me allegata al n.° 196; 
gli editori Bartolomeo Saliceto, e Lodovico Re- 
gio ne rendono testimonianza d'onore nella Dedica a lui 
medesimo, siccome unice ac studiosissime Romanarum 
rerum illustrator et vindex. Merita parmi venga da me 
recato V Epigramma di Pomponio Leto, che trovasi 
in questa stampa 

Quaeque erat altiloqui Ciceronis epistola Bruto 

Missa, aut ad Quinton, Attice sive tibi, 
Fraudo, vel xtatis vitto, corrupta jacebat, 

Vixque una poterai parte resumpta legi, 
Providit postquam Latix custodia linguae 

Volvendum tanto vindice surgit opus. 
Vivent , Augustine, tui titulique, larcsque. 

Qui facis arenti mm^te carere Titos. 
Ecce tibi debent Veteres, debemus et ipsi, 

Saecula quique feret posteriora, nepos. 

Quel medesimo Pomponio Leto, il quale nel dedicar- 
gli la sua edizione di Sallustio pose il titolo Augusti- 
ne Maffeo rerum Romanarum thesauro. Sebbene ferma 



— 231 — 

avesse la stanza in Roma, fu eletto Arciprete della Con- 
gregazione detta del Clero intrinseco di Verona nel 1477, 
costituito a Vicario suo altro suo congiunto Donato de' 
Maffei. Morì in Roma di 65 anni, sepolto alla Minerva 
presso alla tomba di Benedetto, con la Epigrafe A ugu- 
stinus Mafaeus Plmnbarii Fisci III Vir, aliisque hono- 
ribus egregie functus, bonarum literarum ciistos, in quo 
fortunis non cessit virtus, heic situs est. Vixit ann. LXV. 
m. VI. d. XXV. 

351. 

P 1 y b i i , De pr. bello Punico, interpr. Leon. Aretino: 
et Fiutar chi, Paralelia, interpr. GUARINO. 

Brixiae per lacobum Britannicum 
1498 die vigesimo quarto Octobris, in f. 

Bella edizione, quae certe Brixiensis Typographiae 
gloriam amplificai, asserì l'Audiffredi a e. 191. Nella 
Gostabili, e Comunale di Ferrara, e Reale di Modena. 

* 352. 

S t a t i i P. P a p. , Sylvae , cum Comm. 
DOM. GALDERINI , et AVANCII sui 

emendationibus : aliae GALDERINI Annotationes 

in quaedam Pro p erti i loca: ejusdem 

ex tertio libro observationum. 

Venetiis per Jo. Petrum de Quarengiis 1498 die 
XV Jannarii, in f. 

Troppo sommaria anche di questo libro la indicazione 
tracciata dall' H a i n , onde mi torna caro di registrarlo 



— 232 ^ 

più completamente, dacché ne vidi esemplari nella Bibl. 
Gom. di Ferrara, e nella Capilupi di Mantova. Vi trovo 
annotato come le Selve di Stazio vennero trecentis in 
locis emendate dall'Avanzi. 

* 353. 

Sviseth Richardi, Opus aureum calculationum , 
ex recogn. lOHANNIS TOLLENTINI Veron. 

Papiae per Franciscum Girardengum 1498 
die iiii Januarii, iu f. m. 

Nuovo 'autore, che ci presenta un suo lavoro di cri- 
tica emendazione: nulla dal Maffei, né da altre fonti 
posso aggiugnere a chiarirne la vita: la sola stampa mi 
afferma Veronese il Giovanni ToUentini, e dettovi 
artium et medicinae doctor. 

* 354. 

Vocabolarius breviloquus, mm dtiobus 
libellis GUARINI. 

Nurimbergae per Antoniiim Koberger 1498 
die XII mensis Julii, in f. 

* 355. 

ZUCGO AGGIO, Le fabule de Esopo vulgare 
e latine historiade. 

Mediolani per Guillermos de Siguerre 1498 
die quindecimo mensis Septembris, in 4. 

Manca all' Ha in: da me osservato in Brera, e nel- 
l'Ambrosiana. Mei zi nel suo Dizion. degli Anonimi (I. 



— 233 — 

378) la dice stampa sconosciuta al Panzer: gli sfuggì 
com'ei, breve sì e incompletamente, ma pur la citasse 
nella sua grande opera (II. 89.) Trovasi qui riprodotta la 
Vita historiale di Esopo, senza nome d' autore. M e 1 z i 
la stima versione dal greco di Pia nude per France- 
sco Tuppo, affermandola uscita la prima volta in Na- 
poli 1485. Ora nella precedente edizione del Zucco al- 
l'an. 1479, da me allegata al n.° 77, scontrasi la medesima 
Vita historiale, che non credo certo opera del volgarizza- 
tore Veronese: sarebbe questa dunque la prima stampa 
del Tuppo? 

M. ecce LXXXXIX. 



• 356. 

Aemilii Probi (GORN. NEPOTIS), 
Vitae excell. Impp. 

Venetiis s. typ. 1499, in f. 

La stimo assai dubbia, sebbene recata del Panzer, 
e dall' Hai n, ma senza maggiori schiarimenti. 

• 357. 

Giceronis M. T. , Epistolae ad 

M. Brutum, et Vita T. P. Attici per 

GORNELIUM NEPOTEM. 

Venetiis s. typ. 1499 die xii Junii, in f. 

Trovasi nella Gasanatense : vi sta premessa la Epistola 
di Bartol. Saliceto ad Augustinum Mapheum. 



— 234 — 
Dopo la Vita T. P. Attici seguono V Epigramma di 
Pomponio Leto, ed altra Epistola dì Lodovico Re- 
gio allo stesso Maffei. 

* 358. 

Giceronis M. T. , Epistolae etc. 
Venetiis s. typ. 1499 die xv Julii, in f. 

Questa, come la precedente, trovo riferita dall'Hain: 
sarebbe forse la medesima? 

' 359. 

Dionysius Afer, De situ orbis, interpr. 
ANTONIO BECCARIA. 

Parisiis per Georgium Wolff, et Thielraanum Kerver 
1499 Vicesima secunda mensis Junii, in 4. 

* 360. 

GUARINI, Regulae grammat, 
Bononiae per me Ugonem de Rugeriis 1499, in 4. 

* 361. 

luvenalis D. I., Satyrae, cum Comm. 
variar., et DOM. CALDERINI. 

Lugduni apud Joann. de Vingle 1499, in f. 
Manca all'Hain: la die il Panzer I. 555, 



— 235 — 



• 362. 



luvenalis D. I. , Satyrae , cum Comm. etc. 
Venetiis per Joann. de Iridino 1499, in f. 



* 363. 

MAFFEI GELSI, Defensiones in Monackos 
prò vero Canonicorum Regul. gradu, etc. 

Venetiis s. typ. 1499 die xvii Aprilis, in f. m. 
Nella Bibl. Gom. di Ferrara. 

364. 

DE MILIS lOIIAN. , Repertorium juris. 

Venetiis per Andream Thorisanum 1499 
die vero 17 Augusti, in f. m. 

* 365. 

Montagnana Barthol., Consilia, eie. et 
Consilia domini ANTONII GERMISONI, etc. 

Venetiis per Sinionem de Luere impensis dni 
Andreae Torresani 1499 xx Aug., in f. 

Manca all' H ai n. Grosso volume di bella stampa, in 
car. got. a due col., che ammirai nella Bibl. Gom. di 
Ferrara. Oltre all'Epistola responsiva del nostro Cerar- 



— 236 — 

do Boldieri ad Jacobum de Vitalibus, dopo di- 
verse opere del Montagnana sono riprodotti i Consilia 
contra omnes fere egritudines del pur nostro Antonio 
Germisoni. 

* 366. 

Perotti Nicolai, Grammatica. Item 

GUARINUS de arte diphthongandi 

nuper casligatus, etc 

Paribiis per Parvum Laurentium 1499 
XX Dicemb., in 4. 

* 367. 

Per sii .A. FI., Satijrae cum trib. Comm., et 
P. A. Cornuti, Amotat. ed. JONNE BONARDO. 

Venetiis sumptu Joannis de Iridino 1499 die 
vero 4 mensis Novemb., in f. 

Di questa recensione di P. A. Cornuto, novella 
opera del nostro Veronese, discorre il Card. Qui ri ni nel 
suo Specimen (I. 132.) La Dedica è Clariss. dom. Angelo 
Marcello magn. Patr. Ven. Qui possediamo ancbe la 
ristampa fattane Venetiis in casis Bernardini de Via- 
nis de Lexona Vercellensis Anno Circumcisionis 1520 
die XV Decemb. in f. 

368. 

PLINII C. SEC, Naturae Histor. Libri xxxvii 
ex castigai. Hermolai Barbani. 

Venetiis per Joann. Alvisium de Varisio 
1499 die xviii Maii, in f. 



237 — 



• 369. 



P l u l a r e 11 i G li e r. , Vilae , ex interpr. 

GUARINI et aliorum, per Pyladem 

Brixiamim castigatae. 

Brixiae per Jacobum Britannicum 1499 
die IX Augusti, in f. m. 

V'è pur qui inserta la Vita T. Pomp. Attici, 
quasi una versione di Plutarco, fatta dal nostro Cor- 
nelio Nepote. Anche vi sta P altra Vita Pelopidae 
tradotta da Antonio Beccaria. 



370. 



Poliphili (Golumna Frane), 
Hypnerotomachia, etc. per LEONARDUM GRASSUM. 

Venetiis in Aedibus Aldi Manutii 1499 
Mense decemhri, in f. 

Noto questa celebratissima e rarissima stampa Aldina, 
di cui un esemplare ben conservato trovasi anche nella 
Gampostrini, ed un altro in membr. possedeva la Pinellia- 
na, perché vi emerge come bello editore il concittadino 
Leonardo Grasso. Sua è la Dedica Guido Illustris- 
simo Duci Urbini, in cui parla di un fratello, che mili- 
tando a' servigi del Duca fu all'assedio di Bibiena. Torna 
soperchio intrattenermi sul pregio delP opera , singoiar 
maniera di romanzo architettonico, dopo quanto ne disse 
Renouard ne' suoi Ann. des Aldes; e sul conto delle 
Tavole che la adornano il Cicognara, Catalogo de' suoi 



— 238 — 
libri (I. n.° 614); ed il Fiorillo ne' suoi Scrini minori 
di cose d'Arte, in tedesco (Gottinga 1803 I. 153-188). 

Bensì vorrei dire alcuna cosa dell' editore Veronese. 
Alquanti endecasillabi latini, che stanno ne' prolegomeni 
di questo medesimo libro, e sono indirizzati da un Già m- 
batt. Scita ad clariss. Leonardum Crassum, me 
lo designano come Artium et Juris Pontifici comultum. 
Segue un rozzo Capitolo in volgare d'anonimo, che co- 
mincia 

Leonardo Crasso mio, doctor verendo, 
Prelato exculto in l' arte liberale , 
E in ogni virtù egregia a quel comprendo. 

Ambedue siffatti documenti offrono bella dipintura sul ca- 
rattere morale, e sulla non comune valentìa letteraria del 
Crasso: di più non so dirne. 

371. 

Politiani Angeli, Opera. 

Florentiae op. et imp. Leonardi de Arigis 1499 
die decimo Augusti, in f. p. 

Con esso le Epistolae, già indicate nella precedente 
stampa, cioè di Matteo Bosso, di Battista Gua- 
rino, e di Agostino Maffei. 

' 372. 

Probi Valerli, De interpretandis Romanorum 
litteris, ex recens. JOANNIS BONARDL 

Venetiis per Joann. de Iridino 1499 
die XX Aprilis, in 4* 

La edizione Principe di questa operetta usciva nel 
1486 senza nota di luogo, e per esservi segnato il Tipo- 



— 239 — 

grafo Bonino de'Bonini si volle eseguita in Verona, 
laddove è stampa Bresciana. Lodevole recensione ne fece 
il nostro sacerdote Giovanni Bonardi, che la dedica- 
va suo venerando praesbytero Marco plebano dignissimo 
Divae Ma ria e graliaram Sancii Fantini de Venetiis. Vi- 
di il libro nella Reale di Modena. 



• 373. 

RIZZONI DON MARCO Opere, cioè Confessionario 
per spiritual persone, ecc. 

Bologna per Zan Antonio di Benedetti 1499 
a di 28 de Setembro, in 4. 

Sfuggì air Audi ff redi : largamente descritto dal- 
l' Hai n al n.*^ 10751, sotto alla rubrica del nome, senza 
dire a qual famiglia appartenesse. Dopo il Confessionario, 
seguono Precepti da orar devotamente — De la Fortez- 
az, sermone a'' Fiorentini per Don Marco nel 1494 la 
terza Dominica di Pasqua : non però cum tutte le allega- 
tione, che allora fece per letterati — De le Donzelle Spec- 
chio spiritual fructuoso Alle Donne giovane admonitione 
del Medemo — Epistola del medemo contra gli Balli ad 
Camillam Strozzi, ex Abbadia Fesulana 1493 — 
Stimulo de amar Dio e proximo — Sermone contro la 
Mensogna, over Busia: dato a di ultimo de Aprile 1499. 
Ghiudesi il libro con una Laude di Feo Belcari. 

Duolmi non aver potuto vedere il raro libro in alcu- 
na Biblioteca, né dare il titolo di questa Laude: dessa 
però non trovo allegata, come di qua, nelle Notizie bi- 
bliograf. di quel purgatissimo scrittore stese da Bartol. 
Gamba, Milano 1808 in 8. 

Appena un breve cenno il Maffei sul conto del nostro 



— 240 — 

Canonico Lataranense: ne più largo di notizie il Fede- 
rici. Certo è che fu della nobil famiglia de'Rizzoni , 
e di bella fama in Italia. Alcuni particolari che lo riguar- 
dano rilevo con piacere dall' Epistolario del suo illustre 
Confratello Matteo Bosso, del quale ebbi argomento 
amplissimo a discorrere piii addietro al n.° 206. La Epistola 
cix della I Parte di qneW Epistolario , (lo vedemmo col 
titolo Recuperationes Fesiilanae al n.*^ 241), senza data, 
ad un amico, é tutta in sua lode: vi sono descritte le 
diverse sue peregrinazioni in Toscana, e quanto avida- 
mente ricercata, ascoltata la evangelica parola, che dotta 
amososa facile, e feconda di bene pubblico gli sgorgava 
dal labbro. Lungo soggiorno apparisce da lui fatto nel- 
r Abbazia di Fiesole, e quanto per suo mezzo si vedes 
sero migliorati nel costume que' popolani agrestiores ' 
quorum qui in majori sunt gloria, cementarii, lapicidae 
fabri sunt. Ne in minore stima presso ai dotti, quos Un. 
gua tum latina, tum graeca, et policioribus omnifarie Ut. 
teris oblectat et instruit. Quindi in altra Epistola di quel 
volume, la cxxxui, dat. Bononiae Idibus Marcias 1493, 
io invita ad assumere la predicazione per la Quaresima in 
Cremona. E di vero quale ad ardentissimum Dei praeco- 
nem gli indirizzava in proprio una Epistola, eh' è la ccxx 
delle Familiares et secundae, ossia nella IL Parte dell' E- 
pistolario, riferito al n.° 33S. 

* 374. 

Statuta Vincentiae, cum Proh. GUARINL 

Venetiis per Simonem Papiensem dicium Bevilaquam 
1499 Octavo Idus Octobris, in f. 

Nella Bibl. Com. di Vicenza. 



— 241 — 
* 375. 

Virgilii P. M. , Opera, cum quinque Comm. 

Venetiis a Philippe Pincio 1499 die quinto 
Febr., in f. 

Manca all' Ha in, come tutte l'altre stampe Virgi- 
liane: v'è qui pure unito il Comm. del Galderini nelle 
opere minori. 

*376. 

Virgilii P. M. , Opera, cum iisd. Comm. 

Venetiis (Lugduni) per Jacobum Zachon 
1499 die 9 Decembris.. in f. 

Ambedue le Virgiliane ristampe traggo dal Panzer 
(IX. 249), il quale afferma questa eseguita a Lione, seb- 
bene con la nota Venetiis. 



CCCCC 

*377. 

Augustini de Novis, Scruiinium 
tripartitum etc. 

Florentiae per Barthol. pres. Florentinum 
1500 die XXV Aprilis, in f. 

Vi stanno inserite due Epistolae di Matteo Bosso, 
r una ad G a b r i e 1 e m Vincentinum patrem et cancan. , 
l'altra ad Augustinum Papiensem. 

Voi. VII, Parie 1. 16 



242 



* 378. 



Britannici Gregorii, Oraiiones 

funebres et nuptiales. 

Veneliis per Joan. Tacuinum 1500 k. mai'tii, in 8. 

Con la sopracitala Orazione di Tommaso Acerbi 



379. 



Britannici Greg., Oraiiones funeb. et nupl. 

Brixiae per Jacobum Britanniciim 1500 die xv 
Septembris, in 8. 

Manca all' Ha in: recato dal Le chi sulla fede del 



Guzzago. 



* 380. 

G i e e r n i s M. T. , De 0(Jicii:<, de Amicitia, etc. 
ex recens. BENED. BRUGNOLI. 

Venetiis per Barthol. de Zanis 1500, in f. 

Dubito che parecchie ristampe, fattesi anche in ad- 
dietro, e da me non vedute, possano aver seguita la re- 
censione del Br ugno lo, e dovrebbero quindi entrar 
nella serie. Non riuscendo però abbastanza a risolvere il 
dubbio, mi trattenni dal recarle, come dò questa eh' è 
sicura. 



243 — 



* 381. 

Giceronis M. T. , De verbprum copia, et de 
elegantia Lib. II ad Veturium. 

Venetiis imp. Manfredi de Sustrevo et Georgii de 
Rusconibus 1500 DieXii decembris, in 4. 

Si aggiungne un'operetta de differentiis Giceronis 
in rebus dubiis, la quale dee giustamente ascriversi a 
Bartolomeo Fazio, come da sua lettera che precede ; 
mi sia però consentito di qui ricordarla perchè desunta in 
massima parte dal Guarino. Odasi infatti lo stesso Fa- 
zio nella Lettera, Quae si libi probare cognovero (cioè 
l'operetta snprallegata de differentiis) , ut spero, laborem 
meum mihi jucimdissimum feceris : prò quo non mihi gra- 
tiam a te haberi velim, sed Guarino Veronensi praece- 
ptori meo sapientissimo, unde haec didici: cujus potis- 
simum opera atque industria et haec humanitatis studia, 
quae diti jacuerant, excitata sunt, et Graecarum littor 
rarum doctrina , quae jam consenuerat , in Italiam revo- 
cata est. La notizia di quest' opera , e il critico giudizio 
cui debba in singoiar modo riferirsene il merito, rilevai 
da una noterella ms. di Ottavio Alecchi in God. Ga- 
pitol., dappoiché il libro non vidi mai. 

Ricordo come il Fazio nel suo libro De Viris Illu- 
stribus, dottamente pubblicato e illustrato da Lorenzo 
Mah US, Florentiae 1745, pieno di riconoscente vene- 
razione pel suo Maestro, un lungo articolo impiegava a 
onorarne la memoria: introducendolo anche a ragionare 
nel suo Dialogo De humanae vitae felicitate. Vedi il Ros- 
mini nella Vita di Guarino (III. 167). 



— 244 — 

* 382. 

Lucretii T. Cari, De rerum natura, ex 

emend. HIERON. AVANGII. 

Venetiis apud Aldum 1500 mense Decemb., in 4. 

Alcuni bibliografi, Maittaire, de Bure, Fabri- 
cio, stimarono la prima recensione dell'Avanzi essere 
comparsa al pubblico per la stampa del Lucrezio Ve- 
ronae Paulus Fridenperger 1486, in f. Il che è 
smentito dalla Epistola dedicatoria di ildo ad Alber- 
tum Pium Carporum Principem; e dall'altra che segue 
del nostro chiarissimo critico ad Val eri um Super- 
chium Pisaurensem , Medicinae doctorem, et Malhema- 
tices professor evi, dat. Kalendis Martii 1499. Rara e pre- 
giata è la stampa: dobbiamo bensì confessare che in va- 
lore di critica è vinta dalla riproduzione Aldina del 151S, 
riveduta da Andrea Navagero. 

383. 

MAFFEI Ven. PAOLO, Trattato 
del Sancto Sacramento. 

in Venetia per maistro Pietro da Pavia 1500 
Adi xn del mese de decembrio, in f. 

iManca all' H ai n: ristampa che s'inizia allo stesso 
modo della precedente. 

* 384. 

Ovidii P. Nas. , Heroides Epistolae, 

cum Comm. Ant. Volsci, et Hub. Clerici: 

Ibis, cimi Comm. DOM. GALDERINI. 

Mediolani per Joan. Angelum Scinzenzeler 1500 

die XXVI mensis Novembris, in f. 

Manca all' Hain: da me veduto nella R. Bibl. di Brera. 



— 245 — 

385. 

Priscianj, De odo partibus orationis, etc. 
ex emend. BENED. BRUGNOLI. 

Venetiis per Philippum Pincium 1500 
die xix martii, in f. 

* 386. 

Tibullus, GATULLUS, et Propertius, 
mm Comm. BERN. GILLENII, ANT. PARTHENII, 

Pali adii, et Phil. Beroaldi, etc. 

Venetiis per Joann. de Iridino 1500 die 
vero xix Madii, in f. 

In questa nuova ristampa abbiamo un prezioso fa- 
scetto di opere Veronesi. Oltre al Gatullo col rispon- 
dente commentario diAnt. Partenio, e quello di Ber- 
nardino Gilleni'o in Tibullo, come sono indicate nel 
titolo, seguono le Emend ationes Catulliana e per l\\ ero n. 
Avancium, et ejusdem in Priapejas emendationes : indi 
le Annotationes in Propertium tum per Domit. Gal- 
derinum, tum per Joannem Gotlam Veron. Sug- 
gellasi il volume con la scritta Haec omnia sunt ex exem- 
plaribus emendatis domini Hieron. Avancii. Duolmi 
non aver mai scontrato il volume, così interessante per 
la nostra Raccolta patria. L'IIain lo descrive con mólto 
accurata precisione e larghezza : il perchè mi confido non 
vi mancheranno le allegate Annot. in Propertium del 
Galderino, e le altre del Gotta, che il Maffei ci- 
tando questa Veneta stampa (e. 402) dice promesse, ma 
non recate. Potevano parmi mancar benissimo neir esem- 



— 24G — 

piare da lui avuto in mano, e ritrovarsi in altri più 
completi. 

Giovanni Cotta, sulla fede di questa unica stam- 
pa, à diritto di entrar nella serie, benché la sua fama 
grandeggiasse nel seguente secolo. Ei fu da Legnago : gio- 
vanetto si applicò forte agli studi, a Lodi in casa della 
matrigna, indi a Napoli presso il Fontano. La relazione 
intima carissima che strinse con Barlol. Liviano, se 
vantaggiosa onorevole., gli tornò anche ahi! fatale. Dap- 
prima tutto con esso inteso a belli esercizi letterari in 
quell'Accademia, che il generoso Duca delle armi Venete 
aveasi fondata in Novale, Castello presso a Trevigi, come 
narra il Guazzo (o meglio in Daviano del Friuli, come 
da pili certe memorie), dove affluivano il Fracastoro, 
il Navagero, il Borgia, ed altri chiarissimi. Tremenda 
guerra venne presto a funestare i pacifici studi: sembra 
che ir nostro giovane passasse alcun tempo in Roma. In- 
tanto una nuova straniera invasione minacciava Italia, ed 
il Cotta accompagnò il suo Mecenate alla pugna. Non 
sorrise fortuna alle armi Venete, ed il Liviano nella 
battaglia di Chiara d'Adda (1509) fu rotto, e fatto pri- 
gione: il Cotta in quello scontro scampò la vita, ma 
perde gran parte de' suoi libri e Mss, Bell' atto magnanimo 
di lui vien ricordato da Paolo Giovio ne' suoi Elogia, 
sendosi egli proferto dividere la prigionia con l'amico 
signore, insigni pietate, se totiiis calamilatis et carceris 
comiiem obiulit. L'orgoglioso vincitore francese ripulsò 
l'offerta: onde il Cotta recavasi con ispecial missione 
del' Liviano in Viterbo presso al Pontef. Giulio IL Or 
quivi sorpreso da acuta pestilenza moriva nell' età fresca 
di appena 30 anni. L' epoca è segnata con certezza, nella 
estate nel 1510, da Bernardo Silvano ne' prolego- 
meni alla stampa Veneta del Tolomeo, di cui parlerò 
in sèguito. 



— 247 — 
Poco ci lasciava de' suoi lavori il Gotta, tenuto però 
in conto di giovane di aliissimo ingegno, e di stupenda 
memoria, nelle scienze Matematiche oplime peritus; in 
verso ed in prosa lo celebrarono i più distinti letterali 
deir epoca. Sopra modo gli crebbero fama i suoi Carmi 
latini, dilicatissimi, al tutto Catulliani: onde Marc' A nt. 
Flaminio così ne cantava 

Si fas cuique sui sensus expromere cordis, 
Hoc equidem dicam pace , C a l u 1 1 e , tua. 

Est tua Musa quidem dulcissima , Musa videlur 
Ipso lamen Cotta e dulcìor esse mihi. 

Oltre alle Annotationes in Pro per ti um, se pure 
uscirono, come sono indicate nel libro testé riferito, ecco 
le opere sue certameiile divulgatesi in appresso. 

1. Petri Criniti Carmina, Florentiae typis Jun- 
tae circa an. 1305 in 4. Nell'epistola premessa Luceius 
Veronensis S. D. Petro Bembo Patr. Ven. si rileva 
come il Colta ne procurasse la stampa. L'opera è senz' 
altro allegata dal Band ini De Fiorentina Juntarum 
typogr. Part. I. e. 238. 

2. Ptolomaei Claudi i, Geographia, Romae per 
Bernardinum Venetiim de Vitalibus die 8 Sept. 
1307, in f. con Tav. Nella Dedica Rev. in Ch risto Patri 
et />.... Cardinali Nanna te usi, l'Editore libraio Evan- 
gelista Tosini da Brescia accenna alla parte onorevole 
cir ebbe il Cotta nella recensione e pubblicazione di 
questo magnifico volume, encomiato siccome in mathema- 
ticis artibus consultissimus. V'attese egli con pertinace assi- 
duo lavoro in compagnia di Marco Beneventano. Il dotto 
Monaco Celestino infatti nella Epistola che precede .1 o a n n i 
Baduario Patr. Veneto dice aperto et quia opus ipsum 
erat perquam difficile, socium viae et laboris comitem 



— 248 — 
mìhi assumpfii .T o a n n e m G o 1 1 a m Veronensem., utrius- 
qiie linguae doclissmiim virum, el Mathematices consiil- 
tissimum, cujus adminiculo fuUus omnem operam exacle 
visum siis mihi praestitisse. 

Magnifica riuscì la stampa: le xxxiii Tavole in fo- 
glio doppio, incise da due Alemanni Buckinck, e 
Ruysch, e per lo piìi colorate, come sull'esemplare 
della nostra Bibl. : tra queste è la Mappa del Nuovo Mondo, 
la prima che si conosca. Vedi Reumont, Bibliografia 
de' lavori pnhbl. in Germania sulla Storia d' Italia, Ber- 
lino 1863 a e. 131. — Nella ristampa del Tolomeo, 
Venetiis per Jacobum Pentium de Letico, anno 1511 
die 20 mensis Martii, in f. , sono anche meglio chiariti i 
meriti del Gotta verso la prima edizione. Ne' prolego- 
meni Berna rdinus Silvanus Eboliensis così lasciava 
scritto: Quod vero in iis, qui ab ipso (cioè da Marco 
Beneventano Monaco) castigati sunt, libris mathematicae 
illae demonstrationes, qiiae in primo et septimo libro 
sunt, emendatae admodum leguntur ; id non illi, sed 
Joanni Cottae re ferri debet acceptum, qui ea loca 
emendavit: neqiie enim aut ingenio, aut eriiditione, cui- 
quam nostra aetate Gotta noster cedebat. 

3. Carmina. — Gonvien dire che da più tempo circo- 
lassero Mss. , dacché l'Autore era già in grido di poeta 
venustissimo, eppure nessuno de' suoi Garmi latini usciva 
per le stampe, sendo ancor vivo. Morelli stimò la prima 
edizione quella, che ne die Aldo nel 1527 in Venezia in 
calce al Sannazaro. 11 libro rarissimo non vidi, ma la 
ristampa Aldina del Sannazaro del seguente anno 1528, 
che ò sottocchio, ci manifesta come fossero qui aggiunti 
l? prima volta i Carmi del Gotta. Sempre in coda allo 
stesso Sannazaro si riprodussero assai volte. Venetiis 
1528 per Joan. Xnt. et fratres de Sabio in 12, di cui 
un esemplare in membrane sta nella Bibl, Naz. di Parigi: 



— 249 — 
Venetiis 1529 mense Decembri s. typ. in 8, rarissima, da 
alcuni riputata Aldina, ma rifiutata come tale dal Mo- 
relli, e dal Renouard: Venetiis 1530 ex Offlc. 
Francisci Dindoni in 12: Venetiis 1530 per Joan. 
Ant. et fratres de Sabio] in 12: Venetiis 1533 in aedib. 
haeredum Aldi et Andreae Soceri in 8, più ricca delle 
precedenti, i componimenti vi sono però male ordinati: 
Venetiis 1533 per Melchiorem Sessam in 24. 

Trovansi in Raccolte diverse, come in quella del Ca- 
gne o, Epigrammata doctissimorum nostra aetate Italo- 
rum, Luteiiae s. a. per Nicol. Divitem, in 8. Nelle 
stampe dei Carnìina quinque Illustrium Poetarum, Vene- 
tiis 1548 ex Ojfìc. Erasmiana Vincenti! Valgrisii 
in 12: Florentiae 1519 apud Laurentium Torre n- 
tinum in 8: ibid. 1552 apud eundem, in due formati 
in 8, ed in 16: Venetiis 1558 Presb. Hyeronymuus Li- 
li u s et sodi excud. in 8. Una Ballata sta nel Lib. I. e. 
104 della Raccolta di Lodovico Do me ni chi. Rime 
diverse, Venetia 1549 appresso Gabriel Giolito de' 
Ferrari in 12. 11 Morelli, nella stampa che allegherò 
presto, recando a e. 47 questa Ballata come unica poe- 
sia volgare stimata del Cotta, rigetta come falsa l'altra 
edita da Claudio Tolomeinel libro Versi e regole 
della nuova Poesia Toscana, Roma 1539, versione del 
Carme latino ad Lycorim Ne tua, ne mea etc. ad imi- 
tazione del verso elegiaco de' Latini. Due Carmi, prima 
usciti come di Andrea Navagero nella stampa Veneta 
del 1530, si rivendicarono al Gotta in aggiunta ai Car- 
mina Basilii Zanchi e^Laur. Gambarae Basileae 
1555 Oporinus in 8. Altri suoi Carmi nella Farrago 
Poematum ex optimis qiùbusque Poetis excerpta stu~ 
dio Leodegarii a Quercu, Parisiis 1560 apud 
Hyeron. de Marnef in 16. Neil' Hortiis Jtalorum 
Poetarum Aegidii Periandri, Francf. 1568 in 12: 



— 250 — 
ì^a'' Carmina Ilhislrium Poetar. Italor. a Jo. Mattli. To- 
scano collecta, Parisiis 1576 in IG, nella quale stanno 
due Carmi, dianzi ignoti. Nelle Deliciae CC Poetarum 
Italor. per Ranutium Gherum, Frane f. 1608 in 16. 
Anche in sèguito ai Carmi di Girol. Fracastoro, Pa- 
tavii 1718 excud. Jos. Cominus in 8, dove per la 
prima volta recate diverse onorevoli testimonianze de 
Joanne Cotta, ejusqiie scriptis. Il solo Carme ad Nau- 
gerium nella stampa delle Opere di questo dotto Vene- 
ziano a e. 225, Patavii 1718 Cominus in 4. Nella 
Race. Carmina Illustrium Poetar. Italor., Florentiae 1719 
in 8. Nel To. I. f. 36-40 de^Carmina Selecta etc, Veronae 
1732 typis P. A. Ber ni in 8, la prima volta che i torchi 
Veronesi si occupassero del Cotta: un' altra tipografia 
patria ne riproduceva alquanti in una Raccolta Selecta 
Carmina ad uso del Vescovile Seminario, Veronae 1740 
apud August. C aratto ni um in 8. Nel tesoro fatto 
da A. Pope Poetae Italici, Londini 1740 per J. et P. 
Knaplon voi. 2 in 8. In appendice ai Carmina et Epi- 
stolae Lazari Bonamici, Venetiis 1786 apud Ant. 
Graziosi in 8. Due per ultimo inediti ancora ci dava il 
Morelli nel To. I. e. 474 e seg. della sua D. Marci 
Bibliotlieca Mss., Bas^ani 1802 in 8. 

In elegante volumetto comparvero la prima volta da 
sé i Carmi del nostro Poeta, a cura dell'erudito Colo- 
gnese sig. Vincenzo Benini, Coloniae Venetor. 1760 
exciid.io. Ant. Perottus in 8. Poi con isplendida edi- 
zione, da pareggiare la Bodoniana, li riprodusse l'Avo mio 
Co. B r 1 1. Giullari nella domestica Tipografia, Vero- 
nae 1798 in 4. Più correttamente poscia e completamente 
l'ab. Jac. Morelli, Bassani 1802 Typis R emo Udi- 
ni anis in 4, con breve illustrazione biografica del chia- 
rissimo editore, e Note, e corredo ampio di testimonianze 
onorevoli al Cotta in prosa, ed in verso. Credo oppor- 



— 251 ~ 

tuno qui avvertire come altre di siffatte testimonianze, che 
qui mancano, dava il Federici a e. 75 e seg. de' suoi 
Annali della Tipogr. Volpi-Cominiana, Padova 1809; 
beila giunta di laudi, ommesse, tengo nelle mie Memorie 
diverse manoscritte, che tornerebbe soperchio recare. 

Mss. del Gotta non seppi trovare, salvo alcune 
Poesie in una Misceli, della Marciana, Ital. Classe IX n.° 
CGII, che fu di Apost. Zeno, ed è ricordata dal Fe- 
derici (op. cit. e. 79). Sappiamo dal Giovio negli Elogi 
come lasciò Orazioni, e andavano perdute una sua nobile 
Corografia in versi, e le Osservazioni su Plinio. 

Una Parte presa dal Magn. Gonsiglio di Legnago, 17 
Giug. 1571 (come dal Libro degli Atti e. 184) parla di 
antico ritratto dell'illustre concittadino, dipinto sotto la 
Lozza di questo palazzo, insieme a M. Rigo Merlo, e 
M. Francesco Brusonio: che soli restavano ancora, 
nella serie quivi posta delle figure de' nostri eccellenti uo- 
mini, e poeti ; ond' è che principiando a perdersi e con- 
sumarsi, se ne ordinava il restauro, e si facessero novi 
ritratti di dette figure sopra tela da qualche eccellente 
Pittore. Quello che il B e n i n i pose innanzi alla sua stampa 
slimo venisse di qua. 

Dirò per ultimo leggersi nei Diarii Mss. del Sanuto 
1508, e 1509, To. VII, e IX, diverse notizie isteriche 
sulle relazioni del Gotta, Segretario dell' A 1 v i a n o , col 
Veneto Senato. Tengo l' estratto nelle mie suddette Me- 
morie. 

* 387. 

Virgilii P. Mar., Opera, cum quinque Comm. 

Venetiis a Lucantonio Fiorentino 1500 
die xxvu Aug., in f. 

Col solito Comm. del Gal d e rio i: dal Panzer 
IH. 478. 



— 252 — 

Il terzo ed ultimo stadio delia via, clie mi sono pro- 
posto correre, à il suo termine oggimai raggiunto. Tutte 
le stampe uscite con data certa sino al 1500, le quali 
contengono in tatto, o in parte alcun portato dell' inge- 
gno Veronese, trovansi riferite in questi 387 Numeri. Non 
è a dirsi tuttavia compiuta la bella e ricca serie, e un 
altro buon tratto di via ci resta a fornire. 

Per attenermi al costume usato ne' due precedenti 
periodi mi sia consentito raffrontar questo agli altri. Ora 
da 77 stampe che mi proferse il primo decennio, e 114 
il secondo, le vediamo qui cresciute a 19G. 

Lasciate da banda le 8 edizioni di Plinio, le 2 di 
Cornelio Nepote, e tenuto conto delle 5 di Ca- 
tullo pel Commento che lo accompagna fido, i libri di 
Autor Veronese, sui quali debbo restringere le mie os- 
servazioni, sommano adunque al rilevante numero di 
ben 18. 

Non iscarseggiarono certo le ristampe: a tutti va 
sempre innanzi il Cai de ri ni che n'ebbe 49, cui segui- 
tarono il Guarino con 31, Cipolla e Brugnoli con 
9, Bosso ne conta 5, Partenio, Cillenio, e Zucco 
4, Ar col ano 3, per tacermi degli altri. In tutto 119 
ristampe; laonde opere affatto nuove riduconsi a sole 61. 

Bella schiera di nuovi scrittori ci si offre, e chiede 
essere aggiunta alla serie de' gloriosi Concittadini. Eccone 
i noni di ben 30. 

ACERBI Tommaso DOLCI Bartolomeo 

AVANZI Girolamo GIOCONDO Giovanni 

AVVOGARO Pier Donato ILARIONE 

BARBARO Ermolao LAFRANCHINI Cristoforo 

BEGANI Agostino MAFFEI Agostino 

DEL BENE Paolo Andrea MAFFEI Paolo 

BENEDETTI Alessandro MAFFEI Timoteo 



— roó — 

BOLDIERI Gerardo MONTRESOR Natale 

BONARDI Giovanni NURSIO Francesco 

BRUGNOLI Lodovico RAMBALDI Benvenuto 

GEPOLLA Leonardo DE RIZZONI Marco 

CEPOLLA Michele RUFFO Matteo 

GOTTA Giovanni SAMBUCO Cornelio 

GRASSO Baldassare SIGANO Giovanni 

GRASSO Leonardo TOLLEiNTINI Giovanni 

Figurano qui 2 Vescovi, 8 altri Ecclesiastici, e 20 
laici. 

Continuando le ristampe delle operette grammaticali, 
e didattiche del Guarino, nulla si aggiunse di nuovo 
su questo elementare subbietto. 

Alla Archeologia, e Storia contribuirono Benedetto 
Brugnoli'col darci la Veneta Bernardi Justiniani 
(226). Illustravano con belle osservazioni la quistione sulla 
patria di G. Plinio Sec, osservando al tutto dovercelo 
ascrivere a' nostri, concittadini, Alessandro Benedetti, 
e Matteo Ruffo (290, 302, 303): Giovanni Bonardi 
dava emendata l'opera di Valerio Probo de interpre- 
tandis Romanorum litteris (372) : uscivano del vecchio 
Guarino più tardi voltati di greco in latino i Pa- 
ralleli di Plutarco (350): una Cronaca del Regno di 
Napoli scrisse in terza rima Giorgio Sommari va 
(308): anche del Gal de ri ni comparve la inedita latina 
versione di Pausania (346): Benedetto Rambaldi 
si fece conoscere col suo liber aiigustalis (300): bene- 
merito dell' agiografìa si rese il Monaco 1 1 a r i o n e col suo 
Legendarium Sanctorum (238): un qualche rapporto al- 
l'istoria patria certo à V Or alio Senatui Popoloque Vero- 
nensi di Pier Donato Avvogaro (192): ed all'istoria 
della pubblica beneficenza V Apologia di Fra Lodovico 
dalla Torre (340). 



— "iU — 

Opere di argomento sacro ci vennero da Lodovico 
Brugnoli con la stampa dei Sermones di Fra Antonio 
da Vercelli (235): da Matteo Bosso col flebilis et 
devotisff. Sermo de passione D. N. I. C. (272, e 273): da 
Giovanni Sambuco con l'opera del sommo Aqui- 
nate super pr. et sec. Sententiarum {^^'ì). Il Yen. Paolo 
Maffei, e Don Marco de'Rizzoni fornirono alla no- 
stra letteratura li due primi dettati usciti per le stampo 
in prosa volgare, V uno col trattato del SS. Sacramento, 
ch'ebbe l'onore di pronta ristampa (344, 383), l'altre 
con alcune operette a conforto di Cristiana pietà (373). 

A' filosofici studi e scientifici providero Benedetto 
Brugnoli con la emendazione e commento di alcune 
opere filosofiche di M. T. Cicerone (294): Leonardo 
Nogarola col libro de objecto intellecliis (232), che ri- 
cordo cWestomj un dì caldamente dall'illustre Ab. Ro- 
smini: Giovanni Sicardocon l'opera di Aristo- 
tele de Coelo et Mimdo commentata daGaet. Thiene 
(333): e Giovanni Tollentino coli' altra di Ric- 
cardo Sviseth V opus aiireiim calculationum (353). 

Alla critica emendazione impertanto, ed illustrazione 
■ di scrittori Greci e Latini vediamo aver posto 1' ingegno 
Benedetto Brugnoli (226, 294), G i r o l a m o Avanzi 
in Catullo (271), in Ausonio (289), ed in Lucrezio 
(380): Fra Giovanni Giocondo per le Epistolae C. 
Plinii (372): di Giovanni Cotta le Annotationes in 
Propertium (386): Francesco Nursio soccorreva 
di nuovi documenti la stampa che 1' Avanzi fece di 
Ausonio (289): Domizio Calderini ci dava il Pau- 
sania (346): Giovanni Sica no un'opera di Aristo- 
tele (333): Gio. Tollentino l'altra delio Sviseth 
(353): e Leonardo Crasso la stravagante Hypnero- 
tomachia del Colonna (370). 

In fatto di scienze Mediche possiamo annoverare i 



— 255 — 

diversi libri de peslilentiae causis (193), de co user catione 
sanilalis (239), de observatione in pestilentia (240), e la 
Hisioria corporis immani (334), tutte opere assai stimate 
(fi Alessandro Benedetti. Anche Natale Montre- 
sor dettava una sua lucubrazione de epidemia, quam vul- 
fjares mal franzoso appellanl (321). 

11 diritto ne' suoi diversi riferimenti 'era svolto da 
Bartolomeo Cipolla coi Consilia Criminalia (194), 
vasta opera, seguita da un Index hubenitmis compilato 
dai figli Leonardo, e Michele. Sulle proprietà della 
Chiesa, e come mala opera facessero i Principi attentare 
di spogliamela, scrisse Celso Maffei (261), con in calce 
al libro due gravi Epistole sullo stesso argomento, 1' una 
di un Vescovo Ermolao Barbaro, l'altra di un laico, 
che avea pur voce di spregiudicato, Domizio Cal- 
derina 

A studi di filologia e amena letteratura si ponno ri- 
ferire le Di fferenfiae Cicero ni ?<, operetta desunta a voce 
dal magistero di Guarino (381): una Oratio fimebri.% 
a saggio di laude oratoria, di Tommaso Acerbi (276), 
ch'ebbe ripetute ristampe (277,292,336,378,379). Bal- 
dassar Crasso dettava un Hexametrum in onore di 
Matteo Bosso (335): Battista Guarino un Poe- 
metto, e diversi Carmi intitolati ad Ercole d'Est e 
(296): Agostino Begani pure un Carme in lode del 
celebre astronomo Napoletano Giovanni Abiosi (330). 

Le Muse Italiane non ritrovarono che un solo, né molto 
vago amatore, in Giorgio Somma riva, dava egli di- 
verse composizioni (267, 307, 308). 

Alla classe poligrafia parmi assegnare da ultimo i 
seguenti pezzi, la Hypotesia del Guarino, (247): la disqui- 
sizione di Cristo f. Lafranchini utrum praeferendus 
sit miles, an doctor (319), con premessa una Epistola di 
Bartol. Dolci, ed altra in calce di Paolo Andr. del 
Bene: le Recuperationes Fesiilanae {2'^ì, 241,242), e le 



— 256 — 

Familiares et se cundae (335) , che costituiscono le due pri- 
me Parti deW Epistolario latino di Matteo Bosso: altre 
^Jpisfo/ae di vario argomento dello stesso a Gabriele da 
Vicenza ed A g o s t i n o da Pavia (377), aRobertoSalvia- 
ti (347, 351, 371), a Zaccaria Lilio (248, 297): due di 
Battista Guarino ad Angelo Poliziano(351, 371): 
una di Agostino Maffei al medesimo Poliziano 
(ivi): di Gerardo Boldieri a Bartolomeo da 
Montagnana (320): di Timoteo Maffei a Matteo 
Bosso (206). 

Riassunto 

CATULLO G. VAL stampe n.' 5 

CORNELIO NEPOTE » 2 

») la sola Vita T. P o m p. A 1 1 i e i » 6 

PLINIO SEC ,) 8 

Grammatica » 23 

Storia » 15 

Giurisprudenza » 14 

Filosofia, e Scienze » 10 

Medicina » H 

Versioni dal Greco » 17 

Critiche recensioni Latine » 83 

Teologia » 15 

Letteratura prose Latine » 8 

Prose Italiane » 2 

Poesie Latine » 3 

Poesie Italiane » 7 

Poligrafia » 19 

Restano ancora da prendere in esame i libri, che ap- 
partengono alle altre due Classi. 
(Continua) 

GiAMB. Carlo Giuliari 

Can. e Bibl. 



EMENDAZIONI ALL' ANTICO TESTO VOLGARE 



DELLA 



PASSIONE DI N. S. GESÙ CRISTO 



Al Direttore del Propugnatore 



IH.mo Signor Commendatore 

Non erami apposto male ne invano desiderando allo- 
gare su qualche posticino del Propugnatore un cenno di 
Errata-corrige alla stampa di queir aneddoto in antico 
volgare Veronese, ch'Ella ebbe la cortesia di accogliere 
nel suo pregevolissimo Periodico (1). Necessitato di allon- 
tanarmi da Verona, affidai le ultime correzioni a persona 
amica, ma non abbastanza fornita di quella paziente cura, 
che fa mestieri in simiglia nti bisogne. 

Or eccomi una Lettera dell' illustre filologo Adolfo 
Mussafia, che mi pone sott' occhio con ischietta libertà, e 
insieme squisita gentilezza, alquante voci corse appunto 
in quella stampa, nelle quali intravedeva errore, sembran- 
dogli la lezione discordante in alcuni luoghi anche dal 
Codice, eh' egli aveva osservato e descritto in Verona. Ed 
il chiarissimo Prof, di Vienna notava giusto: dirò aperto. 



(I) Tok V. Parto 11, e. 320-339. 

Voi. VII, Parie L ^ 17 



— 2o8 — 
più ancora (massime in tre luoghi) di quello che avessi 
già scoperto di errore io medesimo. 

Spinto da sì autorevole impulso, affinchè altri filo- 
Ioghi ponendo studio su quella stampa non sieno condotti 
in dubbiezze, o false conghietture , eccole il breve Er- 
rata-corrige; che, se tardo, uscirà almeno piìi compiuto. 



320 Un. 


12 doveva atra ir 


corrige 


deveva atrair 


321 » 


6 vieesso 




» 


i veesso 


» » 


22 respoiroigAe 




» 


respondig/ie 


323 » 


31 diesso 




» 


disso 


» » 


32 a che 




» 


a chi 


325 » 


4 sostegni 




» 


sostegniri 


,y » 


14 me ser 




» 


meser 


327 » 


26 al Pare meo 




» 


el Pare meo 


328 » 


27 domand' a Cristo 




» 


domanda Cristo 


329 » 


30 eia blastema 




» 


el à blastema 


» » 


2^ veerimo 




» 


veeri mó 


330 » 


6 disogAe, e no cognoscime 


)) 


disogAe : E nò cognoscime 




questo 


homo 




questo homo? 


» » 


19 l'ero conscio 




» 


feso conscio 


334 » 


1 spuagave 




» 


spuàvagAe 



Non allegai nell' Errata diversi appunti indicati dal 
dotto Prof, sul conto dei segni diacritici, e divisione di 
qualche parola. M' accordo pienamente con lui, che tutte 
le lingue romanze, e i dialetti specialmente, abbiano ma- 
nifesta inclinazione a sostituire nel passato rimoto, e nel 
participio passato, alle forme accentuate sul tema (co- 
njugazione forte, comunemente detta irregolare) quelle ac- 
centuate sulla desinenza ( conjugazione debole, a regolare. 
Or nella mia stampa non sempre si tenne d'occhio a sif- 
fatta legge, e talvolta si omraise l'accento finale: più ri- 
spondente anche, aggiugnerò, alla natura del volgarizza- 
mento, che trovava la voce latina in tempo passato. Farmi 
da eccepirsi il luogo, sospetto allo stesso eh. Professore, 



— 259 — 
pag. 335, lin. 7 sii follo, e sii mena via, in cui ravviso 
manifesto il tempo presente, com'è pur rafifermato dal- 
l'altro verbo che seguita, e mèteghe ecc. 

Conveniva anche meglio accentuare le voci pag. 327, 
lin. 28, e leggersi laxèlo, e mènemelo za, sebbene giusta 
l'uso rapido del parlare popolano non mi starebbe male 
scritto cosi làxeìo, e mènemelo za. Per la qual ragione 
stampai a pag. 331, lin. 20 tolìlo, e zuèghelo, e non 
zueghèlo. 

Sarei molto persuaso di lasciare a pag. 335 lin. 21 
e 22, così come le accentuava le due volte ripetute bie 
(beate), e non biè. 

Di costa all'è, quando sta per io, egli, dee porsi 
certo r apostrofe, che talvolta fu ommessa, come pag. 323 
lin. S e' ò desidera, 325, 14 (^' sonto apostà, 330, 27 e' 
ó pecca. Non oserei tuttavia porlo in quell'altro luogo 
330, 6, disoghe: E no cognoscime questo homo? come il 
eh. Prof, amerebbe, ravvisando in queir e un semplice 
pleonasmo, assai in uso nel nostro popolo. Anche è molto 
usata fra noi la particella la, che risponde a pronome, il 
perchè starei con la mia lezione 328, 20 perchè i veesso 
le fine che la faro, né doversi stampare le fine che .'' à 
faro. 

Adotterò benissimo il suo avviso di porre ch'el, in 
luogo di chel, o che '/, sfuggitimi qui e colà nella stampa; 
ma non sentomi di seguire la menda proposta 330, 24 
el (f avo empentixon, piacemi più la mia lezione el davo 
en pentixon, bella forma di esprimere eh' ei venia tratto 
a pentimento. 

Eccole, egr. sig. Comm., le brevi osservazioni critiche 
sul testo da me prodotto : m' abbia sempre per suo 
Verona il 1.° Dicembre 1873. - 

Dev.mo Obbl.mo Servitore 
G. B. Carlo Giuliari Can. 



BIBLIOGRAFIA 

» 

LE POESIE 

DI UGO ANTONIO AMICO 

STUDIO 

DI GIUSEPPE SALVO-COZZO. 

I. 

Ella è proprio grande ventura il potere a quando a 
quando annunziare tra noi, di mezzo alla traboccante 9 
poco felice ricchezza di poesie, la comparsa di un volume 
che simile à quello del Prof. Ugo Antonio x\mico , a chiare 
note dimostri come Parte di poetare non sia per anco 
venuta meno in Sicilia. La quale, a dirla sinceramente, 
dal 1860 sin' oggi, e son corsi ben tredici anni, nulla ha 
avuto che sopravanzi i due volumi dati fuori in Napoli 
negli anni 1868-71 , coi tipi di G. Palma , delle Poesie 
di Giuseppe De Spuches Principe di Calati, poeta e tra- 
duttore valentissimo. 

È questa mancanza di buone poesie, a nostro giudizio, 
è da porre a debito al mal vezzo che mano mano sì è 
venuto formando di gettare in rima i proprii pensieri , 
dando loro facilmente il passaporto della pubblicità, senza 
il limae tabor et mora. A questa non bella usanza, che torna 
a nostro danno e vergogna, arrogi un danno ancor più 
grave, la servile imitazione dei forestieri, che allontanan- 
doci dall'amore pei classici nostri, collo studio dei quali 
si deve educare l'intelletto, fa gradatamente scadere l'arte 
divina dei versi. E svisare la propria poesia, adulterando 



— 261 — 

la sua naturale struttura e quella peregrina venustà di forma 
veramente italiana, bisogna pur confessarlo, è indizio di 
grande ignoranza. 

Oggi è manìa di novità, e di novità dannosa. Alcuni 
mestieranti in letteratura lian fatto prevalere nei giovanili 
petti degli studiosi, la strana opinione, che scriver bene in 
poesia è scrivere a vapore e tralasciar la diligenza della 
correzione come di cosa che porti ritardo, lunghe fa- 
tiche; che agghiacci il cuore ed isterilisca la mente. La 
quale opinione di quanto giovamento sia all'Italia, chiun- 
que ha fior di senno può facilmente comprendere. Che 
faremmo cosa troppo lunga se noi volessimo qui dimo- 
strare la nullità assoluta di cotesti predicanti in diciotte- 
simo , nemici aperti dell' onor nazionale ; che , a nostro 
credere, è nemico dell'Italia chiunque ne calpesti le glorie, 
le antiche costumanze e più ancora la natività delle tinte. 

Lo scriver bene in poesia richiede lungo ed assiduo 
studio, profonda meditazione, arte squisita e continuata 
lettura dei nostri classici poeti, dove lo scombiccherar 
versi non costa niente. Testimone la gran copia che ne 
abbiamo di non vera e buona poesia , dalla quale quant' o- 
nore e gloria possa venire all'Italia, non sappiam davvero. 
E come se di versi fosse il nostro più grave bisogno, 
ogni giovane che scappi fuori dalle panche della scuola, 
non piglia la penna se non per imbrancarsi tra' poeti, cosa 
tanto facile oggigiorno, qnanto difficilissima allora che i 
precetti del sagace Orazio non eran fuori di costume. 

Ond' è che stimiamo gran bene per noi e per gli stu- 
dii, ogni qualvolta possiamo mettere in veduta il nome 
ed i lavori di qualcuno di quei benemeriti, che, andando 
remotissimo dalla turba degli odierni verseggiatori, ci ar- 
ricchisca di buone e belle poesie, delle quali, a dirla come 
va, abbiamo maggior penuria che altri non creda. E versi 
tutti d'oro purgatissimo son quelli che Ugo Amico, geloso 



— 262 - 
deir onore e dell'arte, che Dante chiamò dote essenzialis- 
sima della poesia, ha voluto offrire iij^ dono ad alcuni 
tra' suoi amici e benevoli. Epperò ci piace discorrer lunga- 
mente intorno alle stupende poesie originali ed alle for- 
bite traduzioni del valentissimo nostro poeta, che onorando 
lui , tornano a onore della Sicilia. 

E tanto pili volentieri ciò facciamo , in quanto che in 
questa tristizia di tempi per gli studii classici , V esempio 
dei buoni valga, speriamo, a stogliere i giovani dalla so- 
perchia ammirazione delle opere oltramontane e transma- 
rine. Diciamo soperchia ammirazione , perchè la più parte 
degli odierni riformatori, piuttosto che imitare e seguire 
gli stranieri nel bello e nel buono onde son ricchi abba- 
stanza (e sarebbe opera non pur lodevole, ma forse anco 
utile) ne pigliano solamente il brutto ed il cattivo. 

Ecco )a ragione vera per la quale ci siamo indotti a 
scrivere delle poesie del Prof. Amico, che ci si presentano 
in un elegante volume di pag. 252 in ottavo piccolo. Il 
quale intitolato affettuosamente dal poeta al fratel suo ca- 
rissimo Sac. Alfonso Maria , oltre molte inedite composi- 
zioni, accoglie quanto di meglio ebbe dato fuori il nostro 
dal 1853 sino ad ora. 

Noi pertanto parleremo con qualche larghezza di quelle 
poesie che ci sembrano di maggiore. importanza, che il 
parlar di tutte ci trarrebbe assai per le lunghe; e pi- 
glieremo le mosse dalle originali. Vedrà poi ognuno in 
leggendole , come le nostre lodi non saranno mai maggiori 
del merito. 

II. 

Le prime poesie che ci si presentano, aprendo il vo- 
lume, sono nove Sonetti, i quali vennero per la prima 
volta pubblicati in un volumettino di versi affettuosi e 



— 263 — 

mesti , che l' autore si piacque intitolare Ore solitarie. Tutti 
e nove questi sonetti son condotti con molto garbo e 
perfezione, e vanno dignitosi dal principio alla fine. Nulla 
vi puoi riscontrare di sforzato e contorto, non una frase, 
non una parola superflua , non un verso che non sia stato 
battuto a buon conio. La rima vien giii spontanea ; e la 
poesia sotto la penna di un poeta così valoroso , prende 
un andamento tanto elegante e naturale insieme, che a 
prima vista non vi si potrebbe ravvisare l'artifizio poeti- 
co, grandissimo in un genere di poesia che porta con sé 
grandi difficoltà, se da non noi si sapesse arte finissima, il 
nascondere quanto più si possa l'arte. Tra' migliori sonetti 
del nostro , è senza dubbio il seguente che noi riportiamo 
per ammirare le squisite bellezze che vi risplendono, tanto 
che ad esser raffigurate non v' ha bisogno di analisi. Il 
poeta piange in esso la lontananza dalla Sicilia , e ne ri- 
corda gli archi, i tempi antichi e le castella. 

» Sempre a le verdi tue piaggia felici 
» Odorate di aranci e di mortella, 
» A l'onde dei tuoi campi irrigatrici, 
» Agli archi, ai tempi antichi, alle castella; 

» A le rive pescose , ai colli aprici , 
» Ai dolci accenti della tua favella , 
» Al caro bacio di più cari amici 
» Torna il cor sconsolato , isola bella. 

» Ed al riso dei tuoi nitidi cieli 
» Rieda sempre la stanca fantasia 
w Fin che ogni luce al veder mio si cefi; 

» Che ivi amor primamente; ivi educarmi 
» Nel dolce amplesso della madre mia. 
» Muse più sante a ingloriósi carmi. 

E poiché abbiam fatta parola dei sonetti, vogliam dire 
sin da ora anco ben condotti i due che si trovano a pag. 



— 264 — 

G6-67, scritti il 22 iMarzo 1870, quando la Società Tri- 
nacria dall'antica Erice, patria del nostro poeta, ebbe 
dato nome ad un magnifico battello a vapore. 

Ai sonetti vien dietro una stupenda Canzone ; cui suc- 
cede r Ispirazione poesia soavissima davvero per delicata 
fragranza , nella quale il Prof. Amico apre i secreti dell' arte 
com' ei l' intende. 

Né men da lodare per la purezza della lingua, per 
la vaghezza del colorito e per la spontanea cadenza del 
verso , sono gli sciolti intitolati a Francesco Lojacono 
paesista di quel valore che tutti sanno. Il poeta vi descrive 
mirabilmente, ed in modo da farla a gara le parole coi 
colori, due stupende dipinture, le quali ci ritraggono, l'una 
un luogo solingo ma artistico in quel di Boccadifalco ; e 
l'altra il principesco palagio di Belmonte all'Acquasanta. 

Mirabile è l'arte, onde il Prof. Amico dipinge il pri- 
mo paesaggio (pag. 20). Né meno maestrevolmente ci é 
descritta la villa Belmonte, che posando sul dolce pen- 
dio del Pellegrino, s'avanza fin presso la sponda del 
mare , circondata com' é da odorosi viali , da floride aiuole 
e da amenissime ville , dalle quali vien su a ricrearti 
un' aura 

« Tutta impregnata dall' erbe e da' fiori. » 

Ecco adunque il poeta nel descrivere questo secondo 
paesaggio. 

« In un picciolo seno entra e si allarga 

» Si come lago il mar : la placid' acqua 

» Finge del suo azzurrino il ciel che netto 

» Vi si specchia ; e la luce , onde l' irriga 

» Il sol da la mattina, pari a terso 

» Vetro rifulge, o al molle fiato tremola 



— 2G3 — 

» Come zaffiro. Sovra l'acque sorge 
)) Con facile pendio lieta una piaggia 
» Del Pellegrino, cui vestì del riso 
» D'ogni verde non già natura, ingrata 
» Madre a lo scoglio, ma de l'uom la lunga 
» Pazienza costante. Ove adorezza 
» Oggi '1 mirto, e V errante edera e il bosso, 
» s' innaiira il fior de le gaggie, 
» tra r erbe soavi odora occulta 
» Pallida violetta , o s' erge altera 
» De le porpore sue l' idalia rosa , 
)) Aspri scogli rizzarsi; e sovra d' elli 
» Chiuse il volo l' alcione superba 
» Contro r ira dei fiotti , ed alga e sabbia 
» Mirò avventarsi ai piedi; e alcuna volta 
)) Fuggio atterrita il solitario nido, 
» Che a le spiagge sentì barbare voci 
» De le schiere che avea seco il gagliardo 
» D'Epiro, l'altre che adduceva il prode 
» Libico duce, quando il sican lido 
» Coi barriti assordar getule belve. 
» Tu il riso pingi del bel loco: a manca, 
» Del monte un nudo balzo , e giù da quello 
» Arbori e fiori e pampani e boschetti 
» E irrigue fonti, e presso della viva 
» Le barche peschereccie, e insieme accolta 
» Gente che l' aer puro e il ciel guardando 
» Par dica : in mezzo a noi sorride amore. 

Questa è ben poesia e di gusto veramente squisito. 
Né crediamo che sia alcuno , il quale , leggendo questi 
sciolti, frutto di lunghi studii, non si avveda qual gran- 
dissima distanza passi tra' i versi stupendi di un poeta 
educato alle forme classiche, e le noiose rime di più che 
mezzo milione di quei poetuncoli scagnozzi da dodici alla 
Grazia , i quali ignorano che in poesia — come diceva quel 



— 266 — 
potente ingegno di Vincenzo Monti — « far presto e bene 
ne Apollo , né le Muse a ingegno umano il concedono » . 

Ed al palagio Belmonte , posto in luogo così pitto- 
resco e piacevole, usavano a ricrearsi alquanto delle lun- 
ghe fatiche quei valentuomini che furono Michelangiolo 
Monti , il quale , se ben mi ricordo , ne fa onorata nomi- 
nanza in una sua bella poesia, il Piazzi ed altri lodatissi- 
mi vanto e gloria alla Sicilia nostra, ed 

» ivi la musa 

» Del maggior fabbro del parlar sicano, 
» Dettò carmi divini 

non solo , ma amicissimo com' egli era il Meli del prin- 
cipe di Belmonte ne cantò la casa e la villa con V ode XLII , 
che incomincia : 

« Surgi da l' unni Proteu 

)) Fissa di l'Acqua Santa 

» L' occhiu a la schina sterili 

» S' infoca d' estru e canta. 

Il canto Eleonora d' Este , letto in un' accademia 
colla quale festeggiar si volle Torquato Tasso, è di sì clas- 
sico sapore che facendo nostre le parole di un valente 
letterato siciliano pare « un caro fiore di fresche foglie, 
ma di antico giardino i cui coltivatori sono stati TAlighieri 
della Vita Nuova, il Sacchetti ed il Firenzuola delle Bal- 
late». Eppero si contenti il discreto lettore che noi rife- 
riamo i dolci accenti che il poeta mette in bocca a Tor- 
quato Tasso, il quale non sì tosto ebbe mirato in volto la 
gentile Eleonora, che ne fu preso di ardentissimo amore. 

« Sorridi a me, sorridi, 

» Creatura del ciel; la tua pupilla 

» Volgi al fido cantore , 



— 207 — 

» Che tu mi sembri angeletto d'amore. 

» Te nella mente io vidi ; 

» E tal secreto immaginar ti fìnse 

» Che lo splendor che brilla 

» Dai tuo guardo soave 

» Di lume così nitido la cinse 

» Che intelletto ed amor per te sol ave. 

» Eri de l'alma mia forse un mistero, 

» Ma limpido , sereno : 

» Luce immortai del vero, 

» Il sogno del pensier tu illustri .appieno ! 

» Sorridi , angelo mio , 

» Nel tuo riso è l' amor che vien da Dio ! 

E chi sa quai dì felici auguravasi il giovane Torquato ! 
Bello della persona , cittadino della piìi fertile ed incivilita 
città d'Italia, conscio dello straordinario intelletto di cui 
gli era stato largo la natura, amante perduto di vaga e 
nobil signora, egli dipingeasi certamente un roseo avvenire 
da renderlo felice per tutta la vita. Se non che la calun- 
nia e r invidia stesero compatte le braccia a vibrargli un 
colpo micidiale I Torquato era cacciato in triste prigione : 

» sepolto 

» Entro lurida cella, 

» Qual uom perfido o stolto, 

» Geme il signor dell'altissimo canto. 

» Ahi! qual maligna stella, 

» qual sinistro fato, 

» Spinse neir ombra di prigion funesta 

» L'innocente Torquato? 

» p' ogni sua gloria la mercede è questa ? 

» È questo il merlo degno 

» Onde onori, o fortuna, un tanto ingegno? 

Qual pittura piìi viva e piìi vera poteva egli fare il 
Prof. Amico dello stato infelicissimo a cui era ridotto il 



— 268 — 
poeta dell'altissimo canto? Di qual peso non dovette 
riuscire all'animo innamorato del giovin cantore quella dura 
ed ingiusta prigionia?! Di quante amare lagrime non do- 
vette egli spargere il lurido suolo della luridissima cella, 
in pensando alle perdute speranze ed agli amari disin- 
ganni, che 

» nessun maggior dolore 

» Che ricordarsi del tempo felice 

» Nella miseria ^ 

E quante volte nell' abbandono in cui si giacque non 
dovett'egli invocare la morte quale apportatrice di sol- 
lievo?! L'armonia del verso ti dipinge mirabilmente que- 
sti trapassi; ed il canto or ti si presenta sotto \e dolci 
forme dell'idillio, ed or colla mesta soavità dell'elegia. 
I giorni tenebrosi, le ore che parean tarde al derelitto, 
le tristi immagini, i pensieri di vendetta, tutto ha fine 
colla fredda morte, dappoiché il soave canto si chiude a 
questo modo: 

-» Là, per gli eterei giri, 

» Ove passano l'alme innamorate, 

» Ogni stella si accende in suo fulgóre: 

» E , d' amor fra i sospiri , 

» Un suon giiingea a la terra ad ora ad ora: 

» Riede al ciel con Torquato Eleonora. 

E che direm noi delle terzine intitolate Erice la 
classica terra di cui si lungamente parla l'altissimo poeta 
al 5. lib. dell'Eneide? Esse sono intera manifestazione 
dell'amor vero che il Prof. Ugo Amico sente per la sua 
patria. Il quale amore ben chiaro si vede dai versi dedi- 
cati a Luciano Spada che il poeta, riandando col pen- 
siero la passata gloria dell' Erice sublime, con uno slan- 



— 269 — 
ciò che erompe dall'anima veramente passionata, prega 
r amico suo a riacquistarle la virtù caduta. 

» Svegliala, o tu, che '1 puoi 

» Dal silenzio de' secoli; se giace 

» In un sonno fallace, 

» Questa che madre fu d' incliti eroi , 

y> È pur nostra vergogna 

)) E dal tempo ci viene acre rampogna. 
» Caddero le superbe 

» Moli, e l'ardue bastite, ond'er.a cinta, 

» Fra le macerie e l' erbe 

» Giace negletta e vinta: 

» A r augusta ruina 

» Solingo il passaggier l'ammira e inchina! 
» Pur se a tale dei tempi 

» Danno, s'aggiunge il nostro vii disprezzo, 

» Ben scellerati ed empi 

)) Ci dican quelli che verran dassczzo, 

)) Cercando una memoria 

» Che parli ancor della passata gloria. 

Là dove però il Prof. Amico, lasciate le altre cose, 
penetra nel santuario della propria famiglia, i suoi versi 
dolci per delicato affetto, s'informano d' una squisitezza 
di sentimento e si vestono di una tinta di malinconia tanto 
soave, che mostrano in lui un vivo ingegno ed un core 
affettuoso. Testimoni le Memorie iV Autunno intitolate al- 
l' amata consorte Vincenzina La Rossa, per le quali, ri" 
ritornando il poeta alla memoria il dolce tempo in cui 
r ebbe primamente veduta alle falde dell' Erice bello , 
piange il fratel di lei Rocco, che congiunto il suo brac- 
cio ai nuovi venuti, ebbe immaturo la morte addì 27 
maggio del 1860 al ponte dell'Ammiraglio. Testimone la 
Pia Ricordanza, elegante, mesta ed amorosa poesia, 
scritta in occasione del primo annuale della partenza da 



— 270 — 
questo mondo terreno della madre del poeta. Il quale, 
come a sollievo dell'animo suo desolato, volle dedicare 
quegli sciolti , dati fuori per la prima volta a Firenze nel 
1863, all'amata sorella Angelina. Testimoni gli affettuo- 
sissimi versi ch'egli consacra alle due care figlie Manetta 
e Stellina, con questa epigrafe: 

»... dulces occurrent oscula nati 

» Praeripere, et tacita pectus dulcedine tangent. 

Dura lezione ai poeti gaudenti d'oggidì, i quali, o 
non volendo imparare, o simulando sconoscere come da 
puro amore nascer possa buona e vera poesia, più che 
la soavità degli affetti ci dipingono sconce brutture. 

Tutte le altre poesie sono, in generale, una conferma 
sempre piìi splendida della bella fama di poeta gentile, 
culto ed elegante di cui ha sempre goduto il Prof. Amico : 
e noi crediamo rappresentata la lirica italiana in tutto il 
suo splendore nei componimenti intitolati : A Santa Chiara ; 
Pia dei Tolomei; Nina Siciliana; Amore e Morte; 
I due amici. Epperò , passandoci per brevità di tutti gli 
altri, di questi ben volentieri ci tratterremo ancor lunga- 
mente, riportando, come al solito, quei luoghi che piìi 
faranno al caso nostro. 

La lirica sacra (e chi noi sa?) ha avuti pochi cultori 
in Italia. Il Parnaso dìfatti altro non ci offre di bello che 
nel 300 il magnifico inno dell' Alighieri alla Vergine nel 
XXXIII del Paradiso; e la stupenda canzone del Petrarca 
a Nostra Donna; nel 500 le Rime del Savonarola e del 
Benivieni, le quali seminavano fra il popolo la virtù, in- 
spirate com' erano a sentimenti di amor patrio e religioso : 
e nel secolo decimonono gì' Inni di quel valentissimo che 
fu il Manzoni; e quelli di Terenzio Mamiani, il quale, me- 
more di ciò che a lui giovanetto consigliava il Perticari: 



— 271 — 

« Fatevi antico se volete esser grande » nell' Inno a S. 
Sofia si provò, com' ei dice nella Prefazione, d'introdurre 
quanta pietà ed affetto cristiano possa leggersi mai nelle 
Vite di Fra Cavalca. 

Non essendo adunque la lirica sacra merce di moda 
tra noi, a taluno di quei nuovi umori che mai non so- 
gliono mancare, si parrà di certo un frutto fuori sta- 
gione rihno a S. Chiara scritto dal Prof. Amico; non 
che cosa strana eh' e' gli dia posto in un volume di versi. 
A noi però si pare (e possa chi lo nega rimanersi nella 
sua beatissima opinione) che ben si appose egli nel met- 
terlo di mezzo alle sue poesie, dappoiché — come ben 
diceva il Perticari — « i versi non furono immaginati per 
togliere dalla riverenza di Dio e della religione, ma per 
inviare gli uomini alla virtù, e seminare d'alcun fiore 
un viaggio che per sé stesso é tutto aspro » (1). 

L'Inno a S. Chiara, scritto per monacazione, e 
pubblicato primieramente nell'aprile del 1858, è, a cre- 
der nostro, meritevole di far bella compagnia ai migliori 
della scuola del Mamiani (2). Il Prof. Amico ha fatto te- 
soro delle saggie parole del Perticari, e si è fatto antico 
anch' egli. Dall'aurea semplicità che spira dalla sua poesia, 
dalla pietà e dall'affetto cristiano che v' è per entro, ei 
si mostra studiosissimo del beato trecento, specie delle 
Opere di Frate Domenico , uno dei più politi scrittori che 
vanti la nostra lingua. 



(1) Lettera al Conte Terenzio Mamiani della Rovere. 

(^) Ed è qui bene avvertire come dì gusto veramente classico sian 
anco le Poesie Sacre del Rev. Sac. Giuseppe Ferrigno (Palermo, tip. Tam- 
burello, 1872, in 8) e quelle del Prof. Mnlieo ArAmona { Poesie edite ed 
inedite — Palermo, Lao, 1862 in 8;). Le quali ultime venner merita- 
mente encomiate dall'illustre Prof. Carmelo Pardi (Scritti vari — Pa- 
lermo, t87t, in 8. voi. II. pag, 380. e ss.) gentile e purissimo cultore 
anch' egli (ielle Muse, ed autore d'un bellissimo inno a S. Rosalia (Scritti 
vari — Palermo 1873, voi. 1. pag. 151). 



— 272 — 

La Pia dei Tolomei, ch'ebbe argomento da una 
mirabile dipintura del valoroso paesista Francesco Loja- 
cono, andrebbe qui riprodotta tutta quanta, si è dolce, 
squisitissima: e crediamo che non sia nessuno che, re 
candosela sott' occhio, non si porti come noi col pen- 
siero alle fosche sale del lugubre castello, e non creda 
sentire come un lontano lamento che, attristandogli il 
cuore, par gli ridica le meste note, colle quali T infelice 
donzella, vittima di sposo infido , ritornava sospirando alla 
memoria il falso amor di colui che disposata V avea colla 
sua gemma. 

Arte finissima è in questa poesia del Prof. Amico. 
La quale Arte s' impara solo con lungo studio e grande 
amore, coli' ingobbire tutta quanta la vita sui volumi dei 
migliori nostri classici poeti, succhiandone il Bello dote 
essenzialissima della poesia. E del Bello così scrive il no. 
stro poeta in quella cara poesia eh' è la Farfalla, ogni 
concetto della quale, ogni verso, anzi ogni frase è una 
squisita bellezza. 

» Ne le sudate carte 

» Anior dei Bello a ricercar m'invila 

» I fior vaghi de l'arte, 

» Ch'ama creando e il ver nei canti imita. 

L'idillio ringiovanito in Italia per opera del Monti, 
del Leopardi, del Carrer e del Mamiani, vien tra noi fe- 
licemente coltivato dal valoroso Giuseppe Despuches, Prin- 
cipe di Calati, il quale un bellissimo ne poneva nell'ul- 
tima raccolta dello sue liriche (1); e dal Professor Ugo 



(1) Di quest'idillio, intitolato la Ghìta discorre ben lungamente 
l'egregio Sig. Luigi Savorini segretario di questo periodico, in un suo 
lunghissimo studio sulle Poesie del Principe di Calati — V. Propugna- 
lore, anno 6.°, dispensa 3." pag, 454 e ss. 



— 273 — 

Amico che soli due si piacque pubblicarne. Il primo dei 
quali, intitolato con versi stupendi ed affettuosi a quel 
valentissimo eh' è l' Ab. Vincenzo Di Giovanni , s' ebbe 
nome da colei, che, congiunta in nodo d'amore al poeta 
da Majano, volle che apertamente Nina di Dante si chia- 
masse. 

Immagina adunque il poeta in quest'idillio, che a 
far lieto di canti il ritorno del vincente Enzo, tutta la re- 
gai famiglia convenga alla Zisa, ove maestoso si leva un 
antico castello con delle stanze squisitamente lavorate alla 
moresca, e circondato tutto all' intorno da un giardino 
eh' è assai mirabile cosa a vedere, siccome ricco d' ogni 
ben che la terra fertile mena. Ivi si aduna la bella scuola 
di coloro che furon vanto e gloria alla Sicilia nostra. Al 
magno Federigo 

» che primo scosse 

- » La barbarica nebbia, e mise in grido 
» Il sermon che sull'Arno indi pososse (1), 

ed ai bennati suoi figli Enzo e Manfredi si aggiungono 
Pietro il fedele, Guido e Kuggievo, Odo e Inghilfredi e 
e quel Jacopo da Lentini che tanto lustro e splendore 
recò alla Corte degli Svevi. I quali con molti altri chiu- 
dono in nobil corteo la sicula poetessa 

». . . .cui tanto il ciel diede bellezza 
» E di forma e d' ingegno .... 

(Continuano) 



(1) Borghi — Cantica in movie di Vincenzo Bellini — Palermo. 
|X3f>, in S. 

Voi. VII, i';!ilc 1. IH 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 



Nomi volgari adoperali in Italia a disegnare le princi- 
pali piante di bosco (Voi. 60 degli Annali di agri- 
eoltura industria e commercio. — Firenze, Barbera, 
1873). 

Fra le tante pubblicazioni pregevoli che va facendo 
il Ministero italiano d'agricoltura, industria e commercio 
ad istruzione degli economisi dello Stato n' è una che se 
fosse stata diretta da un filologo avrebbe portato luce 
non poca sulla questione dei dialetti della penisola. Essa 
è il sessantesimo Volume degli Annali di quel Ministero 
ed ha per titolo: Nomi Volgari adoperati in Italia a 
designare le principali piante di bosco; V ha stampato il 
Barbera Tanno iestè finito. Una bella serie di scritti sulle 
piante italiche abbiamo, ma che comprenda tutta la peni- 
sola non sono finora che (juelle del Bortoloni e del Par- 
latore; né di questi e dogli altri è fatto conto del volgo 
che ha suo speciale interesse ne' battesimi delle piante 
che gli sono più in uso per i suoi speciali o comodi, o 
interessi, o necessità. Il Ministero ha con quel libro riu- 
niti in un sol volume i nomi volgari di molte piante legnose 
italiane. Il fine avuto è detto nella prefazione « intanto 
» potrà tornar utile a tutti coloro che, conoscendo sol- 
» tanto il nome volgare di una pianta, vogliono appren- 
» derne quello usato dai botanici, o viceversa ». 

Il Ministero ha compilato; han dato gl'ispettori e gli 



— 275 — 
ufficiali forestali. In lesta al genere e alla specie sta il 
nome botanico; ivi sotto, il nome italiano; poi il nome 
vernacolo. Questi nomi si rendono per Regioni: Piemonte, 
Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia, Marche ed Umbria, 
Toscana, Provincia di Roma, Provincie meridionali dell'A- 
driatico, Provincie meridionali del Mediterraneo e del Jo- 
nio, Sicilia, Sardegna; ma di esse Regioni distinguonsi nelle 
città contadi ehe parvero sonare que' nomi diversamente 
fra loro. I Lombardi, i Veneti, i Siculi sono resi tali quali 
terminati dal dialetto; qualche volta que' dell' Emilia e del 
Meridionale mediterraneo; spesso si dà una sola voce per 
più Provincie, più spesso più voci per una sola provin- 
cia, come, per esempio, all' almis incana (Willd.) eh' è 
V Ontano peloso, nel Bellunese si chiama Arner, Oniz, 
Oner montan, Arner bianco, Auniz , Oniza, Lampidies , 
Ambie, Ambi, Aunize mate. Questo può poco giovare alla 
stoiia della lingua mancando la sicurezza dell' ortografia 
secondo la pronunzia. Quell'Omz, qneW Auniz devono 
pur essere la stessa voce condotto l' an all' o come in 
tant' altre voci d' ogni parte d' Italia, e l' Aunize non ha 
di diverso da quelle che lo strascico della vocale aggiunta in 
Une; COSI V Oniza. M^V Arner, l'Ow^»" mi danno una corru- 
zione speciale, e le voci Ambi ed Ambie una derivazione da 
popolo diverso, e da più diverso il Lampidies corruzione 
certa di greca voce accennante al bianco della foglia di quella 
belula. Là ove suona il Lampidies dev' essere stata immi- 
grazione di Grecia, o di xMagna Grecia. VOnizza è nel- 
r Alessandrino e nel Bresciano, e con diversa inflessione 
nel Veronese e nel Pavese; a Cosenza Atizino; nell' un 
versante e nell'altro meridionale (Campobasso e Benevento, 
poi Vesia e Ontanello od OntaneUa. La Velica è chiaro 
pei mutamenti soliti del b in v, e viceversa, essere la Be- 
tica altrimenti nominata Betula forse proveniente dalle 
rive del ^(;// di Si)agna. l diversi Ontani hanno in Pie- 



— i276 — 
monte anche il nome di Verna, corso abbasso sul Ticino, 
e per V Ontano glutinoso sino a Goscenza come aggiunso 
di Auzino. 

Quest' è un solo esempio e non pieno ma dato a 
considerare per le difficoltà di tener dietro alle origini di 
questi nomi sparsi come tanti emigrati da quelle per tutta 
Italia. In essa vece trovando il nome italiano, sia pur av- 
volto nella pronunzia in più luoghi lontani gli uni dagli 
altri, ben sì raccoglie dove si mantenne la sede. Ma anche 
per questo abbiamo contraddizioni che ci lasciano dubbio 
sulla diligenza degli agenti forestali in dare i nomi se- 
condo i paesi. Nella famiglia degli Aceri il campestre di- 
cesi Lappo e Loppio, e perde la l quasi dappertutto chia- 
mandosi Oppio in moltissimi luoghi da capo a fondo d'I- 
talia; per corruzione Occhio in SkWia, Chioppo a Firenze. 
Il Loppo è in Emilia da Bologna a Forlì e Ravenna; è a 
Chieti, a Potenza ; e il Loppio quivi stesso e a Pesaro ; ma 
quesf esso si nomina Acer riccio a Catanzaro e a Reggio 
calabrese, eh' è il nome italiano dell' icer platanoides di 
Linneo cotal riconosciuto nell' Emilia, nelle Marche, a Fi- 
renze, ad Arezzo, e Acero riccio nell' Italia meridionale e 
in Sicilia. 

Nell'Avellinese quest' icer campestre alcuni chiaman 
Ficaia, e sarebbe stato buono dare il nome del paese di 
quella Provincia; se si dovesse pensar dritto sarebbe l'i- 
cero fico, V Acer opalus più presto nominato Acero falso ; 
ma questo nome, che non si trova nella sua rubrica, si 
trova in vece in quella del pseudo-platanus nel tratto già 
indicato dell'Emilia e in Toscana, a Firenze specialmente, 
e poi a Catanzaro altresì e a Reggio sunominati. 

V arbutus unedo, che è il corbezzolo, dicesi Cerasa 
marina sulle rive adriache e le romane, a Perugia e ad 
Aquila altresì, ma nei due versanti dell'Italia meridionale 
ha una infinità di nomi strani, segno certo che vi fu ini- 



— 277 — 
portalo, e poiché fra essi è quello di ubriachella, eh' è 
anche in Sicilia, ma non altrove, può tenersi che gli fu 
dato dair effetto che producono i suoi frutti maturi in chi 
troppi ne mangi. Nel Veneto ha anche il nome di Fra- 
gola di monte, se non è errore di chi ne scrisse perchè 
ivi si dà tal nome al Corbezzolo delle Alpi, eh' è P arbu- 
tus alpina; nel meridionale molti lo chiamano sorbo pe- 
loso, e nel litorale toscano Albatro, traduzione infelice di 
arbutus. 

Importato alle Provincie meridionali del versante me- 
diterraneo (Catanzaro e Catania) è il nome di Bruera e 
fìruiera per le Eriche da scopa, e che trovasi in Piemonte 
e in Lombardia, dato probabilmente a quelle piante per- 
chè allevate nelle brughiere; portato dalla bassa Italia al- 
l'alta è il fagus sylvatica' dì Linneo, italianamente Faj/^io, 
che colaggiù dicesi anche fago, faio, faro, faga, favo, e 
nel Padovano fagaro, a Vicenza e Treviso fagher; a Udi- 
ne, che forse T ebbe più tardo degli altri, fainr e anche 
Vespiil; più all'Occidente sino alle Alpi generalmente fo, 
e fo dice il piacentino, e non faz registrato nel Volume.- 

Diffuso per tutta la penisola è il fico, o la fica-bi- 
fara, o carica di Linneo; ma nel Volume sotto quel 
titolo botanico si nomina selvatico o selvaggio che non 
gli attiene essendo questo il caprifico che a Messina op- 
portunamente è detto fìcara sarvaggia. S'è vero che il 
titolo di selvaggio diano in alcun luogo al fico, è a Peru- 
gia pazzo, temo assai che siasi fatta confusione. Né ra- 
gione si trova di Taverne dato da Alessandria e da Pavia, 
Tavernella da Parma e Tavernel da Piacenza al Gattice 
Pioppo bianco, se già non fosse che le foglie e le frondi 
de' pioppi essendo amate dagli animali bovini, di quello 
fossero amanti i torelli; e il vocabolo fosse una corru- 
zione di taiirinello, coniato in quella zona lombarda fa- 
mosa per mandre bovine come oggi il lodigiano. 



— 278 — 

La Rosa delle Alpi, eh' è il rhododendrum ferrmji- 
neiim di Linneo, ha ornai tanti nomi quanti i paesi in cui 
si trova. Nel cuneese dicesi boryognon e artosin, a Novara 
rotosin per corruzione, e per peggiore alterazione rata- 
scia onde si accenna Borgogna e T Artois donde a quei 
luoghi venne; a Vicenza è chiamata col suo nome botanico. 

Per una special parte devo affermare che se il volgo 
de' piacentini andrà con vocaboli suoi a cercare in questo 
libro i nomi italiani e i homi scientifici sarà disperato dì 
trovarne perchè si è tenuto che il parmigiano e il pia- 
centino abbiano le stesse voci e uno stesso dialetto men- 
tre in ben poco si assomigliano. Alpiacentino si fa chia- 
mare melali il mespilus azarolus dato anche al parmi- 
giano, ma quello il nomina pom lazarein! ; si fa dire pir 
alla peruggine, ma ei la noma per e pargalla; e dice 
rovla e non rora. la rovere; non rosa patelenga ma gral- 
lacìii la rosa di macchia ; olam e ormai non olm all'olmo ; 
zàrr non scer al cerro; nespol non nesper al nespolo; 
nizzeula non ninzol, né nizzola. Ne dice faz al faggio, 
ma fo come i più dell' alta Italia e di Liguria colla quale 
il piacentino monte confina; e come il Lombardo: faz pel 
piacentino è fascio e fasci. Né al salcio da' piacentini si 
dà l'epiteto da ligher ma darebbesi da ligà differenza no- 
tevole d' infiniti terminativi dei due dialetti. Così si ha 
cornai e non corna, spein non spin, sorba non sorbla, 
znàstra non znester, carpen non carpin, e al giuggiolo 
non dice zinzarac, ma zinzavrein, e altre differenze sono 
dal parmigiano quanto il carattere e la natura fisica e mo- 
rale dell' un popolo dall'altro. Il Volume che poteva ren- 
dere un gran servigio come un particolare deposito di docu- 
menti linguistici a noi non serve, se ad altri serva e quanto, 
altri dirà se dir gli piaccia; mi parve per nostri studii 
mettere altrui sull' avvertito opera giusta. 

Prof. L. SCARABELLI. 



— 279 — 

Studj ed Osservazioni di Pietro Fanfani sopra il Testo 
delle Opere di Dante. — Firenze. Tipografia Coope- 
rativa. Via Mucci N. GÌ — 1873 un Voi. in 8." di 
pag. 356. 

Chiunque ama di cuore la patria accoglierà sempre 
con grato animo le opere di questo sommo Filologo, si- 
curo di averne veraci ed utili ammaestramenti per le let- 
tere italiane, che tanto possono pel progresso civile e mo- 
rale della nazione. Per quest' opera la, nostra gratitudine si 
fa più lieta trovandola dall' autore intitolata al commen- 
datore Francesco Zambrini; perchè questa pubblica di- 
mostrazione di onorevole amicizia fra dotti uomini, che 
gareggiano a tutto lor potere per tornare in gloria la na- 
zionale letteratura, e rimetterla nella via del progresso, 
oltre ad essere di lieto augurio per l'esempio che danno 
di loro stessi , richiama alla memoria in quale venerazione 
il fiorentino Alighieri avesse il bolognese Guinicelli, e di 
tratto si è mossi dal desiderio di porre subitamente l'a- 
nimo a coteste osservazioni. Dalla conoscenza delle quali 
si è quindi condotti a studiare le opere del divino Poeta 
nel modo consigliato dall'egregio Fanfani; cioè con. la 
scorta della lingua investigandone il bello e gli alti sensi, 
onde sono piene le opere sue, il concetto morale, reli- 
gioso e politico che le informa, e ricercarne quindi quello 
che e' è veramente senza troppo scostarci dagli antichi 
commentatori. Cosi fatta sentenza viene anzi tutto da Lui 
provata con presso che cento lezioni o studi, atti a mo- 
strare ancora come il divino Poema si possa rendere sin- 
cero e genuino quale fu scritto dall' autore : lezioni e studi 
esposti tutti con naturale semplicità e rettitudine di ra- 
gionamenti assai efficaci a far palese con T evidenza del 
fatto che le parole, vero specchio della mente, hanno il 



— 280 — 
loro vero significalo dall' intera espressione del pensiero. 
Della qual cosa ognuno se ne può rendere da se persuaso 
solo dal considerare con quali ragioni ei faccia conoscere 
che r aggiunto di solo un' accento sia più che a sufficienza 
per rendere chiaro il primo terzetto, che comunemente 
ed in quasi tutte le stampe si legge 

Nel mezzo del caramin di nostra vita 
Mi trovai per una selva oscura, 
Che la diritta via era smarrita. 

perchè accentando quel Che ne viene dipinto il concetto 
con assai maggior chiarezza; assicurando non esser egli che 
una vera congiunzione causale, e, checche ne dicano al- 
cuni, conservando però sempre il verbo era, non solo per 
non dare nell'anfibologia; ma anche perchè è modo co- 
mune sentendosi tutto dì — La mia causa è perduta — 
// libro è trovato — . espressioni che sentono dell' ellittico 
parendo voler dire: « La mia causa è perduta da me 
— Il libro è trovato da noi — e così — La via della 
selva oscura era smarrita dalla ménte o dalia conoscenza 
di Dante. Ancora ne piace il ricordare con qual ragiona- 
mento il dotto Fanfani venga dimostrando come nella se- 
guente terzina del canto IV — verso 91 — 

Però che ciascun meco si conviene 
Nel nome, che sonò la voce sola; 
Fannomi onore, e di ciò fanno bene. 

il verbo convenire non possa qui valere che — es- 
sere uguale — poiché — si conviene meco nel nome — 
vale quanto — è uguale a me nel nome, ovvero, ciascuno 
è poeta come me. — E ravvalora e convalida le sue ra- 
gioni con esempi di altri autori e con tanta scienza filo- 



-- 281 — 
logica da venirne naturalmente, e ad un'ora chiarito il 
significato della parola — Voce — non essere altro che 
quello di — Poeta — e ne splende più chiara la verità 
col cambiare soltanto V interpunzione del lesto mettendola 
a questo modo: — 

Però che ciascun meco si conviene 
Nel nome, che sonò la voce sola, 
Fannomi onore: e di ciò fanno bene. 

• 

e con questa lezione si fa pure conoscere di quanta im- 
portanza sia il ben punteggiare uno scritto. Importanza 
resa dal Fanfani assai piìi manifesta nei seguenti versi del 
Canto I. — 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura 

Questa selva selvaggia ed aspra e forte. 

Che nel pensier rinnova la paura ! 
Tanto è amara, che poco è più morte. 

Ma per trattar del ben ch'i vi trovai. 

Dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte. 

perchè , dopo aver mostrato con sano ragionamento quanto 
nuoca queir esclamazione Ahi alla semplicità del racconto, 
e contrasti con il vero signilìcato di questi sei versi da 
lui spiegati con la massima splendidezza, propone di cam- 
biare quel Ahi in E e di punteggiare nella seguente 
forma: — 

E, quanto a dir qual era, è cosa dura, 
Questa selva selvaggia ed aspra e forte 
Che nel pensier rinnuova la paura: 

Tanto è amara che poco è più morte; 
Ma, per trattar del ben eh' i' vi trovai. 
Dirò dell' altre cose eh' i' v' ho scorte. 



282 

punteggiatura che fa da vero commento, come dice Egli 
stesso, aggiugnendo che la lezione pili comune dei co- 
dici antichi è priva ancora di quel verbo — è — posto 
innanzi a — cosa dura • — il che vieppiù conforta l' in- 
terpretazione fatta da Lui. 

Quanto importi il saper mettere al lor luogo i punti 
e le virgole, acciocché ne esca il concetto chiaro qual è 
nella mente dell'autore, il mette in maggiore evidenza il 
vario punteggiare dei versi 64 e 65 del XXII Canto del- 
l' Inferno : 

Lo Duca : dunque or di' degli altri rii : 
Conosci tu alcun ecc. 

che ben altro ne viene il significato dicendo come dal- 
l' egregio Fanfani è proposto: 

Lo Duca dunque: Or di', degli altri rii 
Conosci tu alcuno che sia latino 
Sotto la pece ecc. 

Eziandio i versi 34 e 36 del Canto VII del Purgatorio 
si trovano con questa interpunzione: 

Quivi sto io con quei che le tre sante 
Virtù non si vestirò, e senza vizio 
Conohber l'altre e seguir tutte quante. 

dovendo essere invece nel seguente modo: 

Quivi sto io con quei che le tre sanie 
Virtù non si vestirò, e, senza vizio, 
Conobber l'altre e seguir tutte quante. 

come è proposto dal sig. cav. Fanfani, spiegandone ancora 
la vera costruzione dover essere — Quivi sto io con quelli 



— i283 — 
che non si vestirò le tre sante virtù, (teologali) e, senza 
vizio, conobber /' altre — Degna di grande attenzione è 
pure la proposta di punteggiamento da farsi nei versi 133 
e 134 del XXVI canto del Purgatorio, i quali leggonsi 
comunemente : 

Poi, forse per dar luogo altrui secondo, 
Glie presso avea, disparve per lo fuoco. 

che ben schietto e tutt' altro se ne presenta il significato 
punteggiando secondo il consiglio del Toscano filologo: 

Poi, forse per dar luogo altrui, secondo 
Che presso avea, disparve per lo fuoco. 

Ma il meglio per tutte queste lezioni sul divino Poema 
è da studiarle tutte pensatamente per conoscerne l'utilità: 
tanto più che vengono chiarite da altre osservazioni criti- 
che fatte dall'autore sulle varianti proposte dal Zani, sul 
commento dell' Andreoli, e assai più convalidate dal rino- 
mato saggio di un' interpretazione fdologica per L. G. 
Blanc, dagli studi di Adolfo Mussafia prof, di filologia 
neolatina nell' Università di Vienna , e da altri sommi e 
valenti filologi anche stranieri: i quali tutti, dopo le cat- 
tedre Dantesche istituite nelle primarie città, hanno posto 
amorosamente l'ingegno allo studio della Divina Comme- 
dia , e , come dice il chiarissimo Fanfani , i loro nomi me- 
ritano di essere ammirati con grato animo per l' onoranza 
in cui vieppiù fanno sempre salire P Italia nostra onorando 
con si bella prova V altissimo Poeta Italiano. A queste le- 
zioni vengono dietro confermazioni e dubbi dello stesso 
Fanfani, con lettere scritte a lui da alcuni filologi, e le 
osservazioni del cinquecentista D. Vincenzo Borghini, con 
molte altre fatte sulle opere minori di Dante, fra le quali, 



— 284 — 
è specialmente da ricordare: « le cento e più correzioni 
al testo delle Opere di Dante Alighieri proposte da Carlo 
Witte ». Su le quali come su gli altri scritti il dottissimo 
Fanfani fa diverse osservazioni. Ed espone il tutto con 
tanta dottrina e scienza , chiarezza, proprietà e disinvoltura 
di dettato da far sentire ogni sua espressione non es- 
sere che la vera e schietta immagine di quanto è cono- 
sciuto dalla sua mente; ed oltre al comprovare aperta- 
mente la verità di quello che pel divino Poema ei dice 
nel dialogo posto subito dopo la prefazione, cioè che: 
« mediante uno studio attento dei manoscritti si potrebbe 
» migliorare di molto il testo del divino Poema renden- 
» dogli un buon dato di quella sincerità che, stampa^ 
» stampa e ristampa, gli si è tolta, e che un testo ren. 
» duto cosi sincero e curatone bene V ortografìa fosse più 
» che mezzo commento : » rende accorti con quanta cau- 
tela e circospezione debbasi giudicare delle altrui opere; 
massime degli antichi per le quali richiedesi ancora V aiuto 
della storia : fa conoscere ad evidenza non potersi chiarire, 
né determinare il significato di un vocabolo, di una par- 
ticella ed anche di un sol segno ortografico se non veduto 
e considerato nell'intero discorso, essendo anch'esso parte 
richiesta a presentare con tutta fedeltà e precisione le im- 
magini del concetto raccolte nella loro armonia e colle- 
gate in perfetta unità. Anzi facendo il chiarissimo Fanfani 
con questi suoi studi ed osservazioni conoscere come il 
mettere in sodo il significato delle parole sia il primario 
ufficio di chi insegna la lingua sugli autori ( dai quali sol- 
tanto puossi con verace profitto imparare) viene a pro- 
vare che la grammatica è la vera filosofia del linguaggio, 
e questo la diretta conseguenza del ragionamento: di guisa 
che Ei porge agli insegnatori del patrio idioma quei lumi 
che maggiori si possono desiderare per formare criterio 
di verità, ed acquistare quelle conoscenze che da loro si 



— 285 — 
richieggono pei' compiere con lodevole effetto il lor no- 
bile mandato. Onde egli è a desiderare che quest' opera 
del cav. Fanfani sia ricercata e studiata a senno da quanti 
bramano di conoscere come debbasi interpretare e studiare 
il divino Poema, e di rivedere quindi le lettere italiane 
nella loro onoranza e farle rifiorire ad un modo pel bene 
dell'intera nazione. 

Bologna, il 11 Marzo ÌSlì. 

Cerare Valentino Bertocchi. 



/ Principii di Letteratura. — Opera postuma del prof. 
Gaetano Gibelli. — Bologna , Tipografia Felsinea, 
1874, Strada Maggiore 20G. — Un volume in 8.° 

Per un vero tesoro di scienza e di letterari ammae- 
stramenti è da accogliersi quest' opera mettendoci innanzi 
quali condizioni d'animo si richieggono a riuscire chiari 
per lettere; mostrandoci come per le opere letterarie, che 
sono e saranno sempre la fedele immagine di quanto vi 
ha di meglio nel creato, debbansi da questo trarre le 
principali norme per la vera bellezza; e svolge il tutto 
con dottrine assai giovevoli per ogni ordine di persone, 
specialmente per gl'insegnatori di lingua. E ben chiara- 
mente mostra il Gibelli che a riuscire buon letterato è 
forza aver sortito da natura quella perspicacia d'intelletto, 
che fa sentire qual sia la vera bellezza, e fa conoscere 
com' ella si contenga nelle leggi della circoscrizione, non 
per istudiato artificio, ma per quella vera, semplice e ra 
gionevole arte, che abbella e dà perfezione ad ogni cosa. 
Dalla natura delle quali soltanto, come da maestro sommo 
ed impareggiabile, lo scrittore dee trarre le norme per 
conseguire, anche nella forma del suo dettato, queir unità 
che deriva da molte cose raccolte ad armonia, tanto per 



- 286 — 
le parli inverso di loro slesse, quanlo per l' unione di esse 
in tulio V intero da tornarne quella bellezza che tuttora 
si ammira in Omero, in Virgilio, in Dante ed in quanti 
altri seppero, ad esempio di questi sommi, leggere con 
sì gran senno nell'immenso libro dell'universo da trarne 
concetti adeguati a verità, e con 1' acume del loro in- 
gegno seppero eziandio vestirli di quel morale decoro, 
che assicura ad evidenza non essere il bello altra cosa 
che il raro candore della ragione, e T unico splendore 
del bene. Bellezza e bontà di concetto rese dallo scrit- 
tore assai più rilucenti e care, quand'egli, senza mai 
derogare dalle leggi di gradazione e di ordine, sappia 
in tutta r opera fare costantemente rilucere la verità 
del soggetto, e l'esponga in quelle svariate forme che ab- 
belliscono il tutto; perchè con le espressioni si viene 
eziandio a presentarlo ristretto nella sua propria e natu- 
rale unità. E siccome queste dottiine sono dal Gibelli 
tratte dal contemplare quelle naturali e semplici leggi, che 
governano il nostro intelletto nella ricerca e nella cono- 
scenza del vero, dalla cui ragione soltanto deducesi quel- 
la arte, che torna alla bellezza e perfezione di ogni cosa; 
cosi Ei viene con questi Princìpi Letterari a rendere ac- 
corti gì' insegnatori di lingua, o di belle lettere, o di gram- 
matica, che dire si vogliano, non essere buono queir in- 
segnamento del nazionale idioma dato a modo che aggravi 
la memoria a danno totale dell' intelligenza ; che non sia 
raccolto ad unità, come ad unità è il discorso della mente 
in chi parla; che, franco sempre da pedanterie e da schia- 
vili:! , non proceda in piena gradazione e ad un passo col- 
r ordine naturale al progresso di chi studia ; che non 
educhi alla ricerca del vero e a ben riconoscerlo e ricon- 
fermarlo per la rettitudine del ragionamento; che non 
«lisponga r animo ad acquistare degnamente qual siasi 
dottrina, per le quali tutte la lingua è l'unico ed il più 



— 287 — 
elììcacc mezzo a divetiirne esperto; e che non iiiella Tal- 
lunno nell' abitudine di dipingere fuoii di lui con le pa- 
role le verità tutte quali dalla sua mente sono vedute, il 
che, come saviamente dice il Gibelli, è riposto nella con- 
formità del pensiero con la cosa studiata da esso, esposta 
però con quelle novità e varietà di forme, che dipendono 
dalle individuali proprietà delP ingegno e dall' aifetto di 
chi parla o scrive. Onde a considerare bene addentro in 
questi letterari princìpi (esposti con esemplare proprietà 
ed eleganza di espressioni), trovasi il complesso di quelle 
sottili ed eiricaci dottrine che più valgono ad elevare le let- 
tere italiane ad uno splendore anciie più glorioso del già 
acquistatosi, e ad illuminare quanti bramano di formarsi 
criterio di verità in fatto di letteratura a fine di cooperare, 
coi propri scritti, o con 1' insegnamento della lingua, 
od anche col solo consiglio, all'altrui bene e al vero pro- 
gresso della propria nazione. 

Bologna, il 15 Marzo 1874. 

Cesare Valentino Bertocchi. 



Regole per la pronunzia della Lingua Italiana, compilate 
sulle opere iWpiù recenti Filologi da Alberto Buscaino 
Campo. — Seconda edizione riveduta. Trapani — Ti- 
pografia Modica-Romano. Corso Vittorio Emanuele 
N. 21. — 1873 un Voi. in 8.° 

Savia sentenza è la pronunziata dall' egregio prof. 
Buscaino Campo nella prefazione di questa sua pregevole 
opera; cioè che: « i vizi di pronunzia, oltre al riuscire 
» uno strazio agli orecchi bene educati, ci diventano non 
9 di rado un' inciampo all' ortografia e all' intelligenza del 
» discorso : » imperocché l'ichiama alla memoria quanto 
la retta pronunzia di una lingua importi a conseguire lo- 



— 288 — 
devolmeiile il fine del favellare: il quale dimota appunto 
nel vicendevole manifestarsi, o a voce o per iscritto, lutto 
che dair intelletto è conosciuto vero ed opportuno a ren- 
dere palese. Se non che essendo la pronunzia T unione di 
semplici suoni, non pare potersi meglio acquistare se non 
con la consuetudine delle persone ragguardevoli anche per 
retta pronunzia; tornando sempre assai scarsi i precetti e 
le regole per fare intendere il peculiar suono di ogni vo- 
cabolo lettera, e sono nulla a far sentire quella soave 
armonìa, che proviene dal perfetto accordo de' suoni dati 
air intero penodo, acciocché ne riesca piìi fedele la rap- 
presentazione delle immagini contenute in esso: tuttavia 
sempre di gran vantaggio torneranno le opere ordinate a 
correggere e migliorare la pronunzia del nazionale idioma, 
la quale, secondo noi, è parte di prima importanza; e piìi 
riusciranno giovevoli quando ci pongono innanzi i loro 
ammaestramenti con l' evidenza della ragione da farci per 
fino conoscere che la parola , anche pe' suoi diversi e mi- 
nuti elementi, è la vera rappresentazione di un fatto del- 
l' animo nostro , e tiene della natura di tutto l' intero di- 
scorso; benché non ne sia che piccola parte, come tro- 
viamo aver egregiamente fatto il sig. Buscaino Campo in 
questo suo trattato. ' 

Nel quale Egli tiene T ordine analitico parlando pri- 
mieramente di qual suono variato riescono le parole per 
la diversa collocazione della loro pausa naturale : quindi 
discorre dei vari suoni propri ai dittonghi e trittonghi, e, 
seguendo sempre le leggi dell' accento come le piìi na- 
turali ed intime pel suono delle parole, viene a dire delle 
semplici vocali fermandosi a lungo sulle due E ed 0, siccome 
le sole di doppio suono, l'uno aperto e chiuso l'altro, e come 
dalle parole primitive alle derivate queste due vocali conser- 
vino no questo loro naturale suono secondo che riman- 
gono no sotto il dominio dell'accento, quindi raccoglie 



— 289 — 
in colai riepilogo qneste regole da renderle piìi intelligi- 
bili e pili profittevoli. Dietro a queste ei tiene discorso 
delle consonanti, facendo primieramente sentire che, dalle 
quattro infuori G molle, S impura, Z, e //, tutte le altre 
abbiano quando suono tenue, quando spiccato e quando 
rafforzato, secondo che sono seguile da vocali, o prece- 
dute da altre consonanti, o se vien lor dietro un mono- 
sillabo fmienle in vocale, o parola accentata, mostrando 
chiaramente ancora a quali eccezioni vadano sottomesse 
queste generali avvertenze. Per ultimo in quattro separati 
capitoli Ei porge teorie sul suono delle consonanti C, G 
— H, N, J, Q — S — e — Z — siccome quelle che 
maggiore attenzione richieggono per essere ben pronun- 
ziate da chi non è toscano, e forse più da siciliani, pei 
quali questo libro è specialmente scritto; e forse anche 
perchè nel fare intendere le regole intorno alle altre let- 
tere si è costretti unire in più modi vocali e consonanti 
fra loro da conoscere naturalmente di non potersi con 
ischietlezza far sentire una lettera col proprio suono, senza 
che per natura ne venga pronunziala rettamente anche la 
sua compagna , tanto più se consonante non essendo que- 
sta che mezza voce. Conclude con una serie di avvertenze 
ed osservazioni di molta importanza ed assai utili intorno 
alle parole sdrucciole; delle quali Ei dà pure un catalogo; 
di guisa che il fine di quest' opera, essendo pure di mo- 
strare il suono dell'intera parola, viene a rispondere to- 
talmente al suo principio da raccoglierne tutto il contenuto 
ad unità, e farlo un vero gioiello di sani ammaestramenti 
eziandio per le considerazioni, che sono in esso e le note 
che l'accompagnano. In fra le considerazioni Ei pone 
apertamente innanzi: « come le leggi, onde si governa 
» la pronunzia, abbiano una ragione intima, come tutte le 
» cose naturali da non essere opera agevole lo scorgerla se- 
» gnatamente in lingue derivate, ed essere forza lo starsi 
Voi. VII, l'arte 1. 19 



— i500 — 
» contenti alle cognizioni dei fatti; benché alle volte rie- 
» scano incomprensibili ». Noi però non possiamo non 
ammirare la sottigliezza delle dottrine di cui è piena que- 
sr opera, e lo studio con il quale l'autore le ha esposte 
per renderle vieppiìi profittevoli, e di cuore gliene siamo 
grati. 

Perchè se con questi suoi ammonimenti Ei non giugne 
a cosa sovrumana, quale sarebbe il dipingere i vari suoni 
della pronunzia, o farli sentire da potersi imitare come 
uditi , dice però quanto è uopo a rendere ognuno accorto 
del come emendarla per istudiate letture sui classici ; nelle 
cui opere la bellezza e proprietà delle parole e delle 
espressioni, delie quali sono splendidamente ricche per la 
fedele rappresentazione dei fatti esposti in esse, non pos- 
sono di certo andare disgiunte dalla soavità del suono ; sic- 
ché tornano di grande vantaggio a rendere più pura e 
graziosa la pronunzia, che, libera e franca da ogni studiato 
artificio e da sdolcinata e pomposa leziosità, riuscirà anche 
naturalmente disinvolta e leggiadra, quando sia fatta se- 
condo le norme dei pii:i naturali princìpi. Dai quali sì è 
ben ammoniti che a pronunziare le lettere nelle sil- 
labe e le parole nel discorso si viene più naturalmente 
a dare ad ognuna quel vario tuono di voce, che più vale 
a far meglio intendere il significato di ogni espressione, 
e air intero discorso quel soave accordo di svariate armo- 
nie, che il fa sentire ancora da quali e diversi affetti ei sia 
avvalorato. In oltre dalla correzione di pronunzia, ottenuta 
per ragionevole studio di sane letture e con intelligenza 
chiara di quanto si viene sugli autori leggendo, si avrà 
pure a riconoscere la precisione deir ortografìa; perchè 
a ben proferire ogni sentenza o discorso con queir affetto 
che meglio ne fa trasparire fuori il significato involto nelle 
parole intese ad esprimerlo, ne costringe a por ben mente 
alla forma de' vocaboli, alle varie loro modificazioni, e di 



— 291 — 

leggieri si perverrà a conoscere che il vario suono, o le 
variate forme delle parole e delle frasi, non sono che una 
sola identica cosa coli' idea presentala da essa: sicché ogni 
vocabolo mostrasi veramente piccola parte dell'intero di- 
scorso, dal quale egli riceve il suo vero e schietto signifi- 
cato, come la lettera ottiene il proprio suono e valore se 
non pronunziata nelP intera parola. E siccome un' intero 
non può riuscire nò buono, né bello, né alto a conseguire 
il fine pel quale è ordinato, se tutte le sue parti non 
sono ben proporzionate inverso di loro stesse, e collegate 
in perfetta armonìa col tutto; così le espressioni de' no- 
stri sentimenti non torneranno né belle, né buone, né po- 
tranno conseguire il loro fine se le parole, anche nelle 
loro forme, avessero difetti ; ad emendare i quali di gran 
potenza è lo studio di ben pronunziare. Onde dobbiamo 
saper buon grado a quanti dotti è in piacere di porre 
l'animo a darci colali lezioni da far sentire che la pro- 
nunzia è una sol cosa con la lingua, e che lo studio di 
questa, dai primi elementi del leggere alle più alte dot- 
trine, è ad un modo uguale per lutti: e più dobbiamo 
essere riconoscenti al chiarissimo prof. Buscaino Campo, 
perchè con questo suo trattato Ei ci rende eziandio ac- 
corti che la pronunzia debbasi insegnare con quelle sva- 
l'iate maniere, che si veggono più acconcie a correggere 
i vizi derivati dai dialetti, e ci fa venire a mente come 
per la retta pronunzia tutto riesca più chiaro, più intelli- 
gibile, più piacevole; cotalchè lo studio della lingua di- 
verrà anche vieppiù esteso, più caro ed ameno da riuscire 
di maggiore profitto potendo per tal guisa meglio conse- 
guire nelle scuole, oltre il suo fine primario e comune 
di manifestare correttamente i propri pensieri, il vantaggio 
di meglio coltivare le facoltà dell' intelletto e riuscire per 
ugnuno più agevole il ben ragionare e venire alla co- 
noscenza del vero e , coli' acquistare la facoltà di favellare 



— i292 — 
acconciamente di tutto , disporre V animo ad acquistar più 
agevolmente qualsiasi conoscenza e dottrina. 
Bologna, il 24 Marzo 1874. 

Cesare Valentino Bertocchi. 



Palma Prof. Luigi, Dizionario italiano categorico — Del 
corpo umano e delle sue vestimenta. 

Quanto importa diffondere la pratica della lingua na- 
zionale non è chi non veda. In ciò si sono adoperati molti 
uomini di Lettere ed anche alcuni Ministri della Pubblica 
Istruzione , tra i quali il Broglio , il quale ebbe pure il 
bel pensiero di promuovere un Vocabolario della lingua 
parlata, che si sta compiendo sotto la direzione del Goni. 
Senatore Giorgini in Firenze. 

I Vocabolari odierni alfabetici prestano senza dubbio 
buoni uffici allo studioso quando egli non ricordi bene il 
significato di una voce ; ma riescono del tutto inutili a 
chi, avendo l'idea, difetti del vocabolo. 

Un vocabolario metodico o ideologico ben fatto rispon- 
derebbe a questo bisogno , sentito spesso pure dai piìi 
versati nella cognizione della lingua nostra. Di questa ma- 
niera di vocabolari , propriamente parlando , non ne ab- 
biamo , per quanto io sappia , poiché, quelli che si dicono 
tali, nella massima parte dell'opera tali non sono, da che 
sotto certe determinate categorie tornano a disporre alfa- 
beticamente le voci ; ossia cessano allora proprio che co- 
minciava il bisogno, come le camice dei monelli napolitani. 
Il Prof. Palma fino dal 1868 à pubblicato un saggio di 
uno di questi lavori, 'quale davvero ci vorrebbe alPuopo. 
Di fatti tu vedi in esso una disposizione o ordine ideolo- 
gico delle parti , si che ti resta agevole ritrovare la parola 
compresa in quel ramo dello scibile a cui egli è venuto 
intracciando l' espressione. 



— 293 — 

Il Palma prese a soggetto dei suoi studii una parte 
importantissima , il corpo umano , che è certo una delle 
prime cose più utili, anzi necessarie, a sapersi. 

Tutto lo studio, tutta la diligenza, una pazienza ve- 
ramente germanica , il Palma pose nella esecuzione del suo 
pregevolissimo lavoro. Io che so quanto à fatto, come à 
fatto , quale amore mise neir opera sua , posso farmi ma- 
leA'adore dell' intrinseca sua bontà. 

L'autore nella compilazione del suo libro mirava 
specialmente a fare cosa profittevole agi' insegnanti , ad 
agevolare ad essi i mezzi di somministrare l' espressione 
a questo determinato ordine di pensieri ; ma ciò non to- 
glie eh' egli abbia fatto un libro di comune utilità. Non 
v' ò persona a cui il suo libro non possa essere , e di fre- 
quente , opportuno ; se non per suggerire la parola , al- 
meno per dare il significato proprio delle voci. 

F. G. 



Sulle condizioni delle scuole elementari del Municipio di 
Palermo dal 1860 al 1872. — Cenni e documenii 
di G. B. Santangiìlo, Ispettore scolastico municipale 
— Palermo, F.lli Gaipa editori, 1873, in 8." grande 
con tavole. 

Prima che per noi si discorrano in sulle generali al- 
cune parole di lode intorno all' opera della quale l' egre- 
gio Prof. G. B. Santangelo ha voluto onorare la patria sua 
dilettissima e l'Italia intera, si abbia sincere grazie e ben 
meritato elogio il Municipio palermitano, che voglioso di 
conoscere i progressi ed i miglioramenti delle pubbliche 
scuole, con ufficio di N. 5709 del dì 14 novembre 1872, 
invitava il sig. Santangelo a distendere una compiuta re- 
lazione del movimento scolastico per lo corso di dodici 



^ 294 — 
anni, quanti ne corrono dal 1860 al 1872, indicando 
eziandio con coscienzioso giudizio il da farsi per lo incre- 
mento della pubblica istruzione. Né V incarico poteva es- 
sere meglio affidato; né dalla penna, né dall'ingegno di 
quel valente uomo si poteva aspettare altrimenti che buona 
roba, informato com'egli é a buoni studii, e da lungo 
tempo dedicato anima e corpo a reggere e sapientemente 
ammaestrare la gioventù studiosa, siccome ne fa chiara 
ed aperta manifestazione il discorso da lui pronunziato 
nel Liceo che prima del 1860 egli aperse in Palermo, 
intitolandolo dal nome del celebre Zantese di vizio ricco e 
di virtù. 

Il Prof. Santangelo difatto occupato mai sempre ad 
invigilare, diriggere e provvedere circa 200 scuole, le 
quali bene spesso non gli lasciano ora libera alla giornata, 
ha saputo darci in rnen di quattro mesi un grosso volume 
in 4." di pag. 462. Egli divide la sua opera in tre parti. 
Nella prima di pag. 140, espone brevemente come le 
scuole si siano aumentate di dì in dì: ne esamina le sale 
sì per la igiene, che per la capacità e la nettezza e la 
disposizione loro : s' intrattiene alquanto dello scarso sti- 
pendio degl'insegnanti, dei programmi e del metodo della 
disciplina, dimostrando quel che di buono vi si osserva 
e di sconvenevole; e parla con molta perizia dell'inse- 
gnamento religioso, e delle riforme da farsi vuoi riguardo 
alla costruzione degli edifizii scolastici, portando l'esempio 
della dottissima America, che riguardo la scelta dei libri 
di testo fra tanta copia quanta tuttodì ne vien fuori. Nella 
seconda parte di pag. 226, raccoglie in buon ordine i 
documenti che chiariscono il suo elaborato discorso : nella 
terza poi in pag. 96, ti fa un quadro minutissimo delle 
scuole e degli allievi, pria in complesso, poscia secondo 
il grado della classe, e quindi a classe a classe, notando 
gli scolari iscrilti di anno in anno, i presenti alla visita 



— 293 — 

dello Ispettore, i presenti allo esame ed i promossi: se- 
gue la tavola compaiativa dei bilanci dal 1862 al 1872, 
e dei posti che offre ciascuna sala scolastica: chiudono il 
volume alquanti disegni architettonici di scuole rurali ed 
urbane, ed i modelli degli attestati di lode e di pro- 
mozione. 

Le quali cose sogliono essere fastidiose a chi legge 
poco meno di quel che furon faticose a chi prende a rac- 
coglierle; e ciononostante a noi non furon punto di noia, 
dappoiché da quei dati statistici ci è dolce rilevare in 
breve il sempre crescente progresso che fece la istruzione 
dal 1861 in qua. 

Il libro del Santangelo vien dunque meritamente ac- 
compagnato dal plauso di molti giornali italiani e dalle 
lodi di Ignazio Cantìi giudice competentissimo quanf altri 
inai, il quale così ebbe a scriverne a Milano nelP Educa- 
tore italiano del 3 luglio 1873. 

a Non sappiamo qual altra città possieda la storia 
della sua vita didattica altrettanto estesa e ricca di do- 
cumenti, di critica, di considerazioni generali e parziali, 
scritta talvolta anche con vivezza di stile quando si tratta 
di ribattere accuse e di suggerire al Municipio che più 
che la foga di spendere in edificii di lusso gioverebbe 
spendere in edificii di scuole, e invece di far gran numero 
di queste, ordinar meglio quelle già fatte, e più ancora 
quando propugna la causa degP insegnanti che vorrebbe 
migliorati ». 

Ma siccome mai comparve sereno, specie di questi 
tempi, senza che nebbia o nuvola per quanto leggerissima 
in parte non l'adombrasse, così, tra tanto consenso di 
ben dovuta lode, surse il maligno, che nulla potendo 
biasimare sulla tessitura del lavoro, ne sulle osservazioni 
sulle proposte sennatamente fatte dal Santangelo per lo 
incremento della istruzione pubblica, né sullo stile, in ma- 



— 29G — 

teria così arida, franco, spigliato, nitido e chiaro, nò sulla 
lingua eh' è quella che si desidera in siffatto genere di 
lavori, mise fuori in un giornale di Palermo alcuni arti- 
coli (se tali dir si possano male abborracciate proposizioni) 
col proposito di celiar motteggiando sulla persona rispet- 
tabilissima del relatore, anzicchè dar giudizio della Re- 
lazione. 

Noi pertanto, facendo poco conto delle parole di co- 
testi sapientoni in giubba mossi piuttosto per ispirito di 
parte che per amore agli studii, non possiamo mai abba- 
stanza raccomandare ai maestri ed alle maestre di leggere 
e meditare con animo riposato il preziosissimo volume 
dell'Ispettore scolastico Municipale, sicuri che ne ritrar- 
ranno sommo profitto a prò di loro e dei giovani che 
alle cure loro si affidano. 

G. S. G. 



/ tempi preistorici o le antichissime tradizioni confrontate 
coi risultati della scienza moderna, saggio del prof. 
Francksco Corazzini. — Verona, Libreria alla Mi- 
nerva, 1874, in 16, di pagg. Yin-368. 

Niuno che coltivi i buoni studii non può ignorare i 
lodatissimi lavori de! prof. Francesco Corazzini (uomo as- 
sai pili dotto di quello che fortunato), e non allogarlo 
nel novero de' veramente benemeriti Italiani che ci vivono 
oggidì: le isvariate sue pubblicazioni lo raccomandano 
potentemente, e le sue sollecitudini, perchè altri eziandio 
apprenda e innamori delle nostre glorie nazionali, sono 
esemplari. Già di lui fu detto, forse quanto bastava, in 
questo nostro Periodico alla pag. 225 e segg., Parte prima, 
Anno VI; e però sulle specialità de' suoi meriti letterarii 
ora noi ci passeremo. Giovi soltanto l' annunzio della no- 



— 297 — 
velia opera sua più sopra indicala, nella quale ci mostra 
tanta erudizione, quanta mai su tale argomento breve- 
mente si poteva manifestare; e cotesta materia, di per sé 
stessa difficile per avventura a bene sporre, ei disse con 
tanta eleganza, disinvoltura e chiarezza, come mai si po- 
teva maggiore. Circa al merito intrinseco e filosofico e 
logico di cotesto ultimo lavoro, valgano a comprovarlo i 
nostri accreditati giornali che ne favellarono, e singolar- 
mente una lettera del celebre scienziato, Giustiniano cav. 
Nicolucci, giudice di tali materie quanto altri mai compe- 
tente; la quale, a confermazione di quanto sulle generali 
si opina, novellamente qui sotto intendo di riprodurre; e 
questo fia suggel che ogni uomo sganni, posto che qual- 
cuno volesse per animosità giudicare altrimenti. 

Isola del Liri, 5 lebbraio 1871. 

. Chiarissimo sig. prof. Gorazzini 

Ho letto, riletto e meditato con ogni ponderazione il 
suo aureo libro, e non posso fare a meno di significarle, 
che Ella rende con esso un grande servigio alla scienza 
preistorica di cui molti oggi favellano, ma quasi niuno 
ragiona a. proposito. 

Ella con piena conoscenza, di tutti i lavori più im- 
portanti pubblicati in Italia e fuori, si innoltra con pie 
sicuro per astrusi sentieri, ed apre nuove vie allo stu- 
dioso di quelle epoche tanto da noi remote. Se altri ten- 
tava in estranei paesi il medesimo assunto, ninno ~ avea 
osato di farlo fin qui in Italia, ed Ella sarà il primo 
che metterà in mano a' nostri giovani un Manuale, che 
in brevi parole racchiuda tutto quanto fin ora si cono- 
sce rispetto alla prima apparizione dell'uomo sulla terra, 
al suo graduato sviluppo fisico e morale, alle sue migra- 
zioni, alle sue arti, industrie, costumi e religioni. Non 



— 298 — 
ligio ad alcun sistema o ad alcuna autorità, Ella si av- 
vale, come fondamento dei suoi giudizi, de' soli fatti bene 
accertati, e perciò il suo volume incontrerà favore presso 
il pubblico, e sarà giustamente valutato da quanti hanno 
in pregio il vero merito, che è il portato di rara sapienza. 
Quanto a me, io non oso contradire una sola pa- 
rola alle dottrine da lei esposte così maestrevolmente nel 
suo libro, e ne approvo e lodo, senza alcuna restrizione, 
lutto il contenuto. 

Dev.mo ed Obb.mo Servitore 
Giustiniano Nigolucci. 

Anche il celebre prof. Ferdinando Ranalli, uomo 
quanto dotto, altrettanto di difficile contentatura, scriveva 
all'illustre e benemerito Autore quanto segue : — Leggendo 
l'opera sua, ho dovuto ammirare la molta e diversa dot- 
trina raccolta, e il modo abbastanza ordinato e ingegnoso 
di esporla; e credo che la lettura di essa debba riescire 
non solo dilettevole, ma in molti luoghi anche istruttiva. 
Parlo secondo l' effetto prodotto in me : e quelli che pos- 
sono avere opinioni diverse dalle mie in fatto di critica e 
filosofia storica (e sono i più, anzi il massimo numero), 
e credono al progresso della scienza moderna, sarebbero 
ingiustissimi se non facessero buon viso al suo libro: il 
quale in ogni caso ha il pregio di una buona esposizione, 
che invoglia a leggerlo, nel tempo che non è manchevole 
di quella gravità propria delle opere dotte. — 

Noi ci rallegriamo cordialmente col sig. prof. Goraz- 
zini, e ci auguriamo che più di frequente presenti alla 
Nazione frutti così degni de' suoi nobili studii. 



F. Z. 



— 299 — 

Bibliografìa dei viaggiatori Italiani ordinata cronologica- 
mente ed illustrata da Pietro Amai di San Filippo 
— Roma, coi tipi del Salviucci, 1874, in 8. Di pagg. 
XXIH46. 

Utilissimo ed importante lavoro, secondo che dal più 
al meno sono tutte le bibliografie. D' una così fatta man- 
cava r Italia, e molto benemerito si è reso l'illustre si- 
gnor cav. Amat con questa sua novella Opera; sicché 
avremo al presente onde attingere, allorché ci occorra 
sapere di simile materia. Un bellissimo ragionamento egli 
vi fa precedere, ove in breve, ma abbastanza, tocca dei 
viaggiatori Italiani e delle loro scoperte. La sua modestia 
gli fa ragionevolmente dire alla pag. XXI essere egli lon- 
tano dal credere il presente lavoro completo e scevro 
d' inesattezza. Ei non s' appose al vero, onde io mi farò 
lecito di vergare qui alcune osservazioncelle risguardanti 
soltanto le opere scritte fino a mezzo il sec. XV; le quali 
mi confido che, valentuomo come egli è, non vorrà di- 
sprezzare. 

Il valente Autore dunque si propose di ofi"erirci una 
completa bibliografìa (pag. XIX) contenente /' elenco di 
tutte le edizioni stampate nelle lingue Italiana o Straniere 
dei viaggi compiuti dagli Italiani dal XIII secolo ad oggi. 
Nullostante quest' ottimo suo divisamente, io mi avvidi che 
airarticolo Polo Marco manca T indicazione di parecchie ri- 
stampe. I Viaggi di questo celebre Veneziano ebbero cin- 
que edizioni nel sec. XV; diciotto nel XVI; quattordici 
nel XVII; cinque nel XVIII; dodici nel XIX, che sono 
in tutto cinquantotto, delle quali venti in Italia, e le altre 
in Germania, in Inghilterra, in Francia, e in Ispagna. 

All'articolo Odorico da Pordenone poteva aggiugnersi, 
che, in antecedenza all' edizione del 1513, s'era stampata 



— 300 — 

una parte della versione antica del suo Viaggio, in Vene- 
zia dal Sessa nel 1490 insieme col Milione di Marco Polo. 

Così parimenti fra le stampe annoverate all'articolo 
Sigoli Simone, non sarebbe stato intempestivo lo aggiu- 
gnere le edizioni di Napoli del 1839 e 1855 e di Parma 
del 1805 insieme col Viaggio di Mariano da Siena, che 
citasi alla pag. 23 con errore di data, ristampa del Fiac- 
cadori d' una sua edizione anteriore al 1844. 

Mancano del tutto i seguenti Viaggi, per quello che 
a me ne sembra. 

Viaggi due in Tartaria, per alcuni frati dell' ordine 
minore di San Domenico, mandati da Papa Innocentio III 
nella detta provincia per Ambasciatori 1' anno 1247; i 
quali leggonsi nel voi. sacondo, da carte 233 a 245 delle 
Navigationi et Viaggi raccolti dal Ramusio. 

Viaggi in Terra Santa di Lionardo Frescobaldi e 
d'altri del secolo XIV. Firenze, G. Barbèra, 1802. — Que- 
sta preziosa raccolta, procurata dall' egregio prof. Carlo 
Gargiolli contiene il Viaggio di Lionardo Frescobaldi ri- 
dotto a buona lezione; il Viaggio di Simone Sigoli al 
Monte Sinai; il Viaggio inedito di Giorgio Gucci, e final- 
mente i Viaggi in Terra Santa descritti da Anonimo tre- 
centista, che sono quelli stessi indicati alla pag. 19 dal 
signor Amat, e ripetutane V allegazione, senza avvedersene, 
alla pag. 21: nella prima gh assegna al 1335, nella se- 
conda tra il 1405 al 1413! Ed è pur strano, che cotesta 
ediz. di Viaggi, in certo modo si ricordi all' art. Fresco- 
baldi e a quello di Mariano da Siena senza conoscerli 
chiaramente, come ad evidenza si pare, tra le altre cose, 
dall' aver trascurato il Viaggio inedito di Giorgio Gucci. 

Storia di Cambanau, di Taid e d' altri luoghi del- 
l' India, narrata dal beato Odorico del Friuli, Anno 
MCCCXXX. Bologna, Tipi Fava e Garagnani, 1800. — Si 
pubblicò dallo Zambrini nel suo libro Le Opere volgari 



— 301 — 

a slampa, donde, con giunte, se ne impressero parec- 
chi esemplari a parte. 

Viaggio in Terra Santa descritto da Anonimo tre- 
centista, testo inedito del 1395. Bologna, R. Tipografìa, 
1867, in 8. 

Viaggio da Venezia a Gerusalem di Fra Niccolò da 
Poggibonsi, testo inedito del secolo XIV. Imola, Galeati, 
1872, in 8. 

II Viaggio di Carlo Magno in Ispagna per conqui- 
stare il cammino di S. Giacomo, testo di lingua inedito 
pubblicato per cura di Antonio Ceruti dottore dell' Am- 
brosiana; Bologna, Romagnoli, 1871, voli. 2, in 8. 

Viaggio fatto da Jacopo da Sanseverino con altri 
gentiluomini e da esso descritto, testo inedito del sec. XV. 
Lucca, Tipografìa Giusti, 1868. Si pubblicò, in numero 
di 106 esemplari dall' illustre signor Avv. Leone Del 
Prete. 

Ma per ora basti così. Il signor cav. Amat fece buon 
servigio alle nostre lettere nel produrre cotesto suo lavoro, 
ma l'avrebbe fatto anche più utile, se avesse consultato 
alcune Opere bibliografiche che egli trascurò o non co- 
nobbe, e non si fosse troppo fidato ne' Cataloghi mate- 
riali dei librai, i quali per lo più non sono compilati per 
altro, se non se per ispacciare le loro merci, non troppo 
guardando al sottile l' esattezza delle descrizioni e tante 
altre regole bibliografiche. 

F. Z. 

Sludi letterari di Giosuè Carducci. — In Livorno, coi 
tipi di Francesco Vigo editore, 1874, in 8. Di pagg. 
VIII-448. 

Allora che ci pervenga alle mani alcun volume di 
prose singolarmente, che porti in fronte il nome di Gio- 



■- ;J02 — 

sue Carducci, non possiamo astenerci, tanta è la ragionevole 
fama che di lui suona, di non accignersene tosto alla let- 
tura. Così noi facemmo senza esitanza, appena ci fu of- 
ferto cotesta raccolta di Studii Letterari; e nel leggerla 
non ci trovammo meno di quello che ci aspettavamo. È 
un manipolo di sceltissimi componimenti degni della penna 
e dell'acume di quel valentuomo. Chi vohsse parlarne 
stesamente , troppo n' avrebbe a dire , e non è cotesto 
luogo opportuno. Ci rimarremo dunque contenti di annun- 
ziare soltanto le materie da Lui trattate e svolte maestre- 
volmente, acciò che gli amatori delle nostre glorie lette- 
rarie possano procacciarsi queir aureo volume, e trarne 
profitto. 

Il primo Discorso, in cinque parti diviso, e queste 
in isvariati Capitoli, risguarda, sulle generali, lo Svolgi- 
mento della letteratura Nazionale; e cioè dei tre elementi 
formatori della letteratura italiana : V elemento ecclesia- 
stico, il cavalleresco e il nazionale. Il secondo tratta dei 
quattro periodi di contrasto e di formazione: periodo la- 
tino, lombardo, siculo, bolognese; e quando, e come, e fra 
quali circostanze, e su quali soggetti cominci /' opera, 
della letteratura nazionale. Il terzo comprende ciò che 
concerne il periodo toscano, /' affermarsi della letteratura 
nazionale, e come in Firenze fu il grande triumvirato. 
Il quarto dice del quattrocento e del rinascimento e della 
federazione, e tocca della letteratura dotta e della popo- 
lare. Nel quinto finalmente trattasi del cinquecento; del- 
l' unità classica, dell' idealismo e dello scadimento. 

Segue ai prefati cinque Discórsi una Dissertaziong 
copiosissima sulle Rime di Dante Allighieri; ed a questa 
un lungo trattato della varia fortuna di Dante, diviso in 
tre regionamenti. Nel primo si parla degli ultimi anni di 
Dante, de' suoi amici ed ammiratori e de' primi maledici 
e persecutori. Nel secondo, degli editori e de' primi coni- 



— 303 — 

menlatori della Divina Comedia. Nel terzo de' Poeti am- 
miratori e immitatori di Dante, e singolarmente del Pe- 
trarca e del Boccaccio. Quivi si tocca, tra le altre cose, 
della opinione che correva, e che tuttavia corre, che il 
Petrarca portasse invidia al divino Poeta ; intorno al quale 
argomento, da che ne cade il concio, vogliam qui ripro- 
durre una lettera del prof. Grescentino Giannini, scritta 
al eh. Giuseppe Fracassetti. Eccola: 

La notizia, che sono ora per divulgare, tornerà senza 
dubbio graditissima a tutti gli ammiratori di Francesco 
Petrarca, ed in ispezialità a voi, che si dottamente avete 
illustrato i volumi delle importanti sue lettere. Lo studio- 
sissimo sig. Carlo Morbio tra i molti codici mss. eh' egli 
possiede, ne à trovato uno che fu già di messer Poggio 
Bracciolini, nel quale si legge un nobilissimo carme latino 
di esso Petrarca in lode di Dante. Ecco adunque che io 
debbo novamente rallegrarmi con voi, e in ciò spero d' a- 
vere a compagni tutti gli onesti; il quale da un attento 
studio sulte opere di quell' uomo dottissimo ben vi appo- 
neste al vero, allorché v' ingegnaste di purgarlo dalle 
accuse d' invidioso o sprezzatore dei meriti del divino Al- 
lighieri. Ed in quel santo petto potevano mai trovar luogo 
r invidia e il disprezzo ? Sono proprio desideroso che il 
sig. Morbio pubblichi lo sconosciuto componimento, e buona 
occasione glie ne potria porgere il prossimo centenario, 
che si celebrerà a Padova. Procurate la vostra sanità 
anche a bene delle nostre lettere, ed abbiatemi sempre 
Da Ferrara, 13-2-74. 

pel vostro aff.mo 
Grescentino Giannini. 

Termina finalmente cotesto volume con un preziosis- 
simo lavoro intorno alla Musica e alla Poesia del mondo 



— 304 — 

elegante Italia ìw del secolo XIV, dove ci ha molto <la di- 
lettarne ed imparare, e dove si riproducono graziosissime 
Poesie di Guido Cavalcanti, di Anonimi, di Alessio Donati, 
di Franco Sacchetti, di Niccolò Soldanieri, di Matteo Fre- 
scobaldi, di Gino Merciajo, di Messer Lionardo Bonafedi 
da Firenze e d'altri egregi Poeti del buon secolo, indi- 
cando ad un tempo da quali maestri furono musicate. 

Chi ha in amore i nostri veraci studii, ahi troppo 
negletti oggidì I non istia di non procacciarsi cotesto bel 
volume, eh' egli è uno de' più importanti che usciti sieno 
al pubblico ne' dì nostri, e che dà bellamente una solenne 
mentila di fatto a chi vorrebbe innalzarci una nuova e 
barbara e inintelligibile letteratura di prosa e in singoiar 
modo di Poesia; la quale ultima fa vituperosamente le 
vergogne, per libidine ardentissima di orgogliosa novità e di 
falsa fuggevole gloria, ad Apollo e al buon senno della 
Nazione. Il Carducci stesso, alla pag. 400 del sopra al- 
legato libro (parmi ironicamente), grida: Viva la demo- 
crazia dello stile e della lingua! 

F. Z. 



Precetti di letteratura italiana compilati secondo gli ultimi 
programmi della IV.^ e V.^ classe ginnasiale da Giu- 
seppe MoRiNi professore nel Ginnasio di Faenza : edi- 
zione seconda con molte aggiunte e correzioni. Faenza, 
Ditta Tipografica Pietro Conti, 1873. Di pagg. 434. 

Bella e nitida edizione, che fa proprio onore al va- 
lente tipografo , il quale nelle sue stampe va fortemente 
pareggiando l' eleganza , la semplicità e la splendidezza dei 
più diligenti ed esperti che oggi esercitano cotesta nobile 
arte. Come si nota nel sopraddetto titolo, è questa la se- 
conda edizione ; e come la -seconda , così vedremo nel corso 



— 305 — 

di pochi anni eziandio la terza , la quarta , la quinta e via 
via , se il buono senno di chi abbia ad ammaestrare, rispon- 
derà al merito dell'opera. Altre volte ebbi cagione di an- 
nunziare le fatiche lodevolissime di cotesto benemerito Fa- 
entino a prò degli studiosi, e ne dissi quel bene che si 
dovea : oggi se pur volessi tornare di proposito sull'argo- 
mento, io non potrei ripetere se non queUo che allora fu 
detto. Ottime le dottrine , lucidi e chiarissimi i precetti , 
acconcissimi gli esempi prodotti a comprovare il suo as- 
serto ; e il tutto con una disposizione logica , elegante , 
spigliata e consentanea al corso del suo trattato. Vuoisi 
tra le altre cose notare, come bellamente egli dia un cenno 
di Storia letteraria critica per entro a questo suo libro , 
a mano a mano che gli si offre il destro : e cotesta non è da 
vero cosa di picciol momento. Onde per bene considerato 
da capo a fine cotesto lavoro, concluderò in breve, che se 
io avessi giovani da ammaestrare, lo anteporrei a qualun- 
que altro di simil genere. Ora , premesse le debite lodi per 
amore di verità, mi abbia per iscusato il valente uomo. 
se mi faccio ardito di qui aggiugnere qualche osservazion- 
cella : lo imputi all' avidità e all' acuratezza con cui percorsi 
r opera sua. 

Laddove egli parla delle Leggende propone, quasi ad 
esempio , quella di Santa Reparata che troviamo nelle Vite 
del Cavalca. Oltre che io non convengo con esso lui , 
essendovene altre molte che di gran lunga avanzano per bel- 
lezza quella ch'ei mette innanzi , cade in errore avvisandola 
del Cavalca. Cotesto valentissimo frate volgarizzò bensì le 
Vite dei Padri dell'Eremo; ma esse niente hanno a fare 
colle Leggende , per lo più di scrittori anonimi , che Dome- 
nico Maria Manni aggiunse nella edizione sua , alle predette 
Vite dei Padri; delle quali giunte fa parte quella di S. Re- 
parata. In iscambio io avrei proposto la Vita di S. An- 
tonio Abate, quella di Giovanni Elemosinario , quella di 

Voi. VII , Pane I. W 



— 300 — 
Abraam romito , quella dì S. Maria Egiziaca , quella Ui 
6'. Eufrosina, che ci presenta un'' incantevole dramma, quel- 
la di S. Maccario, e parecchie altre, che veramente furono 
volgarizzate dal Cavalca. Così non avrei allogato tra gli 
scrittori del trecento il Pandolfìni, il quale , sebbene scri- 
vesse neir aurea lingua del buon secolo , tuttavia cronolo- 
gicamente si debbe riporre tra gli scrittori del sec. XV; 
ne tra i piìi bei romanzi originali dell' età nostra avrei ri- 
posto r Ettore Fieramosca : non mi sarei insomma lasciato 
occhibagliare dalla celebrità del nome. E laddove si parla 
del Ditirambo io non avrei passato sotto silenzio Niccolò 
Soldanieri e Franco Sacchetti, i quali cene dettero trai 
primi felicissimi saggi , come saggi di sovrana eleganza ci 
offerì nel genere de' Madrigali e delle Ballate e delle 
Caccie il medesimo Sacchetti. 

Nel paragrafo dei Viaggi io non avrei trascurato il 
beato Odorico da Pordenone , che di poco si lasciò a dietro 
Marco Polo , né fra Riccoldo da Monte di Croce , ne Lio- 
nardo Frescobaldi , ne Giorgio Gucci , né finalmente Ma- 
riano da Siena. Nella guisa tenuta , il nostro Autore ci la- 
scia una lacuna di circa dngento anni , slanciandosi da 
Marco Polo a Niccolò de' Conti. 

Delle Novelle, in cui sta riposta la maggiore parte 
delle ricchezze della nostra favella , avrei trattato più a 
lungo, né avrei lasciato nel dimenticatoio il famoso No- 
vellino , il quale è uno dei piìi bei libri che possa van- 
tare la nostra valgar loquela. E questo ramo di letteratura 
potrebbesi , per mio avviso , dividere in due ordini ; il pri- 
mo quel che contiene le Novelle in prosa ; il secondo , le 
Novelle in versi, per lo piìi in ottave, popolari o cavalle- 
resche ; e di simil genere componimenti oggi assai studiasi 
in Italia. Feracissimo scrittore di questo secondo ordine fu 
Antonio Pucci , che vivea a' tempi del Sacchetti. Note ab- 
bastanza sono la Istoria della Reina d'Oriente, la Istoria 



— 307 — 
di Maria per Ravenna , il Cantare del bel Gherardino , 
quello di Madonna Lionessa , i Cantari di Cardiiino, di 
Tristano e Lancillotto, e cento altri , che sin da pochi an- 
ni fa, sebbene camuffati e guasti, correvano per le mani 
del nostro volgo, quantunque di antichissima origine. 

Similmente, per sovrabbondanza, qualche cosa avrei 
detto ancora dei Romanzi di Cavalleria , che , benché 
venutici dal Francese , pure , volgarizzati nel trecento , in 
Italia presero voga , ed erano letti da ogni maniera di per- 
sone ; e di quivi attinsero i Pulci , il Boiardo , l' Alaman- 
ni, Bernardo Tasso, l'Ariosto ed altri molti: e avrei sin- 
golarmente nominato la Tavola Ritonda , Rinaldo da Mon- 
talbano, i due Tristani, la Istoria di Lancillotto del La- 
go , ricordata dal divino Allighieri nel Canto di Francesca 
da Rimini ; ed altri anche pili popolari , siccome i Reali 
di Francia, Guerrino il Meschino, ecc. ecc. 

Finalmente non avrei taciuto affatto de' Canti Popo- 
lari e degli studii Dialettologia, che oggidì hanno tanta 
fama, e che si coltivano da un capo all'altro d'Europa. 
Ma cotesto, ripeto, non per necessità, ma per sovrabbon- 
danza potevasi toccare. 

Oltre air opera in discorso , un' altra importantissima 
lo stesso signor Morini ne ha pubbicato , nella quale pm- 
trionfa di molto il merito sopra qualche difettuccio che 
potesse trovarvi la sottigliezza del critico. Dessa è la se- 
guente : — Precetti di letteratura italiana accomodati ad 
uso della T e 3." classe tecnica. 

Lodi sieno pertanto all' egregio signor prof. Morini , 
il quale spende le sue cure e la sua vita a prò de"" fi- 
gliuoli della Patria. 

F. Z. 



— 308 — 

Diporti letterari sul Decamerone del Boccaccio di Felice 
Tribolati. — Pisa, Tipografia Nistri, 1873, in 8. 
Di pagg. X-292. 

Mentre per tutta Italia, e fuori ancora, non si pensa 
che ad illustrare e a commentare Dante e Petrarca , del 
Boccaccio , quasi non fosse terzo fra cotanto senno, niuno 
si cura, e di lui si tace fin da quando largamente ne dis- 
sero il Manni, il Lami, il Mazzuchelli, il Baldelli, il Bot- 
tari ed altri. Ma ecco or sorgere un novello e valentis- 
simo letterato, ammiratore di quel veracemente egregio 
poeta e sommo prosatore; il quale in diversi giornali 
pienamente trattò del maggior libro in prosa, che vantar 
possa la Nazione; vo'dire del Decameron; e che poscia, 
a bene de' nostri studii, raccolse in un sol volume tutto 
ciò che su tale proposito sin qui avea scritto. 

Egli chiama questo suo libro Diporti, e Diporti vo- 
glionsi per verità considerare; ma non leggieri, non fan- 
ciulleschi; non per gli oziosi: essi dilettano e ad un tempo 
istruiscono grandemente chi voglia proprio imparare. Sono 
insomma ragionamenti sopra alcune Novelle del Decameron : 
ne fa come un' analisi storica, filologica, filosofica, e ne di- 
mostra al vivo le recondite bellezze e il magistero. Ci fa 
toccar con mano, come il Boccaccio creasse con quel libro 
una nuova letteratura, dando lo sfratto al provenzalismo e 
singolarmente ai noiosi romanzi di cavalleria, che, anzi 
che di natura italiana, erano prettamente di francese. Si 
innalza la donna e si nobilita ove occorra, e vi se ne an- 
noverano i singoli pregi, togliendola dal fango e dall'ob- 
brobrio in cui si giaceva presso i romanzieri , da' quali 
costantemente ci veniva dipinta infedele e adultera; quasi 
mai virtuosa; passando per tal modo dal fantastico alla 
realtà; della quale singolarissimo esempio vedesi nella 



— 309 — 

Griselda, dovei mostrasi con avvedutezza mirabile eziandio 
il preludio dello scadimento dell' ambizione feudale. In 
breve, il Boccaccio ci rappresenta la storia delle famiglie 
tutte in particolare d'ogni condizione, d'ogni classe e 
d'ogni sesso. La eloquenza vi è tale nella moralità (non 
considerate le laidezze), da trarsene alcune volte assai più 
fruito, di quello che uomo possa immaginare. Il Deca- 
meron è insomma, diremo così, la pratica delle cose del 
mondo, il tipo della società umana, la storia verace del- 
l' uomo. Il signor Tribolati in cotesti suoi studii e in co- 
teste analisi palesa molteplice erudizione, attinta dagli 
stranieri, e singolarmente dalle opere tedesche, inglesi 
e francesi, della quale talvolta forse tioppo abbonda, e 
prende stile e lingua non al tutto dell' indole italica. 

Anche questa famosa opera, benché dilettevole assai, 
è oggi dagli studiosi dimenticata; il che non già avviene 
per verecondia o per modestia , che oggi pure ve n' ha 
assai poca colla giunta di molta ipocrisia, ma perchè, di- 
cono certi scioli arcifanfani, scritta in lingua antica e 
morta! Vi si antepongono però le barbare versioni dei 
delirii de' romanzieri oltramontani , dei tempietti di Ve- 
nere, dei Saturnini e di così fatti altri infami libercoli. 
Ora al signor Tribolati, in premio della sua fatica, si scatenò 
guerra, come guerra insorta era al Boccaccio, stante che non 
troppo bene questi singolarmente diceva degli uomini di 
Chiesa del suo tempo: al Tribolati perchè se ne rese in certo 
modo complice e difenditore. Il Boccaccio trattava di ogni 
condizione dell'umana famiglia, e ne annoverava le virtù 
ed i vizii; onde se tale era il suo proposito, a che tacer 
dovea degli ecclesiastici? Io certo non ho avversione al- 
cuna ai religiosi; anzi, se buoni sono, gli stimo; se cat- 
tivi, gli ho in non cale, ma non ne tengo maraviglia, né 
mi fa punto scandalo che sieno biasimati quando il meri- 
tino: tale sia di loro. E che cosa sono mai costoro più 



— aio — 

che gli altri uomini, perchè debbano essere iodati anche 
quando incappano nel male? Nacquero forse altrimenti che 
noi, ci discesero di Cielo? Che se i ministri del Culto 
non sieno sempre quali dovrebbero essere, che scapito 
ne viene per ciò a Cristo, di cui chiamansi ministri, e a 
cui giurarono fede? I preti e i frati dunque sono d'un 
medesimo intriso che tutti gli altri uomini, quindi ninna 
maraviglia se in alcuni di essi pur si risentano quelle me- 
desime magagne. Onde sciocchezza, a parer nostro, e pro- 
sunzione sarebbe volerle nascondere, e ipocrisia volersi 
far credere alcuno un agnusdei, quando sia in quello 
scambio un agnusdiaboli ; onde egli è strano assai Tesser 
cattivo, e volere apparir buono. Certo tornerebbe cosa 
vile e bugiarda porli tutti in un fascio, come ingiusta- 
mente suol farsi, perchè molti valentuomini e provatissimi 
di Chiesa furono e pur anche sono fra noi. Io n'ho co- 
nosciuto e conosco degli esemplarissimi e di specchiata 
vita, come n'ho conosciuto altresì de'perversi e de' tristi, 
fra' quali si possono annoverare gli apostati, i rinnegati e 
i fedifraghi, i quali se non furono buoni colla cherica, 
saranno anche meno buoni senza cherica : folle è chi sen 
fida, e senza pudore chi gli protegge. E or perchè non si 
dovranno disseparare gli uni dagli altri? Così accade in 
ciascun ordine della società : e' è il buono e l' ottimo ; il 
male e il pessimo; miimique simm: c'è la virtù, perchè 
e' è il vizio , ma non conviensi confondere l' una coli' al- 
tro. La virtù consegue il premio della buona stima e 
dell' amore ; il vizio consegue il castigo dell' infamia e del 
disprezzo; e chi sia malvagio, qualunque l'abito che ve- 
sta, merita essere additato, non per odip o malvolenza, 
ma ad esempio, acciò che altri se ne guardi. Or dunque 
perchè tanto scalpore? 

Dieci sono le illustrazioni delle Novelle, ossia dieci 
i Diporti che si contengono nel volume del signor Tribo- 



— 311 — 

lati; e cioè: r— Lo scolare e la vedova — Ser Ciappel" 
ietto — La fidanzata del re del Garbo — La Griselda 
— La Belcolore — La Lisa e il re Pietro — Il Pater- 
nostro di San Giuliano — Gimone — Madonna Zinevra e 
Lomellino — Simona. — Or vogliamo confidarci che l' il- 
lustre Autore proseguirà alacremente nelP incominciata sua 
opera, e che a mano a mano, nullostante il consiglio con- 
trario di un suo amico bolognese, ci darà tutto il rima- 
nente, a grande profitto delle nostre lettere e a molto 
onore di sé medesimo. 

F. Z. 



Palermo - LUIGI PEDONE LAURIEL - Editore 



BIBIJOTECA 

DKT I E ' 

TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE 

PER CURA DI 

GIUSEPPE PITRÉ 

VOL. IV, V, VI, VII. 



Fiabe , Novelle , Racconti 
ed altre tradizioni popolari siciliane. 



Sotto questo titolo verranno pubblicate quasi 300 tradizioni, state 
raccolte in tutte le provincie siciliane, nella genuina parlata di ogni co- 
mune. 

A ciascuna tradizione seguono le varianti siciliane e i riscontri che 
la tradizione stessa ha in tutta Italia. 

Novellieri vecchi e nuovi, popolari e letterati, nostrani e forestieri 
sono stati dal raccoglitore studiati e citati per la parte che essi hanno 
quando in una fiaba, quando in un racconto e quando in un aneddotto. 
Le ultime raccolte di novelline popolari italiane state fatte dai tedeschi 
Schneller, Wolf, Widter, Knust, Kohler, Gonzenbach, son tutte messe a 
contributo, cosi come i più recenti studi stranieri su questo argomento. 

La presente raccolta, già molto innanzi nella stampa, è divisa per 
serie più o meno lunghe. La I.** è di Fiabe e Novelle fantastiche; la 2." 
di Racconti; la 3." di Proverbi spiegati con aneddotti e facezie; la i^ 
di tradizioni sopra grotte, caverne, monti, castelli, ecc.; la 5.* di Favole 
nel significato letterario della parola. 11 raccoglitore non si é permesso 
nessun ritocco, nessun' aggiunta alla narrazione popolare, la quale perciò 
si presenta con tutte le grazie, la semplicità e la disinvolta spigliatezza 
che essa prende in bocca ai popolani. 

Oltre a' riscontri finali ciascuna tradizione ha le note che spiegano 
il movimento, per così dire, della narrazione, non che gli usi, i costumi, 
le superstizioni, le ubbie popolari che si riscontrano nella tradizione 
stossa. 

Precede la raccolta una introduzione che riguarda le Novelline in 
generale e in particolare, la natura de' testi pubblicati, e la maniera 
ond' essi vennero messi insieme. Segue una grammatica del Dialetto e 
delle parlate siciliane; e si chiude 1' ultimo volume con un Glossario per 
le voci e frasi tanto comuni alla Sicilia quanto speciali ad una parlata. 

Questa raccolta, la più ricca tra quante se ne sieno fatte sinora in 
Italia ed una delle più ricche d' Europa, è fatta con iscopo puramente 
scientifico e letterario, e giova sperarla utilissima per gli studi di Storia, 
Etnografia, Filologia e Novellistica popolare. Chi studia il popolo nella sua 
vita e ne' suoi sentimenti, vi troverà largo ai'gomento di curiose osser- 
vazioni; ed ogni famiglia vi avrà una lettura non meno grata che dilet- 
tevole pd onesta. L' Editore. 



MONUMENTO ^ 
A GIOVANNI BOCCACCIO 



Invitato dall' Eccelsa Commissione di Gertaldo per 
V Anniversario dì Giovanni Boccaccio, quale Membro Ono- 
rario della medesima, a raccogliere offerte per l'erezione 
di un Monumento al Principe de' nostri Prosatori , mercè 
delle usate sollecitudini, giunsi a raggruzzolare la tenue 
somma di it. lire 665 , di cui qui sotto darò Nota, pre- 
messi i nomi di que' generosi, che si piacquero ascoltare le 
mie istanze, aderendo coli' obolo loro a si pietosa e cTegnis- 
sima impresa; a' quali ora riferisco pubbliche e cordialissime 
grazie per la fiducia in me dimostrata. Dalla medesima si 
vedrà chiaro, che il tributo di omaggio a quel Grande, 
che onorò la Nazione, e che meriterebbe, secondo che 
mi scriveva un dotto contribuente, non un monumento di 
pietra , ma di oro, come d' oro fu quello che Egli innalzò 
alla Italiana letteratura ; non si rimane già solo ristretto 
ad una o a due Provincie, ma si allarga e si distende 
dall'uno all'altro capo della Penisola, laddove arditamente 
andai via via per lettere accattando. Onde, se ciascuno 
Commissario farà con zelo la parte sua, addolcando gli ani- 
mi degli ostinati avari, scuotendo quelli dei pusillanimi 
ritrosi e dei ricchi ignoranti, si toccherà la desiata meta, 
e allora si potrà ragionevolmente scolpire in fronte all' innal- 
zato Monumento: — Gli Italiani a CriOYanni Boccaccio. 

Francesco Zambrini. 



dei prefati signori Contribuenti e delle loro Oblazioni 
raccolte dalli 27 gennaio p. p. a tutt' oggi. 



Albicini, Conte Cav. Prof. Cesare, Sindaco di Bo- 
logna ];. 50. 

Aldrovandi, Conte Dott. Pietro — Bologna . . » 3. 

Bacci, Prof. Gommend. Domenico, Presidente del- 
l' Accademia di Gio. Pico della Mirandola — 

Mirandola » 5. 

Barbieri, Francesco — Faenza » 2. 

Barozzi, Dott. Commend. Niccolò, Direttore del 

Museo Correr — Venezia » 5. 

Baruzzi, Prof. Commend. Cincinnato — Bologna. » 5. 

Bentini, Prof. Ab. Santi — Faenza » .5. 

Bertocchi, Prof. Cesare Valentino — Bologna . )> I. 

Bertoldi, Dott. Prof. Commend. Giuseppe, Mem- 
bro Ordinario del Consiglio Superiore di Pub- 
blica Istruzione — Firenze » 5. 

Bianchini, Cav. Domenico — Roma » 3. 

Bilancioni, Avv. Pietro — Ravenna » 5. 

Boldrini Agostino — Bologna » ,5. 

Bolognini, Don Luigi — Faenza. ..... » 1. 

Boni Prospero — Bologna » 1. 

Brentazzoli, Dott. Alessandro — Bologna. . . » 1. 

Bullo, Cav. Cario, Sindaco di Chioggia ...» 4. 

Buonòpane, Prof. Luigi — Salerno » 2. 

Buscaino Campo, Prof. Alberto — Trapani . . » 5. 



Somma da riportare L. 108. 



31! 



Riporto L. 108. — 

Calderoni, Carlo — Faenza » 0. 50 

Calori, Prof. Gommend. Luigi — Bologna. . . » 2. — 

Candiani, Gav. Vendramino — Pordenone. . . » 5. — 

Ganonero, Prof. Romualdo — Forlì » 3. — 

Capozzi, Dott. Francesco — Lugo » 2. -— 

Cappelli, Gav. Antonio — Modena » 3. — 

Caronti, Cav. Dott. Andrea, Bibliotecario della R. 

Università di Bologna » 1. — 

Casella, Avv. Gons. Francescantonio — Napoli . » 5. — 

Catalano, Prof. x\ntonio — Campobasso ... » 10. — 

Cerquetti, Prof. Alfonso — Forlì. , . . , . » 1. — 

Cicconetti, Avv. Filippo — Roma » 5. — 

Cittadella Vigodarzero, Conte Gino — Padova . » 20. — 
Cittadella , Conte Giovanni , Presidente dell' Isti- 
tuto Veneto, Senatore del Regno — Padova. » 20. — 

Codronchi, Conte Pietro — Jmola » 5. — 

Coggia, Prof. Sebastiano — Bologna » 2. — 

Gorazzini, Prof. Francesco — Bari » 2. — 

Gorelli, Don Valentino — Faenza » 1. — 

Corradini , Monsignor Prof. Francesco — Padova. » 5. — 

Gosterbosa, Conte Gav. Benedetto — Bologna . » 2. — 

D' Ancona, Prof. Cav. Alessandro — Pisa ...» 5. — 

Dazzi , Prof. Gav. Pietro — Firenze » 5. — 

De Hippolytis, Prof. Ermenegildo — Salerno. . » 2. — 
De Leva, Gav. Prof. Giuseppe, Direttore della 
facoltà Filosotìca nella R. Università di Pa- 
dova » 2. — 

De Visiani, Prof. Gav. Roberto — Padova . . » 10. — 

De Zigno, Barone Gav. Achille — Padova . . » 5. — 

Di Giovanni , Prof. Gaetano — Cianciana ...» 10. — 
Di Mauro di Pelvica, Cav. Francesco, Direttore 

della Nuova Enciclopedia Italiana — Torino. » 5. — 



Somma da riportare L, 246. 50 



— nio -^ 

Riporto L. 246. 50 

Ellero, Prof. Cav. Pietro — Bologna .... » 2. — 

Fabris, Mons. Antonio, Bibliotecario della R. 

Università di Padova » ■ 2. — 

Fagnoli, Dott. Giuseppe — Bologna » 10. — 

Fava e Garagnani, Tipografi — Bologna ...» 5. — 

Ferniani Sante — Faenza » 0. 50 

Ferrato, Prof. Cav. Pietro, Direttore delle Scuole 

Comunali di Padova » 5. — 

Frati , Dott. Cav. Luigi , Bibliotecario dell' Archi- 
ginnasiale di Bologna » 5. — 

Gaiba, Dott. Giambattista — Bologna .... » 5. — 

Galeati, Cav. Paolo, Tipografo — Imola ...» 3. — 

Gaspari, Prof. Cav. Gaetano — Bologna ...» 2. — 

Gazzino, Prof. Cav. Giuseppe — Genova ... » 10. — 

Giannini , Prof. Grescentino — Ferrara .... » 3. — 

Giovannetli, Leonida — Bologna » 5. — 

Giuliani, Prof. Commend. Ab. Giambattista — 

Firenze » 5. — 

Guadagni Giovanni — Pomigliano D' Arco . . » 2. — 

Gualandi, Avv. Angelo di Domenico — Bologna. » 1. — 

Gualandi, Prof. Cav. Michelangelo — Bologna . » 2. — 

Hercolani, Principe Alfonso — Bologna . , . » 5. — 

Irabriani , Prof. Cav. Vittorio — Pomigliano 

D' Arco » 5. — 

Innominata Signora — Bologna » 2. — . 

Innominato Signore — Bologna ». 1. — 

Isola, Avv. Prof. Ippolito Gaetano — Genova . » 2. — 

Lanzerini Carlo — Bologna » 2. — 

Somma da riportare L. 331. — 



— ?A1 — 

Riporto L. 331. — 

Lanzoni, Prof. Ab. Filippo — Faenza .... » 0. 50 

Levi di Angelo, Cav. Giacomo — Venezia . . » 5. — 

Lipparini, Avv. Prof. Augusto — Bologna . . » 3. — 
Liverani, Tommaso, Segretario di Prefettura — 

Bologna » 1. — 

Manzoni, Conte Giacomo — Lugo » 2. — 

Merlani (Sigg. Fratelli), Regi Tipografi — Bo- 
logna » 5. — 

Minici! , Cav. Prof. Serafino Raffaele — Padova. » 5. — 
Montanari Giuseppe, Ditta Tipografica P. Conti 

— Faenza » 5. — 

Monti Giacomo, Tipografo — Bologna. ...» 2. — 

Neri, Dott. Achille — Genova » 5. — 

Olivieri, Prof. Giuseppe, Direttore del Periodico 

Il Nuovo Istitutore — Salerno .... » 2. — 



Panciaticlìi, Dott. Francesco — Forlì 
Papanti , Cav. Giovanni — Livorno . 
Passano, Cav. Giambattista — Genova 
Passarini, Ludovico — Roma . . . 
Patiri, Giuseppe — Termini-Imerese 
Pedrazzi , Prof. Francesco — Bologna 
Pelopeo, Èudalmo — Bologna . . . 
Penna, dott. Giuseppe — Bologna . 
Pepoli, Conte Gommend. Carlo, Senatore 

gno — Bologna 

Piella, Agostino — Bologna . . 
Pignochi-Franceschi, Teodolinda , Direttrice 

Scuola Primaria Femminile — Bologna 
Pitrè, Dott. Cav. Giuseppe — Palermo. . 



del Re 



della 



» 


b. — 


)) 


20. - 


» 


5. — 


» 


30. - 


» 


5. - 


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2. - 


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1. — 


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5. — 


» 


10. - 


» 


5. - 


» 


2. - 


» 


5. — 



Somma da riportare L. 461. 50 



— 318 — 

Riporlo L. 461. 50 

Pizzardi, Marchese Camillo — Bologna ...» 5. — 

Prina, Prof. Benedetto — Milano » 5. — 

Pappati, Dott. Lorenzo — Castel Franco del 

Veneto » 12. — 

Ramazzotti Carlo, Libraio Editore — Bologna . » 1. — 

Rajna, Prof. Pio — Milano » 5. — 

Razzolini, Prof. Prior Luigi — Greve .... » 5. — 
Regoli, Dott. Saverio, Segretario Comunale di 

Faenza » 1. — 

Ridolfi, Prof. Enrico — Lucca » 5. — 

Rodino Prof. Gav. Leopoldo — Napoli .... » 10. — 
Romagnoli, Cav. Gaetano, Librajò Editore della 

R. Commissione pe' testi di lingua — Bologna » 5. — 

Rossi, Dott. Sebastiano — Faenza » 2. — 

Rusconi Carlo — Bologna » 5. — 



Sani, Dott. Luigi — Reggio nell'Emilia 
Salvo-Cozzo, Cav. Giuseppe — Palermo 
Sapio, Prof. Cav. Giuseppe — Palermo 
Sassatelli, Conte Roberto — Bologna . 
Sassoli Dott. Cav. Alessandro — Bologna 
Sassoli, Avv. Cav. Enrico — Bologna . 
Savorini, Prof. Cav. Luigi — Bologna . 
Sforza , Prof. Giovanni — Lucca . . . 
Selmi, Prof. Commend. Francesco — Bologna 
Sica, Prof. Samuele — Salerno ..... 



» 


b. 


» 


15 


» 


5 


» 


5 


» 


5 


» 


10. 


» 


5. 


» 


5. 


» 


3 


» 


2. 



Talon, Conte Denis — Bologna » 5. — 

Taveggi, Conte Commend. Avv. Presid. Clemente 

— Bologna » 1. — 

Tedioli, Don Giuseppe — Faenza » 2. — 

Thomas, Dott. Antonio — Venezia » 10. — 

Somma da riportare L. 600. 50 



— 319 — 

Riporto L. 600. 50 
Toloniei, Prof. Gommend. Giampaolo, Rettore della 

R. Università di Padova » 2. — 

Tribolati, Avv. Gav. Felice ^ Pisa » 5. — 

Trombone , Prof. Dott. Fortunato, Preside del R. 

Liceo Monti in Cesena » 5. — 

Turriccia Giovanni — Faenza » 1. — 

Turrini, Prof. Giuseppe — Bologna » 5. — 

Valgimigli , Don Marcello, Bibliotecario della Co- 
munale di Faenza w 5. — 

Valsecchi , Prof. Gav. Antonio — Padova ... » 5. — 

Valvassura Ernesto — Faenza » 0. 50 

Vece, Prof. Antonio — Salerno » 2. — 

Veggetli, Dott. Prof. Gommend. Liborio, Presi- 
dente del Collegio Filologico e Bibliotecario 
Emerito dell' Università di Bologna . , . » 1. — 
Vendemini , Avv. Francesco — Savignano di Ro- 
magna » 5. — 

Vesme, Conte Comm. Carlo, Senatore del Regno 

— Torino . . » 5. — 

Viani , Prof. Gav. Prospero, Preside del R. Liceo 

Galvani — Bologna » 2. — 

Vigo, Gav. Francesco, Tipografo — Livorno. . » 8. — 

Violani, Don Luigi — Faenza. ....... 0. .5(J 

Vivarelli, Dott. Gav. Luca — Bologna. ...» 2. — 

Zambrini, Francesco, Direttore del Propugnatore 

— Bologna » 10. — 

Zanolti Federico — Faenza » 0. 50 

Somma totale L. 665. — 
Bologna, 7 Aprile 1871. 

OCJ* Presso la Direzione del Propugnatore resta tuttavia 
aperta la soscrizione per clii volesse offerire T obolo suo 
a beiictizio della suddetta Nazionale impresa. 



LA LETTERATURA ITALIANA DEL SECOLO XIX 



I. 



Da un luogo alquanto diverso dal consueto prendendo 
talvolta a riguardare gli oggetti , comecché mille volte 
osservati , proviamo nuovo diletto. Quanto perciò non 
giova al novello navigante, che la prima volta se ammira 
sola creatura vivente nell'ampiezza sterminata del cielo e 
dell'oceano, salutare al mattino il sole, che in tutta la 
pompa della sua luce emerge dall'azzurro infinito dell'ac- 
que! contemplarlo di nuovo al mezzo del giorno, mentre 
tutto riempie dell'indefettibile suo splendore l' immensità 
dell'aere e dell'onde! accompagnarlo finalmente con occhio 
mesto alla sera, quando al tramontare del rubicondo suo 
raggio si fa più vivo sentire in chi n' è lontano il desiderio 
della terra natale! 

Talora da 

Un luogo aperto luminoso ed alto 

(Inf. IV.) 

tutti in un prospetto ravvisando gli oggetti , partita- 
mente mille volte già contemplati, dall'analisi passando 
alla sintesi, nuova bellezza e vita in essi ammiriamo, si 
che siamo in forse di confessare ognuno di essi, direbbe 
il Petrarca, 

Raffigurato alle fattezze conte. 
Voi. VII, l\irtc 1. i>2 



;}2^ 

E quaiilo per questa ragione, dalle liofile colline 
che alla cara e bella mia Verona fanno senfipre fragrante 
ghirlanda, non giova soffermarci di sovente a sogguardare 
come in un panorama animato , il chiaro e largo fiume 
che le fa specchio e in due la divide, le popolate contrade 
e le vaste piazze, le acuminate cime delle cento sue torri 
e le cupole di tanti templi magnifici, il grato contrasto de' 
biancheggianti edificii moderni, coi venerabili ruderi di 
tante moli vetuste, monumento eloquente ed imperituro 
dell'antica nostra grandezza! 

Per questo ora confido, che disutile non debba riu- 
scire un prospetto compendioso della letteratura del nostro 
secolo, considerando -le fasi principali ch'essa fino ad 
oggi percorse, e la parte rappresentata da' più insigni au- 
tori, non tanto riguardo al merito filologico di ognuno, 
quanto riguardo all' indole caratteristica del periodo della 
storia nazionale in cui fioriva. Abbiamo in primo luogo 
riguardo all'atmosfera morale, da ciascheduno aspirata e 
respirata, e nella quale nessuno è inutile , perchè attore 
nel drama perpetuo che nello spazio e nel tempo mette 
in atti 

La provvidenza che governa il inondo. 

(Par. XI.) 

Italiani! Abbiamo valicato quasi tre quarti del secolo 
decimonono, con foga lanciata sempre più affannandoci 
innanzi , e senza posa gridando : progresso ! progresso ! 
Sostiamo un tratto, giacché abbiamo raggiunta fortunata- 
mente la mèta da tanti millioni di fratelli per milliaia di 
anni sospirata. Guardiamo con occhio riposato il cammino 
percorso. La letteratura nazionale è la face benefica, la 
quale ne illuminò nelle tenebre, ne rallegrò nelle angustie, 
no confortò fra i dolori dell'arduo cammino. Mutò colore 



col mutare dei tempi; ma iwn mutò natura giammai. 
Dante aveva acceso l'inestinguibile face. L'aveva ricevuta 
da Virgilio, al quale consegnata l'aveva Beatrice. Ad ogni 
italiano di buona volontà, colla scorta di quella indefetti- 
bile face iniziandolo alla sua lingua e letteratura, diceva: 

Se tu segui tua stella , 
Non 'puoi fallire a glorioso porto 

(Inf. XV.) 

Entrati felicemente nel porto, alquanto sostiamo. Giovi 
rammentare le superate vicende, i compagni di viaggio, 
lo fantasie, le speranze, i timori 

... come quei die con lena affannata. 
Uscito fuor del pelago alla riva. 
Si volge all' acqua perigliosa , e guata 

(Inf. I.) 



IL 



Primo periodo dal 1800 al 1815 

Incominciava il secolo decimonono con uno dei mas- 
simi avvenimenti, da lungo tempo preparato, clie prepo- 
tentemente pesar doveva su questo, e su molti secoli poi : 
la grande rivoluzione, principiata in Francia, e divenuta in 
breve europea. Era scoppiata con terribile fragore la mina 
da tanto tempo insidiosamente scavata e caricata, sotto il 
passato che a nessun patto ceder voleva il passo all'avve- 
nire. Un guerriero italiano sulle fumanti rovine, circon- 
dato da un mare di sangue, si innalzava un trono di 
bronzo, e dava principio all' invano contrastato avvenire. 

L'Italia era tutta devastata dalla guerra. I suoi figli, 



— ;324 — 

strappali dal seno malerno, combattevano e perivano a 
milliaia lontani dalla madre, e non per la madre. In nome 
della libertà, le era tiiannicamente rapita la libertà. Finiva 
tradita, venduta, derisa. Un poeta francese, Lamartine, 
la disse terra dei morti: un politico tedesco, Metlernich, 
la denominò espressione geografica, e nulla meglio ne più. 
Chi la terra dei morti conservò terra gloriosa dei 
vivi? Chi l'espressione geografica dimostrò ch'era gene- 
rosa nazione, diremo col Petrarca, 

DI poema degnissima e di stm^ia? 

La sua letteratura. 

in mezzo a tante guerre ed a tante rovine, ed alPan- 
nichilamento politico d' Italia, due grandi rivendicazioni si 
proposero i suoi uomini di lettere: la rivendicazione dei 
classici greci e latini, e la rivendicazione della lingua 
nostra. La lingua è la nazione. • 

Era invero singolare il risorgimento del classicismo a 
que'' giorni. L'aquila romana era ricomparsa sui vessilli 
delle legioni, alle quali il valore e la fortuna delle antiche 
non venivano meno. Colla repubblica, col consolato, coli' im- 
pero, i simboli, i nomi, le istituzioni storiche di Roma 
erano risorte : ma pur troppo , come in uno spettacolo 
teatrale, piìi a sbalordire gli occhi della moltitudine, che 
ad informare gli animi. Gli attoniti spettatori alla fine 
sarebbero divenuti attori, quando troncato inaspettatamente 
il drama, anzi crollato improvvisamente il teatro, avreb- 
bero dovuto deplorarne le conseguenze, subirne gli efi'etti, 
e pagarne le spese. 

Quando in nome della libertà, eguaglianza, fratellanza, 
con vile assassinio si strozzava immersa in sonno senile 
la più antica e gloriosa delle italiane repubbliche, emula 
dell'eroica romana; in un villaggio della veneta terraferma, 



— 32r. — 

a Possagno, era nato un contadinello, sulla cuna del quale 
avevano sorriso il genio di Michelangelo e di Raffaello. 
Era Antonio Canova. Egli avrebbe fatto rivivere nei marmi 
italiani i portenti artistici della Grecia. Quella perfezione 
che al secolo d'Augusto, Roma vincitrice confessava di 
non poter vantare a fronte della soggiogata rivale; l'a- 
vrebbe finalmente vantata la vinta Italia innanzi al despota 
suo figlio scettrato, che i suoi capolavori immortali depre- 
dava per arricchire la Francia, altresì in questo fatto pi- 
tocca superba. Ruba i miei frutti (protestava con Canova 
l'Italia): trapianta anche l'albero a tua posta, che sulla 
Senna in breve si seccherà: la perpetua radice, colla reli- 
gione delle memorie e delle speranze, mi fu donata da 
Dio, e nessuno può rapirmela. 

Canova, celebre capo-scuola, faceva risorgere la clas- 
sica scultura di Grecia nel periodo primo del secolo nostro, 
e rendeva superba de' suoi capolavori l'attonita Europa. 

Vittorio Alfieri dalla subalpina sua patria aveva rivolto 
uno sguardo sdegnoso alla penisola. Si vergognò della 
sua vergogna. Giurò riparazione e vendetta. Redense inde- 
fessamente studiando sé, la viltà presente, la gloria passata 
di Grecia e di Roma, il tempo perduto. A quarant'anni 
cominciò ad imparare la lingua greca. Volle e potè. Lasciò 
in eredità all' Italia, francata dal servile scimiottare gli spet- 
tacoli francesi , fatto italiano il teatro della classica Atene, 
tutto spirante la magnanima virtù dell'antica Roma. La 
classica tragedia cui invano bramò l' Italia nel secolo d'Au- 
gusto, per l'eroica perseveranza d'Alfieri l'ebbe nel nostro. 

Omero poeta sovrano... 

Signor dell' altissimo canto 

Che sovra gli altri come aquila vola 

(Inf. VL) 



— 32C — 
potè essere più ammirato da lontano, che studiato dap- 
presso dall' Allighieri. Fu troppo muto per il Petrarca, 
il quale tardi apprese il greco. Fu divinato meglio che 
inteso dall'Ariosto, che ne lesse una non bella versione 
in latino. Fu fatto veramente nostro in questo secolo. Il 
Cesarotti, il Foscolo, il Leopardi, e piiì il Monti ed il 
Pindemonte gareggiarono a dargli forme italiane. L' Iliade 
e l'Odissea, mercè questi due, oggi sono veramente ita- 
liane. Omero ripetè i due immortali poemi nella lingua 
dell' Allighieri, dell'Ariosto, e del Tasso. 

Sommo per noi era il dolore e il danno, che del 
teatro greco ne fosse giunto sì poco: e che quel poco 
non avesse degna veste italiana. Cessò finalmente questo 
dolore e danno d'Italia. Felice Bellotti, il più longevo 
dei discepoli del Parini, egregiamente tradusse le tragedie 
di Eschilo e di Sofocle : Antonio Cesari tradusse Terenzio, 
l'ape raccoglitrice delle comiche grazie greche. Da Pietro 
Giordani questa traduzione fu giudicata una delle migliori 
della nostra lingua. 

Le liriche amorose del Petrarca ebbero troppi imita- 
tori, scimmie e papagalli in gran numero: scarsi le sue 
liriche patriottiche, poche ma sublimi. Bisognava perciò far 
italiane le classiche liriche greche e latine. Pindaro fu tra- 
dotto bene dal Borghi: Callimaco dallo Strocchi: Orazio 
dal Gargallo, e dal Cesari. 

Anche la satira, creata nella lingua latina, doveva 
essere riprodotta nella lingua italiana presente. Persio fu 
tradotto dal Monti, Orazio e Giovenale dal Gargallo. 

A dir breve: nessun altro secolo ebbe traduzioni 
tante e sì buone di classici. Demostene fu tradotto dal 
Cesarotti, Tucidide dal Boni, Pausania dal, Ciampi, Ero- 
doto dal Muxtoxidi, Strabone dall' Ambrosoli, Cicerone 
(lettere) dal Cesari, Virgilio dallo Strocchi, Arici e Leo- 
pardi, Tibullo dal Biondi, Lucano dal Gassi, Cesare dal- 



rUgoni, Livio dal Mabii, Tacito dal Balbo e dal Valeriani, 
Plinio secondo dal Paravia, Sallustio dall'Alfieri... 

La rivendicazione dei classici greci e latini, era accom- 
pagnala dalla rivendicazione della lingua. 

Ila r Italia una lingua? È viva o fossile? Quanto 
vale a confronto delle classiche antiche, e delle moderne; 
massimamente a confronto della francese che tutto invade? 
La Toscana, e fors' anche la sola Firenze, è V unica terra 
santa per la lingua del sì? È legittima la dittatura del- 
l' Accademia della Crusca sulla nostra lingua? Nel trecento, 

tutto al pili, con alcuni privilegiati del cinquecento, fu 
chiuso con sette sigilli il libro d'oro della lingua nobile? 

1 volumi del vocabolario della Crusca, sono le colonne 
d'Ercole per la fdologia italiana? 

Sotto due bandiere schierati erano i combattenti. Su 
quella del Cesari era scritto: Conservazione : su quella del 
Monti : Progresso. 

Furono tra i combattenti il Perticali, il Giordani, il 
Leopardi, il Nicolini. il Colombo, il Zanotti (Paolo), il 
Manuzzi, il Tommaseo, il Carena, -il Gherardini che solo 
fece più di un'acccademia. Fu lungo e clamoroso il 
conflitto. 

Frutto della lotta è, che l'Italia conservò progre- 
dendo, e progredì conservando. Onore ai prodi. 

Il senso recondito della lunga ed accanita lolla era 
questo: — Siamo eredi della Grecia e di Homa. — Siamo 
figli di Dante. — Siamo Italiani. 

III. 

Secondo periodo dal 1815 al 1840 

Di questa proposizione la prima parte era universal- 
mente professata: sulla terza non poteva sorgere contrasto: 



— 328 — 
la seconda in letteratura era più asserita che sentila. I let- 
terati erano tutti cristiani: lo spirilo della letteratura, 
educata all' idolatria dei classici , era pagano. 

Assai prima della letteratura in kalia si francarono 
dal gentilesimo le scienze naturali. Quel grande, come 
cantò il Foscolo, 

... che vide 
Più mondi, e il sole irradiarli immolo. 
Onde air Anglo che tanta ala vi stese 
Sgombrò primo le vie del firmameìito, 

non riconosceva nell'autorità degli idolatrati suoi prede- 
cessori, che una presunzione in favore della verità da essi 
asserita. Sue guide erano, la ragione e l'esperienza. L'AI- 
lighieri, seguendo la vera dottrina di Aristotile, aveva 
già cantato : 

Esperienza, 
Ch'esser suol fonte a' rivi di vostr'arti 

(Par. II.) 

La mitologia dominava in tutto. Non era mitologico 
soltanto il frasario poetico, siccome di necessità doveva 
accadere ad una lingua eh' è palingenesi di lingua pagana. 
Per la medesima ragione il frasario dei superfetati mate- 
rialisti dei nostri giorni, è spiritualista. Era il genio sen- 
suale della mitologia che dominava per tutto. Le visioni 
del Varano, precursore delle cantiche del Monti, che fu 
iperbolicamente salutato Dante ringiovanito, le odi orazione 
ed in parte il Giorno del severo Parini, i Sepolcri del 
magnanimo Foscolo, le poesie in buon numero del pate- 
tico Pindemonte, i versi innocentissimi del padre Cesari, 
sono mitologici. 



— 320 — 
Il Foscolo non poteva far professione di fede più 
eloquente di questa, intorno alla sua venerazione per gli 
eroi ch'erano in polvere: 

E me che i tempi ed il desio d'onore 
Fan per diversa gente ir fuggitivo. 
Me ad avvivar gli eroi chiaman le Muse 
Del mortale pensiero animatrici. 
Siedon custodi dei sepolcri, e quando 
Il Tempo con sue fredde ale vi spazza 
F'in le rovine, le Pimplèe fan lieti 
Di lor canti i deserti, e l'armonia 
Vince di mille secoli il silenzio. 

11 Monti scaraventò contro i nemici della mitologia 
il famoso sermone: 

Audace scuola boreal, dannando 
Tutti a morte gli dèi. 

Abolita la mitologia, secondo i pregiudizii dèlia clas- 
sica scuola, era suonata l'ultima ora per la poesia. Ave- 
vano ragione in questo, che se una mitologia fosse neces- 
saria, dovevasi preferire la classica alla barbarica. Meglio 
era far senza di ambe. 

Il teatro era tutto pagano. Pagano è lo spirito delle 
tragedie dell'Alfieri, anche di argomento cristiano. Pagano 
quello delle tre del Monti. Pagano quello delle dne del 
Foscolo. Pagano anche quello dell' Arminio di Ippolito 
Pindemonte, non che dei drami allora molto applauditi 
di suo fratello Giovanni. È forse cristiano lo spirito a 
battuta di musica dei melodrami dell'abate Metastasio? 
Qualche opera storica del padre Cesari , quantunque com- 
posta in servigio della religione cristiana, può dirsi ispi- 



— 330 — 

rata da quella critica e da quella filosofia, che sono con- 
seguenze tardive ma legittime del cristianesimo? 

Poteva dirsi religioso rimorso quello che faceva cosi 
protestare il moralissimo Passeroni nel principio del suo 
Cicerone : 

Le parole destino, o biondo Nume, 
Fato, Fortuna, oppur Celesti Dive, 
Ed altre che saran nel mio volume, 
Son vocaboli usati da chi scrive 
In versi per antico e rio costume, 
E non già sentimenti di chi vive 
Nel grembo della chiesa, e che professa 
D'essere buon cristiano, e dice messa. 

Siamo figli di Dante! proclamarono i letterati di 
questo secondo periodo. Egli usa della mitologia come 
di allegoria, di ornamento, non mai come di macchina del 
poema. Le favole mitologiche per lui sono come i ruderi dei 
templi pagani per gli architetti delle nostre basiliche. La 
mitologia nella divina Comedia serve e non domina. Il 
Tasso non è ispirato dal cristianesimo quanto oggi si po- 
trebbe bramare , ma non è pagano. 

Il trattato del 1815, che schiacciava ogni aspirazione 
liberale, e perciò cristiana, dell'epoca precedente, era 
oscenamente pagano. 

V Italia era per esso F Ifigenia condannata al sacri- 
ficio per impetrare i venti favorevoli all' ambizione di Aga- 
mennone, alla libidine di Menelao, alla prepotenza di 
Achille, alle frodi di Ulisse, ai sortilegii di Calcante. 

Nessun rispetto ai diritti delle già tradite repubbliche. 
Non consultati i popoli, o tenuto conto dei loro desiderii, 
fi dei loro interessi. Veh vietisi proclamarono innanzi al 
verde tappeto i battezzati Brenni . in nome della Santis- 



— 3ai — 

sima Trinila. Divisi i popoli sulla caria geografica, come 
si dividono fra gli eredi dei ladri i campi e le mandre. 
In compenso dei popoli venduti o permutati, assegnati i 
millioni da estorcersi ai popoli stessi. L'Austria padrona 
della nostra peninola suddivisa in ghiotti bocconi. Ogni 
duca granduca, suo agente secreto di polizia. Un corpo 
di suoi gendarmi in permanenza sul Po, col pretesto di 
proteggere il papa, e, come i fatti palesarono, per inte- 
resse proprio, a spese dei sudditi. La Francia pronta ad 
un cenno colla flotta a Civitavecchia, a Ravenna, ad An- 
cona, se la penisola si commovesse^ perpetuando la sub- 
dola politica di Carlomagno. I duchi borboni screziati nella 
penisola cogli arciduchi austriaci. La croce sempre sull'elsa, 
ma la spada sempre brandita contro l' Italia. Dall' Italia 
invocati i Francesi quando ne sono lontani; detestati ogni 
qual volta vi sieno entrati, nipoti dei crociati ad un bisogno, 
ma figli dei Galli. I Vesperi di Sicilia e le Pasque di Ve- 
rona lo dicono. 

Siamo figli di Dante! Egli è discepolo di Virgilio, 
ma è amante di Beatrice. Facciamo che la nostra lettera- 
tura sia ispirata dal cristianesimo, fatta ragione alle con- 
dizioni presenti. 

Primo della nobilissima schiera ci si fa innanzi Ales- 
sandro Manzoni. 

I suoi Inni Sacri furono un segnalato avvenimento 
nella storia della nostra letteratura. La nostra lingua, come 
le sue sorelle romanze, può dirsi che fosse stala educala 
colla lettura della Bibbia. Dante è il poeta cattolico per 
eccellenza. Torquato cantò 

/' armi pietose e 'l capitano. 
Che il gran sepolcro Uberò di Cristo. 

Quegli Inni furono come la prima scintilla a destare 
r incendio , dove la combustibile materia è sovrabbondante. 



— 332 — 
Si aspellava quel molto d' ordine. Ecco poi liriche sacre 
per tutla Italia, tutte inferiori di età come di merito. 

L' Inno in morte di Napoleone, produsse una rivolu- 
zione letteraria. L'eroe della pagana conquista, poetica- 
mente meditato secondo le arcane leggi della provvidenza 
dalle cime del Golgota, fu elettrica scintilla a distruggere 
r ispirazione pagana , ed accendere la cristiana. Chi non 
ha scolpito nella fedele memoria quell'Inno? 

I Promessi sposi introdussero nella nostra letteratura 
un genere di componimento che può riuscire utilissimo, 
dove prima per pregiudizio della classica idolatria vi era 
escluso, non altrimenti riguardandolo, che quale ibridismo 
dell' epopeia e della storia. Vita ne è il cristianesimo, in 
tutta l' universalità della sua pratica applicazione, da don 
Abbondio al cardinal Borromeo, da Tonio ad Antonio de 
Leva, da Renzo all'Innominato, da Lucia ed Agnese alla 
monaca di Monza. Unico Michelangelo poteva dipingere 
quadri piìi terribilmente sublimi della peste, della carità 
di un vescovo, dei rimorsi di un signorotto medioevale. 
Chi può leggere quel romanzo tanto popolare, senza sen- 
tirsi più cristiano di quello che prima si sentisse ? 

Le Tragedie colla nuova ragione poetica, adattata alle 
nuove condizioni dei tempi, danno il colpo di grazia al- 
l'idolatria del fossilizzato classicismo, aprendo libera la 
discussione su quello che ciecamente volevasi indiscutibile 
per privilegio di secolare prescrizione. Luminosa traluce 
la fede nella provvidenza, sostituita ai ferrei decreti del 
fato: si contempla l'uomo reale, imitabile nelle sue debo- 
lezze e sventure; e non si ammira l'eroe per convenzione 
impassibile. La vita del nuovo popolo vi è rappresentata, 
ed al tempo stesso educata. 

Questi germi cristiani, dopo non molti anni mature- 
ranno le tragedie di Silvio Pellico, meditate in gran parte 
nella solitudine dolorosa dello Spielberg. Il dolore è la 
palestra dell'eroismo cristiano. 



— 333 — 

Alessandro Manzoni non avrebbe potuto creare il 
romanzo storico, e le tragedie fecondate dal nuovo spirito 
del cristianesimo, se non avesse profondamente studiato 
la storia. Il settecento aveva rammassata e scoperta infi- 
nita suppellettile storica. Erano le aride ossa che tutta 
ingombravano la deserta landa veduta già dal profeta. Ad 
animarle bisognava la parola di Dio. Fu il Manzoni che 
esclamò su quegli spolpati scheletri: Aride ossa, udite la 
parola di Dio! Lo spirito dell'Evangelio per lui passò 
nella storia: quello spirito che manca al Sismondi; ed al 
Botta, classico non solamente nella forma e nello stile, 
ma nello spirilo. In essi udite Livio e Tacito, come già 
nel Guicciardini e nel Macchiavelli. 

La critica finalmente dal Manzoni era fatta cristiana. 
Nei salmi la verità è assai spesso accoppiata colla miseri- 
cordia. Gli stessi apologisti del cristianesimo nei primi 
secoli, educati alla scuola pagana, furono talvolta più 
armati della prima che della seconda. Le polemiche della 
nostra letteratura sono quasi sempre aggressioni e zufle 
a coltello. Un immorale giornalismo anche a' nostri giorni 
brigantescamente pretende di far trionfare la fede rinne- 
gando la carità. Il Manzoni nella polemica contro il Si- 
smondi, esemplarmente confuta Terrore ed ama l'errante, 
come teoricamente il padre Allighieri aveva insegnato. 

Intorno al sole collocate i pianeti. Tommaso Grossi, 
coi Lombardi alla prima crociala, rimette in onore l'epoca 
dell'eroismo cristiano, quantunque il poema non corri- 
sponda all'esagerata aspettazione: coli' lldegonda, invitando 
al pianto sopra una vittima degli abusi del cristianesimo, 
invita a studiarlo prima di giudicarlo: nel Marco Visconti 
ci rapisce nell'ideale dei secoli di fede; colla Fuggitiva ci 
persuade eh' è il poeta dell'oggi. 

Il Cantù colla Margherita Pusterla, il D'Azeglio col 
Nicolò de'Lapi, come il Berchet, ed il Torli, coi loro 



— :v.\ì — 
versi, ed allri, si palesano e confessano ludi della mede- 
sima scuola. L'opinione pubblica è informala dalla scuola 
del Manzoni. 

Il Guerrazzi? È iriiverente anche talora contro del 
cristianesimo, intemperante nelle bestemmie ed immora- 
lità, come nello stile: ma l'atmosfera in cui crebbe e vive, 
è la cristiana. Senza il cristianesimo non sarebbe quello 
die è. Ammiriamo anche T angelo caduto, e compiangendo 
in qualche romanzo, esso e la patria, meditiamo umiliati 
con Dante: 

S'ei fu sì bel, com'egli è ora bruito 

(Inf. XXXIV.) 

Giuseppe Mazzini di tempo in tempo coi clandeslini 
suoi dettali sfolgorava, direbbe il Tasso, 

Qual cometa che stragi e morti adduce, 
A' purpurei tiranni infausta luce. 

Antonio Rosmini ricalcando i vestigi di s. Tommaso 
d'Aquino, rinnovò il connubio dell'enciclopedia colla fede 
cristiana. 

Dissero i figli di Dante: Il nostro gran padre preferì 
alla lingua dell'aristocrazia scientifica politica e jeratica, 
la lingua del popolo, detta allora volgare. Secondo le cro- 
nache, seduto sul sasso che a Firenze conserva il suo 
nome, rispondeva benigno alle interrogazioni dei popolani, 
i quali a memoria ne imparavano i versi, e recitavanli nelle 
officine: il suo poema, come la Bibbia, pochi anni dopo 
la sua morte era letto nelle chiese, e spiegato al popolo. 
Mettiamo adunque il popolo a parte dei nostri studi. Le 
cattedre lasciamo da parte, per le sale di conversazione e 
di civile diporto: abbandoniamo il ponderoso volume per 



— ;ì3o — 

il manesco giornale: il giornale ucciderà il volume, ma 
,'duclierà il nostro popolo. 

Crearono i giornali scientifici e letterari , moltiplicali 
l)oi all'infinito. Collaboratori del Conciliatore, delP Anto- 
logia, del Politecnico e di simili periodici, furono gli 
uomini di lettere più celel)ri o benemeriti. Per essi il 
giornalismo era sacerdozio civile, e non prezzolalo me- 
stiere. 

IV. 

Terzo periodo, dal 1840... 

Siamo italiani! suonava la terza parte delia proposi- 
zione letteraria formulata fin dal principio del secolo, 
come dicemmo. Non per altro, che per non lasciarsi usur- 
pare dagli stranieri, ovvero abbandonare inculta e sterile 
l'eredità gloriosa dei secoli precedenti, con tanto zelo 
riposero in onore il classicismo greco e latino. Quando 
poi tanto amore si nutrì per il cristianesimo e per Te- 
poca del suo maggior fiorimento, non si dissimulava la 
predilezione per l'Italia che n'è il centro inconcusso, nel 
quale fu sempre unita, mercè il quale apportò ed apporta 
con missione perpetua la civiltà a tutti i popoli , onde rin- 
novò veramente la faccia della terra : mercè il quale final- 
mente dopo la caduta dell' impero romano a sé di con- 
tinuo richiamò la venerazione dell'orbe. L'Italia era in 
fondo a tutte le aspirazioni, a tulli gli sludii; ma troppo 
era pericoloso il manifesto desiderio della sua libertà, 
quantunque universalmente sentito, come troppo vergo- 
gnosa sarebbe stata per i dominatori la dichiarazione 
aperta della sua servitù. Fra principi e letterati era un 
continuo giocare di perifrasi: un dire senza voler dire: 
un simulare e dissimulare a vicenda. 



— 3;ì() — 

Verso il 1840 per molle favorevoli circostanze la- 
more delle nazionali libertà si fece generalmente piìi info- 
calo", e più aperto. La Francia, onde partono sempre le 
prime scintille, il Belgio, la Polonia, la Grecia, avevano 
dato magnanimi esempi. Per molte ragioni i principi di- 
vennero, apparvero meno ombrosi. IJn d'essi in Italia 
si dichiarava liberale. Era Carlo Alberto re di Piemonte* 
L'antico programma della casa di Savoja, simboleggiato 
nel -carciofo, era popolare. 

L'anno 1843 veniva in luce il Primato degl'Italiani 
di Vincenzo Gioberti, opera generalmente acclamata come 
prodigio di eloquenza e di sapienza, perchè dimostrava 
quello che tutti sentivano, ed agognavano fosse dimostrato. 
La rivendicazione degli scrittori classici, e del cristiane- 
simo, antico programma della nostra letteratura, ne è la 
base. Per gli uomini nei quali più del sentimento biso- 
gnava eccitare la riflessione, venivano in luce le Speranze 
d'Italia di Cesare Balbo. Che cosa potevasi bramare di 
meglio? I tempi incalzavano. 

L' anno 1846 era creato papa Pio IX. Prima che fosse 
creato, si sapeva che cosa egli doveva essere: prima che 
avesse parlato, si sapeva che cosa doveva dire. L'amnistia ai 
condannati politici: la costituzione: il grido Viva Pio IX! 
per tutta la penisola, che voleva dire Viva la libertà d'I- 
talia! la sollevazione di tutti gli Italiani, sotto le bandiere 
dei loro principi, contro l'Austria, sono lampo, tuono e 
fulmine. I timidi sono coraggiosi: gli scrupolosi son libe- 
rali: in tutta l'Italia è un voto solo. 

I repubblicani in Sicilia, per delirio del meglio impe- 
discono il bene: in Pio IX il papa lotta col re: l'eroica 
Venezia è abbandonata a se sola: Carlo Alberto è scon- 
fino a Custoza, e poi a Novara: torna tutto in condizioni 
peggiori: gli ultraliberali hanno fatto l'interesse dei despoti. 

IVla si è dimostrato ali? Europa, che cosa vuole l' Ita- 



— 337 - 
lia : r Italia ha coscienza di quello che avrebbe pollilo, se 
fosse rimasta concorde. L' Europa non vide il programma 
di questo spettacolo invano: T Italia non fece la prima 
prova dello spettacolo invano. La pubblica opinione si 
prepara. L'insuccesso deve condurre al successo. La na- 
tura delle cose lo vuole. 

Il 1848 fu preludio del 1839 e del 1866. 

Dopo il Primato e le Speranze, Gioberti e Balbo ar- 
ricchirono di molti libri la nazionale letteratura , e da 
tutti spira ìimor patrio.. 

Silvio Pellico e nelle prose e nelle poesie è sempre 
moralissimo patriota. Le Prigioni, i Doveri degli uomini, 
le Tragedie, da chi non furono letti? 

Cesare Gantù colla Storia universale, tante volle ristam- 
pata, educava miriadi di lettori al religioso liberalismo 
del 1848. Indefesso scrive pur oggi a medicare gli abusi 
e le intemperanze del liberalismo. 

Anche Terenzio Mamiani favorì colla filosofia il pa- 
triottismo. 

La faconda eloquenza del padre Gioachino Ventura 
aggiunse l'entusiasmo religioso al patrìottismo. 

Massimo d'Azeglio coi Romanzi e coi Ricordi, non 
meno che col senno al ministero, e colla spada a Vicenza 
nel 1848, fu campione della più santa delle cause. 

Nicolò Tommaseo in tutta la sua vita letteraria e po- 
litica, si fece ammirare sempre eguale a sé: rigido ama- 
tore di squisita purezza nel patriottismo, nella filosofia, 
nella lingua. 

Andrea MafTei traducendo egregiamente Gesner, Milton, 
Schiller, Moore, Byron, fece sedere l' Italia all' estetico ban- 
chetto delle nazioni sorelle. 

Giuseppe Giusti colla satira conservò in Italia quel- 
l'orìginalità in questo genere, tutto nostro indigeno, che 
doi)o Orazio Persio e Giovenale, lasciò ancora un campo 
Voi. VII, Parie 1. 23 



— 338 — 
inlatto al Parini, e dopo il Pariiii, fra lo stupore univer- 
sale, ad esso. 

Ogni lettole qui aggiunga i letterali viventi suoi pre- 
diletti. 



V. 



In questo secolo della nostra letteratura, per amor 
di giustizia dobbiamo ammirare: 

1. La questione della lingua sciolta nel senso pratico 
pili utile e decoroso per la nazione. La lingua è italiana: 
vive in tutti, e per tutti. 

2. Le traduzioni dei classici greci e latini più nume- 
rose, e migliori di quelle di qualunque altro secolo. 

3. Le traduzioni dei classici stranieri più numerose 
e migliori di quelle di qualunque altro secolo. Non è capo 
lavoro straniero che non sia stato a gara da parecchi ve- 
stito di forme italiane. 

4. La filosofia della storia,, e la critica, in continuo 
progresso. 

5. Il romanzo storico fu acclimatizzato coi Promessi 
Sposi. 

6. Il teatro favorito da premii e. concorsi, vanta 
buone produzioni originali, e sdegna il forestierume. 

7. L'epigrafia italiana emulò la breviloquenza latina: 
Giordani, Muzzi, Garrer, Nicolini, Paravia, Manuzzi... 

8. L' istruzione è universalmente diffusa quanto prima 
non fu mai. Ogni italiano deve saper parlare leggere e 
scrivere la sua lingua. 

9. La scienza non ebbe mai tanta estensione, quanta 
nel secolo presente, per giornali e scuole popolari. Gre- 
scendo tanto la superficie, se non aumentò, non iscemò 
per questo la profondità che prima aveva. 



— 339 — 

Onoriamo il secolo, al principio del quale il nostro 
Volta colla pila elettrica sbalordiva l'Europa. Di qui Te- 
lettrotipia, la doratura elettrica, il telegrafo elettrico, Te- 
lettroterapia. 

Onoriamo il secolo, che il progresso letterario asso- 
ciando al morale, perchè mente e cuore sono inseparabili, 
istituiva per tutta la penisola gli asili per l'infanzia, le 
case per i discoli, il patronato per i liberati dal carcere, 
le scuole per i ciechi e per i mutoli con progresso edu- 
cativo irresistibile. 

Onoriamo il secolo, che T istruzione e l'educazione 
elevò al grado di scienza con Aporti, Lambruschini, Mauri, 
Ambrosoli, Capponi, Parravicini... 

Onoriamo il secolo, nel quale ogni nostra città fe- 
steggiò con monumenti il giorno natalizio di Dante, il 
nome del quale non può tradursi in altre parole che 
in queste : 

Sapienza, e Amore, e Virtute. 

(Inf. I.) 

Luigi Gaìtek. 



AL CHIARISSIMO ED ONOREVOLE SIGNORE 

CAV. DOTI. ANGELO VOLPE 
Regio Provveditore per gli studi in Coseiita 



Car.mo Preg.mo Amico 

L'ultima volta, che ebbi la consolazione di una tua 
visita, ti feci un cenno del modo da me tenuto intorno 
alla pronuncia della lingua greca, mostrandoti il perchè 
non" seguiva in ciò l'esempio di molti insegnanti, i quali 
hanno accolta la maniera, che Erasmiana si dice dal primo 
suo propugnatore. Tu allora non disapprovasti la mia opi- 
nione, anzi volesti esortarmi a pubblicare quando che 
fosse le ragioni che me l'avevano fatta accogliere: ed ora 
seguendo il tuo consiglio eccoini ad esporre le conside- 
razioni che a ciò m' indussero : il che faccio volentieri , 
prima per onorarmi in pubblica guisa della tua amicizia, 
e secondariamente perchè i giovani da me istruiti nei prin- 
cipii di quella bellissima lingua, vedendo che in altre 
scuole, dove insegnano dotti ed illustri professori , si tiene 
una maniera diversa di pronunciare il greco, non credano 
che io operi a capriccio, o che battendo un'altra strada 
voglia 

« Rendermi singular dall'altra gente. » P. 

Io sono sempre stato di parere che nella pronuncia 
delle lingue morte, per accostarsi piìi che sia possibile 
alla verace, si debba por mente al come suona nella bocca 



— 341 — 

di quel popolo che è nato sul luogo, dove nacquero, 
dominarono e morirono i padri suoi, perchè que' suoni 
tenacemente rimangono e per secoli si conservano traman- 
dali da padre in figlio. 

Persuaso di questa verità Giovanni Milton, il quale 
era stato qualche tempo in Roma, ed aveva sentito come 
dai Romani si pronunciava la lingua latina, ne insegnava 
alle sue figlie, da lui istruite a leggere varie lingue, il 
suono delle vocali e delle sillabe molto differente dall' in- 
glese, e voleva che coloro, i quali andavano durante la 
sua cecità a leggergli que' libri latini che più gli erano in 
grado, pronunciassero la lingua latina come gl'Italiani 
fanno, e specialmente i Romani che hanno ritenuta, ei 
diceva, gran parte di pronuncia di quella antica favella (1). 

Ciò che il grande poeta pensava del latino, parmi 
che debba a maggior ragione militare per la pronuncia 
del greco, lingua che assolutamente non può dirsi morta 
del tutto, imperocché i moderni Greci tengono ancora 
non piccola porzione del loro nobilissimo antico idioma, 
del quale fanno uso nei sacri riti della loro chiesa; e, 
secondo che opina il Du Gange, la messa, i divini oflTici 
ed eziandio le lezioni che si porgono in mezzo a quelli, 
sono scritte nell'aurea antica lingua degli Attici. E rispetto 
poi alla pronuncia della medesima il Greco P. Tom. Sta- 
nislao Vaiasti da Chio dimostra che si è sempre nei riti 
sacri mantenuta incorrotta ed armoniosa come ab antico (2). 
Imperocché sebbene le invasioni dei Turchi specialmente 
abbiano portato qualche corruzione alla purità di quella 



(1) Vedi la Vita di Giov. Milton premessa alla traduzione del Para- 
diso Perduto fatta dal Rolli. 

(2) V. Dissertazione del P. Tom. Stanislao Vaiasti sopra la pronuncia 
della lingua greca , dal latino tradotta in italiano da Gherardo Nerucci , 
Firenze. Le Monnier 1862. 



— 342 — 
primitiva castissima lingua, e no, abbiano alteralo alquanto 
i suoni nella bocca del popolo , e siensi formati varii par- 
ticolari vernacoli, ciò non ostante i Greci in qualunque 
paese si trovino o nella Morea, o in Macedonia, in Tes- 
saglia, in Corfiì, e in Cipro, quando sono adunati nelle 
loro chiese cantando tutti profferiscono in ima maniera 
stessa le sacre preci scritte nella lingua materna, di cui 
hanno in questa guisa serbata la vera pronuncia. Per la 
qual cosa l'eruditissimo Menagio si maravigliava che si 
trovassero stranieri, i quali volessero opporsi ad una co- 
stumanza tenuta da un' intera nazione, la quale meglio s' in- 
tende colle sue irregolarità che a lei rimproverano di 
quello che essi non s'intendono fra loro colle riforme, 
e quindi diceva: (1. pag, 335). » Io leggo e pronuncio il 
greco in quel modo che si legge e pronuncia oggi nella 
Grecia intera. Sarebbe ottimo avviso che coloro i quali lo 
leggono e pronunciano diversamente si fondassero sopra 
una valida autorità in particolar guisa per la pronuncia 
delf' ita. » E di questo sentimento era pure il dotto Sca- 
ligero, che per acutezza di mente, e per dottrina nelle 
greche lettere certamente ha pochi che gli vadano del 
pari. Egli era tanto persuaso che si dovesse pronunciare 
il greco come dai Greci si parla, che per sino chiamava 
eretici coloro che sostenevano V opposta sentenza (1). Altri 
autorevoli nomi potrei qui citare, ma noi comporta la 
brevità di una lettera. 

Ora veniamo agli Erasmiani. Costoro insegnano che 
due vocali formanti dittongo si debbano pronunciare pos- 
sibilmente separate, al contrario di ciò che fanno i Greci 
che le profferiscono unite, onde in bocca loro l'ai suona 
e, l'ei, e 01 suona i, e la y) pure sempre come i; e quelli 



(I) V. Scaliger, pag. 32, e Nerucci, I. e. 



% 



— 343 — 

vogliono che «i si pronunci come Tai italiano nelle voci 
vai, dai, mai: e Vn come ei in sei, dei; e Voi come 
voi, noi; la n poi dicono sempre e, e non mai i: ed a 
sostegno della loro sentenza si fanno forti della trascri- 
zione in latino delle greche voci. 11 che non parmi che 
porga un sicuro e valido argomento. Chi non sa che le 
parole cambiano e si alterano passando da una ad altra 
lingua, essendo costumanza propria di tutte le nazioni di 
variare i vocaboli forestieri per dar loro, come dicesi, 
una fìsonomia casereccia ? Perchè noi Italiani diciamo Dio, 
mio, difetto dal latino Deus, meiis, defeclus; ed al con- 
trario degno, semplice, neve da digmis, simplex, nix si 
dovrebbe argomentare che 1 Latini nelle allegate voci pro- 
nunciassero Ve come i, e Pi come e? Certo che no. 
Così se i Latini cambiavano Tri ora in e ed in a, come 
nelle voci TraTr^p, pater, lAtjTYip, mater, (pYJjiT], fama; ed 
ora in i , come in genitus e genitor da YevvY]Tó? e xewYiTwp 
revvììTY]?, llerminius e Algidum da 'EpfAYivioq e 'AXyri^cv 
e in altre molte, non parmi che da questa varietà di tra- 
duzione si possa determinare con certezza che V-q debba 
pronunciarsi piìi in un modo che in un altro. E se ancora 
dai molti esempi, che veder si possono nella dissertazione 
del Vaiasti , e che troppo lungo sarebbe il qui riportare , 
si ricava dalle voci contenenti dittonghi che si pronun- 
ciavano uniti, chiunque abbia fior di senno si persuaderà 
agevolmente che questo argomento delle trascrizioni non 
giova punto all'assunto degli avversari, i quali, se non 
erro, penso che si potranno giovar poco eziandio dell' au- 
torità stessa di Erasmo. 

Questo potentissimo intelletto fornito di immensa eru- 
dizione facilmente poteva con ragioni speciose sostenere 
qualunque paradosso gli fosse venuto in testa di provare : 
e ne dà chiara prova nell' elogio da lui scritto della pazzia. 
Ora mosso dall'indole sua capricciosa si pose in animo 



— Uì — 

(li cambiare roflierna 'pronuncia dei Greci, supponendo 
per certe sue congetture in apparenza non dispregevoli, 
che l'odierna loro pronuncia non fosse più quella'^degli 
antichi Elleni, e ne fabbricò una di sua mente inculcan- 
dola agli altri come la sola retta e legittima, della quale 
però non sembra che fosse persuaso egli stesso. Infatti da' 
suoi Colloqui (1) si ricava che egli, pronunciasse in guisa 
diversa da quella che agli altri voleva insegnare. Si legga 
il colloquio intitolato T Eco. In questo alle voci latine fa 
che l'eco risponda ora con parole latine, ora con greche 
in questo modo: 

» eruditionis , Echo, òvoiq. 



» episcopi, 


» 


XOITOl. 


» onus. 


» 


'0 vouc, 


» astrologi, 


» 


Xdyoi. 


» grammatici. 


» 


£1X1?]. 


» famelici 


» 


16x01. 


» Ciceronianiis , 


» 


avoo^. 



Pronuncinsi le parole greche collo sciogliere i dit- 
tonghi, e col dire età in vece di ita, ed allora non potrà 
più seguire il giuoco dell'eco, ad ottenere il quale farà 
pur di mestieri che si profferiscano quelle voci alla ma- 
niera de' Greci moderni , e non come insegnano gli Era- 
smiani. Si dirà forse che Erasmo scrisse questo colloquio 
quando egli teneva ancora l'antica maniera da lui poscia 
riprovata. Ma se egli era persuaso di ciò che insegnava, 
e perchè nelle edizioni dei colloqui, le quali si sono fatte 
dopo la sua famosa dissertazione sulla pronuncia del greco, 
non ha corretto questo, e non ha cambiato e sostituito 



(1) Colloquia Dos. Erasmi nolerodami. Amstolaedami apiid lac. a 
Wetsioin 175Ì. 



— 345 -^ 
altre voci, cosa che a lui dottissimo era ben agevole a 
farsi? A questo risponde il Vossio (1) dicendo che Erasmo 
non seguiva egli stesso la nuova pronuncia che inculcava 
agli altri, e che né pur si curava, o voleva, che la tenes- 
sero gli scolari suoi. E. che ciò sia vero si può agevol- 
mente argomentare dalle parole di esso Erasmo, il quale 
dopo aver bistrattata la moderna pronuncia de' Greci , 
pure vinto dalla verità dice: «È necessario prendere con 
mercede qualcheduno di greca nazione, ancorché leggier- 
mente istruito , per insegnare il legittimo e castigato suono 
della lingua greca. » 

f< E questo sia suggel ch'ogni uomo .sganni. » D. 

Qui, dolce amico, Erasmo ferisce se stesso colle 
proprie armi, e però non so qual peso si possa dare al- 
l' autorità di un uomo, il quale mostra di non esser con- 
vinto di ciò che insegna. Io mi penso che in cuor suo ei 
si ridesse della bonarietà di coloro che accettavano i suoi 
insegnamenti ; e però crederei di esser degno d' aver parte 
agli elogi, che egli fa alla pazzia, se seguitassi le sue 
dottrine. Ma non seguitandole io, non credere che chiami 
in colpa, e condanni coloro che le hanno accettate; poiché 
in materie dubbie, e che si possono disputare, esser deve 
libero a chiunque il tenere quella sentenza che piìi gli 
piace. Non intendo pure di suscitare una controversia vana 
e senza gloria , che terminerebbe sempre col lasciare i 
contendenti nella loro particolare opinione, essendo assai 
malagevole il rinunziare a dottrine già credute buone, il 
che sarebbe come un confessare d'esserci ingannati, con- 
fessione che troppo pesa all'amor proprio di ciascuno. 



(1) Nonicci I. i'. 



— 346 — 
Ho voluto solo con ciò giustificare prima il mio operato, 
e poi anche mostrare che non è sempre da fidarsi della 
sola autorità di un personaggio eziandio per dottrina rag- 
guardevolissimo : imperocché noi Italiani con troppo biasi- 
mevole facilità, ed anco per boria di mostrare di essere 
.molto innanzi nelle straniere letterature, siamo soliti 
ad accettare, senza discorrerne il fine, e celebrare con 
lodi quanto ci viene ora dalla Francia, ora dalla Germania. 
Il bello e il buono va certamente accolto da qualunque 
parte ne venga ; ma non bisogna andare alla cieca, ne tutto 
accogliere senza il debito esame: che altrimenti facendo 
corriamo pericolo di prendere per bello e buono ciò che 
tale non è, e di ammirare tante volte per nuovo quello, 
che già abbiamo in casa nostra, mostrando così di non 
conoscere, o di poco curare le proprie e nazionali ric- 
chezze. Fuggiamo la peggiore delle schiavitù che è quella 
deir intelletto, e procuriamo di essere di nazione non solo, 
ma, ciò che più importa, di mente e di cuore indipen- 
denti. 

Del resto poco monta che coloro, i quali si danno 
privatamente allo studio della lingua greca, usino una 
pronuncia più che un'altra. Sarebbe ben desiderabile che 
nelle pubbliche scuole si tenesse da tutti i precettori una 
sola maniera di pronunciare e d' insegnare il greco : per- 
chè quando un giovine avvezzato in una scuola ad una 
guisa passa ad un'altra, dove se ne tiene una diversa, 
trovasi subito impacciato, e non intende più il senso delle 
parole greche diversamente dal maestro profferite; onde 
gli conviene con noia e perdita di tempo divezzarsi dalla 
vecchia pronuncia, e adoperarsi ad apprendere la nuova. 
Ma siffatta uniformità d' insegnamento non è certo possi- 
bile Oggi nelle scuole, dove molti de' professori dimentichi 
dell'avvertimento di Orazio — quidquid praecipies, eslo 
brevis — in vece di facilitare col metodo, colla chiarezza 



— 347 — 
e brevità de' precelli la strada ai giovani discenti , scelgono 
grammatiche, le quali alla moltiplicità delle regole aggiun- 
gendo osservazioni , e note sopra note , confondono loro 
la mente, che poi disperando di riuscire a buon fine pren- 
dono in odio lo studio, e molti l'abbandonano ancora. 
Tali grammatiche ottime ed eccellenti per chi è alquanto 
innanzi nella cognizione della lingua, e vuole avanzarsi 
nelle ardue ricerche della filologia, non mi sembrano ve- 
ramente opportune ad un elementare insegnamento, che 
tale deve pur dirsi ancora quello, che oggi rispetto al 
greco, si dà ne' Licei. Speriamo che i precettori col tempo 
e colla esperienza si persuadano che il metodo migliore 
è quello che porta maggior pratica utilità. 

Intanto se avrò l'approvazione del tuo giudizio in 
questa controversia mi sentirò ridestare in cuore maggiore 
la fiducia a seguitare la via per la quale mi sono messo ; 
perchè l'approvazione dei dotti amici è l'unico conforto 
che io speri e cerchi alle mie fatiche. Continua a conso- 
larmi della tua benevolenza, e credimi 

Faenza, l'aprile del 1874. 

Aff.mo Amico 
D. Santr Bestini 

prirettore ili umane lellcre iicirccl.o Sciiiiiiariu 



SAGGIO DI CORREZIONI 

AL LIBRO i; DEL TESORO DI BRUNETTO LATINI 

VOLGARIZZATO 

DA BONO GIAMBONI 



All' Iixustre Commend. F. Zambrini 
Presidente della R. Commissione pe Testi di liogua 



Antico seguace della sentenza Festina lente di Carlo V. 
ho terminato le annotazioni critiche al Libro I. del Tesoro, 
adempiendo l'onorevole ufficio affidatomi da V. S. Illu- 
strissima. Abbiamo così incominciato a dir A, come celiano 
i Toscani. 

Confronto l'edizione del Carrer (Venezia, Tipografia 
del Gondoliere, 1839), col testo originale francese dato 
in luce la prima volta coli' aiuto di molti manoscritti da 
P. Ghabaille (Parigi, Tipografia imperiale 1863), per cura 
del ministero dell'istruzione pubblica. 

Lunga, laboriosa, noiosa è l'opera impresa. Nondi- 
meno qua e colà inaspettatamente talvolta lampeggia tra 
r oscurità della notte qualche strafalcione si enorme e biz- 
zarro, che desta l' ilarità dell' accigliato critico, tacito e solo 
fra' vecchi libri , sdrusciti manoscritti , sparsi fogli di carta 
bianca i quali va a poco a poco rabescando di cifre nere, 
e la pallida lucerna che sugli occhi socchiusi concilia il 
sonno. Al gaio riso che pure tra gli sbadigli noi volendo 



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scoppia dalle labbra, si rinvigorisce la critica virtù, si ras- 
serena lo spirito, e intanto obblia per poco 

Gli affanni e i guai della passata via. 

Ed eccomi senza più ad offerirle un saggio di colali 
sono per dire provvidenziali scerpelloni del primo libro. 
Gli accolga colla sua innata bontà e cortesia. 

Capitolo V. — Veggasi innanzi tratto storia curiosa 
di un errore di penna. 

Tutte le stampe leggono: « Tre scienze escono da 
lei (cioè dalla logica) : dialettica, fisica e sofistica. » E poco 
appresso: « La seconda si è fisica, la quale, ecc. » 

Notava Luigi Carrer, nella sua edizione del Tesoro 
l'alta sulle tre stampe migliori eh' egli conoscesse : « Neil' un 
luogo e nell'altro, per fisica intendi metafisica. E per 
quanto i trivii e quadrivii scolastici del medio evo diffe- 
rissero dalle partizioni usate da noi nello scibile, non 
credo si possa, mai intendere per fisica, ciò che qui tro- 
viamo indicato con tal nome. Non cangiai tuttavia, perchè 
concordi le tre edizioni, ripetuta la parola, e senza limili 
le inesattezze in certi tempi. » 

Dice benissimo , che fisica non è parte della logica. 
Ma lo è forse metafisica? * 

Bartolomeo Sorio (il quale lasciò molte postille al 
Tesoro, preparando la correzione di tutta l'opera), senza 
far motto dell'emendazione proposta dal Carrer, l'edizione 
del quale, al pari di me, egli scarabocchiava colle sue 
glosse, nota: « Forse metasisica. Questo scambio di me- 
tasisica , in fisica (o simile) trovo in tutti i T T. eziandio 
nel francese. Potrebbe essere avvenuto all'Autore, leggendo 
un simile sbaglio di voce nei T T. di san Tommaso 
(9. 1. ast. 1. 2). Ivi si legge, ed in più luoghi appresso: 
Non fiiit igitur necessariiim praeter philosophicas disci- 



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plinas aliam doctrinam haberi. Alcuni T T. leggono phi- 
sicas. Così molle volte anche appresso. » 

Concediamo , siano errati i testi di san Tommaso , 
com'è anche errato il testo del Sorio, che legge metasi- 
sica, in luogo di metafisica. Ma la metafìsica, è parte 
della logica? Abbiamo schivato Siila, per urtare contro 
Gariddi. 

Ricorriamo al testo francese, che il Sorio avrà trave- 
duto, ma non certo veduto. Esso legge: efidique. Non 
saprei dire, come il Sorio non lo vedesse. 

Ma che vuol dire questo vocabolo? Manca ai dizio- 
narii. Mi pose sulla diritta via per trovare epidico. EttuSi'/o? 
significa, contenzioso, litigioso, giudiziario: « che prova 
per ragione, per diritto e per argomenti, essere le cose 
quali si dicono. » Così lo definisce il maestro Brunetto. 

Corressi adunque fisica, in epidica, e risi dell'antico 
errore. 

Capitolo XYII. — Ser Brunetto imprendendo a par- 
lare intorno all'origine delle leggi, incomincia da buon 
cristiano: « Poi che i malvagi angioli ebber trovato il male, 
ed ebbe fatto il primo uomo il suo peccato, si radicò sopra 
P umana generazione in tal maniera , che le genti che 
nacquero appresso, erano più correnti al male assai che 
al bene. » 

Sembrandomi troppo intralciato questo periodo, ri- 
corsi all' originale francese, e trovai ben altro : « Puis que 
li mauvais angles ot trouvé le mal, et deceu le premier 
home , enrachina son pechiè sor 1' umain lignage etc. » 

Bisogna dunque rimescolare, e collocare a lóro luogo 
tutte le lettere della stampa, come solevasi fare colle 
foglie dell'antica sibilla. Allora ne avremo: « Poi che 
i malvagi angioli ebber trovato il male, ed è beffato il 
primo uomo, il suo peccato si radicò sopra l'umana ge- 
nerazione in tal maniera ecc. » Il deceu di Brunetto, è il 
deceptus latino: Yè beffato, è invece ebbe fatto. 



— 351 — 

Capitolo XX. — Ser Brunetto compendia la storia 
biblica in quella ch'egli chiama prima etade del secolo, 
e fra l' altre cose racconta : « E sappiate che passati tren- 
ta anni poi che Dio ebbe cacciato Adamo di paradiso ter- 
reno, ingenerò egli in una sua moglie Ghaym. » 

Che ser Brunetto credesse Adamo poligamo? Ma non 
dice egli poche pagine appresso, chi fu il primo poligamo 
tra i discendenti di Caino? Che forse ingenerare in una 
sua moglie, voglia dire n&W unica sua moglie? Uicorriamo 
all'originale francese. 

Quel testo è invece cosi : « Engendra il en Ève, sa 
l'eme. » 

Dunque fu lo sbadato amanuense, che scrisse una, 
in luogo di Eva. 

Correggo pertanto: « Ingenerò egli in Eva sua mo- 
glie »; ed altresì questa piaga è sanata. 

CAPrroLo XXIV. — Leggono le stampe: « E quello 
re Nino fu il primo uomo, che mai assemblasse gente in 
oste per voler far battaglia, ovvero guerra, che elli si 
lasciò Babilonia , e prese la torre di Babel per vera 
forza. B 

Questo re Nino era guerriero poco gagliardo, se 
avendo assembrato un esercito, si lasciò Babiloqia. Poteva 
egli d'altra parte mai prendere la torre di Babel, se la 
sua forza non era vera? 

Ascoltiamo il maestro nel suo vecchio francese : « Et 
sachiez que Ninus. fu li primiers qui onques assembla 
gent en ost, en feurre et en guerre; car il asseia Babi- 
loine, et print la citè et la tor de Babel à fine force. » 

Uabbercieremo pertanto l'errata lezione in tal modo: 

« E quello re Nino fu il primo uomo... che elli 
assediò Babilonia , e prese la città e la torre di Babel per 
viva forza. » 



— ao2 — 

Anche ii ms. Farsetti, citato dal Sorio, legge asse- 
diò, e non si lasciò. 

Nel capitolo XXVI ripetendo Brunetto la frase : d fine 
force, Bono traduce : per viva forza. Così adunque si deve 
correggere altresì in questo luogo. 

Capitolo XXVII. — Parlandosi in questo capitolo 
del grande Alessandro di Macedonia, prepariamoci ad am- 
mirarlo corteggiato da grandi scerpelloni. 

Leggono le stampe : « E certo egli (Alessandro) menò 
si alta vita, che non è meraviglia s'eglino il chiamavano 
figliuolo d'uno Iddio, perch'egli andò frustrando tutto 
il mondo, ed ebbe per maestro Aristotele e Calislene, e 
fu virttidioso sopra tutte genti , ma egli si lasciava vincere 
al vino, e alle femine. » 

Nessuna meraviglia che ser Brunetto faccia andare 
Alessandro per tutto il mondo, il quale parve sempre 
divenire piìi o men grande, secondo che più o meno per 
soda filosofia ingrandirono le teste degli scrittori. Ma che 
vuole egli mai dirci, annunciandone senza più, che lo andò 
frustrando? Che voglia significare, che lo andò ingannando 
{frustrari)1 Ma egli combatteva e vinceva maledettamente 
da senno. Che voglia insegnarci, che lo andava sciupando 
a frusto q, frusto ? Ma no, perchè ben diverso dai barbari 
invasori, non guerreggiava per far bottino e ritornarsi 
poi a' proprii paesi; ma per costituire una grande mo- 
narchia, riunendo per interessi commerciali e politici le 
tre parti dell'antico emisfero, e facendone centro Ales- 
sandria. Il grande concetto era degno di un discepolo di 
Aristotele. Lastricò la via a Cesare, a Roma, al Cristia- 
nesimo. 

Salta in mezzo la Crusca, e nota come falsa questa 
lezione. Alla voce Frustare, 2, con questo unico esem- 
pio spiega: Andare vagando, e cercando: Latino, obire, 
lustrare ecc. Aggiunge che alcuni manoscritti leggono fru- 



— 333 - 
strando; ma devesi leggere frustando. Ha parlato l" ora- 
colo: non vogliamo di più. 

Ma non potrebbe essere accaduto, che avesse più che 
mezzanamente frustato, o frusto il comprendonio, quel- 
l'accademico della Crusca, che il più bel fiore della lingua 
coglieva m tal modo? 

Che diremo poi del virtudioso, che viene appresso? 
Il severo moralista maestro di Dante, dice virtudioso un 
uomo che per sua confessione è rotto a vizio di lussuria 
e di ubbriachezza ? 

Egli è ben vero, che virtudioso viene da virtù. Dieta 
est a viro, virtiis, insegna Cicerone. Vir, a differenza di 
homo, indica il marito, nel pieno vigore della virilità, 
dopo r infanzia, la puerizia, l'adolescenza. E se bramiamo 
testi di classici a confermare la nostra dottrina, li snoc- 
cioliamo qui tosto tosto. 

Ma l'Autore del Tesoro non ragionava così. Le sue 
etimologie non sono tanto lambiccate. Consultiamo il suo 
libro. Gatta ci cova. 

« Et cerles il demena si haute vie, que on pooit bien 
croire, que il estoit filz d' un dieu. Il ala triumphant par 
le monde, et avoit por ses maistres Aristote et Calistenes. 
Il estoit victorieus sor toutes gens; mais il estoit vaincuz 
par vin, et par luxure. » 

Il frustrando, o frustando, è dunque senza più con- 
quistando. Il virtudioso, è senza più vittorioso. E così 
corressi. 

Non si dimentichi a buon conto, come altresì la 
Crusca nel luogo citato confessi come alcuni testi a penna 
leggono appunto conquistando. Così legge anche l'ottimo 
manoscritto Farsetti, citato dal Serio, il quale accetta la 
correzione malgrado la Crusca. 

E poiché abbiamo posto mano a correggere, porremo 
maestri, anzi che maestro, conforme al testo francese. 
Voi. VII, Parte I. 24 



— 354 — 

Ne daremo tutta la colpa agli amanuensi, o distratti, o 
ignoranti, o l'uno e l'altro insieme. Non cercheremo la 
ragione dei loro svarioni, come fa il buon Sorio; che 
sarebbe studiare la formola geometrica dei giri e rigiri a 
zigzag , e dei capitomboli che fanno uscendo la sera dalla 
taverna gli ubbriache 

Osserviamo finalmente, come il Volgarizzatore ram- 
morbidisce la frase : Que on pooit bien croire, in quest' al- 
tra: S'eglino il chiamavano. 

Stamperemo adunque nella nostra edizione : « E certo 
egli menò ài alta vita, che non è meraviglia s'eglino il 
chiamavano figliuolo d'uno Iddio, perchè egli andò con- 
quistando tutto il mondo, ed ebbe per maestri Aristotele 
e Gallistene, e fu vittorioso sopra tutte le genti; ma egli 
si lasciava vincere al vino, e alle femine. » 

Capitolo XXIX. — Messer Brunetto può dirsi mae- 
stro in divinità, avvegnaché in molti luoghi si mostri ver- 
sato nelle sacre dottrine, e caldo propugnatore di esse. 
In fatto poi di storia sacra, sciorina biografie e leggende 
di profeti e di apostoli a josa. Come possiamo credere, 
che volendo insegnarci un' epoca ignota coli' aiuto di un' e- 
poca nota, ci decifrasse x con y in questa maniera: « E 
durò quel regno ottocentosettant' uno anni , infino al tempo 
di un profeta, di cui il conto dirà qua innanzi tra gli 
altri profeti ? » 

Apriamo il testo francese, e leggiamo, non già « d' un 
profeta » ma « dou prestre Hely... » 

Correggiamo adunque « infino al tempo di Eli pro- 
feta » e la sfinge è superata. 

Questo svarione è opera di quello stesso amanuense, 
che sgorbiò « d'una moglie » di Adamo; anzi che scri- 
vere dirittamente: « d'Eva moglie di Adamo » Eli ed 
Eva, per lui sono uno ed una. 



— 355 — 

Capitolo XXX. — È nota la storia delle Amazzoni. 
Scrive Brunetto, fra l'altre cose: « E stabilirono, che cia- 
scuna di loro dovesse avere tagliata la diritta mammella 
per portare lo scudo alle battaglie, se mestiere facesse. 
E però sono elle appellate amazone, cioè a dire con una 
mammella. » 

Che Brunetto non sapesse profondamente la lingua 
greca, veggiamo nel bel primo capitolo, dove chiama i 
filosofi, figli di sapienza, e non amici, secondo la facilis- 
sima etimologia: ma veggiamo a prova come gli ama- 
nuensi troppo di frequente ci mutino le carte in mano. 
Consultiamo adunque il testo autentico. 

In esso troviamo, che le parole: «E che ciascuna 
di loro dovesse avere tagliata la diritta mammella » vi 
mancano. Sono infatti una glossa inutile; e di queste, 
Bono è prodigo. Dove dice: « Per portare lo scudo » 
si aggiunge: a e le armi » e non è giunta soverchia. 
Dove è scritto: Ciò è a dire con una mammella; » recita 
invece : « Ciò è a dire senza V una mammella » • — Sanz 
l'ime mamele. 

Facciamo onore al maestro, che questa volta eziandio 
in fatto di lingua greca ha colto fortunatamente nel segno. 

Capitolo XXXI. — È stampato nel Volgarizzamento: 
« Deforenciis fu il primo, che die leggi alla Grecia nella 
città d'Atene, e che stabilì che le cose e li giudicamenti 
fossero dinanzi a giudici, e 'I luogo dove si facevano 
giudici fosse appellato ferone per lo nome suo. » 

Le ultime parole ci avvertono che quel gofi"o Defo- 
rencus, deve essere Foraneo, nome celebre nella storia 
antica della Grecia. Le cose poste presso presso a' giudi- 
camenti, saranno senza dubbio le cause. Il luogo dove si 
facevano giudici, colla scorta del buon senso conosciamo 
essere il luogo dove si facevano giudicii, o per impedire 
qualunque equivoco, giudizii. 



— 356 — 

Ma come a' giorni di Foroneo, il maestro potè cre- 
dere che la Grecia, ed in modo speciale Atene, fosse 
tanto selvaggia, che si dovessero stabilire, li gmdicamenti 
fossero dinanzi a' giudici? Dinanzi a chi, prima di Fo- 
roneo, erano di grazia i giudicamenti ? Forse dinanzi al 
bargello, ed ai birri? 

Ricorriamo al testo francese, e ne abbiamo evidente 
lo strafalcione degli amanuensi, o degli stampatori. Colla 
guida di esso raffazzoneremo così: « Foroneus fu il primo, 
che die leggi alli Greci, nella città di Atene, e che stabilì 
che le cause e li giudicamenti fossero dinanzi a lui giu- 
dicati, e 'l luogo ove si facevano giudizii, fosse appellato 
ferone per lo nome suo. » 

Capitolo XXXY. — Questo capitolo s' intitola : Qui 
dice della schiatta del re d' Inghilterra. 

Il Carrer sagacemente aveva notato: Tanto si può 
intitolare questo capitolo in tal modo, quanto storia di 
Pilato il simbolo degli apostoli. E per verità in lutto il 
capitolo, una linea sola parla dell'origine dei re d'In- 
ghilterra, quale credevasi a' giorni di Brunetto. Il Carrer 
vide l'errore, ma non lo corresse, perchè desiderava il 
testo francese non ancora edito. Poteva con poca fatica 
sostituire un titolo più conveniente : ma poteva benissimo 
essere più conveniente, e non essere per questo l'auten- 
tico. Poteva altresì essere migliore dell'autentico; ma non 
si tratta di migliorare il Tesoro, sibbene di ridurlo, per 
quanto si può, alla sua vera lezione. • 

Coli' aiuto del testo francese, il titolo vero è trovato: 
« Qui dice della schiatta dei re di Roma e d"" Inghilterra. » 

A proposito dei re d'Inghilterra, ecco una gemma 
inaspettata per la loro corona. 

Leggesi nel capitolo medesimo: « Ed egli (Bruton?) 
fue cominciamento delli re della gran Bretagna, e della 



— 357 — 

sua generazione nacque il buono re Artu, di cui li Ro- 
mani tanto parlano, che ne fu re incoronato. » 

A' giorni di Brunetto, che è quanto dire ben dodici 
secoli dopo, i Romani parlavano ancora di quel Bruton? 
E propriamente i Romani, e non gli Italiani? Gatta ci 
cova. 

La gatta è scovata. Col testo originale bisogna leg- 
gere Romanzi, e non Romani. Brunetto aveva mille ra- 
gioni di scrivere in tempo presente a' suoi giorni : Di cui 
(cioè di Artu, e della tavola rotonda) li Romanzi tanto 
parlano. 

Capitolo XXXVI. — Quantunque il maestro Bru- 
netto, come poi il suo discepolo Dante, non potesse gio- 
varsi nella storia di quelle correzioni che la critica fece 
poi; non doveva essere tanto novizio nella storia romana 
da scrivere: « Tarquinio orgoglioso che per suo oltraggio 
e per sua superbia fece oste a una gentile donna di 
Roma. » 

Alla prima lettura del testo originale si corregge, 
in conformità eziandio di alcuni manoscritti del Volgariz- 
zamento : « Tarquinio orgoglioso, il figlio del quale per sua 
superbia fece onta e oltraggio a una gentile donna di 
Roma. » 

Non parliamo di nomi e di numeri, sbagliati nelle 
copie e nelle stampe. Sono piaga per poco incurabile 
in tutte. 

Nella storia biblica, in cui Brunetto e Bono erano 
maestri, e nota doveva essere agli amanuensi, che ave- 
vano imparato a leggere e scrivere sui compendi di essa, 
incredibili sono gli errori. Ne ricordo tre soli. 

Capitolo XLVII. — Le tre edizioni leggono con- 
cordi: « Eliseo profeta... fece notare la secure del ferro 
per lo fiume Giordano, e fece l'inimici di Soria annichi- 
lare al signore di Samaria, e dissegli la sua morte. » 



— 358 — 

Gol testo francese , e coi manoscritti , si corregge : 
« Egli fece notare la scure del ferro per lo fiume Gior- 
dano, e fece li nimici di Soria avocolare. Al Signore di 
Samaria diss' egli la sua morte. » 

Avocolare per acciecare, è usato da Bono più volte. 

Capitolo LVIII. — Recita la stampa: « Ester per 
la sua grande bellezza fu ella menata ad Leres re di 
Persia. E sofferse amarlo per lo popolo salvare. » 

Chi è questo Leres re di Persia? La scoperta dei mo- 
numenti persiani aveva anche a' giorni di Brunetto ribat- 
tezzati tutti i re di quel vastissimo regno? E quando mai 
Ester si offerse ad amare un tal re, per salvare il suo 
popolo? Sogniamo, o siam desti? 

Apriamo gli occhi sul testo originale, ed il sogno 
dileguasi: « Per la sua grande bellezza fu maritata ad 
Assuero re di Persia. E s'offerse a morte per lo popolo 
salvare. » Sono svaniti i fantasmi , e ricomparve la storia. 

Capitolo XLIX. — In fin de' conti , le colpe sono 
tutte dei copiatori e degli stampatori? Il Volgarizzatore 
non avrebbevi posta per avventura la giunta sopra la der- 
rata? Abbiamo gravi sospetti. 

Narra di Geremia profeta : « Molti mali gli furo fatti 
dal crudele popolo. Egli fu messo in carcere, e fu gittato 
in un lago, e fu fatto mordere alli canif!). » 

Quest' ultima non la sapeva. Non si finisce mai d' im- 
parare. Consultiamo il testo originale. Ma prima leggiamo 
le postille del Sorio. « Ms. bergamasco : E fu descarnao. » 
Peggio ancora. Povero profeta, caduto in mano di questi 
manigoldi 1 Appelliamoci in cassazione a Brunetto. Ecco 
egli sentenzia: « Et fu ceint de chaenes de fer. » Bono 
adunque fece la metamorfosi di chaenes in cani? Si può 
dubitare, perchè altrove erra ancora nel tradurre il me- 
desimo vocabolo. Per, altro il ms. ambrosiano legge cor- 
rettamente come noi : « ^ fu cinto di catene. » La colpa 



— 359 — 

può essere di qualche guastamestieri, che abbia voluto 
migliorare il Volgarizzamento. 

Dall'esempio del quale procureremo con tutte le 
nostre forze di non lasciarci sedurre. 

Verona, marzo 1874. 

Luigi Gaiter. 



LETTERE INEDITE 
DI CARRARESI ILLUSTRI 



(Continuazione V. pag. 106.) 

11. 

Allo scultore Giovanni Duprè, a Firenze (1). 

Sig. Duprè collega stimatissimo, 

Questa insigne Pontificia Accademia di S. Luca, cono- 
scendo la riputazione da Lei meritatasi co' suoi egregi 
lavori nell'arte della scultura, lo ha eletto, ad unanimità 
di voti, suo socio di merito nella Glasse de' Professori 
stranieri, e mi ha incaricato di rimetterle il plico che 
contiene il diploma e la lettera di nomina. Colla maggior 
soddisfazione dell'animo mio ho accettato l'incarico, al 
quale adempirò alla prima favorevole occasione ond' evi- 
tare le spese di Posta. 

Gradisca però intanto i miei sincerissimi rallegramenti, 
e mi creda con distinta stima 
Roma, 16 giugno 1852. 

Suo dev.mo servo ed amico 
Pietro Tenerani 



(1) Col mezzo di (|iiel valentuomo del prof. Augusto Conti n'ebbi 
copia dall'illustre scultore al quale è indirizzala. 



— 361 — 

VII. 
PIETRO TACCA 

I quattri mori in catene, che ornano la base della 
statua del granduca Ferdinando I a Livorno, mostrano la 
squisita valentìa nell'arte di questo degno discepolo di 
Gio. Bologna, che con altre molte e lodate opere, in 
bronzo ed in marmo, ha raccomandato il proprio nome 
alla storia della scultura. Scrisse di lui largamente e con 
diligenza il Baldinucci, Nuovi ragguagli sulla sua vita, 
tratti in gran parte da documenti fino a qui sconosciuti, 
ne dette di recente il marchese Giuseppe Campori. E nuova 
luce intorno al celebre artista recano queste lettere, 
ignote affatto agli eruditi, e che dobbiamo alla gentilezza 
squisita dell'amico nostro carissimo prof. Gaetano Mila- 
nesi. Il Tacca ebbe i natali a Carrara il 6 settembre del 
1577; morì presso Firenze il G ottobre del 1G40. 

1. 

Al Cav. Belisario Vinta (1). 
Ill.mo Sig. mio et Pro.ne Gol.mo, 

II Sig. Cav. Gio. Bologna, mio maestro e padrone, 
mi ha datto la lettera che V. S. Ill.ma li ha mandato di 
S. A. S. per Mons. Vescovo di Serezzana, in raccomanda- 



(i) Carteggio del Granduca Ferdinando 1 o del Segretario Belisario 
Vinta. Archivio Mediceo; filza 910, e. 14.1. 



— 362 — 
zione del Piouano, mio fratello, e doppo per farmi magior 
fauore l' ha ancora mandato la copia di essa : del che non 
posso se non conseruarne infinito obligo, et renderne in- 
finite gratie e a S. A. S. et a V. S. Ill.ma che m' ha 
così amoreuolmente il tutto procurato; parendomi restare 
fauorito assai sopra ogni mio merito: ma sarà causa di 
darmi magior animo di stare dopiamente sotto alle fatiche 
et studii per diuenire tale di meritare quello che ora sopra 
merito son fatto degno. La ringracia ancora il Sig. Gav. 
Gio. Bologna, quale baccia le mani a V. S. Ill.ma, come 
faccio io ancora, pregandole da Dio N. S. il colmo d' ogni 
sua maggior felicità. 

Di Fiorenza, il dì 11 di luglio 1602. 
Di V. S. Ill.ma 

Dev.mo Servitore 

Pietro Tacca 
(fuori) 
Air III.Dio Sig. mio et Pro.ne Colmo 
Il Sig. Cai). Belisario V lotta 
Alla Corte 

2. 

Al medesimo (1). 

Ill.mo Sig. et Pro.ne Gol.mo, 

Dalle collegate risposte ho compreso quello che prima 
non ho saputo, ciouè che il Gouernatore di Massa sia 
molto contrario a mio padre, et che però a sua uolontà 
il sig. Principe niega la gratia a mio padre dell' Offìtio del 
sale di Lauenza, come V. S. Ill.ma haverà visto per la 
risposta datta a S. A. S. ; e perchè conoscho che questa 

(1) Carteggio del Granduca Ferdinando I e del Segretario Belisario 
Vinta. Archivio Mediceo. Filza 923, cari. 590. 



— 363 — 
è tutta malignità e persecutione di detto Gouernatore con- 
tro mio padre, e che se detto Offitio va in altre mani 
che in mio padre, io vi metto della reputacione, poiché 
quelli talli che pretendono detto Offitio, nano dicendo che 
li fauori che ho hauti da S. A. S. non uagliono niente; 
ho però di nuovo uoluto importunare V. S. Ill.ma et 
mandarli la risposta che ho hauto dal sig. Principe, con le 
altre di mio padre et del Capitano Diana, mio cugino, et 
di mio fratello Piouano di Massa, et di un altro mio pa- 
rente; dalle quali V. S. Ill.ma iiedrà il contenuto del ne- 
gotio. La suplico adonque uoglia operare con S. A. S. che 
replichi al sig. Principe a non uoler rinuestire questo 
negotio in altri che in mio padre; che in nero sappi 
V. S. Ill.ma che non ha S. E. Ill.ma uassallo che sia pili 
in proposito per questo Offitio che mio padre, ateso che 
ha di molti figliuoli, tutti huomini di negoti, che darano 
molto bene conto et satisfatìone a S. A. S. Credo che 
S. A. non mi mancarà di questa gratia; e perchè il sig. 
Principe scrive essere molto tempo che ha promesso detto 
Offitio, potrà S. A. S. respondere che esso lo ha pro- 
messo a me un pezzo fa, con occasione di rimouerlo, che 
tanto ancora io haueuo scrito al sig. Principe : et in questo 
modo S. E. non potrà mancare della gratia. E perchè so 
quanto sia la amoreuolezza, et cortesia sua, non sarò più 
importuno. A V. S. Ill.ma bacio le mani, come fa il sig. 
Cav. Gìo. Bologna, pregandoli da Dio ogni maggior con- 
tento. 

Di Fiorenza, il dì 16 di giugno 1604. 
Di V. S. Ill.ma 

Aff.mo Servitore 

Pietro Tacca 

(fuori) 
Allo lll.mo Sig. et Pro.ne mio Col.mo 
Il Sig. Cav. Belisario Vincta 
Alla Corte 



— 364 — 

3. 

Alla Granduchessa Cristina (1). 
Ser.ma Gran Duchessa, 

Il sig. Cavai. Agnolo del Buffalo m'ha comandato 
per ordine di S. A. S. che io metta mano a fare delle 
figure di zucaro, della maniera che fecci nelle nozze della 
Cristianissima Regina: a che son prontissimo ad obedire; 
ma m'è parso prima fare intendere a V. A. S. che ciò 
non posso esequire senza disturbo e tratenimento della 
statua del Re Christianissimo, alla quale sto di continuo 
occupato per poterla gitare al Autuno : et facendosi dette 
figure, non basta pigliar huomini et comandare, ma a 
uolere fare lauoro politto e bello mi conuiene operare 
con le proprie mani con non pocca diligenza. Ora V. A. S. 
comandi, che prontissimo obedirò, et facendole humilis- 
siraa reuerenza , prego Dio N. S. che felicissima la con- 
servi. 

Di Fiorenza, li 28 di luglio 1608. 
Di V. A. S. 

Humil. Servo 

Pietro Tacca 

Allieuo del Sig. Gav. Gio. Bologna. 



(1) Archivio Mediceo. Carteggio della Granduchessa Cristina di Lo- 
rena. Filza di n." verde 5994. 



— 365 — 

4. 

Al Cav. Belisario Vinta (1). 

Ill.mo Sig. mio Pro.ne Oss.mo, 

È necessario che il Francavilla facci mettere in or- 
dine alchune cose che bisognano per mettere in opera il 
cavallo e statua del Re Cristianissimo di Gloriosa M. ; 
però glie ne scrivo con l'allegata, la quale mando a V. S. 
Ill.ma acciò habbia sicuro recapito; e con questa occasione 
le ricordo la mia licenza di andare a uzellare con lo 
schioppo , acciò con lo aiuto di Dio io possa mediante tal 
esertitio supperare la mia sciatica , che m' ha ricomencio 
a travagliare, in particolare da giorni in qua che io non 
ho caminato ; e di tal gratia ne resterò con infinito obligo 
a V. S. Ill.ma, alla quale facendo riverenza, prego dal 
Signore ogni felicità. 

Di Fiorenza, li 7 gennaio 1611. 
Di V. S. Ill.ma 

Aff.mo Servitore 
PiETKO Tacca 
(fuori) 
All' Ill.mo Sig. mio Pio.nc Oss.mo il Sig. Cav. 
Belisario Vinta 
Alla Corte 



(I) Archivio Mediceo. Carteggio del Cav. Belisario Vinta. Filza di 
n.° verde 1227, a e. 177. 



— 366 — 

5. 

Al medesimo (1). 

Ill.mo Sig. e Pro.ne mio Oss.mo, 

Sono andato con il Dottore Gio. Ponzarelli, mio cu- 
gino, per trovare il clarissimo sig. Vincenzio Filicaia, con- 
forme a che V. S. Ill.ma mi ha scrito, ma habiamo trovo 
che è in villa a Castel Fiorentino ; però li habiamo scrito, 
e quando tornarà (che ci dicano sarà in breve) il detto 
mio cugino se li rappresentarà , e tengo sicuro che con- 
forme a che la mi scrive, non mancarà riceverlo; della 
qual gratia egli et io ne restiamo con infinito obligo a 
V. S. Ill.ma, et io imparticolare di questa, e di tanti fa- 
vori che giornalmente la mi fa; et ultimamente di tanta 
briga che si è presa per la licenza dell' uzellare con lo 
schioppo, del che non intendo allontanarmi dalla buona 
mente di S. A. S. se bene è stato concesso a qualche- 
duno che forse ne hano manco bisogno di me: io non 
lo ricercavo per farne mostra, ma per amera necessità per 
la sanità mia, per tenerlo in villa, luogo solitàrissimo, 
dove vo ben di raddo le feste, e solitario fo il mio eser- 
titio; e quanto che S. A. S. pretende che m'habia a farci 
ristesso effetto, non solo m'incita a caminare, ma per 
essere a me stromento falacissimo, più tosto mi causa 
stanchezza ; però io sarò forzato starmene senza caminare, 
poi che otioso non mi vien fatto, e già da che tornai da 
Carrara, l' ho sì pocco esercitato , che se io fussi tanto 
meglio come son peggio della sanità, non ricercarci tal 

(1) Archivio Mediceo. Filza di n.** 1227, a e. 240. 



— 367 — 

licenza, poiché la mia sciatica e cataro e renelle mi dano 
molti assalti , il che a me causa travaglio per più rispetti , 
si per la gravezza del male, come che non posso lavorare 
e solecitare le opere come vorei, che è ancho di non 
hutile per S. A. S.; e finalmente tutto il male mio non 
r ho aquistato per andare a spasso, ma per troppo affati- 
carmi per loro AA. e stare a tanti digiaggi le tante noti 
in buche humide o gran fuochi, e doppo quatro anni di 
medici con tanta mia spesa di bagni e tanti medicamenti 
non mi ha fatto giovamento per la gratia di Dio se non 
Tesertitio di detto schioppo, il quale non haverei ancora 
più richiesto, se il sig. Donato non mi havessi detto che 
S. A. S. glie ne haveva datto intentione. Questo serva per 
discorso con V. S. lU.ma, la quale prego a scusarmi, e 
facendole reverenza, le prego dal Signore ogni maggior 
contento. 

Di Fiorenza, li 28 di gennaio 1611. 

Di V. S. lU.ma 

Obb.mo et Aff.mo Servitore 
Pietro Tacca 

(fuori) 
All' lll.mo Sig. e Pro.ne mio Oss.mo il Sig. Cav. 
Belisario Tinta 
Alla Corte 



— 368 — 

6. 

Al medesimo (1). 

Ill.mo Sig. et Pro.ne Osserv.mo, 

Non cessano ancora le maligne persecutioni nella per- 
sona di Messer Gaspro Mollo, poi che non solo ha riceuto 
Pagravio di essere stato fatto fare in Zecha la stampa del 
testone da persona che veramente ne sa manco di lui a 
gran longa, il che pregiudica assai alla reputacione sua, 
che ora di nuovo per meterlo in ultima desperatione, da 
essere necessitato partirsi , li comandano, fuori d' ogni ter- 
mine del dovere, che egli faci stampe del testone con la 
punzoneria di quel tale, cosa che egli non può esequire 
senza grandissimo suo scorno e biasimo, dove qui si vede 
la persecutione espressa, poiché in questo non vi è la 
scusa nò del peso ne della tondezza, in che contro la 
verità hano sempre cerco tassare Messer Gaspro, e di più 
egli ha già molto tempo fa al ordine la punzoneria di 
detto testone di sua mano, la quale è di tanta perfetione 
che farebbe molto honore alla zecha et a S. A. S. dove 
che l'altro lo digradda, e non vogliano che meta in opera 
il suo ma quel fatto da altri. Però siamo forzati di nuovo 
ricorrere a V. S. Ill.ma come quella che per sua infinita 
bontà ha sempre difeso la verità per Messer Gaspro, acciò 
ci voglia di nuovo far gratia procurar la gratia che nel 
incluso suo memoriale, la quale sarà causa che egli quie- 
larà l'animo già tanto tempo tenuto sospeso e travagliato 



(1) Archivio Mediceo. Carteggio del Segretario Vinta. Filza 971, 
e. 150. 



— 369 — 
e potrà di buona voglia seguire a servire S. A. S. tanto 
più ora che ha fra mano l' opera del cavallo d' oro , im- 
presa dificilissima da non la fare con inquietudine e da 
non essere in altre mani che nelle sue; e della gratia lui 
ed io ne resteremo maggiormente obbligati a V. S. Ill.ma, 
alla quale facendo riverenza , Le prego dal Signore sanità 
e longa vita. 

Di Fiorenza, li 12 d'aprile 1611. 
Di V. S. Ill.ma 

Aff.mo Servitore 
Pietro Tacca 
( fuori ) 
Air lll.mo Sig. et l'ro.nc mio Col.mo 
Il Gav. Belisario Vinla 
Alla Corle 



7. 

Ad Andrea doli (1). 

Molto lll.mo Sig. mio Pro.ne Oss.mo, 

Io ho scrito molte letere al Francavilla, delle quali 
per una sua trovo che non ne ha riceute nissune, però 
confidato nella solita amorevolezza di V. S. la prego a 
farmi gratia di mandare T alligata per via sicura, che gliene 
resterò con infinito obligo; in oltre se paressi bene a 
V. S. di ricordare a S. A. S. che il cavallo per Francia 
è già quasi un anno che egli è in Livorno, e mai s' è datto 
ordine d'inviarlo; con che la prego a scusarmi della 



(1) Archivio Mediceo. Carteggio del Segretario Andrea Gioii. Fil- 
za 1349. 

Voi. VII, Parte I. - 25 



— :ì70 — 
briga, e con recordarmele atì'.mo servitore le prego dal 
Signore ogni vero bene. 

Di Fiorenza, li 7 di gennaio 1612. 
Di V. S. Molto lU.ma 

Aff.mo Servitore 
Pietro Tacca 
(fuori) 
Al molto lli.strc Sig. mio Pro.ue Osg.mo 
Andrea (lioli 

Alla Corte 

8. 

Ad N. N. (1) 

Mollo Ill.re Sig. mio Pro.ne Oss.mo, 

Io ho rissoluto di venire domatina, se piace a Dio, 
e che Ili sia carozze, e menarò mecho Messer Gaspro 
Mollo, quello che ha fatto le medaglie di lor A. A. le 
quali portarerao con noi. Agnolo mio fratello è ora inviato 
alla scuola, e però non lo uoi^ei distorlo; sì che non lo 
menarò. Per il che m'assictii^o che Y. S. et il sig. Fran- 
cesco Maria lo scuserano, non essendo per altro. Remando 
al sig. Francesco Maria dupplicati e saluti, ci a V. S. 
baccio le mani, pregandole dal Signore ogni felicità. 
Di Fiorenza, li 23 di luglio 1612. 
Di V. S. Mollo Ill.re 

Aff.mo Servitore 
PniTRO Tacca 
( Continua ) 



(1) L'autografo è posseduto dal Sig. Cav. Giuseppe Palagi, segre- 
tario generale del Consiglio Provinciale di Firenze. Manca l'indirizzo. 



CLXXXVm CANTI POPOLARI 

(CANZONETTE, SCHERZI INFANTILI-, NINNE-NANNE) 

IH 

AVELLINO E GIHCOSTANZE 

( Pkincii'Ato Ultkiuohk ) 

((^oiiUniiazioiie, (l;i l'a;,'. rò8) 

CXXI. 

Si mine le paghi 'no canino (1) T una, " 
Mille canzone so' elenio docali; 
Si no' inme le vnò dà' cienlo (locati, 
lo cerio mine lo scorto a mmazziale. 



(1) 11 Ducalo (che ultimamente equivaleva a Lire Italiane l. 25) a- 
veva ilieci carlini; il carlino dieci (/rana; il grano dodici calli ossia ca- 
valli. Ne' Diurnali di Giacomo Gallo è detto che — « A 12 » — (di 
Marzo 1496) «Si pigliò Pietramolarc che non si volse orrendcre et dis- 
y> sero parole dishonesle allo trombetta del signore Re, et lo signore 
» Prencipe d' Altamura li (è bandire a sacco et a sangue et a foco, et 
» di subito la pigliaro et fu di sabato, et gi furono della gente della si- 
)) gnoria di Venetia mandata allo signore Re et ne ammazzaro delle due 
» parte una e mezza , et poi la sacclieggiaro , -et poserogne fuoco et la 
» spianarono, et multi di (pielli così inascoli, come femine, portarono 
» a Napoli et li venderono a tre docati a bascio insino a cincpic carlini 
» l'uno, mai si vidde tanta crudeltà, et per questo si renderò molte di 
» quelle castclle, et gi fu pigliato lo fratiello de Federico di Monforte et 
» lo fritliello di Carlo Sanframundo, et furono ammazzati cento Franzisi 
» senza li presuni. » — Mnie lo scorto, me ne vendicherò. 



— 372 — 
CXXXIX. 

Tutto pompuso mmio, tutto pompuso, 
Domenica mine parivi 'no Barone (1)! 
Lo lunedi avisli la sentenza, 
Piglia li panni e portali a lo padrone. 
Tu sì' li vuò 'nzorà' fatti li panni; 
L'aciello non po' vola' senza le penne. — 

LXXXll. 

Quanno sapietti (2), ca stivi malata, 
'Sta vita mmia la facietti remita; 
Stietti dinto a 'na cammera addenocchiata , 
Sempe dicenno: — « Dio, donalli vita! » — 

LXXIII. 

Mena, fortuna mmia, menami 'nfronte, 
Tutte le cose mmie contrarie vanno! 
L'acqua mm' asciuga e lo sole mme'nfonne (3), 
Meno la paglia a mare e vace a funno. — 

XXXVII. 

Donna non t' avantare, ca sì bella, 
Ca la toja bellezza poco dura; 
La morte non t' è mamma né sorella, 
E pure ti nei porta a la sepoltura. 



(1) Forse il verso è corroUo e deve leggersi: Domenica parive no 
barone. Ma come altrove ho avvertito, le due sillabe finali d' una parola 
sdrucciola, coniano spesso per ima sola nel canto popolare. 

(2) Sapietli, seppi, Facielli, feci, desinenze date a questi verbi 
certo per analogia. Remila, romita. Addenocchiata, inginoccliiala. . 

(3) 'Nfonnere, 'Nfonne, bagnare. 



— 373 — 
XXXVIII. 

Duormi, Nennella (1) mmia, duormi sicura, 
Io da qua fore ti so' guardiano; 
Te le guardo le porte co' le mura, 
Come a 'na casciolella (2) de denari. 

cxm. (3) 

Sai che disse lo monico a la sore? 
— « Quanto sì fatta bella, sore mmia! 
« Non ti pozzo trova' 'na vota sola, 
« Pe' te 'mparare le cose de dio » — 



(1) Nenna, fanciulla. Nelle Rime Bernesche \ di \ G. Zanelfo. \\ Na- 
poli, I 1830 I Dalla Tipografia di N. Pasca. \ Strada Toledo, sotto la 
casa del [Principe d' Anfjri \ Num° 31 , v' è il seguente sonetto 

AP UN AMICO. 

Di conversar con femmine, tu il modo 
Non imparasti ancor. Donna attempata 
Non vuol passar per tale; e una stoccata 
Le dai, qualora batti a questo chiodo. 

Vecchia tu chiami Agnese; ella, oltremodo 
Per r imprudenza tua teco è sdegnata , 
E ha detto ; — « Non son mica stagionata ; 
« E poi , gallina vecchia fa buon brodo. » — 

Onde, amico, far dei come il cocchiere 
Il qual, perchè si cansi una vecchietta, 
Usa un linguaggio che non è sincero. 

Nenna, arràssate, ei grida. Allora in fretto 
Prende muro costei. Se dice il vero, 
Non la scosta neppure una saetta. 

(2) Casciolella^ cassetta, da cascia, cassa. 

(3) Imparare, insegnare. 



• — 374 — 
XV. 

Bella, ca 1' uocclii lui so' doje (1) scoppette, 
Menano scoppeUate juorno e notte; 
N' liaggio avuta una 'nfrà lo pietto, 
Mme r hanno fatta 'na ferita a morte. 

XVI CI). 

Bella, c.iì 'si' nocchi lui mni' hanno attaccato, 
No' mmi nei fanno V a nisciuno luoco; 
Io no' nei voglio ì' addò' so' mannato, 
1/ anima mmia ssi sparte e vene Uoco ! 

XXX! (3). 

(]hi vò vede' la veccola filarò? 
IJ polecini tessere lo lino? 



(1) La j napoletana è proprio nna semivocale, ed in dojr, abbiamo 
nn vero monosillabo, con un trittongo. La j è quasi come una aspira- 
zione leggiera intercalata fra l' o e l' e. In Italiano, dove la j è veramente 
consonante spiccatissima, pur talvolta fiorentineggiando s' è latto com'è 
regola di fare nel napoletano: 

Farinata e 'I Tegf/hiajo clic fur si degni. — Dante. 
Ne cuojo di dante, eh' è un animale. — Berni II. XIX. -12. 
• Ad un bue, un beccajo spietato e duro. —Berni II. XiX. 50. 
De la novella Troja; vedrai le mura. — Caro I. 
Noja, le facezie e le novelle spandi. — Farini. 

(2) Lloco, là (da in loco; onde i latini avevan fallo un avverbio di 
tempo, dicendo illieo). 

(3) Voccoìa, chioccia. Nelle stanze di Velardiniello è detto: 

Da viecchie antiche aggio senlito dicere 
Che Ire calle valea 'na chiricoccola ; 



— 375 — 

Chi vò vede' Santella 'a potegara? 
Senza carrafa mesura lo vino! 

LXX dx 

Màmuieta nim' ha chiammato fattocchiara . 
Dice ca t'haggio fatta la fattura; 

Avive pe' seje grana, p non t'affricere, 
Tridece polecine co' la voccola. 

E noi Pentmneronr, — « Vai'diello , ss' addonaje ca la voccola faceva 
» lo passiggio pe' fora la cammara; po' la cpiale cosa 'ccommenzaie a di- 
» cere: sciò, sciò; frusta ccà, passa Uà. » — (Jorn. I. Tralt. III.) — 
Potegara, come m'insegna la raccoglitrice — « Bottegaja. — Presso noi 
» più propriamente si «adopra a dinotare la pizzicheruola o pizzicagnolo, 
» che vende la sua merco nella propria bottega, donde, Bottegaja e poi 
» corrottamente Potegara, ma in (piesto canto é adoperato proprio nel 
» senso di tavernara o cantinera come qm chiamansi specialmente le ta- 
» vernaje perchè vendono il vino della cantina. Per dare un merito straor- 
» dinario a Santella , le si attribuisce un merito impossibile, cosi , com' è 
» impossibile che la chioccia fili od i pulcini lessano il lino ». — Molte 
canzoni popolari cantano di (piesl(> coso impossibili; vedi fra l' altra rpiella 
che il Sarnelli riporta nella introduzione alla Possi Uechejata. Negli scrit- 
tori si trovano spesso de' brani simili , ma posti in bocca a' malti od ub- 
briachi. K chi è pratico delle nostre pastorali ben sei sa. Celio Malespini, 
nella XXVIH Novella della seconda parie delle sue Dugento (che son più 
di dugento) cosi rappresenta un avvinazzato — « Ma crescendo tuttavia 
» all'altro il furore di Bacco nella lesta, non lo potendo più restringere, 
» egli ruppe ogni riparo dello intelloUo; inondando l'area d' infiniti rulli, 
» vacillamenti di cervello e tricmili di gambe, sembrando che egli dovesse 
» ad ogni passo precipitare in terra, dicendo: Mirate colaggiù, signore, 
» come danzano pnlitamente. Uh, non vedete voi quelle galline come cor- 
» rono per il mal tempo; né vi avvedete di quell'asino che si straccia 
» la camisa, mostrando tutto il forame?.. Poi egli si pose a gridare 
» fortemente: Dògli dagli al svergognato; e correndo diede in terra un 
» buon stramazzone, che vi mancò poco che non si rompesse tulio il 
» mostaccio » — Vedi anche nella mia Novellaja Milanese il niccontino 
intitolato: On Re e dò Zoccor. 

(1) Fattocchiara, fattucchiera. Fattura, incanto. Fare la fattura è 
proprio il jeter un sort de' Iranzesi. 



— 376 — 

Io fattura non ne saccio fare, 

No' r haggio fatta a l' auti e manco a vui. 



VI. 



Amore mmio, le percoche (1) a l'uorto? 
Nò' mmi nce ha' 'vuto 'na vota portare; 



(1) Percoche, pesche duracine. — « La quale cosa vista da lo Rei 
» decelte: a che serve 'sto mila? avimmo magnato tanta spogne, acce, 
» cardune, cepolle, rafanielle, rapeste, schiavune, percoca, mela diece, 
» mela pere, uva 'nzoleca, uva groja, uva tostala, uva rosa, cerase ma- 
» jateche e tostale, visciale, nocelle, pera, pumma e tant' autre frùscole, 
» che m' è parzeto vedere tutte le stasciune aunite ^nzemmora : e ma'te ne 
9 viene co' lo tnelillo! » — Il vocabolo percoca si sta diffondendo per 
tutta Italia e finirà con 1' essere ammesso nella lingua aulica , come quello 
che fa una distinzione utile. L' uva 'nzoleca è lo stesso che l' uva 'nzonica 
che abbiamo trovata nel Canto III. Sebbene adesso si dica 'nzonica ed 
'nzoleca, negli scrittori trovo usato costantemente 'nzoleca. Negli sdruc- 
cioli intitolati : Nasceta, Vita e digrazie de Biaso Valentino , stampato in 
calce alla sua Fuorfece (prima edizione: M.DCC.XLVIII ) è scritto uva 
'nzoleca. 

U Amice po' pe' loro bona grazia , 
'Na mano co' 'no pede mm' attaccàjono, 
Gommo fosse 'no porco casarìnolo; 
Pe' dinto nce passajeno 'na pèrteca ; 
'Ncopp' a le spalle mmc portaro a Nàpole. 
Parca justo lo grappo d' uva 'nzoleca, 
De la Terra Promessa, che portàjeno 
Li duje esplorature, che sse lèggeno 
Che 'no cantano e cchiìi po' la pesàjeno. 

Così pure nel Pentamerone, (III, 1.) — « Affacciannose pe' 'no 
» pertuso, vedde 'no bellissemo giardino, dov' erano tante spallere do 
» cetrangolo, tante grotte de cetra, tante quatre de sciure e pede do 
» frutte (Spergole d' uva eh' era 'na giqja a bedere. Pe' la quale co- 
» sa le venne golio de' na bella pigna de 'nzoleca. eh' aveva allom- 
» mata » — 



— 377 — 

Mo' chi stavo malato rumi nei puorti, 
Mo' chi nò' pozzo propio camminare. 

I.XIX(1). 

Mamma, io nò' lo voglio lo vojaro, 
Ghillo mmi manna pe' rape e lopini; 
Vene la sera e smerteca lo carro, 
Rimano vedolella, mamma mniia. 

C (2). 

Quanno era piccirillo e ghieva a la scola. 
Tutti mmi chiammavano bello figlio; 
Mò' chi r liaggio puosti dienti e mole 
Nisciuna mamma mmi vo' dà' la figlia. 



(1) Vojaro, Negoziante di buoi, boatliere. Paolo Costa, scrivendo 
ni Marchese Luigi Biondi in Roma da Bologna, il ventinove luglio 
M.DCCC.XXIX e facendogli sperticati elogi del suo volgarizzamento della 
Georgica e rallegrandosene seco e con Roma e con l'Italia tutta, sog- 
giunge: — « Al capo Vili del lib. I. v. 8, leggo bovaitieri. Questa pa- 
» rota mi è nuova. » — C è da stupire che ad un editore ed augumen- 
tatore del vocabolario della Crusca, sembri nuova questa parola: è ita- 
liana sin dal trecento e può leggersi nella LXXVII Novella del Sacchetti: 
— « da ivi a pochi dì, essendo li due boatticri con la questione dinanzi 
» al detto oficio.... » — Smerteca lo carro; il Garresi rovescia. Si dice 
smerteca e 'mmerteca (da in vertere). Cosi lo Sgruttendio (Corda II. 
Son. Vili. ) 

Meneca, creo pe' fareme 'no scuorno 
Mme 'mmertecaje de vroda 'no pignato; 
E fu lo peo, ca 'nl'ronte appiccecato 
'No vruocolo restaje che parze cuorno. 

(2) Mole, denti molari. Quindi cavamole vuol dire cavadenti; voca- 
bolo adoperato dal Casalicchio (V. I. IX.) — « Gli diceva con rabbia che 
» se non sapeva far l'arte di cavamole, che facesse quella di miniscalco; 
» in somma, se non avea la man destra a maneggiar la tenaglia, che 
» s' imparasse a maneggiar la zappa in tutte le sue malore » . — 



— 378 — 

LXVI. 

Lo bello mmio ssi chiama Generoso, 
Quanno vene mmi porta tanta cose (l). 
Isso ssi crede ca quanno vene sposa , 
Li faccio trova' le carte revotate. 

CXLV. 

Voglio canta" 'no poco, amaro amaro: 
Tengo 'sto core chino (2) de veleno; 
Tengo 'sto core chino de passione; 
Pozza morire chi mme nei fa' stare. 

CXXYI. 

Stella diana (3), quanno comparisti. 
Tutti li mmii penzieri addevinasti; 



(1) L' animare è fallo a coseìle, dice un proverbio napolelaiiesco. 

(2) Chino, pieno. Per esprimere bene il snono, dovrebbe scriversi 
chjino. 

(3) Slella (liana, come abbiamo già avvertito significa soltanto stella 
del giorno, slella mattutina. Giambattista Basile ha detto nella Introdu- 
zione al Pentamerone: — « Taddeo, pe' levarese 'sta cura de marzo da 
» luorno, fece subbeto jeltare 'no banno, che tutte le femmene de cbillo 
» pajese fossero venute lo tale juorno; ne lo quale a lo spuntare de la 
j) stella diana, che 'sceta l'Arba ad aparare le strate pe' dove ha da 
» passare lo Sole, sse trovaro tutto a lo luoco destcnato. » — Ed il 
trfldultore tedesco de lo Cunto deli Cunte, Felice Liebrecht, ha tradotto 
benissimo slella diana per Morgenslern. Vedi Der \ Pentamerone | oder: 
i Das Màrchen aller Màrchen | von j Giambattista Basile. \ Aus dem 
Neapolilanischen ilberlragen \ von \ Felix Liebrecht. \ Nebsl einer Vorrede 
von Jacob Grimm. | Erster Band.\\Breslau, \ im Verlage bei Josef Max 
und Komp. \ 1846 (e Zweiter Band, ibidem). La traduttrice bolognese avea 
detto — « Tadj pr livars d' attorn sta todna fi trar un band con qual- 
» ment tult 1' donn d' quel paes avissn a vgnir al tal di pr dir di fol; 
» la matina d' qnal dì, ch'I' ave' urdnà In, ai era zo in tla cort tanl al 



370 



A nhillo pizzo addò' l' addenocchiasle, 
'^'a fonte d'acqua santa nei facisti; 



» gran sfurmigular d' donn eh 'an si pseva durar. » — Il traduttore ita- 
liano anonimo: - « Ozia per levarsi questa cura d'intorno, fece gettar 
» subito uno hanno, elio tutte le donne di quel paese fussero nel tal 
>> giorno (sic); le quali allo spuntar del sole, si ritrovaron tutte nel luogo 
» destinato » — Nei Betjtràf/p \ zur | Geschifhte \ der \ Italiànischen 
Poesie I von \ lohann Raspar von Oreìli. \\ Erstes Heft | ZUrich. \ bei 
Orell, Fiissli und Compagnie, 1810 {fi Zweiles Heft, ibidenn) opera che 
r editore chiama — « frutto d' uno studio straordinariamente profondo 
» dell'argomento) > — si aCferma esservi un'allusione mitologica e 
parlarsi della luna in que' versi di Guido Guinicelli: 

Io vo' dal ver la donna mia laudare 
E rassembrarla alla rosa e al giglio. 
Più che stella diana splende e pare; 
Ciò che lassù è hello , a lei somiglio. 

Stella diana, non significa stella di Diana, ^nzi stella diurna, 
stella del (jiorno; e non indica la luna, che non è stella (e neppur pia- 
neta; anzi un misero sateUite); e qui non e' è alcuna allusione mitolo- 
gica. Oh profondità straordinaria di uno svizzero tedesco! Ma forse i teu- 
toni purosangue diranno l'Orelli essere oriundo Italiano: l'arcavolo di 
suo bisnonno aver emigrato di Lombardia a Zurigo: Orelli, corruzione 
(li Aurelii! Anche negli Agrumi \ Voìksthiimliche Poesieen \ aus alien 
Mundarten Italiens und seiner | Inseln. j Gesammelt und iihersetzt \ von 
August Kopisch. \\ Berlin \ Verlag von Gustav Crantz. \ 1838. (390 pagg. 
in duodecimo oltre V errata) il quarto distico di una variante napolela- 
iiesca del setluagesimosettimo di questi canti Avellinesi: 

E 'mpielto porta.... 

( Michelemmà e Michelemmà ! ) 
....na stella diana, 
Pe' fa' morì' 1' amante.... 

(Michelemmà e Michelemmà!) 
.... a duje a duje ; 

vion tradotto : 



— 380 — 

Quanno dinto a la chiesia irasisli, 
Co' 'sii beli' uocchi la lampa allumasli. 

Cill. 

Quanno sponta lo sole a la matina, 
Sponta pe' riguarda' 'sto bello viso (1) 



Und auf dem Busen triigt sie — 

Oh Margareth', o oh, MargarelhM 

'nen Stern der Diana, 

Dio Freier umzubringen. 

Oh Margareth', o oh, Margareth'! 

Ein Paar um' s Andre! 

ed a quel Stern der Diana v' è una chiamata e la postilla spiega: Dos 
heisst, sie ist spròde und Kaltì Eppure il significato di stella diana è 
tanto ovvio per un Italiano che persino l'autore della dedica al dio ma- 
f/nano (il quale erroneamente scrive Diana con la majuscola) lo intende, 
come si rileva dall' annotazione seguente che però non rivela grandi co- 
gnizioni astronomiclie e cosmografiche: — « Lo stesso che Lucifero o 
» stella mattutina ; nitida e bella stella , eh' esce dal mar d' Oriente a far 
» pompa di sua bellezza. Gli antichi usarono questa voce a significare una 
» cosa carissima e appellavano col nome di Diana le loro innamorate. 
» Tommaso Buzzuolo da Faenza : Come le stelle sopra, la Diana \ Rende 
» splendor con grande claritate; \ Cosi la mia donna par sovrana | Di 
» tutte le donne eh' aggio trovate. » — Lucifero, Espero, Fosforo o Ve- 
nere che chiamar si voglia é pianeta ; non esce dal mare; ed ignoro cosa 
faccia in cielo, ma sicuramente non ci starà per far pompa della sua bel- 
lezza agli occhi de' Nannucci che fan logomachie sulla corteccia del globo 
aeroterracqueo. Domando un po' se s' hanno da annotare in questo stile 
lirico le antologie scolastiche! (Vedi Manuale | della \ Letteratura | del 
primo secolo | della lingua Italiana \ compilato \ dal \ prof. Vincenzio 
Nannucci. j Seconda edizione \ ripassata dall' Autore. | Due volumi. — 
Voi. I \\ Firenze \ Barbera, Bianchi e Comp. \ Tipografi-Editori, Via 
Faenza, 4765. ] 1856.) 

(1) Il solito egoismo umano, che ha per fondamento però un senti- 
mento confuso della importanza della nostra stirpe nello Universo. Ma il 
volgo subordina tutto ad uu dato individuo, quando invece l' individuo 
appunto non è nulla e la razza ù tutto. 1 due ultimi versi del teirastico 



— 381 — 
Arriva 'mmiezzo a l'aria e ssi "rriposii, 
Vede li sui bellizzi e resta affeso. 



LXVII (1). 

Luce la luna a lo vierzo de 1' anno, 
Luce pe' ti, Nennella, 'e juorno e notte: 
Luce la luna pe' la saetterà, 
Quanno Nennella mmia ss' è corcala. 

LXVIll. 

Malata malatella, vuò' che ti sano? 
Io la conosco la toja malatia. 
Questa non è freve (2), nò terzana, 
È 'no ramusciello de la gelosia. 



IV. 



Amore mmio, la 'mmasciata è fatta: 
Io non te voglio, ca sì' jocatore. 
Te r ha' jocate le sole a le scarpe, 
Appriesso te la juochi 'sta figliola. 



sono una parodia inconscia del miracolo di Giosuè; anzi, ù più poetico 
questo sole die rimane incantato a mozzo il cielo dalle bellezze d' una 
donna , del sole giudaico che indugia a tramontare per agevolare una car- 
niiìcina. 

(1) — <i A lo vierzo de l' anno » — dice la raccoglitrice — « non 
» so proprio che significhi poiché l' ho preso così dalla bocca del popolo 
» e r ho trascritto tal quale per amore di originalità. Saetterà, È un 
» foro stretto e lungo che si fa nelle mura delle case, perchè in caso 
» di aggressione, chi è dentro esploda lo schiòppo senza tema di venir 
» offeso dallo aggressore. » — 

(2) Freve, febbre, (qui, perniciosa) per metatesi. 



— 382 — 

Lxxxvni (I). 

'No juorno fui chiammato giudicatore, 
A giudica' 'na chioppa (2) de zitelle; 
A giudicare la 'jauca e la bruna, 
Quale de quelle doje era ccliiù bella. 
La 'janca mmi pareva scocca 'e lìuri (3) ; 
La bruna mmi pareva cosa novella (4); 
Si avesse a giudica' co' la fortuna, 
Sempe dicenno: la bruna è cckm bella! 

LXXXXV. 

Uh dio! quanto è longa 'sta sommana (5) 
Sabato a sera quaiino vuo' venire? 
lo no' lo faccio pe' no' faticare, 
Lo faccio pe' vede' Ninni Ilo in mio. 



(i) Variante del canto, raccolta in Pomigliano d'Arco (provincia di 
Napoli ). , 

— 'Nu jorno fuje chiammato juricalore 
Pe' gliiuricà' 'na chioppa de zitelle. 
Pe' ghiuricare la 'janca e la vriina, 
Pe' birè' quei' 'e chesse è la ccliiù bella. 
La 'janca è 'nu mando de sciure, 
La vruna è 'na lattuca tenerella. 
Pigliate 'nu garofano eh' è niro, 
Pe' ginlilezza lo partale 'nimano. 
La 'janca quanno parla mm' affattura, 
La vruna mme fa 'a vocca cianciosella. 

(2) Chioppa, coppia. 

(3) Scocca 'e fiuri, ciocca di fiori. 

(4) Cosa Novella, cosa nuova, non più vista ancora. Ma forse do- 
vrebbe leggersi rosa novella. 

(5) iSoinmana, solliniaiia. 



— aya — 

CXLVII (1). 

Voglio manna' 'no luongo sospiro, 
A Napoli bello lo faccio arrivare! 
Si lo sospiro avesse la parola 
Che bello 'mmascialore che sarria; 
Sarria lo 'mmasciatore de' 'sto core 
Lo segretario de lo bello mmio. 

b r^)- 

Faccio la vita chi ta lo serpente, 

Ghillo chi è lo cchiù pessimo (2) animale. 



(1) Vedi Ira' XXXJU Canti popolari di Mercog liana . * 

(:2) Mi vien coiiiiinicata una bella variante di questo cunlu raccolta a 
Maglio in Terra d'Otranto: 

Quannu nasali leu lu spcnluratu. 
De 'ddh' ura parse la spenlura mmia. 
Stese tre giurni lu mare quagghiatu, 
Lu sule era de foro e nu' paria.... 
Quandu nascii ieu, nu' ne' era gente, 
Ntm 'la nata nuddlia orlatura; 
Nascii de 'na 'ucca de serpente, 
Ca la mammana mmla fol la furtuiia. 
Comu mme pozzu chiamare cuntcnte. 
Ce cuntente mme fice la lurtuna! 
Tultu lu celu a lutlu sse cupresse, 
Pe' antri è blu lu munnu e pe' mmie morse. 

{'-\) Cchiù pessimo, bel plconasma e sgrammaticatura energica, simile al 
cchiù peno del canto LXXXVIl (Vedi e Cfr.) Siffatte locuzioni pleonastiche 
son del resto frequentissime nell' uso napolitano, non già capestrerie. Se 
ne trovano esempli a bizzeffe negli scrittori in dialetto. Vedi La \ Fuor 
fece I overo \ l' omino praiteco \ co li diece quatre | de la galbria d' A - 
pollo I Opere \ de \ Biaso Valentino. \ Addedecala a lo llustrissemo Si- 
gnore I Avocato, I Signore | D. Giuseppe Maria j de Lecce, | Patrizio de 



— 384 — 

Quaniio nascietti io no' ne' era gente, 
Non era nata nisciuna eriatura; 
Nascietti pe' 'na vocca de serpente, 
La vammanella (1) mmia fu la fortuna; 
Le fasciatore (2) furono li vienti, 
La conno Iella (3) fu la sepoltura. 

XVII ^4). 

Bella, che vai e vieni da Caserta 

Dimmi lo bello mmio se è vivo o muorto? 



la Cxtà de Lucerà. \\ A Nnapole, MDCCXLVHI. \ Nella stamperia di 
Felice Carlo Musca \ Con licenzia de Superiori. Scllimo (luadi'o : 

La vocca pare chiàveca raajesta, 
Ch' è cchiù pcvo de tutte le sentine; 
Fete cchiù de 'na fraceta menesta, 
Leva la procedenza a le latrine 

Lo veleno ha la vipera a lo dente. 
Ed a la coda l'ha lo scorpione; 
L' oramo l' liave a la lengua ed a la mente 
Cchiù pevo de Lucifero e. Plutone; 
Da lontano e becino so' fetente 
Assai cchiù pevo de 'no chiavecone. 
La lengua, a lo parla', è perniciosa, 
Se renne a tutte quanta cchiù odiosa. 

(1) Vammana, trasformazione fonica di Mammana, levatrice. 

(2) Fasciatore (sf. plur.) le fasce. 

(3) ConnoleUa, diminutivo di connoia, culla. Lo Sgruttendio, in un 
sonetto eh' è una meraviglia tecnica , ha detto : 

Devanteme 'sto cielabro 'na connota, 
E 'mmertecase e sbotase pe' latora. 

(4) Avrei mollo caro di potermi qui diffondere a lungo sull' uso delle 
nenie e de' canti preficali, che sebbene meno frequente di prima e mo- 
dificato grandemente è pur vivo tuttavia nelle provincie meridionali. Co- 
loro che han voluto scrivere ex professo degli usi funebri non erano in 
grado di far ciò ; e per insufficienza di cognizioni e di studi, han taciuto ed 



— 385 — 

Ca lo lasciai malato a lo Hello. 
Teneva lo colore de lo rauorto; 



oinmesso e fraiiteso e spropositalo, eh' è un portento. Ma una noia non 
basterebbe a trattare un argomento che non si esaurirebbe in voUinii. Mi 
hniiterò (piindi a citare alcuni brani di autori obbliati. Giuseppe (ìeva- 
Giirnakli nel suo Itinerario già citato in (|uestc note, parlando delie colo- 
nie greche del Capo di Leuca, la cosiddetta Grecia, traduce undici strofe 
d'una nenia, premettendovi queste parole: — « I canti funebri vi sono 
» tuttavia nel pieno vigore e le cantatrici de' lamenti esercitano nelle ese- 
» quie un ministero essenziale. Esse seggono intorno al feretro avendo in 
» secondo circolo i congiunti: cominciano con l'intonare una cantilena, 
» eh' è diversa secondo la condizione dell' estinto , ed invitano gli astanti 
» a piangere con loro: scarmigliansi i capelli, ed alcune ne strappano 
» una parte per ispanderla sul cadavere che accompagnano al tempio, e 
» non lasciano se pria non è chiuso nella fossa. Ecco la libera versione di 
» una di queste cantilene per la perdita di un figlio: la canzone è in 
» versi alternata di strofe greche ed Italiane; mai le une e le altre 
» d' un cattivo greco e d' un cattivo Italiano. Fingesi un dialogo tra il 
» padre, il figlio estinto e la cantatrice. I. (La cantatrìce:) Tutti i 
« i)adri conducono i loro figli tra le braccia d' una sposa e fanno il 
» pane bianco. Questo padre infelice si é ingannato. Invece del pane 
» bianco egli manda al tempio le- cere funeree. II. (Il figlio:) Pian- 
» gimi, piangimi, o padre mio! ma il tuo dolore non sia cosi disperato. 
* Ohimè! tu ti percuoti il petto , come l' incudine di un fabbro: gli oc- 
» chi tuoi sono due fiumi di lacrime. 111. (La cantatrìce:) Ogni pena 
» è passaggicra; ogni dolore ha il suo termine: ma il dolore pe' fu/li 
» non ha mai confine. E come può averlo se sono i figli del cuore? 
» IV. (Il padre:) Mio figlio non vuole lagrime: In morte era il suo 
» destino. La pietà è dovuta al suo padre infelice che ha perduto il 
bastone di sua vecchiezza. V. ( La cantatrice :) Chi è che tanto 
» piange? Ahimè, piange chi prova molto dolore, piange la madre sua, 
» jùange il suo padre: le madri piangono i figli. VI. (La cantatrice:) 
» La morte è molto amara. La morte è dappertutto: ma ella è piti pe- 
ti uosa quando i figli sono strappali dalle braccia d' una madre e di 
» una sorella. VII. (Il padre:) Io aveva pur dianzi un verde arbo- 
» scelto di mirto ed un altro di rose porporine, ma soffiò il vento della 
» morte e spezzò la piìi eletta cima del mirto, e rapì le piti belle foglie 
V) della rosa. Vili. (Il padre:) Era egli sul fiore degli anni suoi, nel 
Voi. VII, Parte I. 26 



— 386 — 
A iia mano nei teneva 1' acqua colta 
A 'n 'auta nei teneva li conlìetli (1) 
Corre la mamma co' le bracco aperte: 
— « Povero tiglio, pe' 1' amore è muorto! » 

cxxx. ■ 

Tengo 'no moccaturo de voltato (2) 
No' r baggio miso ancora a la colata; 



» più bel sole della vita; ed ora va a passare la sua giovinezza solio 
» una pietra oscura. IX. (La cantatrice:) se quella- pietra odiala 
i> che forma il pavimento del tempio si spezzasse ; e su ritornassero quei 
» giovinetti agli amplessi dei fratelli e delle sorelle! X. (Il padre:) 
» Oh dio ! la lapide è di duro marmo , ed i chiavistelli che la chiudono 
» sono di ferro: i giovanetti che vi entrano una volta non ne escono 
» mai più. XI. La vidi io la squallida morte girare nei campi e nelle 
.ì vie: ella succia i più vaghi giovinetti, i più dolci figli delle madri. » 
— Nel libro intitolato: Degli \ Avanzi \ delle Poste \ del Signor \ Carlo 
Celano \ Parte seconda j Alt Illustriss. ed Eccellentiss. Sig. \ D. Fahri- 
tio I Caracciolo \ Duca di Girifalco, \ Marchese dello Stato di Soreto, 
Utile sig. delle Baronìe \ di S. Vito, Cenàdi, Molta Caracciola, e Pra- 
teria, I del Conseglio di Stato di S. M. Cattolica nel | Regno di Napoli, 
e Perfetto dell' Anno- \ na della Città e del Regno]] In Napoli, Per An- 
tonio Bulifon , MDGLXXXÌ. I Con licenza de Superiori, Privileggio, (sic) 
abbiamo una lettera supposta di lui gentiluomo rusticantc, nella quale è una 
descrizione d'usi funebri importantissima, che per esser troppo lunga, 
non potendosi qui rilerire senza sconcezza tipografica, riporterò iu fine 
a questi canti. 

(1) « L' acqua cotta » — scrive la tJaccoglitricc — « credo cbe 
» significhi acqua santa. Li confietti sono i confetti di zucchero de'qiwli 
» presso noi si suol cospargere il corpo del moribondo ». 

(2) Moccaturo 'e volluto, moccichino, fazzoletto, pezzola da naso di 
velluto — « Non già che fosse proprio di velluto la pezzuola; ma nel 
» color vivo e lucente rassomigliava proprio il velluto. » — Moccaturo 
è parola che spiacerà forse agli stomachi deboli, i quali inorridiscono 
anche del moccichino; ma, come moccichino, piacerà sempre a coloro 
che amano i termini propri e caratteristici e li preferiscono alle voci 
smorte e generali. 



— 387 — 

Tengo 'no 'nammoratOj è 'no piallino (1'. 
E ghiuto à (2) festa e no' nimi nei ha portata. 
Io pe' dispietto suo nei so' giunta, 
Mm' haggio trovato 'no nuovo 'nnarnmoralo. 

LXV. 

Lo bello mmio mm' ha mannalo a dice, 
Sola che no' nei jesse a la campagna. 
L' haggio mannalo a dicere accossì: 
— « Si pale 'e gelosia che mm' accompagna » . 

CXIII. 

Uh, (pianto mmi piace lo torchino! 
Uh, quanto mmi piace chi lo porta! 
Uh, quanto mmi piace Ninno mmio! 
'No vestitiello torchiliello porta. 



LI. 



Fatti 'no lietlo de carduni amari 

Va li nei corca va, viato tene! 

Tu ti credivi, ca si no' mm' amavi, 

Era fernito lo munno pe' mene? 

N' haggio trovato 'n auto, quanto è bello! 

Assai cchiù ricco e maggiore di tene! 

CXII. 

Uh, quante n' haggio visto 'slammatina! 
Lo bello mmio n' haggio visto ancora. 



(1) 'No giallulo, macilento e di color giallo, iUei'ico. 

(2) A per alla; contrazione. Le feste sono le sagre; e chi ci va 
ritorna con un pennacchietto, od un altro gingillo al cappello o tra' ca- 
pelli , che si chiama 'u sciare che non secca tnaje (il fiore immarcescibile). 



— 388 — 

L'avissi visto tu, compagna minia? 

Mme ne sapissi dà' 'na bona nova ? 

— « Io l'haggio visto a la chiesia trasire; 

« Ss' è addenocchiato a l'altare maggiore. 

« Doje parole l' liaggio 'ntese dire: 

<( Dio, fammi sta' bona 'a mmia signoì'a! (I; » 

LXXXIV. 

Nei si' passato, mo' luorni a passale 
Ti pozzono là' le rosole (2) a li piedi; 
Male i\e ventre ti pozza affei'rare, 
lo non li voglio e tu appriesso ni mi vieni. 

CXLIV. 

Voglio canta' e si non canto crepo, 
Ca si non canto mmi sento morire! 
Mmi sento e fa' 'no nudico a 'sto core 
Penzanno ca fa notte e no' lo vedo! 

XXIX. 

Ghiagniti, nocchi mmii, fati fontane, 
Mo' parte da mme l'amato bene; 
Mo' sse ne parte e sse ne va lontano, 
(Ibi sa, a lo sujo ritorno si mmi vo' bene! 



(1) Non era proprio, come ognun vede, il caso clic die luogo al 
seguente bisticcio che trovo ne' giornali francesi: 

— « Un jeune gommeux poursuil de ses assiduités M.® G.... jusquc 
» dans une église. 

— c< Mademoiselle, m aimez vous? demande-l-il, cn lui présen- 
» tant r eau bénite. 

— « Monsieur, répond la jeune lille, vous étes dans moti esprit 
» comme le bènitier est dans t église: près de la porte et loìn du... 
* chmur! » — 

(2) Rosole, geloni, pedignoni. 



— 389 — 
CXV. 

— « Passi a la sera e passi a la matina 
€ Lo niiezojuorno che nei passi a fare? * — 
— « Io nei passo, ca nee haggio passare, 
« Nei tengo 'no Garofano fiorito. » — 

CXXUI. 

Si qiiaccheduno ti manna 'na 'mmaseiata (1), 
Sfibbitamente mannamello a dice: 
eia nei voglio venire lutto armato: 
Pe' 'sta figliola nei perdo la vita. 

LXXX. 

Mostiniello (2), fìuri de bellizzi, 
Quanto ti vanno accunci 'sti tui lacci. 
Quanno la matina te le 'ntricci 
Mmi pari 'no gigante de palazzo (3). 



(1) 'Mmaseiata è per lo più, messaggio amoroso. 

(2) Mosliniello è corruzione di Modestinklb , diminutivo di Mode- 
stino. 

(3) Qìfiante da Palazzo, statua celebre in Napoli, per la quale vedi 
la Posi llecfiej ala — « Sacciate ca io songo 'no viecchio de marniora, 
s> che stongo a Napole a la fontana quanno sse seenne da Palazzo, prinima 
)■> che ss' arreva a la marina e propio a lo pontone de la Tarcena, Io 
» era 'mprimma 'no marenaro, lo quale pe' 'no despietto che fice a 'na 
» fata, a la vecchiezza deventaje de marmora e restaje a 'no pizzo do 
)) Chiaja tutto copierto d'arena, addove tulle li passaggiere mme vene- 
» vano a scarrecare lo ventre adduosso: ma.... uno de 1' antecessore vuo- 
» ste.... mme levaje da chelle schefienzie e mme fece 'no bellissemo nic- 
» chio, co' tanta pisce de maro, mettennome comme sott' a 'no vardac- 
» chino; da dove veo lutto lo passiggio de le sdamme e de li Cavaliere 
» de Napole.... » — 



— 390 — 

XCII. 

'N ionio voglio e 'Ntonio mnii piglio, 
Pe' 'Ntonio nime le taglio li capilli. 
Io le metto 'ncoppa a 'na muraglia, 
Passa Ninnino mmio e sse le piglia. 

XLVIII. 

Faccio l'amore co' 'na rosa bianca. 
Lo suo padre no' mme la vo' dare. 
Li sui parienti fossero cinquanta. 
Tutti cinquanta le contento io. 

LXXIX. 

Mmi voglio fa' 'no puzzo a lo frisco 
1/ acqua co' doje lirocciole (1) tirare. 
Tu stivi dinto a' sto core e te n' ascisli; 
Mo' chi nei vuò' torna', perza hai la chiave. 
Dinto a 'sto core mmio chiù no' nei trasi; 
'Na spina ne 'è trasuta velenosa. 

CXXXll. 

Tengo 'no 'nammorato chi è 'n acciso! 

Da 'na cantina esce e 'n' anta trase. 

Po' sse ne vene co' 'na fìnta risa: 

— « 'Nammoratella nimia. facimo pace ». - 



(1) Tirorcinla. -- « Istriimenfo di legno o più spesso di ferro, nel 
» quale ha una girella scanalata, a cui si adaua la fune. Serve per tirar 
» Y acqua dal pozzo. Carrucola » — Così la Raccoglitrice. 



— 391 — 

ai (1). 

Zr monaco, malandrino, faccituosta, 
No' mmi ti fare 'na preta menare. 
Si te la meno te la coglio 'mpietlo, 
Ti faccio ì' a la corte a lamentare. 
Tu a la corte vai, io a la corte vengo. 
Co' li denare l' ammici accordamo. 

evi. 

Quanto sì' bella, dio ti benedice (2)! 
Pare ca santo Luca t' ha pittato! 
Mm' arresemigli a santa Margarita, 
Pe' li bellizzi e no' la santitate, 

XXXXVI. 

Faccia de 'na pemmece (3) fetente, 
Non tieni dote e i' accontieni tanto? 

(1) Bella idea de' costumi monacali e curiali si raccoglie da questo 
rispetto. 

(2) G. B. Basile, nell'Egloga Oliava: 

Siente lo multo antico: 

* L' ommo , quanno è figliulo , sse le dice ; 
» Oh comm è hello, dio lo benedica; 

» Po' quann' è gioveniello: 

» comm è bello, dio lo fazza granne; 

» Quanno è de mezza elate: 

* comm' è bello . dio mme lo mantef/na ; 
» Ma comme po' è 'nvecchiato, 

» Ed ha la morte a canto: 

» comm' è bello, dio lo faccia santo. >■> — ecc. 

Come abbiamo già detto, credono che nel Cenobio di' Montevergine 
si conservi im dipinto di San Luca. 

(3) Pemmpce . cimice. 



— 392 — 

A casila toja no' nei sta pedamenta (1), 
E da dinto sse ne fo|ono li santi. 



SCHERZI INFANTILI 



axxiH (XXII) 

Vota vota pe' santo Michele, 
Notte e juorno sse ne vene: 
Sse ne vene pe' santa Maria: 
Vota, vota. Michele rnmio (2)! 

axxi (XX) 

Vota vota le monacelle, 
Monacelle, veniti equa (3) 
Che bella pazzia volimo fa! 
Fegato (4) fritto e baccalà (5)1 



(1) Pedamenta, fondamenta. 

(2) Vedi la noia al Canto CLXXI e Scherzo Infantile XX. 

(3) Cqud; in equa. Uà, lloco, il raddoppiamenlo della consonante 
iniziale è costante e non dipende dalla parola precedente , qnindi ho cre- 
duto bene di notarlo costantemente. Anche in Italiano, nella lingua aulica 
si pronunzia sempre equa e Uà; e cosi difatti scriveva Giordano Bruno. 
Anche le peculiarità e le capestrerie ortografiche de' grandi uomini hanno 
importanza, poiché sono una certa razza di gente che non fai mai nulla 
senza ragione. 

(4) — « Che la parola fegato abbia non so che del vile , noi nego ; 
» ma nego bene, che non si possa nobilitare con gli aggiunti e con gli 
» ornamenti, si che degna diventi di poesia eroica; » — diceva messer 
Fagiano. Ma non mi sembra che una tal nobilitazione abbia avuto luogo in 
questa canzonetta. 

(5) I bambini fanno il giro tondo e terminando 1' ultimo verso si 
accovacciano per terra , urlando e ridendo. 



— 303 — 
CLXX <XIX) 

Tuppi tuppi lì la fontana: 

Uno strevola e 'n 'aula lava; 

'N 'aula prega a santo Vito, 

Che li manna 'no marito. 

— f< Lo marito sta 'n canciello (1). » 



(1) 'N canciello, nlli cancelle, a lo canciello, alla ferrata, in prigione: 

Mentre sse lamentava (Ciommoj a lo canciello, 

Sse sentelte chiammare da Scatozza (Agn. Zeff. V.) 

La stessa espressione si ritrova in una canzonetta pomiglianese im- 
poriantissima , che non so trattenermi dal trascriver qui. 

'Ngopp' a 'na muntagnella 
Là nce stevano tre zitelle; 
Cecilia è la cchiù bella, 
E ss' è mise a naviga'. 

'E hi naviga' che fece. 
Le casca 1' aniello da lu rito. 
Auza r nocchie all'onna 
E bere lu piscator. 

— « E tu piscator dell' onna, 
» L' aniello mm' è cascato ; 

» E si mme lo vuoi piglia' 
» r li li donche ciente scude 
» E 'na borza ricamata. 

— fi V nu' boglio ciente scude 
i> Manco 'a borza ricamata, 

» Voglio 'nu bacio d' ammore, 
» E si mme lu vuoi duna » — 

— » r ti ronghe 'nu bacio a te; 

» E mmio marito mm' ammazza a mme. 
» Mo' ci vaco alli cangelle; 
» Vero mmio marito cu dice, 
» E po' subbeto torno qui. » — 



— 304 — 
Che li manna *n auciello. 
— « li' niiPiello sta' 'n cajola. » — 



Quanne fiiie a ri doie ore 
Cicilia a lo barcone, 
Vere 'o marito sujo 
Che lo portavan' a 'mbiccà'. 

— « Zitte, zitte. Cecilia mmia, 

» Principe e cavaliero vonn'a te. » — 

— « r nu' boglie né principe né cavaliere : 
» Voglio 111 mmio marito, 

» Ca chille vo'bene a mme. » — 

Questa canzone pomiglianese è la contrazione e fusione di due canti 
distinti che potrebbero chiamarsi : L' anello perduto e Cecilia. Di questa 
seconda conosco fra l'altre una versione intitolata Cecilia o lu Capitano 
e lu Re, stampata in un foglio volante con le seguenti indicazioni. Na- 
poli — Via Pisanelli 19 (202). 

— « Signore Capitano, 
» Faciteme 'nu favore : 

» Teng' a Peppino mmio 'mprigione, 
» Chillo vo bene a mme. >> — 

— « Cicilia mmia bella, 
>•) 'Sta grazia è fatta a te, 

» T' hàje da coccà' 'na notte 
» C 'o Capitano d' o Rrè. » — 

— « Signore Capitano, 
» Mo' vaco a Ili cancelle, 

i> Lo baco a dire a Peppino mmio bello 
n Chillo che vo bene a mme. 

— » Signore Capitano, 
» Apparecchiate 'no lettino 
» Co' dqje lenzola fino 

* Ngc jammo a reposà'. » — 

Quanno fuje a meza notte 
Cicilia suspiraje: 
— « Ah: che dolor di tesla 
» Non pozzo arreposà'. 



— 39S — 

Che li manna 'na figliola. 

— « La figliola slA a lo lietto. » — 



>•> Min' all'accio a lu barcone , 
;) Guardo a lu puntone: 
» Vece a Peppino nimio buono 
» Che vanno a fucila*. » — 

« Signore Capitano, 
» Chest' era la promessa? 
» Haje levato o' 'nore a nime. 
» Comme volimmo fa"? 

i) Quanno è (limano matina 
» Mme vaco a mena' è piede 'ó Rre » — » 
— « Grazie, Majeslà, 
» Grazie avite a fa' a mme. 

» Capitano d' 'o Rrè 
» Ila levato 'o 'nore a mme 
» A fuceliV ha mannato a Peppino 
> Chillo che vò bene a mme. * — 

— « Cecilia mmia bella, 
» 'Sta grazia fatta è a le. 
» Ma tu aje da spusare 
» '0 Capitano d' 'o Rrè. 

» Doppo spusate, bella, 
A Noi lo fucileremo ; 
» Li bene d'o Capitano 
» Restano tutt' a te. 

<• Tanno cumm' a 'na signora 
» Tu te jarraje a spassa ; 
» Cu' Princepe e signure 
» Starraje a pazzia'. » — 

Il fatto narralo in questo canto è anche argomento d'un Racconto 
popolare, del quale darò qui una lezione raccolta in Montllea e trasmes- 
somi con oltre a cento altri cnnti montellesì dal Comm. Scipione Capone. 

LA BELLA CICILIA 

Njg' era Cicilia, lena tanto bella. 'No Capitano sse ne 'nammorava. 
Cicilia ca iera bona fernraena n' annasolava a quero che ricia lo Capi- 
tano. Lo Capitano facelte rarcerìt* lo marito. lessa iette a parli»' pe' lo Ca- 



— :ì96 — 

Che li manna (inailo confielti. 
— « Quatto confietti stanno scritti 



pitano. Ricette lo Capitano: — « Si li stai 'na notte co' tnme, ti caccio 
a maritito. » — Ricette iessa : — a Mo' ro bavo a dice' a naritimo e 
I) te ro saccio a dice. » — Ro ghietle a dice' a lo marito. Recette lo 
marito: — « Faddro, Cicilia, pe' 'na notte non. è pena re morì'. » — 
Ssi stette co' lo Capitano la notte. Lo Capitano parte re nge lo caccia' 
lo marito, nge io facette 'mpenne' la notte. Cicilia quanno fo a la mez- 
zanotte lo iettavo 'no gran sospiro. Recette lo Capitano: — «Che hai, 
» Cicilia ramia , che no' duormi e non fai rormì' ? — Responnette Ci- 
cilia: — « lo la tango 'na roglia a lo core, chi mmi sento già mori' » 
— Ssi menavo ra lo lietto; ss' affacciavo a la fonestra, verette Io marito 
chi tanno Io stievano 'mpennenno rinto a Io cortiglio re lo Capitano. 
Ricette Cicilia: — « Signore Capitano, mm' aviti ben trarito, mm' aviti 
» tordo r onore, e la vita a romio marito » — Recette lo marito a Ci- 
cilia: — « Trasitinne, bella Cicilia, trasitinne ra *ssa serena: 'no ca- 
)) tarro armeno , non li po' manca' » — Lo marito lo 'mpenniero e 
morette, e iesse restava a chiange' adda lo Capitano. Recette lo Capi- 
tano: — M No' chiange', Cicilia, ca ti sposo io. » Recette iessa : - « Quesso 
» non sarrà mai, pecche tu mm' hai trarito, mm' hai acciso lo mroio 
» marito e io non li voglio sposa' » — E non sse lo sposavo. 

Nelle Curiosità Letterarie d' Isacco D' Israeli v' è un capitolo intitolato 
Politicai forgeries and fictions: — « Fra tali narrazioni partigiane l'or- 

9 rido racconto del sanguinario colonnello Kirk, e stato messo in opera 

» dall' Hume con eloquenza appassionata ; e perchè interessante è stato 

» creduto. Ma per quanto concerne il Kirk, anzi il regno di Giacomo II, 

» anzi la storia inglese, è un impudente menzogna e spiattellata, come 

» dice con troppa mitezza il Ritson. 11 Kennet, probabilmente conscio 

» della calunnia, la racconta in poche parole. L' Hume non ha inventalo 

» lui, anzi ha riferito senza autorilfi storiche. L'invenzione lu verisilmil- 

» mente una pia frode de' Whigs, che odiavano il Kirk; ed allora storielle 

» anche più spaventevoli e le quali il Ritson sospetta esser divenute parte 

» della storia inglese, venivano avidamente inghiottite. Si troverà la storia 

» originale più particolareggiata ma non più commovente ne' Wonders of 

» the little World del Wanley. L' abbrevierò. Un governatore di Zelanda 

» a' tempi di Carlo il Temerario, avendo tentato invano di sedurre la 

» bella moglie d'un cittadino, lo fece imprigionare accusandolo di tradi- 

» mento, e conseguì il voler suo appo la donna ch'era venuta a supplì- 



— '397 — 

« Ncoppji a la tavola *e san Francisco. » 
San Francisco e sant' Aniello 



» cario, dopo lungo discorrere, persuadendole che la vita del marito 

)) poteva esser salvata solo dalla arrendevolezza di lei. La donna sacrificò 

» l'onor suo lacrimando ed abominando, e non senza speranza di ven- 

» detta futura. Ma il governatore additandole il carcere, le disse : Se bra- 

» mate vostro marito, entrate là dentro e portatenelo con voi. La moglie 

» amareggiata, ma pur lieta di aver salvo il marito, ebbe a raccapric- 

» Giare trovandone in una cella il cadavere disteso nella bara. Dopo 

>) lungo piangere, tornò dal feroce: Avete mantenuta la promessa ri- 

» dandomi il marito ; e , siatene certo, vi ripaylierò di tanto favore. Que- 

» gli atterrito cercò invano di calmarla e di rendersela benigna. La donna 

» ragunò gli amici nelle sue case, espose lor tutto e protetta da essi ri- 

» corse al duca Carlo, che amando singolarmente la giustizia volle (are 

» un esempio. Obbligò il governatore a sposare immediatamente la vedo- 

» vaia, e gli fece far testamento, istituendo la moglie erede universale. 

» Quindi la donna venne congedata ed il governatore condotto in prigione 

» a soffrire la morte stessa che aveva inflitta all' innocente. E poscia, ri- 

V chiamata la vedova, le (u mostrato il secondo marito disteso nella bara 

"» come il primo. Tanti patemi in breve tempo eran troppo per quella 

» gentil natura , che morì lasciando un figliuolo ricco delle facoltà acqui- 

» stato con tanto oltraggio e dolore dalla madre. La calunnia apposta al 

» Kirk sembra al Hitson un rifacimento di questa storia; ed egli ha ra- 

» gione in massima, non nel particolare, ned occorreva indicare (piesta 

fl sorgente particolare, quando ne esistono lant' altre analoghe. Il Uouce 

9 stima che (juesta tradizione diffusissima, sia il fondamento di Measure 

» for Measure. I nomi ed i luoghi cambiano nelle varie versioni : gì' in- 

1) cidenti sono sempre gli stessi. Si tratta sempre d'un soldato (marito 

» fratello ) giustiziato : e d' una moglie o sorella che si prostituisce per 

» camparlo e viene ingannala. Fu quindi agevolmente trasferita al Kirk 

fl ed il poemetto del Crueltyand Lust, la rese lunga pezza popolare. Solo 

» in (|uesta forma fu noto alla storico, il quale noteremo raccontarla come 

fi un fatto comunemente attribuitogli. Ma le Romanzo popolari non do- 

» vrebbero figurare fra documenti della storia inglese. Il Bellcforest, nella 

» sua antica versione del racconto ha la circostanza del capitano che se- 

» dotta la moglie promettendo rjraziare il marito, glicl mostrò subito 

T> dopo impiccato dalla finestra del quartiere di lei. Qucst' orrido inci- 

!> dente nella storia del Colonnello Sanguinario serviva gli scopi d' un 



— 308 — 
Chi contavano li porcielii: 
Le conlavano a uno, a uno 
Saglio io e scinni tu (1). 

CLlll (11) 

Giamnia , ciammaiTuca , 

Vidi mammela addò' è ghiuta! 

È ghiuta a lo molino 

A fa la pappa a i polecini (2). 

CLXII (XI) 

'Ncoppa a 'na prevola esce l'uva, 
Ouanno jammo noe ammatura. 
Noe ammatura a vennegnà' (3). — 
Tira, molla, Garofana (4). 

» parlilo che voleva renderlo esoso. Il Kirk era un soldato di ventina, 
» un buontempone e spesso minacciava decimare il reggimento, dimen- 
» ticandosene sempre la dimane; ed è slato vergognosamente calunniato 
» da poeti ed istorici i quali si son lasciati accalappiare dalle imposture 
» de' partili. » — 

(1) Semplice canzonetta, come mi assicura la Raccoglitriee. 

(2) E un giuoco che si fa da un solo o piij bimbi stuzzicando le 
corna della Ciammaruca (chiocciola) Cf. Pentamerone 11 , 7, — « Lo Pren- 
» cepe,.... stanno dinto a lo vosco sperduto da le gente soje, scontraji; 
» 'na bella figliola che leva coglienno maruzze, e pigliannose gusto de- 
» ceva: ksce, iesce corna, \ Ca mammela te scorna; | Te scorna 'ncopp 
» a /' astreco \ Che fa lo figlio mascolo. » — Canzoncina che tuttora 
è viva in Napoli. 

(3) Vennegnà', vendemmiare. Una canzone raccolta in Bagnoli-Irpino 
dice: 

Tengo 'na vigna, non saccio dov' è; 
Mme r haggio venegnà', non saccio quanno ; 
Tengo la lina, nei manco lo pere, 
Nce vuonno le chierchie e lo tompagno. 
lo mme voglio fa' 'na volta nova; 
Ancora ha da nasce 'no luongo castagno; 
Mm' 'a voglio trova' 'na bella figliuola, 
'Ncor* ha da nasce' lo padre e la mamma, 

(4) Semplice canzonetta. 



— 399 — 

cLxiv ( xm ) 

Paletta, paletta signora comniara, 
Tengo 'na figlia, non sape jocare; 
Non sape jocà' li vintiquatto, 
Una, dui, tre e quatto (1)! 

CLVII (VI) 

Gallina zoppa zoppa. 
Quanta penne puorti 'ncoppa? 
Ne porto vintitrè: 
Una. due e tre (2). 

CLXVIIl (XVII) 

Sega sega, nò' pozzo sega'. 
Co' quinnici grana no' pozzo campa'. 
Tengo 'na figlia da marita': 
Sega sega, che voglio sega' (3). 



(i) Vedi l:i noia ai Canto CLVlf, e Scherzo Infantile VI. 

(2) Vedi il Canto CLXIV e Scherzo Infantilo XIII: — « È tin ginocn 
a ((uesto modo. Più bambini tengono spiegato su di un tavolo un sol 
'•> dito della mano. Poi uno di loro ripete la canzona o Paletta eccetera , 
» Gallina eccetera, marcando sopra cascun dito dei compagni una pa- 
« rola della canzone. Sul dito di chi capila l' ultima parola dell' ultimo 
» verso, questi spiega un altro dito e poi da capo e sempre cosi in se- 
» guito » — Cosi la Raccoglitrice. 

(3) Si fa cosi : Un bambino si adagia sulle gambe un altro bambino 
e lo dimenn a guisa di falegname che seghi, ripetendo la canzone. 
Non saprei dire se si canti anche da segatori nello esercitare il loro me- 
stiere, come la seguente canzona di Pomigliano d'Arco: 

— « Tira, cumpagne mmio, tira la sega, » 

— » 'Ngopp' a lu puzzo ne' è 1' acqua tirala. » — 

— « Tira, cumpagne, mmi moro re seta. » — 

— « Te voglio dà' a mangia' cape 'e siU'aciie. » — 

— « Tira, cumpagne, mme moro de seta. » — 

— « 'Ngopp'à lu puzzo ne' è 1' acqua tirata. » — 



— iOO — 

(XXI (K) 

Lupo, lupo elio fai 'n torni? 

— « Mmi guardo le mio pollaste » — 
Quauto ne vuò' 'sle doje pollaste? 

— « Ne voglio ricche e care 

— « Gcà, commara oca sia comniara 
• « Scinni a bascio a lo mmio giardino 

« Pigliati elicila cchiìi piccolina; 
« Pigliati elicila eh' è capo biondo 
'( Li capilli so Illa d' oro » — . 
Vota vola la guardiola (1). 

CLXIX (XVIII) 

— « Susiti biondina. » — 
Pecche mm' haggio susì'? 

— « Ti voglio inarila ». — 
E a chi min' haggio piglia'? 

— « 'No maslo de potega, 
» Chi ti cavoza e li veste, 

» Ti mette 1' aniello 'o dito 

» E ti porla 'mparaviso (2). » — 

avi (V) 

Domani è festa, 
Lo sorece ssi veste; 

(1) — Un bambino si accocola in terra, e gli altri gli girano allonio 
lenendogli la mano sul capo, poi mio dimanda a quegli elio sia a terra. 
Lupo, lupo, ecc. e (piegli risponde Mi f/uur do le mie pollasfe ecc. Poi 
finita la canzone colui clic interroga, si piglia un aUro compagno a sua 
scella e lo porla via, e poi torna da capo, fino a portarsi via tulli. 

(2) Una ragazza che sta in piedi piglia per mano un' altra ragazza 
che sta accocolala in terra, e incomincia la canzone che si alterna poscia 
ira le domande dell' una e le risposte dell' altra. 



— 401 — 

Ssi veste de volliito. 

Lo sorece è cannaruto (1). 

CLv'(IV) 

Domani è festa. 

Lo sorece 'nfinesla; 

La gatta a cucina' 

E lo sorece a mancia' (2). 

CLXVII (XVI) 

Sabato santo, 
Pecche sì' stato tanto, 
Pecche non sì' venuto? 
Pecche non ho potuto. 
Domenica matina 
'Na grossa galUna 
'Na coscia de crapetto 
Quatt' ove benedette , 
Chi chi lo cannaletto (3). 



(Continuano) 



(1) Semplice conzonetta. Cannaruto, ghiotto, goloso. 

(2) Semplice canzonetta. 

(3) Semplice canzonetta. 

Voi. VII , Parte I. 27 



NOVELLE 

POPOLARI BOLOGNESI 

RACCOLTE 

DA CAHOLINA COUONEDl-BEHTI 

((^ontinuaziouc Vedi pag. J86.) 

VII. 

La fola d' quella eh' en vleva far 
da g'nar la zobla. 

Al era una volta un padr' e una mader eh' aveven 
una tiola, chTas cìamava Fiurèita. Sta ragazza in fònd 
l'era una bona diavla, e la saveva far la calzetta, arpzar, 
cuser el camis, insomma tot qui lavurir eh' vòlon in 
f una eà lì Pai fava pulid; e la sàveva far da magnar e 
antar la eà propri cum va. Mo V aveva un difèt che i sii 
in i aveven mai psò cavar da doss, e l'era quél cha la 
zobia, lì r an in vleva far d' endsonna fatta. L' aveva T asi 
lì quia puvrètta d'sò mader, ed clamarla, e d'scunzu- 
rarla perchè ch'l'as livass, mo lì fava eònt ch'i gessen 
zieina, e l'as inseguitava a star a lèt, e an i era dio 
eh' la fess livar. Av psi figurar che sta cessa l' era propri 
un crozi per so pader e so mader, e zò i abandunaven 
al pensir eh' l' as psess piò curèzer. As de al cas , che '1 
fiol d' un falegnam eh' stava impèt a lóur d' cà, s' inamu- 
rò dia Fiurètta : 1 eminzon sti du ragaz a e' còrer dalla 
fnèstra , pò is' v' deven per la strà , e quand fo passa un 
qualch mèis acsè , Anzlein (che acsè s' clamava al zòuven) 



I 



— 403 — 
pinsò d' dmandar la Fiurètta ai su, e un de l' intrò in cà, 
es i dess quaPch'era, esebènds ed spusar la ragazza. I 
pareint se strinzen in t' el spai , in sègn ed titubar , mo 
Anzlein seguitò ch'ai mitre ' butèiga dèi so, e ch'ai fare 
star bèin la muier e zèint ater bèli coss, eh' fen arstar al 
pader e la mader in mod ch'in saveven piò cussa s'dir. 
Finalmèint al pader saltò so es dess, sintim bèin, me an 
ve voi inganar : avi da savèir eh' la ragazza è bona , e dal 
sòu man la in cava un po' d' tot el fatta , mo l' ha un 
difèt che per quant as avamen fat al n' è sta pussebil a 
cavariel. Lì lavòura tot i de dia stmana, e av so dir 
eh' la fa per tri, mo la zobia la voi star a lèt e l'an voi 
far nieint. A Anzlein l'ai pars una cossa da nient e l'ar- 
spòus : s' l' è quèst al difèt eh' 1' ha , an i bad e av pru- 
mèt che in puch de a la guaress. Quand i sinten acsè i 
prinzipion a dir, mo nò vdè cha la bustunarì, e a la fari 
patir, mòinter an avéin che sta fiola ch'ai vlèin un gran 
bèin, e as cuntintèin piotost ed tgnirla in cà. Al ragaz i 
persuas ch'an l'are tucà, e ch'ai l'are tratà bèin. La 
Fiurètta l'as era mess'a zigar per pora eh' i gessen d'nò, 
tanl che' in mèz a strambost, i finen pr' èsser cunteinl, 
e da le a poch as fé 'l spusalezi. Anzlein mess so una 
bèta casleina da par so, es i cundusè la spòusa. J prem 
dò al fo mei e zocher; la Fiurètta tgneva in pulizì la cà, 
la fava al g'nar e tot qui zateint eh' ein in t' una cà , e 
quad Anzlein arivava, ai pareva d' andar in paradis. Mo al 
veins la zobia lì; al spòus s' livò, e s'andò a butèiga; 
quand fo l'òura dia qulaziòn, al mandò a cà al faturein 
pr' andarla a tor, cmod l'era solit a far; mo al tusèt baie 
al òss e 'ndson arspòus : e que tòurna pur a bater , e al 
sinlè una vòus eh' dess: a sòn a lèt. Alòura al vultò vi 
e s'andò a cunlar incossa al padròn, ch'ai s'sinte propri 
a vgnir so la bozra. Intant la Fiurètta s' in slava a lèt 
a guardar ai fiuch ed nèiv , eh' vgneven zò a travers del 



— 404 — 
laster; e dUant in tant l'andava digand: livet zibòn che 
qiiè 'l padròn , livet zibòn che què '1 padròn : pò la s' in- 
stava le quacia quacia a cuvar i linzù. Veins l'òura dal 
g'nar e Anzlein batè al òss, ed ecco chMì arspònd « mi 
mare a sòn a lèt » : alòura al s' tastò in bisaca , al cavò 
fora la ciav es intrò. Quand al fo dèinter av so dir ch'ai 
fé un bèi bravadòn : e lì cminzò a dir « mo al savevi 
ch'ai era fata acsè, perchè m'aviv tolta »: basta mi poch 
la dess so li, un poch lo, tant eh' l'ai prumèss che 
qulater giovedè l'as srè livà. La s' livò sobit, e le in frèzza 
i cusen un pò d' pasta es magnon. lotta la stmana as 
andò bèin, e la Fiurètta fé propri al so dvèir. Finalmèint 
a turnon alia zobia, e alla mateina premma d'andar vi, 
Anzlein i dess : Fiureina , guarda d' en me far la secónda 
d' cambi sat? perchè t' vdress un bèi zugh: e al ciapò so 
es andò vi. La Fiurètta, l'ai lassò dir e pò apènna ch'ai 
fo 'ndà fora la vultò galòn es dess « a srev la gran mata 
a livarom , a voi star que a goder st' cald me » : Mo 
d' quand in quand ai vgneva pora d' so mare e l' andava 
digand al solit riturnèl « livet zibòn che què 'l padròn » 
mo mai la miteva i pi zò dèi lèt. Veins l' òura dia qula- 
ziòn e al faturein sunò al òss. La Fiurètta arspòus « prilà 
la mar lètta e vgnì dèinter »: Al ragazol intrò, e lì l'ai 
dess « andà in cuseina eh' ai è una sporta cun la qulaziòn 
eh' ai ho prepara ajr sira » : al faturein andò, al truvò la 
sporta, e intant al sinteva eh' la Fiurètta geva « livet zibòn 
che què 'l padròn » . Al faturein ciapò so ridènd es andò 
a butèiga a cuntar incossa al padròn. Al òura dèi g'nar, 
ecco che Anzlein va a cà, e per farla longa e curta, al 
suzès r istèssa sena dia stmana passa , e i fìnen per far 
la pas, e lì l'ai prumèss ch'l'an l'are piò fat inquietar. 
I magnon alla mei, e acsè fmè quél de. La stmana passò 
bèin , mo ecco eh' tòurna la zobia. La sira premma la 
prepara la sporta cun la qulaziòn, e a lèt eh' la s' in va. 



— 405 — 

Alla mateina, Anzlein s'iiva, al s' i arcmanda e vi ch'ai 
va. La Fiurètta cmèinza la solita sinfunì « llvet zibòn 
eh' r è què '1 padròn » pò la tiirnava assrar i uc' , e a 
vultar galòn. Veins al falurein a tor la sporta e quand 
al sunò , r ai dess « prilà pur la marlètta eh' V è avert. 
Al ragazol andò dèinter, l'andò in euseina, e intant al 
sinteva la solita cantifola « livet zibòn eh' l' è què 'l padròn. 
Al eiapò so la sporta, al la salutò es andò a butèiga. 
Apènna eh' Anzlein al le vest « ebèin, al dess, cus at ed 
nov? Mo, rè là a lèt eh' la sguazza em' è un papa». Ai 
veins tanta bozrà a sl'om, eh' al eiapò la giaehètta, al 
s'I'insfilzò alla mei es eòurs a eà. L'avers l'òss, l'intrò 
in t' la stanzia, al tols un bastòn eh' era dòp al òss, et la 
cminzò a bastunar giand « Livet zibòn eh' l' è què '1 padròn, 
livet zibòn eh' le què 'l padròn » : La Fiurètta s' arcman- 
dava in visseribus Cristi, eh' al stess bòn, mo lo tirava 
dret es geva: « An bastòn mega te, a bastòn al zibòn 
eh'an s'vol livar , e que punf e paf del bot da e'prà ». 
La Fiurètta seapò zò dèi lèt sèinza gnaneh meters i sfon, 
e prumitand e zurand ehe mai piò la srev sta a lèt. 
Alòura so mare i dess « guarda bèin ehe quésta l' an è 
sta ater ehe la eapara : es vultò vi » . La Fiurètta la se 
fstè, la eminzò a'ntar la cà, e a far da magnar, e veins 
Anzlein eh' l' era ineossa in òurden. Tot' quél de al n' i 
guardò in faza. L' andò vi sobit eh' l' ave magna, es turno 
a sira es andò a lèt sèinza diri una parola, e aesè al se- 
guitò fenna al giovedè. Mo la Fiurètta s' areurdò la musiea 
dia stmana passa e l'as livò a preparar la qulaziòn, e a 
far tot i su fat. E quand al faturein turno a butèiga eun 
la qulaziòn, al dess al padròn totti el bèli eoss eh' l' aveva 
vest. Anzlein andò a g'nar el truvò tot in òurden ; alòura 
al s'mess a e'eòrer eraod gneint foss e sta: Turno la 
zobia, e la Fiurètta s'iivò sèinz'ater es fé totti el sòu 
coss e aesè la seguitò. Quand Anzlein vest ehe propri 



— 40G — 

l'aveva pers al vezzi d' star a lèt, al la cumpagnò a cà 
dai su, eh' i staven in pènna eh' foss suzèss quél d' gross. 
Mo i vesten la so Fìurètta eh' era bela e grassa e tolta cun- 
tèinta, eh' fo la premma li a dir, saviv an ho piò '1 vezzi 
d' star a lèi la zobia. Is vulton a Anzlein dmandandi cum 
l'aveva fat, e Anzlein arspòus, dmandaiel pur a lì; e la 
Fiurètla cunlò stiat e net tot quél eh' era sta. I su arston 
tot cunleint eh' l' avess pers quel vezzi , e i spus viven 
sèimper in pas. E se i su l'avessen savò curèzer da ceina, 
Pan srè chersò in quél brot vezzi, ch'i aveva purtà di 
gran e' piasir. E tgni per vèir quél pruverbi eh' dis : 
« Mèdigh pietòus, fa la piaga verminòusa ». 



Vili. 

La fola d' Zannìnein. 

Ai era una volta una dona ch'aveva un flol e l'ai 
aveva mess so nom Zanninein; l'era al piò bèi ragazol 
ch'as spes veder, l'aveva di cavi ch'pareven d'or, una 
bucheina che srè detta fura cun un Iruvlein, du uc' eh' pa- 
reven dòu slral, e acsè tot bèin fai, ch'ai pareva un 
prilein; l'era in l'i set an, e tot i de l'ai mandava a 
scola : la i mileva in t' al panirein un pzol d' pan, es i dava 
un qualrein perchè ch'ai s'iulès quél cumpanadgh ch'ai 
vieva. Una mateina in ti' andar a scola al s' fermò da una 
budgara es cumprò di figh; mo al n'av fai du pass eh' 
r incuntrò la vècia eh' i dess « Zanninein dam un fighein ; 
e lo arspòus, me nò brolla vècia ch'an l'ai voi dar: 
mo bona eh' li turno a dir « va là Zanninein dam un 
fighein » e lo da cap, cun l' istèssa risposta , tant eh' l' ai 
dess: bèin, bèin as e vdrèin draateina. Al lusèt seguitò 'l 
viaz es andò a scola : e apènna eh' al fo turnà a cà da 



— 407 — 
so mader ai cuntò quél ch'ai era intravgnò: so mader 
i fé curag\ cun del bèli parol , mo st' pover ragazol P andò 
vi d' cà qui' altra mateina cun una termarèla eh' an stava 
in pi. Al n'av fat ohe un pzol d'strà ch'ai vest la vècia 
chi vgneva drì; al s'mess a córer quant al pseva, ma al 
suzèss che in t' al còrer al s' inzamplò es cascò in tèra , 
e acsè la vècia ave tèimp ed córri adoss, d' ciaparel e 
d'metrel in fai sach. Ste pover fandsein al zigava cun 
quanta gòula l'aveva, mo la vècia vultò zò per di stradi 
dov an i era endson, e acsè quand al s' fo bèin sgulà 
bisugnò ch'ai la finess. As de mo al cas che alla vècia 
ai veins bisògn d' andar dèi corp, e quand l' ave truvà un 
lugh giabità, la mite al sach pugià in t' un cantòn , pò 
l'andò dòp a una murala dirucà per quél servezi ch'ai 
bisugnava. Zanninein che s'sinteva in tèra, e ch'aveva 
sintò che la vècia era andà piò in là, al s'fe curag', al 
tirò fora un timprarein eh' l' aveva in bisaca, eh' al l' adru- 
vava da timprar el pèn a scola, e pò al tajò la laza 
ch'ligava al sach, es se scapò fora; pò al tols del pred 
e di sass eh' eren tra le, ai fico dèintr' al sach, eh' al turno 
a ligar, e gamba mi n' ni' abandunà al cure a cà dalla 
marna. La vècia quand l' ave fat al so interès, l' as mess al 
sach in spala e vi eh'l'as mess andar; es andava digand, 
cura ti pèis Zanninein, o t' ha propri da èssr' un bon pcòn ; 
la s' andava arpusand, e fmalmèint quand la fo vsein a cà 
la prinzipiò a zigar: Margaretta met so'l parol, e acsè 
cantand l'arivò al òss ed cà. La Margaretta, ch'era so 
surèla aveva zò fat bojer al parol , e acsè la vècia s' avsinò 
al fugh, la g'iigò la bócca dèi sach, pò l' imbucò al parol 
es i arversò quél eh' i era : mo l' intravgnè eh' al pèis del 
pred sfundon al cui dèi parol, e acsè fotta l'aqua bujèinta 
andò in t' el gamb alla vècia , eh' cascò in tèra cm' è 
morta. La Margaretta la ciapò so, es la mess a lèt. Quant 
Zanninein sintè sta nova, en stava in t'el bragh dèi al- 



— 408 — 
grezza, e al prinzipiò andar a scola cun piò voja sèinza 
la pora dia vècia. Mo an fo passa un poch ed tèimp, che 
un de che Zanninein era -so in t' V antana al se sintè 
ciamar e al vest eh' T era la vècia, eh' l'ai slava a dir: 
ah ti le brot birichein , sai poss ciapar at voj magnar tot 
in t'un pcón. Al pover fandsein l'arstò le zia, e s'en sav 
cossa s'arspònder. AI còurs dalla marna a cuntari in- 
cossa : la marna l' ai dess , sta bòn al mi fandsein eh' a 
truvarèin la manira ed farla cherpar. Guss fella lì : l' andò 
da un pgnatar es cumprò una massa d'scart d'butèiga: 
ai era del pgnat, di vas da fmr, di cadein, del cadinal, 
di canter, e perfenna di urinari. E pò quand la fo cà, 
Tein fé una gran maratèla ch'arivava senna alla so fnè- 
stra; pò la dess a Zanninein, adèss te metet pur que 
alla fnèstra e lassa eh' la vècia s' arampiga per magnart. 
Zanninein s' mess le da un là plueand del eastagn ; da le 
e poch , ecco eh' passa la vècia ; la vèd al tusèt e l' ai 
dis, Zanninein dànom quél ; vein so st' al vu, al i arspònd ; 
e li cméinza andar so a poch a poch, cun l'intenzión, 
cum a psì capir, ed ciaparel e magnarsel in t'un pcón, 
mo quand la fo a metà dia salida, as prinzipiò a romper 
tot el pgnat, e lì la ruzlò in fònd es se spacò la tèsta. 
Figurav che fèsta fo per tot i ragazù la mort ed la vècia ! 
D'alòura in za in avèn piò pora a andar a scola da per 
lòur, e tot el mam ringrazion al zil dal fòuren ch'ai 
l'avess fatta cherpar. Longa la fola strétta la vi, gì mo 
la vostra ch'ai ho det la mi. 



VARIANTI E RISCONTRI 

In tutte le novelle popolari gli orchi, i draghi, le mamme-draghe 
son di cervello grosso come la vècia della presente. Qnesla novellina è di 
quelle che si raccontano a' bambini per farli star buoni e non andare fuori 
di casa. Nella Prezzemolina della Novellaja fiorentina dell' Imbriani è 



I 



— 409 — 

la medesima bollitura. Nella Maestra, n. XYII, è descrilta la morte del- 
l'Orco che vuol salire sopra una scala di fiaschi vuoti da lui fallasi per 
andare ad afferrare i bambini innocenti che stanno sopra un letto: « Lui 
va a casa, prende tutti i fiaschi ecc. » (pag. 160). Zanninein chiuso 
nel sacco richiama al Zu Crapianu, n. CLVII delle mie Fiabe, Novelle e 
Racconti, e cosi anche alla CXXXV: Lu nasu di lu sagrislanu; là Cra- 
pianu, chiuso nel sacco per esser giltato a mare, si fa sostituire da un 
altro uomo, un capraio ; qui una donna sostituisce a una ragazza una ca- 
gna la quale poi mangia il naso al sagrestano. Vedi nelle Varianti e ri- 
sconti della prima di esse altri aneddoti e circostanze simili nelle novelle 
popolari italiane finora edite. L' incontro della vecchia con Zanninein é 
pure nella 13.* delle Volksmàrcìien aus Venetian di Widter e Wolf: 
Die Prinzessin im Sarg und die Schlldwache. 



IX. 

La fola dal Nan. 

Ai era una volta in Gulicutidogna un Nan o perchè 
eh' am capadi mei , un om, eh' era tant cein, eh' l' era una 
maravaia a guardari. Al gev' èsser alt un braz, mo tot 
acsè prupurziunà eh' al n' aveva una part in t' al so corp 
ch'en foss bèin fatta. L'aveva i su bon veint an, es era 
rubost cm'è un diavel. Mo eussa vliv, per la so cinèzza 
i su in al pseven veder , e i al straniaven cmod s' fare 
una bistia. Un de ai veins in mèint a st' pover diavel , 
d'andar a girar pr'al mònd, per veder d' truvar furtòna, 
e al ciapò so sèinza dir ater es vultò i garet al òss ed 
eà. Al s' era mess in bisaea un pzol d' pan e un pzol 
d'furmai, eh' ai srè basta per piò de, perehè '1 magnava 
quant una furmiga. E quand al fo fora al s' tre alla cam- 
pagna es eminzò a girar , e girar ; in t' l' òura calda al 
s'mess a seder sott'a un alber, es magnò, pò quand al 
s' fò 'rpussà al s' turno a metr' in viaz, e al camino fenna 
a sira. L'arivò in t'un sit, ch'ai vdeva so pr' una mun- 



— 410 — 

lagna una lumeina, e lo cminzò a tgnir drì a quia lom, 
e al s' arampigò lanl eh' V arivò in zemma. Al vest eh' ai 
era una easleina, al batè alla porta e una vòus dess 
« chi è? A sòn un pover Nan, ch'zèirea servezi: e la 
vòus arspòus: mo que an i è bisògn d' servitur, a sòn la 
mader dèi vèinl e am faz tot da per me. Mo eh' la m' avrà, 
dess al Nann, e la vdrà eh' a farò quél eh' a poss per 
cuntintarla. Basta dal gran pregar, sta dona avers la porta, 
e quand al fo dèinter 1' ai fé bon' acuglièinza , es i dess , 
eh' la r are tgnò se pur al si foss avezà e far quél eh' T ai 
avess cmandà. Al Nan s' adatò, e in pueh de l'aveva im- 
para d' far tot i zatein, e la mader del véint era euntéinta. 
Alla mateina sta dona s'iivava, l'andava vi, es turnava a 
cà la sira, el Nan antava la cà, fava da magnar, e quand 
l'arivava lì, la truvava ineossa bel e fat. Al Nan aveva 
usservà, che premma d'andar vi, sta dona s'miteva un 
par d' zavat , es tuleva in man una bachétta, eh' la tgneva 
sèimper dalla tèsta del lét: e quand l'andava fora la 
eureva cm' é '1 véint. Al Nan veins a capir che quel zavat 
e quia bachétta ern afadà, e cussa fel lo. Una not al s' livò, 
e pian pian l' intrò in t' la stanzia dia dona , al clapò so 
el zavat e la bachétta es e scapò vi. Quand al fo fora al 
vest eh' l'andava cmod fa una saiétta; al còurs un péz, 
pò finalméint al tre in téra la bachétta, al s'cavò el zavat, 
e sobit al s' fermò. E al vest eh' l' era arivà in t' una zita 
eh' era totta aduba d' ròss : al dmandò cuss' l' era , e i 
dessen ehi eren d' fèsta perché s' mandava al fiol del ré , 
e che al palaz ai era court bande per tot. Alòura 'l Nan 
andò sobit al palaz e 1' arivò ch'i eren pr' andar a tavla: 
quand i vesten a intrar sta figura, tot s' messn' a reder e 
in i pseven cavari i uc'd'adoss. Al rè pò si fé incontra, 
e ai fé bona zira, e per la rarità eh' l'era, a i dmandò 
s' al vleva arstar in t' ai so palaz. Al ^an azetò bèin vlun- 
lira, e le al cminzò a far vetta da sgnòur. L' andava in 



I 



— 411 — 

carezza ciin al rè e la rigeina, es e spassegiava da per 
lo quand al vleva; insomma av so dir me ch'ai slava 
propri cm' è '1 top in t' la fareina. Bisogna mo savèir , 
che i ater d' court, vdènd ch'ai rè i vleva tant bèin, as 
i era moss cm' invidia chi fava cherpar, e tot pensaven al 
mod ed psèir e' fars dal Nan. On di piò furb s' era acori 
del zavat ed la bachèlta eh' l'aveva, e un de l'andò dal 
rè es i dess : sai sacracuròna , al Nan 1' ha un par d' zavat 
e una bachètta fadà, e quand al s' el met in pi es tol in 
man la bachètta, al va cm' el vèint. Al rè arspòus, guarda 
d'purtari vi incossa e al darò una bona manza. Qustò fé 
quél ch'aveva fat al Nan alla mader dèi vèint, e una not 
r intrò pian pian in t' la stanzia dèi Nan , l' andò sòtt' al 
so lèt es purtò vi incossa; sobit l'andò dèi rè, a tor la 
manza, dandi la roba. Alla mateina quand al Nan s'iivò, 
e ch'an truvò piò la so roba, al capè ch'ai era sta fat 
un tradimèint , e al dess, en v' dubita eh' am m' la pagarì. 
E al ciapò so arm'e bagai e vi eh' l'andò. Al cminzò a 
girar ed zò ed là, tant eh' l' aveva fat sira , e l' as mess 
sdraia sòtt' a un alber , e le al passò la not. Alla mateina 
al se g'dò, es al sintè eh' l' aveva deblèzza e intani eh' al 
guardava in so, al vest eh' l'era sòtta a un alber d'figh 
eh' faven voia : e al sintè chi geven : « magnom, magriom » : 
Oh guarda, al dess fra lo , i ein figh afadà , cuss' i sra , 
pruvèin a magnaren. E al fé tant eh' al s' arapò so per 
r alber es cminzò a magnar d'sti figh, mo apènna eh' a 
i n'avè magna un su quant, ai veins un nas tant longh, 
ch'ai pareva quél d'un elefant, tant ch'ai s'al vdeva da 
per lo, e si' pover diavel cminzò a g'prars e a còrer vi 
piò ch'ai pseva. E l'arivò in t'un sintir, dov al sintè dir 
« magnom , magnom » : e lo alzò la tèsta es vest eh' T era 
sòtta a un ater alber d'figh, nigher cm'è'l mòuri. Al 
pinsò, se questi em fessen mo guarir? pruvèin a magnaren, 
tra l'arveina e i arvinà l'è l'istèss: e al ciapò un ram 



— 412 — 

ch'arivava vsein a tèra es cminzò a magnar: mo figurav 
che ciintintèzza eh' l'ave, quand al s'acurzè che d'man 
ch'èin mandava zò al nas calava, es calò tant, ch'ai 
dvintò cmod V era premma, e forsi piò bèi : e al dess : 
« al ho truvà me, adèss a sia frèsch , e a voj farvla pagar 
cara » ! Al cols una massa d' qui figh , ai mess dèinter in 
t' un panir eh' al truvò dri a una zèda , pò 'l turno da 
qulatr'alber d' premma, al fine d' impir al panir, es s'aviò 
vers la zita dèi rè. L' andò al palaz, al s' presentò al rè 
cm' è gneint foss e sta , e al rè i fé bon' acoglièinza , e 
al le fé andar un' altra volta in t' la so stanzia. I andon 
pò a tavla, e quand fo òura dia fruta, al Nan s'iivò so 
es andò a tòr, so in t'un bèi cabarè, qui prem figh ch'ai 
truvò, es i ufers in tavla. Tot s' maravion dia blèzza eh' i 
eren, e s' in eminzan a magnar , mo in aven apènna stra- 
gualzà qualchdon, ch'i vesten che a tot cherseva al nas, 
e massm' al rè e alla rigeina eh' eren du luvaz , e eh' in 
aveven magna piò di ater, ai veins un nas tant e longh 
ch'arivava da qulater là dia tavla. I s'alzon tot so, es 
cminzon a córer chi pr' un là, e chi pr' un ater, e que i 
s'inzucaven insèm, e pumf e paf sti nas, ch'i sbateven 
da pertot, quand al Nan ave bèin rido al sòu spai, al 
dess «. I mi sgnòuri si volen eh' ai guaressa, me ai ho la 
medseina, basta che sacracuròna am daga el mi zavat e 
la mi bachètta, tant cha possa far prèst andarla a tor. » 
Al rè dess, mo sobit al mi fiol: es fé purtar ineossa al 
Nan, che apènna al s'mess in pi el zavat e al tols in 
man la bachètta, al fé un salt in aria, es dess: sta mo 
le e cherpà cun i vuster nas, acsè imparar! che '1 mal 
ch's'fa ai ater, prèst o tard al vein fat a sé: e vi ch'ai 
s' nandò. Po al eòurs a casa da qui sgnòuri eh' eren sta 
a g'nar, e eh' aveven magna i figh sèinza eòulpa, es i fé 
magnar d'qui ater figh, che non sòul i fenn turnari i 



— 413 — 

nas ch'i aveven, tno anzi i dvinton piò bi. E sòul al rè 
e la rigeina arston aqasè, e al rè fo pò ciamà al rè nasòn. 



VARIANTI E RISCONTRI 

Un r-isconlro siciliano è nelle mie Fiabe, Novelle e Racconti, n. 
XX Vili: La vurza, la firriolu e lu cornu 'nfatatu; un altro è in Oon- 
zenbacli, Sicilianische Màrchen, n. 30: Die Geschichte voti Ciccu; un 
l'isconlro milanese è nella Coa, n. 1 dei Paralipomeni alla Novellala Mi- 
lanese dell' Imbriani (// Propugnatore del 1872), ove invece di corna 
nascono code lunghe e pelose che fan paura. Altro riscontro meno per- 
fetto e di semplici accenni è in Wìdter e Wolf, n. 10: Der arme 
Fischerknabe, in cui Almerico si rende invisihile con un mantello ; ha oro 
(pianto ne vuole merce una borsa; e con un paio di scarpe corre come 
il vento. Del resto vedi la n. XXV e XXVI della mia raccolta : L' Ar- 
rjinteri e Petru lu massariolu e le mie citazioni di pag. 264 del voi. I 
di essa raccolta. 



X. 
La fola dèi pundghein. 

Al fo una volta un pundghein ch'andava a magnar 
in f la cassétta d' un gal , eh' era dèinlr' in l' una capunara. 
L' era un pèz eh' l' ai brusava mo lo as d' gal d' vèders a 
purtar vi al magnar e al i andava fagand la cazza : Un dò 
finalmèint, intant che 'I pòndgh stava magnand, al gal 1' 
arivò a tèimp d'meter fora la tèsta e ed dari un gran 
pcot in t' al zerval. Al pover pundghein al grundava sangv 
el 'I pinsò et còrer da un sart a fars dar una pzola da 
medgars la tèsta. Quand al fo là al le pregò giand « sart 
dam pèzza eh' al gal m' ha ròt la tèsta » : St' vu pèzza 
dam pèil , arspòus al sart. E al pundghein s' mess a còrer 
e r andò da un can e si dess : can dam pèil cha daga 



— 414 — 

pèil al sari, ch'ai sart em daga pèzza ch'ai gal m'ha 
rót la tèsta: St'vu pèil, dess al can, darii pan. El pun- 
dghein cóurs da un fumar es i dess: fumar dam pan 
cha daga pan al can , eh' al can am daga pèil da dar pèil 
al sari , eh' al sart em daga pèzza eh' al gal m' ha rót la 
tèsta: al fumar dess: st'vu pan dam fareina: e alòura al 
cóurs dèi munar es i dess: munar dam fareina cha daga 
fareina al fumar, ch'ai fumar em daga pan da dar pan 
al can, ch'ai can em daga pèil da dar pèil al sart, ch'ai 
sart em daga pèzza eh' al gal m' ha rót la tèsta. Al mu- 
nar dess : st' vu- fareina dam gran : e sobit al pòndgh ca- 
mino dèi camp , giand : camp dam gran cha daga gran al 
munar, ch'ai munar em daga fareina da dar fareina al 
fumar, ch'ai fumar em daga pan da dar pan al can, 
ch'ai can em daga pèil da dar pei al sart, ch'ai sart 
em daga pèzza, ch'ai gal m'ha rót la tèsta. Mo '1 camp 
dess: st'vu gran dam aldam: E al pòndgh cóurs da una 
vaca e ai dess : vaca dam aldam , cha daga aldam al camp, 
ch'ai camp em daga gran da dar gran al munar, ch'ai 
munar em daga fareina da dar fareina al fumar, ch'ai 
fumar em daga pan da dar pan al can, ch'ai can em 
daga pèil da dar pèil al sart, ch'ai sart em daga pèzza, 
eh' al gal m' ha rót la tèsta : la vaca i arspóus : st' vu 'Idam 
dam erba : E lo cóurs dèi prà : prà dam erba eh' a daga 
erba alla vaca, che la vaca em daga aldam da dar aldam 
al camp , eh' al camp em daga gran da dar gran al munar, 
ch'ai munar em daga fareina da dar fareina al fumar, 
ch'ai fumar em daga pan da dar pan al can, ch'ai can 
em daga pèil- da dar pèil al sari, ch'ai sart em daga 
pèzza, ch'ai gal m'ha rót la tèsta. Al prà dess: st'vu 
erba dam fèr. E al pòndgh cameina dal frab pregandel : 
frab dam fèr cha daga fèr al prà, ch'ai prà em daga 
erba da dar erba alla vaca , eh' la vaca em daga aldam , 
da dar aldam al camp, eh' al camp em daga furmèint da 



i 



— 415 — 

dar futmèint al munar, ch'ai mimar cm daga fareina da 

dar fareina al fumar, ch'ai fumar em daga pan da dar 

pan al can, ch'ai can em daga pèil da dar pèil al sart, 

ch'ai sart em daga pèzza, ch'ai gal m'ha ròt la tèsta. 

Al frab arspòus : st' vu fèr dam sonza che onza al fèr. 

E lo còurs dèi purzèl : purzal dam sonza cha daga sonza 

al frab, ch'ai frab em daga fèr da dar fèr al prà, ch'ai 

prà em daga fèin da dar fèin alla vaca, eh' la vaca em 

daga aldam da dar aldam al camp, ch'ai camp em daga 

gran da dar gran al munar, eh' al munar em daga fareina 

da dar fareina al fumar, eh' al fumar em daga pan da 

dar pan al can , eh' al can em daga pèil da dar pèil al 

sart, ch'ai sart em daga pèzza, ch'ai gal m'ha ròt la 

lèsta. Al purzèl dess: st' vu sonza dam janda: E l'pòndgh 

camino dalla querza glandi: querza dam janda cha daga 

janda al purzèl , eh' al purzèl em daga sonza da dar 

sonza al frab, ch'ai frab em daga fèr da dar fèr al prà, 

ch'ai prà em daga erba da dar erba alla vaca, che la 

vaca em daga aldam da dar aldam al camp, ch'ai camp 

em daga gran da dar gran al munar, ch'ai munar em 

daga fareina da dar fareina al fumar, ch'ai fumar em 

daga pan da dar pan al can, ch'ai can em daga pèil da 

dar pèil al sart, ch'ai sart em daga pèzza, ch'ai gal 

m' ha ròt la tèsta. Alòura la querza de un scrulot, eh' fé 

vgnir zò una massa d' jand : Al pòndgh li cols in furia es 

li purlò al purzèl. che sobit ai de un pzol sonza, ch'ai 

la puilò al frab : Al frab i de al fèr , eh' al le purtò al 

prà, chi de l'erba: l'erba al la purlò alla vaca, chi de 

aldam, ch'ai le purtò al camp, chi de sobit furmèint. 

Al furmèint al le purtò al munar, chi de fareina, ch'ai 

la purtò al fumar, ch'i de pan da dar pan al can: Al 

can ai de al pèil da dar al sart perchè ai dess la pèzza 

da medgars la tèsta. Quand al fo dal sart, al pundghein 

i dess: ecco sart al pèil: Al sart i arspòus, tu pur la 



— 416 — 

pèzza, e veiri què ch'at mèdga: al pòndgh saltò so in 
t'el znoc'al sart, e al sart prinzipiò a guardar es i dess: 
« Mo ti bèi e guarè ». E al veins vèira quél det: « Dri 
la vi as acomda la soma » . 

VARIANTI E RISCONTRI 

Questa novellina bambinesca, che si riduce a semplice esercizio mne- 
monico, coirisponde alla seconda metà del Nasu di lu sar/rislanu di Mar- 
sala, n. CXXXV delle mie Fiabe, Novelle e Racconti, voi. HI ; e al Topo, 
lì. VI della Novellaia fiorentina dell' Imbrianì. 

( Continua/no ) 



M 



^^I?>IE3TA 



POESIA BIBLICA 



Il conte Jacopo Sanvitale ebbe ingegno ed animo di 
poeta, sicché merita , a mio parere , di' non esser dimen- 
ticalo tra il volgo dei molti. E mentre ancora attendiamo 
un'edizione delle migliori cose di lui, che ne renda piii 
durevole la fama, son lieto di potere stampar in questo 
periodico un saggio inedito di poesia biblica , eh' egli man- 
dava a Luigi Maggi in Piacenza con lettera del 13 otto- 
bre 1813, quando scontava nel forte di Fenestrelle gli 
arditi scherzi della sua musa improvvisa. « Ho posto mano 
( scriveva al Maggi ) alla traduzione del piìi sublime dei 
profeti, dell'Omero Ebreo; appunto come fece il Caro 
di Virgilio (se il paragone non è superbo), cioè per pre- 
pararmi a comporre in un genere poco comune. Cosi 
trarrò alcun utile dall'essere separato, come sono, dal 
resto dei viventi. A Fenestrelle, e a questi dotti preti ho 
r obbligo grandissimo di sentir più avanti in una specie 
di eloquenza tutta fuoco, tutta forza; e grande e patetica 
e terribile. Il gran Bossuet non s'accingeva a parlar coi 
Re e con la posterità senza prima invasarsi nella mente 
alcun tratto dell' inspirato figlio di Amos. » E chiede quindi 
il giudizio del Maggi e degli altri amici piacentini intorno a 
questo primo saggio, il quale ove non dispiaccia, egli 
continuerà il suo lavoro, ad onta della molta difficoltà. 

Voi. VII, Parte I. 28 



— 418 — 
L'autografo della lettera e della traduzione del San- 
vitale si conserva nella Biblioteca di Piacenza, d'onde io 
ne trassi copia fedele, sperando che la pubblicazione di 
questo bel saggio faccia ricercare tra le carte del poeta 
parmigiano la continuazione del suo lavoro. 

Carlo Gargiolli. 



Versione poetica della Profezia d' Isaia Cap. VI 



Al sepolcro de' padri avea già spinto 
Morte il profano Ozia, quando in eccelso 
D'inaccessibil deità tremendo 
Trono sedente l' immortai Monarca 
Io non degno mortai vidi: l'estreme 
Fimbrie cadenti del ceruleo manto 
Entro al tempio ondeggiavano, e la bruna 
Parete già trascolorando intorno. 
Librati in aere i Sèrafi, che sei 
Ventilavano lievi ale di foco, 
Gli fean velame al pie velame al volto, 
E volti e piedi a sé coprian tremando, 
Ardendo tutti di timor di gioia, 
Ma di gioia inefTabile, e di zelo. 

Parve repente da mille arpe spandersi 
Etereo suono: ed ecco alterno un cantico 
Intuonar Santo, iterar Santo: Santo 
Il Signor degli eserciti, s'udio. 
Chi come Dio? — Chi contro Dio? Tu invitto. 



— 419 — 

Tu incircoscritto : — Tu da gli anni eterni 
Tutto discerni: — Tu increato crei: 
Tu sei chi sei. — Gli astri di Te ragionano, 
E cielo e terra di tue glorie suonano. 

Al solenne commosse inno le gravi 
Porle tre volte con lungo rimbombo 
Traballaron su i cardini; e di lento 
Fumo vid'io scurarsi i penetrali, 
lo m'atterrai: Misero me che tacqui! 
Dissi: le labbra ho per silenzio impure: 
Che labbra impu/re e man profane e petti 
Pieni di morte ha questo popol reo : 
E vidi e tacqui! Indegno, ahi! troppo indegno 
De la presenza del Signor son io! 

Ed uno allor de gì' infiammati spirli 
1 vanni aperse, e sfavillante e rossa 
Sul ceneroso aitar colse una pietra 
Con la forcipe d'oro, e a me scendendo: 
Sorgi, fa cor, diceami; eccoti puro: 
E l'appressava a me fra labro e labro. 

E la voce d'Iddio tuonò da l'alto: 
Chi manderò? Chi andrà per noi? — Me, dissi, 
Me servo tuo manda, o Signore. — Or va: . 
Digli, risponde, a questo popol reo. 
Di cor pesante di stupida mente (1 ) : 
/)' occhi qual prò , mentre al veder son loschi? 
E che giova ascoltar, ne intender mai? 
Di morbo immedicabile vaneggia, 
E d'aita non cura. Ahi! ciechi e sordi! 
Insensati indurati! Io gli abbandono. — 
Fino a quando, o Signor? — Per sempre, ei disse 
Crucciosamente. Le solinghe vie 
E le vedove case, e tutta intorno 
Vasto silenzio abiterà la terra. 



(I) Espressione del Salvatore presso Luca XXVI, 25. Bossuet Ira- 
duce pesarti de coeur. Disc. Hist. Univ. 



— 420 — 

ÀI di venturi la infedel Giudea 
Monumento sarà de Y ira eterna , 
Qual terebindo, de la valle orgoglio, 
Che il fulmin sfronda. come quercia un tempo 
Ristoro a gli arsi falciator, se a terra 
Va per notturni venti: invan gli augelli 
Con larghi voli van chiedendo a lei 
L'ospizio antico. Il nero tronco giace 
Attraversato ove stendea lunga ombra; 
Il gregge, che non sa, s'arresta; e intanto 
Il pastore al pastor l'accenna e guata. 

Ma fia quel seme, che di lei consurga (1) , 
Eletto e santo ;. e crescerà in foresta 
De' prischi danni a ristorar la terra (2). 



(1) Variante: germogli. 

(2) Ovvero: A ristorar de prischi danni il niondo. 



RISPETTI DA CONTADINI 



ALESSANDRO ADIMARI 



Non sono fiori di vera poesia popolare, come quelli 
che si vanno ai nostri giorni raccogliendo e illustrando 
con amore e con dottrina da uomini egregii nelle varie 
Provincie d' Italia : ma sono una imitazione letteraria del 
rispetto toscpno, fatta sul principio del seicento da Ales- 
sandro Adimari (1579-1649), che dopo aver tentata la 
grande lirica di Pindaro, sembra compiacersi in questi ri- 
spetti contadineschi delle più facili ed umili forme del- 
l'arte. Io li ho tratti dal Codice Magliabechiano CI. VII, 
N. .1; e li pubblico ora in questo periodico, perchè ser- 
vano ad utili confronti, almeno con certi raffazzonamenti 
moderni di poesia popolare. 
XX Aprile 1874. 

Carlo Gargiolli. 



I. 



Tu vai dicendo eh' io non ti vo' bene : 
Poss' io morir s' io te ne volsi mai ! 
Io sarei stato un matto da catene, 
Darti contenti per aver de' guai. 
Se il primo dì non ti voltai le rene, 
E se talvolta un po' ti vagheggiai , 
Lo feci, a mo'di dar bianco per bruno, 
Per burlarmi di te che burli ognuno. 



422 — 



JI. 



Io mi son fatto la camicia nuova. 
La camici uola di rovescio rosso, 
Le scarpe a tre costure , e vo' far prova 
Se qualciie dama guadagnar mi posso. 
Ma se il raffazzonarmi non mi giova, 
Non pensar più eh' io vi spendessi un grosso; 
Che non son altro poi balli ed inchini 
Che trappole da borse e da quattrini. 



IIL 



Che ho fati' io, che non ho a ballare? 
Son io forse giudeo, son io marrano? 
Io mi so pur anch' io ben dimenare. 
E so far lo scambietto e dar la mano; 
E non son come Giorgio in modo sti-ano 
Ch' io non mi lasci in qua e in là piegare. 
Ma queste donne mi fanno il dovere, 
Ch' io non ho dame, e non ne voglio avere. 



IV. 



Io ho imparato di fare all'amore, 
s'io non ho imparato, almen mi pare: 
Mostrar bisogna non e' aver umore , 
Guardar le dame e non se ne curare; 
(^hè se le sen' addàn le traditore , 
Accia a tre lire elle ci fan filare; 
Perchè dice il proverbio, e non h scherzo. 
Quel che si profferisce è peggio il terzo. 



423 — 



V. 



Fanciulla bella, il tuo viso lucente 
E come un gelsomin di mezza estate, 
Anzi com' un carbon di fuoco ardente, 
Che scalda d'ogni intorno le brigate. 
Ma se non curi il tempo eh' è presente. 
Le tue bellezze rimarran diacciate, 
Perchè sempre non dura il fuoco e il fiore ; 
Spegnesi Tun, l'altro muta colore. 



VI. 



Io mi credetti un dì che fussi amore 
Qualche serpente o qualche bestia matta, 
Sentendo dir che bucherava il cuore. 
E facea miagolar fino alla gatta: 
Ma visto ho poi ch'egli era un pizzicore, 
Che rosica colui che più si gratta. 
Or chi non vuol provar danno e vergogna, 
Stiegli discosto, e non avrà sua rogna. 



A FRANCESCO ZAMBRINI 

DIRETTORE DEL PROPUGNATORE 



Ch.mo Comm. 

Siena 5 oli. 1873. 

Ho ricevuto otto esemplari delle mie lettere stampate 
nel Propugnatore, per le quali alla derrata della indul- 
genza, Ella ha voluto porre la giunta della cortesia. 

Non vo' lasciarmi sopraffare in questa parte e per 
ricompensa le mando una lettera di Braccio da Montone 
che reputo inedita sol per ciò che il Fabbretti nei Capi- 
tani Umbri non la ricorda né nella vita, né nei docu- 
menti, ancorché lo dovesse fare, essendo di tal tempra 
che giova a illuminare le gesta di quel prode nei fatti di 
Monte Corno. (Allegato). 

Aveva letto, già tempo, il sonetto del Caro nella edi- 
zione imolese e l'aveva letto con qualche altra cosa di 
quella edizione con molto mio rincrescimento, riputando 
incredibile che un sì degno scrittore potesse scombicche- 
rare somiglianti puerilità e indegnità. Quindi io son d'av- 
viso che la postilla letta dal Rezzi a pie di un opera di 
Castelvetro e riferita dagli editori sia troppo scarso fonda- 
mento ad una profanazione tanto sacrilega. Prima di recare 



— 425 — 

alla penna del Caro così fatta mostruosità, conveniva alle- 
gare un documento autografo ovvero la testimonianza 
di testi a penna o di edizioni che senza controversia e 
dubbio alcuno annoverassero tra le altre sue opere quel 
sonetto. 

Mal si provvede alla fama degli scrittori, alla dignità 
delle lettere e ai bisogni della nostra letteratura con so- 
miglianti pubblicazioni. Noi abbiamo bisogno di cose, e 
invece si dan parole, anzi ne pur parole, essendo questo 
un bisticcio senza sostanza, senza forma e senza la dignità 
che francheggia il nome di uno scrittore, il quale è tra i 
prosatori quel che Petrarca tra i poeti, cioè il più per- 
fetto esemplare di stile italiano; di quello stile che è 
sempre vegeto, fresco, giovane e non invecchierà mai. 
Altri scrittori sono memorabili per altri pregi ; ma quanto 
al merito dello stile, nessuno avanza anzi ne pure para- 
gona il marchigiano. Le opere del quale, e specialmente 
le lettere, dovrebbero correre nelle mani della gioventù, 
secondo il consiglio di Leopardi e Giordani (77, 369); e 
quindi è parte di pubblica utilità di non menomarne il 
credito con pubblicazioni che sono inutili ed inopportune 
ogni qualvolta non ne vantaggiano il nome ('). 

Vorrei ch'Ella, e quanti sentono ancora tenerezza 
della gloria nostra, si accendessero di generoso sdegno 
contro le malaugurate epigrafi, che da qualche tempo si 
scolpiscono per pubblica autorità in Italia. A Milano, fu 
scolpito « Cesare Beccaria inaugurato ecc. » A Roma 
sulla fontana di Trastevere è stato scritto in questo ultimi 
di: « ripristinata secondo il primitivo disegno. » In Fi- 
renze in via dei Bentacordi si legge tuttavia : « Casa dove 
Michelangelo ecc. » Sotto la statua di Goldoni, dedicata 
pochi giorni sono, è scritto : « coadiuvante il municipio » 
mentre la Crusca afferma che coadiuvante è termine teo- 
logico. A Roma in Campidoglio e a Porta Pia si leggono : 



— 426 — 

« il di lui figlio — a ricordare nei posteri — alluvione 
inaudita — in tanto grave sciagura. » Ricordo gli sgarri 
di lingua, perchè, quanto al pensiero e al sapore, che 
concetti vuol Ella che abbia chi scrive tali nefandezze? Legga 
quel lenzuolo epigrafico messo in mostra per solenni fune- 
rali in Alessandria, che si dice dettato da un preside di liceo, 
e poi argomenti quali acque corra la nostra letteratura. Io 
sto apparecchiando un lavoro, onde, poiché si vuole ad ogni 
modo lapidare il prossimo, almeno s'insegni a farlo con 
carità e con garbo. Ma io son solo a guidare al deserto, 
mentre converrebbe che tutti alzassero la voce per il 
comun prò. Noi abbiamo una tradizione e una gloria che 
nessun altro popolo ha, perchè nessuno ha la nostra storia, 
cioè la Epigrafia. Son pieni i musei, son pieni i libri, è 
stipato di lapidi il terreno che calpestiamo con epigrafi 
tutte belle e alcune divine; e perchè dovremo noi tolle- 
rare che sui nostri occhi si scolpiscano svarioni e inde- 
gnità? e poi si cerca e si finge di cercare le cagioni dello 
scaduto e quasi tramontato vanto delle nostre lettere? 
Con piena osservanza 

dev.mo 
F. L. 



Cod. Perug. della Biblioteca del fomune B-] del Prollieri pag. 120 

Nobilibus viris, tamquam patribus carissimis Andreae 
de Guidarellis et Ginello de Alphanis de civitate Perusii 
{con sigillo di un mezzo montone), 

Nobiles viri et tamquam patres carissimi. — Maravi- 
gliome molto da poiché parlai con voi non havi mai im- 
basciata né risposta ninna. Di che ad me pare che quelli 
che ve mandano fanno per tenere la cosa in tempo; e 



I 



— 427 — 

per tanto piacciavi stasera o domattina per tempo venire 
mandare colla risposta et advisare che per vostra ca- 
gione me sono tirato qua in dirieto, perchè non se aggia 
cagione fare troppi danni , e de molti ho sturbati , che se 
sarieno fatti. E non havendo la risposta, come detto ho 
di sopra, vedrò di modo fare quello s'appartiene per lo 
stato nostro e non averò più riguardo. E tanto vi dico e 
ricordo che vederete fare il danno ad me e voi lo farete 
ad voi medesimi ( paratus ). Il campo nostro planum montis 
de Gornum 12 innii 1390. 

Braccius de Fortebraccis comes Montonis capitaneus etc. 



(*) Molto lodevole é lo zelo dell'egregio sig. F. L. in biasimare le 
cattive pubblicazioni ; ma a noi non sembra che cotesto volume delle Prose 
inedite di Annibal Caro, quantunque non tutte fior di roba, debbasi ri- 
porre in colai novero; e chi ripubbUcò quel Sonetto, che già fin dal 
1827 avea veduto in Modena la luce nel Treperuno di Giammaria Bar- 
bieri, non credo avesse intendimento di offerire un modello di gentil 
Poesia: egli è uomo tanto assennato e dotto da non poter tenere un si 
fatto avviso. 

F. Z. 



AL DIRETTORE DEL PROPUGNATORE 



Se per indicare oggetto od azione mancasse al Voca- 
bolario la voce non la trovassi in autore alcuno dovrei 
proprio astenermi dal prenderla da casa mia se l'avessi? 
Tante cose son venute nuove , e vengono che queir endica 
non dà modo di nominare che bisogna pur far senza di 
essa. E come chi fa la cosa anche le impone il nome 
così dovrassi di questo ringraziare come di quella. Ma la 
cosa passando di paese in paese spesso muta nome come 
ho fatto osservare nell' ultimo suo fascicolo del Propu- 
gnatore a proposito delle peregrinazione di certe piante 
da bosco, e in tal caso volendo pur sceglierne uno da 
proporre in uso a tutta la nazione per poterci intendere 
da un capo all' altro del bel paese, quale prenderemo? I 
Toscani qui si levano e dicono : da noi. Quando entrarono 
in Toscana le strade ferrate e con esse il rail inglese che 
1 lombardi italianando tradusser rotaia dallo scorrervi so- 
pre le ruote, i fiorentini nominarono guida, e fu molto 
nobilmente che non solo dimostra il patire dell' azione cal- 
cante della ruota, ma l'attivo del tener la ruota stretta 
in sua via nel corso imposto. Di molt' altri hanno ragione, 
ma di tutti? Può ben essere che qualche gente non sia 
tanto grossa da non poter felicemente nominare un oggetto 
meglio anche dei Toscani. 

Leggevo di questi dì certe canzoni di fra lacopone e 
mi avvenni nei versi: 



— 429 — 

Non si conviene a monaco 

Vita da cavaliere; 

Né a veterano, stombolo. 

11 Nannucci annotando avvisò che il Tresatti (commenta- 
tore del frate) dice che lo stombolo è lo stesso che' i| 
trottolo e che in alcuni luoghi di Lombardia significa ba. 
stone contadinesco. Nel Vocabolario di Napoli si cita il 
Tresatti e si asserisce che lo dice pirlo senza che sappia 
che cosa sia e la notizia è tolta dal Vocabolario di Bolo- 
gna ; poi si avverte che forse è voce errata e che debb' es- 
sere trombolo. L' errato, veramente, è il datogli greco <^po- 
pi>^y<; per arpopaó^, fallo di stampa perchè la voce sana 
rappresenta veramente la forma dell'oggetto a cui è ap- 
plicato , e il moto di esso turbinoso quando riceve lo slan- 
cio. Il pirlo non è nel Vocabolario, ma in dialetto lombardo : 
'/ pirl, e anche la pirla; onde pel moto impulso pirla. 
Esso è veramente il trottolo o la trottola che ha forma 
di noce del pino e che messa in moto gira velocemente 
intorno a sé disegnando insieme un largo cerchio che si 
converge in sé stesso e si ristringe quanto più scema la 
forza impulsiva di che fu passivo. Il moto della trottola 
è espresso col verbo trottolare che lascia intendere figura 
di piccol trotto, né il dimenarsi affaccendato del Tomma- 
seo avrebbe somiglianza da esso. Tuttavia chi guarda la 
trottola in sul finir del suo moto vede un dimenarsi da 
un lato e poi dall'opposto, tanto inclinato verso il piano 
che la sostiene che finalmente vi cade distesa. Cotale on- 
deggiamento dev' essere anche in principio del suo corso, 
ma per la celerità con cui gira, meno pronunciato e meno 
sensibile all' occhio ; se quello è trotto, passino per buone 
le voci di trottolo o trottola e trottolare. 

Il lombardo pirla è una corruzione di prillare che 
se non è in vocabolario scritto sentesi in più d' un luogo 



in Toscana per muoversi al modo della trottola figura im- 
perfetta come il vecchio walzer del moto della terra in- 
torno al sole. Dal pirla si ha il motto: '/ pirla cmè on 
oeuv dur, rota come un uovo sodo, cioè lentamente. Dal 
nome pirla venne pirleina ( oi dittongo ) eh' è V anello 
che si adatta al fuso acciocché aggravato giri piìi facil- 
mente, massime quando con esso torcansi insieme piìi fili. 
Pirleina dicesi anche di quelle graziose personcine mobi- 
lissime e ridenti, e Pirlinein è suo diminutivo. Pirlameint 
è il giramento e 'l pirlameint d' testa il capogiro che di- 
cesi anche pirlon quando è grave. 

Da trottola e trottolare si cavano gli equivalenti che 
dalla pirla e dal pirla? Si può credere che questo verbo 
sia una corruzione del prillare, ma come va che da esso 
non si hanno le generazioni che del pirlarel sarebbe mai 
invece il prillare la corruzione e pirlare il genuino? e 
il Tresatti avesse data voce vera quantunque non fosse di 
Toscana? — Tu videbisf 

Ma né pirlo né trottola è lo stombolo, né strombolo 
è da scrivere. Nella patria del pirla é lo stombol e stom- 
bat punta di ferro sottile acuta piantata sulla cima della 
ralla di che si serve chi manda innanzi i buoi che aran 
la terra , e sulla cima del pungolo di chi guida i buoi che 
tirano il carro per le vie. Ora chiaro è stombolo essere 
slimolo. In quella patria '/ stombol é anche nella viticol- 
tura il tralcio guardiano tenuto di riserva, mozzato a due 
gemme; per ciò stombld non solo vale stimolare ma anche 
svettare, e per esso non si stimolano solo i buoi, ma le 
persone lente ed accidiose al fare. 

La sentenza di lacopone è: che non è conveniente 
stimolare e voler che s'affretti, e si muova svelto, chi è 
per vecchiezza gramo. Questo può star per contronota al 
registrato dal Nannucci e dal Tresatti. 

prof. L. SCARABELLI 



UNA LAUDE A MARIA VERGINE 

DA UN CODICE DEL SECOLO XV 



Al Sic. Francesco Zambrini 



Egregio Signore ed Amico, 

Ella sa come quando mi occorre qualche cosa o di 
buona lingua, o de' primi secoli di nostra favella, subito 
mi rivolga a Lei, e le mandi o per saggio, p intera la 
scrittura, che quanto a me reputo conveniente essere co- 
nosciuta. E sono più anni che, rovistando vecchi codici, 
tutto quello ciie di antico volgare mi è venuto sottocchio 
a Lei principalmente ho indirizzato, dal testo siciliano di 
Rhelorica (18G3), al Libro Trojano di Guido Giudice, e 
allo Specchio di monachi (1873), belle ed importanti scrit- 
ture del secolo XIV. Ora mi è venuto a mani in questi 
giorni un codice cartaceo miscellaneo del secolo XV, rile- 
gato in pelle nera, in 12.°, senza numerazione di pagine, 
e di diversa mano. Nella prima carta di guardia ha per 
titolo Opuscula diversa in carattere del secolo XVII; e 
nella carta seguente si leggeva il nome del trascrittore di 
buona parte del codice, cancellato sin dal secolo XVII, 
e dopo il nome è restata una sigla illeggibile. Solamente 
si può appena leggere f..... papiensis ad tisiim siium; e in 
altra linea in carattere più grosso, di mano diversa, e pur 
esso cancellato, Prcemium amoris; accennando così che il 



— 432 — 

codice era stato dato o ricevuto in regalo da persona amata. 
In un pezzetto poi di carta bianca incollata sulla coverta 
si legge tuttavia MIXTV... cioè mistum, intendendo il co- 
dice essere miscellaneo. Contiene esso difatti una esposi- 
zione del Pater noster di maestro Agostino di Ancona 
de' frati Eremiti; un trattato di Ugone Cardinale, Specu- 
lum Ecclesice, de Officio Missce; un estratto de passione 
lesu Christi a Biblia Hcebreorum per Maestro Isaac, dotto 
ebreo e indi cristiano; un trattato pedagogico, grammati- 
cale e retorico con lettera al re Ladislao di Boemia di 
Enea Vescovo Tergestino; un trattato anonimo de defe- 
ctibus Missw; una poesia in Laudem Virginis Marioe; un 
libro di Seneca de quatuor virtutibus, quem misit Patch 
Apostolo; le epistole di Seneca a San Paolo e di S. Paolo 
a Seneca; una Orazione ed Epistole di Lapo fiorentino e la 
Vita di Arato dello stesso; alcune epistole di Leonardo 
Aretino ; ed altre di Francesco Barbaro, e di Quarino Ve- 
ronese. I quali scritti diversi sono tutti in latino, tranne 
la Laude a Maria Vergine, che è in terza rima volgare. 
Non si sa la provenienza di questo codice, che è stato 
messo in vendita con altro pur del secolo XV contenente 
in maggior parte un trattato morale di S. Agostino Vescovo 
di Firenze, con data del tempo stesso che era vivente il 
santo; ma oggi esso appartiene alla Biblioteca Comunale 
palermitana, che già ne ha fatto acquisto. 

Ricercata la copiosa raccolta di Laudi Mariane ovvero 
Rime in onore della Vergine SS.ma de"" più insigni Poeti 
di miti i secoli della Letteratura Italiana, pubblicate da 
Francesco Martello in Napoli nel 1851 in più volumi, non 
ci ho trovata questa del nostro Codice, la quale pertanto 
è da credersi inedita. E però la mando trascritta alla Si- 
gnoria Sua, affinchè, consentendo anch'Elia che non sia 
fin qui stampata, possa mandarla fuori nel Propugnatore, 
e cosi far compagnia alle altre cosucce che da questa Isola 
le ho potuto di quando in quando offerire. 



— 433 — 

Non fo conghelture a chi allribuire questa Laude, 
dettala o sulla fine del secolo XIV, ovvero nel XV, da 
scrittore studioso della Divina Commedia, della quale fa 
seguire l'autore o il trascrittore alla Laude alcuni versi, 
che il divino Poeta mise in bocca a S. Bernardo in lode 
della Vergine; e fa pena che il trascrittore poco educato 
al ritmo poetico, abbia guastate alcune terzine, che non 
stanno punto al paragone delle altre. Ma io la trascrivo a 
Lei cosi come si legge; ed Ella vorrà sempre bene al suo 



Palermo, addi 8 Maggio 1871. 



devot.mo e aff.mo 
V. Di Giovanni 



In Laudem Yirgiuis Marias. 

Ne li 'tuoi hragi o virgine Maria 

Cura luto el core e la mente mi anodo 

Audi et exaudi o dolce maire pia. 
Sei tuo soccorso non mostra el modo 

Poter in me non senio ni virtù te 

A darti e relTerirte digno lodo. 
Misiricordia delle offese Iute 

Dimando e chiamo e tutto mi dispono 

A te principio di nostra salute. 
Non esser tarda a tarimi perdono 

E poi dignare me virgo sacrata 

Laudare te di tanta gralia e dono. 
Porgi soccorso o donna intemerata 

Si chel mio cuore non sia somerso 

E sempre viva lalma inamorata. 
Voi. VII, Parte 1. 29 



— 43i — 

Tu redemisti tutto lo universo 
Tu trausmutasti il corso de natura 
Tu soccorresti il mondo chera perso. 

Tu renovasti la liumana natura 
Monstrando nato el suo signoi' in terra 
Di te vergine dolce in carne pura. 

Tu fecisti pace dove era guerra 
Tu vena di speranza e di mercede 
Tu guida di ciascun lìdel eh erra. 

Tu fundamento della nostra fede 
Tu gloriosa assai più eh io non canto 
Tu fonte da cui ogni fonte procede. 

Tu sei fatta sublime et alta tanto 
Più eh io non penso e più eh io non dico 
Perche le predico e sempre di te canto. 

Tu sento contra el nostro nemico 
Tu venenosa et acuta sagitta 
Tu gladio contra el serpente antico. 

Tu porta nostra di salute e vita 
Tu scala di virtù e di costume 
Tu ferma e vera e justa calamita. 

Tu chiara stella e perfecto" lume 
Tu via del paradiso tu la chiave 
Tu ponte sei del dubioso fiume. 

Tu gi'atiosa benigna e suave 
Tu medecina e singular remedio 
Tu contra ogni foi'tuna nostra nave. 

Tu fosti dentro dio et huomo medio 
Tu summo bene a chi te s' arrende 
Tu sempre pugni contra el nostro asedio. 

Tu scala per cui al cielo se ascende 
Tu vero e tempio e santo tabernacolo 
Tu specchio in cui ogni virtù resplende. 

Tu sei di dio elerno segnacolo 
Tu salvatrice della humanitate 
Tu del filiol di dio vero habitacolo. 

Tu norma de justitia e cantate 



— 435 — 

Tu titillo et esempio dogni hene 
Tu forma de innocentia e puntate. 

Tu alleviamento delle nostre pene 
Tu advocata nostra avanti Dio 
Tu forte litto che lo pelago tiene. 

Tu venia sei del peccatore jio 
Tu gloria delli angeli supremi 
Tu gratia de ciaschuno justo e pio. 

Tu sempre il nostro bene e meglio cerni 
Tu vita nostra conforto e baldeza 
Tu al porto di salute tutti governi. 

Tu fosti maire e summa allegreza 
Tu cielo in terra si chi da te lolle 
El sole la luna le stelle soa chiareza. 

A chiascun che del peccato se dole 
Tu pari el manto di misericordia 
Si che ogni uno ne piglia quanto vole. 

Per tua humilitate fu concordia 
Dentro la creatura el creatore 
Dove era in prima cotanta discordia 

Per te noi siamo nel divino amore 
Per te se ascende al glorioso hospitio 
Per te se fuge lo eterno dolore. 

Pensando tanta gratia e benefitio 
Penso a cui per te tal gi'atia dare 
Pensando te di ogni ben nostro initio. 

Chi te pò degnamente laudare? 
Chi te pò mai retribuir di tanto? 
Chi te pò mai di ciò ringratiare? 

Ma io li prego o tabernacolo sanclo 
Che le mie laude fragile o indegne 
Tu togli sotto el tuo piatoso manto: 

E fa che tuo dolce fdiol non si desdegna 
Conlra le mie superchie offensione 
E per la volunlà de li peccali pregne 

Ricorda a lui cotanta passione 

", Quanta lui sostenne in la sua persona 



-- 436 — 

Per ritrovai' la mia salvalione. 

Dammi la tua gralia che mi dispona 
La mente el core e luti li atti mei 
Si chio conquisti la vera corona. 

virgo sponsa Ihesu navarci 
gloriosa regina di gloria 
alma Dedemptoris o mater Dei: 

dolce matre fa sentir Victoria 
Contro el nemico de la humanitade 
A chunque del tuo nome fa memoria. 

In te si regna vera caritade 

In te misericordia e pietà 

Sempre si rènova amore e pietade 

In te clementia sempre si risona 
In te speranza e conforto se trova 
Sola se to degna sopra ogni persona. 

Ogni diletto par che sempre piova 
Grafia e mercede in te zentil regina 
Senza te niente a noi già non zova 

Unde ti prego matre ver me te inchina 
Li oghi piatosi, si che conoscenza habia 
E dispona la mente mia tapina. 

In fare ciò che sempre e ben si sia 
Lodo e riverentia del tuo dolce fdiolo 
Si cliio sempre facia soa obedientia 

Poi che sei fatta regina del suommo polo 
Fa dolce matre che al fine mio 
Ti trovi appresso si che non vada solo: 

E tu me defendi da quel spirito rio 
E da tuti li angeli cativi e rei 
Ma rendi lanima mia al summo dio. 

Fa dolce mia speranza che tu sei 
Chio sia di quelli che saran chiamati 
Venite henedicti tutti jìatris mei. 

E sempre io sia contrito di peccati 
Et nova sint omnia, a me recedant vetera, 
Si eh io mi trovi con li sancti beati 



— 437 — 

Stare in quello quem terra ponius ethera 
Colunt adorant prcedicant et cetera. 

AMEN 

Verzene matre e figlia del tuo figlio 
Humile et alta più che creatura 
Termino fìsso del eterno consiglio 

Tu sei colei che la humana natura 
Nobilitasti si eh el suo factore 
Non disdegnoe farsi soa faclura 

Nel ventre tuo si raccese lamore 
Per lo cui caldo nella eterna pace 
Chosì hai germinato questo tal fiore (1) 

AMEN 



(i) È da notare che de' venti codici raffrontali dallo Scarabelli con 
pazientissimi studi! nella splendida edizione dell' Esemplare della Divina 
Comedia donata da Papa (Benedetto \IV ) Lambertini allo studio di 
Bologna etc. (Bologna, CoUez. della Comm. pe' testi di Lingua 1873) 
nessuno ha questa variante dell' Aai invece dell' (è germinato, che è la 
comune lezione. Il tal fu intromesso dalla imperizia poetica del menante; 
la cui grafia pur abbiamo voluta lasciare come nel codice, per scrupolosa 
(edettà di edizione. 



BIBLIOGRAFIA 



LE POESIE 

DI UGO ANTONIO AMICO 

STUDIO 
ni GIUSEPPE SALVO-COZZO. 

(Conlinuaziono Vedi pag. 273, anno VIL parlo 1.") 



La Nina Siciliana, della quale eie piaciuto dire in 
brevi parole l'andamento, è scritta in verso sciolto; però 
parve bene al poeta di darci in ottava il canto di amore, 
ed il canto profetico della nobile donzella ; cosicché dopo 
avere nel primo metro nobilmente calcate le orme del 
Caro, del Parini, del Monti, il prof. Amico s' apre nel me- 
desimo componimento nuovo sentiero, seguendo il metro 
del Poliziano, dell'Ariosto, e del Tasso. 

« Lungo il lembo del tuo verde boschetto 
» Al tepor delle brezze fiesolarie 
» Vola il cor mio rapito al mesto detto 
» Dei tuoi carmi e con te vinto rimane: 
» Vinto così che a lui d'ogni altro affetto 
» L'acute voglie si appresentan vane; 
» E ne alimenta il desiato errore 
» Una favella, che tu dici: amore. 

» Amore alma è del mondo, amore è vita 
» Perchè ogni affanno tace e si riposa: 



1 



— 4:ì9 — 

» Ei solo alluma la bella inniiila , 
» Sempre a lo sguardo dei profani ascosa: 
» Egli i petti discordi a pace invita, 
» Amore e cor gentil sono una cosa ; 
» Sempre ripeta amor la mia canzona, 
» Che amore a nullo amato amar perdona. 

» Dal terren che ti accoglie a noi deh! vola 
» Tra questi rari e peregrmi ingegni; 
» Mesci a la nostra ancor la tua parola 
» Cantiara d'amore i sospirati regni: 
» Cosi la fama della bella scuola, 
» Cresciuta a l' ombra dei vincenti segni, 
» Corra, cantando amore, ogni contrada, 
» E fia riposta la cruenta spada. 

» E noi contenti a la gioia novella 
» Lungo i giardini che l' Greto innonda, 
» Accorderem l' armonica favella 
» Al susurro de l'aure e de l'onda: 
» Or degli aranci a la conserta ombrella, 
» Ora de 1' Erta a la scogliosa sponda, 
» Con ((nell'accento, che viene del core, 
» Andrem cantando la virtù d' amore. » 

Abbiamo riportate queste quattro ottave, perchè le 
nostre lodi non paiano esagerate a qualcuno di quegi' i- 
percrltici usi a misurar tutti col giro del proprio eappello; 
ed ove il luogo non ci venisse negato da altro piìi lungo 
componimento, del quale è oramai tempo tener parola, 
noi avremmo qui e qua notate alcune imitazioni dai nostri 
maggiori classici poeti, e perchè la migliore scuola in tutte 
cose, segnatamente nelle arti, è il paragone, e, molto più 
ancora, per dare una mentita di fatto a chi si sbraita a 
domandar sempre e poi sempre cose nuove, e biasima nel 
prof. Amico un rinnovatore ed un imitatore del rancidume 
arcadico. La novità negli autori - ripeteremo col Foscolo - 
(e queste parole vorremmo impresse a tanto di lettere nelle 



— 440 — 

menti di cotesti sapientoni) non consiste neiP inventare di 
pianta, ma nel riprodurre opportunamente le cose inven- 
tate con nuove e varie bellezze; senza di che converrebbe 
dar alle fiamme Virgilio, di cui i passi più belli sono imi- 
tazioni, e maladire V universa natura che riproduce sempre 
gli stessi enti, ma che li rende nuovi e mirabili per le 
minime ed infinite differenze con che gli acccompagna. 
Chi nelle arti presume di abbandonare le cose che sono, 
furono e saranno perpetuamente , s' appiglierà a chimere 
che morranno nelle opere degl' ingegni trascendenti che 
le inventarono. Omero condusse Ulisse alle foci del Tar- 
taro; Virgilio condusse Enea agli Elisi; Dante viaggiò per 
tutti i tre regni spirituali : or senza il canto XI. di Omero 
si leggerebbe forse da noi il sesto libro della Eneide, e la 
Divina Commedia? (1). Or senza la Divina Commedia, 
vorremmo noi aggiungere, si leggerebbe la Basvilliana 
ed i Catìti in morte del Mascheroni, dove il Monti ri- 
schiarò, a detto di un valentissimo critico, con r imita- 
zione, il genio di quel sommo poeta ? Tommaso Gray, uno 
dei pili grandi lirici che vanti l'Inghilterra, sarebbe egli 
pervenuto a tanta eccellenza d' arte, ove nell' Ode del 
Bardo non si fosse inspirato alla Pitica IV. di Pindaro, e 
non avesse in molti suoi componimenti imitati alcuni luo- 
ghi dell'Alighieri di cui bene spesso traduce dei versi? 

Venendo ora alla novella intitolata Amore e Morte 
vogliamo anzitutto riferire il fatto storico su che essa si 
fonda con le parole stesse del poeta le quali togliemmo 
alla pag. 121 del volume « Ivi (a Bonagia) — cosi scrive 
il prof. Amico — di presso la ripa del mare sorge, guar- 



(1) Prose lelterarin. — Firenze, Le Mounier . 1850, voi. 1. pap. 523; 



I 



— 441 — 

diana del porto (1) una torre, la quale, sgomento un 
tempo a' corsari, con altre otto muniva tutta intorno la 
riviera ericina; oggi argomento di lode alla civiltà del 
secolo; avvegnacchè quel che non ottennero coi loro na- 
vigli Carlo V. e Luigi XIV. abbiam veduto oprarsi dalla 
Francia, che seppe mettere un termine alle incursioni 
barbaresche. Questa torre però, sorse sugli avanzi dell' al- 
tra, la quale assalita dal furor dei pirati la notte degli 
undici di Giugno 1624, ruinò , ad onta della valida resi- 
stenza de' littorani, cui tanta sventura fu irreparabile danno, 
che lecito divenne per ragion d' arme a' vincitori il rubare, 
r incendiare, l'uccidere; e solamente si rifrenarono di 
tanta crudeltà, quando, creduto vicino il soccorso, di nuo- 
vo si misero in mare ». 

Da infortunii siffatti, e dalla caduta dell'arabe navi 
nel mare che si allarga da Trapani all' Egadi , il poeta 
ericino seppe bellamente trarre partito per l'orditura del 
suo carme, nel quale, com'egli dice, « leggerai l'affetto 
di due anime innamorate: un buon cronista, che scriveva 
di verso que' tempi, non ne ha serbato i nomi, sì bene 
una ricordanza.... ma il canto ti dirà quale ». Se poi il 
prof. Amico n' abbia degnamente profittato, apparirà dalla 
orditura e dallo stile della novella, che noi andremo esa- 
minando sotto brevità nei dieci capi in cui è divisa. 

In Bonagia amenissima convalle chiusa da greco dalla 
ripida ed alpestre montagna di Cofano, miseramente traeva 
o\'i ultimi giorni di sua vita un infelice, cui era solo con- 
forto alle lunghe sventure, la figlia Elvira angiolo di virtù 
e di bellezza. Un dì prode e leale giovinetto la vede nel 



(1) Gli Ericini ebbero facoltà di aprire «n porlo in Bonagia dal Re 
Giovanni di Casliglia a 4 Dicembre ii75; e vennero in questa confor- 
mati da Ferdinando secondo a 20 gennaro 1470, e fu eletto primo por- 
lutano Giovanni Fisicaro. 



— 442 — 

paese natio, pallida in viso, ansante il petto, colle pupille 
rivolte al cielo quasi cercasse un fido compagno al fati- 
cato corpo, e ne innamora sì forte che giura di averne 
la mano. Ruggiero ed Elvira si comprendono e si amano. 
Se non che il valoroso guerriero, incalzato da un prepo- 
tente ardore di gloria, e dallo sdegno contro i privati 
che venivano ad infestare di continuo le spiaggie della 
Sicilia, vola a combattere per la patria in pericolo. Elvira 
lacerata dal dolore, si rimane presso il vecchio padre: 
tutti i dì viene ansiosa alla sponda, e quanto corre il 
guardo misura le acque a spiare se verso il lido muova 
alcun naviglio. Né invano tende l'occhio, che dalla lunga 
si veggono già biancheggiare le vele, che, piene del vento, 
celere adducono alla riva la tanto aspettata nave. Volano 
entrambe ad abbracciarsi quelle anime innamorate, e ri- 
dottesi al misero abituro, deposta Ruggiero la spada, e 
vinta la foga dell' amore , narra all' amica le fortune corse 
per mare, gli atrocissimi casi, e la vittoriosa pugna soste- 
nuta contro una squadra di Arabi, che predata una donzella 
nell'isola di Capraja, regina delle tre che stanno dirim- 
petto a Trapani, (1) e che di questi tempi risponde a Fa- 
vignana, ratto moveano il loro naviglio. Ma Ruggiero, chia- 
mato dal dovere, si diparte di bel nuovo dalla fida Elvi- 
ra; la quale, presentendo nello animo suo gravi sventure, 
trae solinga il piede ad un verde recesso, e caldamente 
prega la Madre comune, perchè guardi lo sposo dal ferro 
nemico, e salvi la patria dalle invasioni barbaresche. 
A ritentare però le prove sui lidi occidentali della Sicilia, 
baldanzosi ritornano gli Arabi con tre gagliardi duci; e 
vinta, dopo molta eff'usione di sangue, la torre di Bona- 
gia, balzano dalle navi sul lido, corrono furenti la con- 

(i) Le altre due isoielle chiamate nei tempi andati Phorhantia o 
Buccinna. Hiera o Sana, i-is|)ondono ora a Levamo e Marelimo. 



I 



— 443 — 

valle, straziano, uccidono alcuni bravi litlorani, e gravata 
dei loro corpi la nave del feroce Dardagano, temendo vi- 
cino il nemico, ricchi di prede si mettono di nuovo in 
mare. Sette navi intanto superano gli scogli di Cofano: 
una velocissimamente si parte dalle altre, e, comandata 
da Ruggiero, presto attinge la riva di Bonagia. Smontato 
ch'egli è, va a ricercare di Elvira, e consumato dalle 
fiamme rinviene il vecchio genitore presso la soglia del- 
l' arso casolare. Però corre ansioso a quel recesso ove 
sovente venia l'afflitta giovane a confidare le sue que- 
rele agli arboscelli : ma vedovo è quel luogo ed appassite 
si piegano le rose. Corre al tempio, ma deserto lo trova. 
Volgono pigre le ore, e non una nuova, non un indizio 
della innamorata fanciulla. Il tempo stringe, e si avvicina 
il combattimento. Che fare.... ? Ma non è vile Ruggiero 
ne vuole all'amore di Elvira posporr? quel della patria. 
Indossa le armi, sconsolato ma furibondo ritorna alla ri- 
viera, e rapido raggiunge i suoi navigli. I quali, allargatisi 
in alto, tutte circondano da presso le Arabe triremi, cui 
solo può recare scampo la morte o la vittoria. 

Qui la narrazione doventa tutta bellicosa, e qui più 
che mai il prof. Amico a chiare note dimostra quanto egli 
valga nell'arte; dappoiché la battaglia che tanto sangue 
costò agli Arabi, che rimasero totalmente sconfìtti ad onta 
dei loro feroci sforzi; e tante lacrime all'infelice Elvira, 
che perduto fra le fiamme dell'isola il diletto .padre, ebbe 
ora morto fra il ferro nemico, l'unico suo conforto, il 
prode Ruggiero, ci è così mirabilmente e vivamente de- 
scritta da non lasciare nulla a desiderare. E noi non pos- 
siamo a meno di riportare intera, sebbene lunga, questa 
descrizione, e perchè è di somma importanza allo svolgi- 
mento della tela del racconto, e perchè mettemmo nostro 



— 444 — 

principale proposito nel riprodurre i più bei luoghi delle 
poesie del nostro carissimo poeta (1). 

« Segno di guerra die Ruggier, scagliando 
» Primo un fulmin dai bronzi, al qual rispose 
» Alfredo, ed ambo si avanzar. S'inoltra 
» Omar di tutto corso, incontro léra 
» L' agii poppa diretta, e baldo tenta 
» Contro Enrico cozzar: ma fulminata 
» Da cinque colpi gorgogliando affonda 
» La minor nave. Innanzi vien possente 
» Alfredo e incalza il truce Alfange, e rompe 
» L'antenna e il fianco del maggior navile; 
» Ma tosto come turbine violento 
» Che irresistibilmente si scatena, 
» Ecco Ruggier, fulmin di Dio, che scoppia 
» Contro l'immane Dardagan: d'un colpo 
» Ben cinque spiomba intrepidi campioni 
)) Da la tolda nemica. Alfange allora 
» Cui l'impeto frangea l' arder gagliardo 
» Degli Ericini, in mezzo a la furente 
» Pugna s'immischia; ma, assalito al tergo 
» Dal prò Adalberto, giù calarsi al fondo 
» Vide una nave, e 1' altre sgominate 
» Segno a' colpi di Alfredo, in tanti rischi 
» Come quercia securo. Enrico addoppia 
» Contro Omarre gli sdegni, e tali avventa 
» Igniti dardi, che di torcer pensa 
» Il nemico l'armata, e in due grandi ali 
» Sostener dei Sicani il formidato 
» Cozzo dell' armi. Al procelloso petto 
» Ruggier sentìo svegliarsi ira insueta, 
» E contro Dardagan diritto scaglia 

(1) A torre oj^ni dubbiezza ci piace qui avvertire che duci delle si- 
cule navi sono Rujifgiero, Alfredo, Enrico ed Adalberto; e delle arabi 
Uardagano, Alfange, Omarre. 



— 4io — 

» Dal ferro bugio una fulminea palla: 
» Né fallì; che di pieno al lato manco 
» Del nemico piombò. Cadde sul piano 
» Crudamente ferito, e smaniando 
» Per disperata rabbia i suoi incendeva 
» Nel terribile agone arabi ardenti. 
» Qual si riversa da repente balza 
» Tumida 1' acqua d' invernai fiumana, 
» Che nel corso spumoso olmi ed abeti 
» Scerpa, e ruina ingenti massi, e all' allo 
» Fragor la valle dilagata assorda; 
» Con eguale furor, con ira eguale, 
» Fulminando s' investono le navi, 
» Altre la morte a vendicar del duce, 
» A compier altre la vittoria. Allora 
» Nulla intorno più apparve, e solo un rombo 
» Si udia perenne, e reboar tuonando 
» I cavi bronzi, e vampi atri sanguigni 
» Brune voi vere al ciel rote di fumo. • 

» Il mar quasi da borea esasperato 
» Fremer tinto di sangue, ed or l'antenne, 
» Or le carene rivoltar squassate 
» Dall' urto dei navigli, e grida e cupi 
» Fremiti ed ulular di moribondi 
» Pel caligante alzarsi aér oscuro. 
» Sola fu vista uscir da tanta strage 
» Piccola barca, che recava al lido 
» I guerrieri feriti, e que' che seco 
» Adducea Dardagan, preda funesta 
» Della torre abbattuta in Bonagia ». 

Da questa parte di disegno riesce agevole d' indovi- 
nare la morte vicina di Ruggiero. Egli di fatti si giace 
gravemente ferito in Egiisa, e coi morenti sguardi cerca 
disioso intorno l' amata Elvira ; e trovatala al suo fianco, 
raccolte in se le ultime forze, si solleva alquanto a veder 



— 446 — 
fugali dai prodi suoi i nemici, e lieto di celestiale gioia 
mollemente si adagia sul grembo di colei cui era stato 
ministro di gioia e di dolore, e con fioca voce: 

» Angiol di amore, 

» Frena il pianto, diceva: unico merlo 

» Che al cospetto di te m'abbia, è sol quello 

» Che tu un vii non amasti. Io de' tuoi giorni 

» Io la luce oscurai.... tenebra e lutto 

» E il retaggio, che un martire li lega: 

» Ma innocente son' io. Almen sei salva 

» Dal servaggio nemico, almen sei meco 

» Sola de' giorni miei vita e speranza. 

)) A te. diranno: ov' è il compagno, dove 

» Quel che tanto t'amò? Tu allor rispondi: 

» Morì da forte pe' fratelli suoi, 

» Morì nel seno mio ; fu amor l' estrema 

» Voce che disse. Elvira mia, deh! frena 

» L'angoscia, che ti preme... angiolo mio, 

» Che r ultime mi allieti ore di morte, 

» Io manco... oh! ciel! non ho più vita... Elvira, 

» Entro le ciglia mie luce non batte, 

» Io più non veggo, ove sei tu? Suggelli 

» Lavila un bacio: Elvira mia... io muoio. » 

Questi furono gli ultimi sublimi accenti del forte guer- 
riero. Lungo tempo vegliò la desolata fanciulla sui freddi 
marmi ond'era coperta la spoglia del generoso amico. 
Unico asilo le fu quel tempio , unico cibo il pane tutti i 
dì recatole da vaga e pietosa donzella. Ma un giorno in- 
vano si cerca per la Chiesa la mesta Elvira, e corse fama, 
che, disperata, si facesse ingoiare dalle onde. Ma fu voce 
bugiarda, che 

» . . . . quando di più belli archi levossi 
» Il romito sacrario, entro il sepolcro 



• — i47 — 

» Di Ruggiero ima spoglia, in femiiiile 
» Abito chiusa, fu trovata a quella 
» Del generoso strette ambo le mani. 
» Ed era (oh! ardor di prepotente affetto 
» Come l'alma non vinci?) il fral di Elvira >k 

Tale è l'intreccio della novella, della quale abbiam 
dato il sunto in una prosa forse troppo sbiadita e stuc- 
chevole. In tutto il canto evvi sparsa una tinta di malin- 
conia dolce, soave, incantevole che innamora; ed i tre at- 
tori principali, il vecchio cioè, Ruggiero ed Elvira, servono 
tutti mirabilmente alla lirica, alla drammatica ed all'epo- 
l)ea. Aggiungansi poi T episodio della donzella di Capraia; 
la morte fra le fiamme del vecchio genitore che credea 
invece doversi morire nella sua capanna circondato dalla 
diletta figlia e dal diletto Ruggiero; e la giovane pietosa 
che tutti i dì porta del pane alla inconsolabile Elvira, e 
si parrà manifesto che il poeta, con un chiaroscuro di 
sentimenti, di scene, di passioni ha sì maravigliosamente 
toccate tutte le corde dell'animo umano da risultarne una 
bella e delicata accordanza di tinte e di concetti. 

Dello stile dell' Amore e Morte non è d' uopo fa- 
vellare lungamente, dapoichè il Prof. Amico preferì (e 
bene a creder nostro) il verso sciolto in cui, come si è 
detto e veduto, è valentissimo, al rimato; quantunque 
altri avrebbonlo consigliato diversamente, dicendo che lo 
sciolto spetti alle traduzioni specie dal latino e dal greco, 
e che ad una poesia originale si convengano le ottave o 
le terzine. A costoro risponderemo col Foscolo (1) « che 
così pare si voglia chiudere all' Italia un nuovo campo 
di gloria mal tentato dal Trissino, ma felicemente sgrom- 
bratole dal Monti » e poi a dir vero negli sciolti « i pen- 

(1) Prose letterarie — Firenze, Le Mounier, voi. I. pag. 431 e 433. 



— 448 — • 
sieri riescono pili disegnati in se slessi, e più proporzio- 
nati tra di loro e stanno nei termini convenienti al sog- 
getto ; scorrono come fiume ricco delle proprie sue acque, 
e non aiutato da straniere sorgenti. L' ottava invece empie 
il concetto principale d' intarsiature , come notò Galileo 
nella Gerusalemme liberata, e la terzina gli strozza; onde 
runa sebbene splendida e maestosa, l'altra sublime ed 
acuta, non colgono sempre il bello, che sta solo nella 
esattezza delle proporzioni ». 

Queste cose abbiamo voluto notare in sulle generali 
nella novella del nostro poeta. A dirne degnamente e mi- 
nutamente non ci vien concesso dai termini imposti ad un 
semplice studio, onde. taceremo con nostro dolore di molte 
bellezze particolari che avremmo desiderato di porre in 
maggiore rilievo, e di alcuni difetti che appena pena s'in- 
contrano; principalissimo fra' quali ci sembra, questo di 
avere il Prof. Amico posto in un carme non molto lungo 
due narrazioni di battaglie navali, mentre, passandosi della 
prima, quella cioè di Capraia, avrebb'egli potuto a mag- 
giore diletto dei leggitori, descriverci con assai piìi lar- 
ghezza le lotte sostenute dai bravi littorani contro gli A- 
rabi, smontati in Bonagia 

)) a modo 

» D' impasto lupo che notturno aggrede 
» La mandria imbelle » 

Né meno che per lo studio e per l' ingegno, pare a 
noi che il Prof. Amico debba aversi ben meritate lodi 
per la nobiltà dell'animo suo che, schivo da ogni adula- 
zione, consacra i versi meglio alla patria ed alla famiglia, 
che alle fazioni del governo o a vili e disonesti subbietti 
come usa la piìi parte degli odierni scrittori. E di que- 
sto abbiamo avuto buona ed aperta testimonianza in molte 



— 449 — 

poesie da noi passale a rassegna, ed ancor ne avremo 
nell' idillio intitolato I due amici (ultimo dei cinque 
componimenti dei quali divisammo discorrere alquanto 
lungamente) uno di quei deliziosi concenti , una di quelle 
celesti armonie che vengon solo ispirate per virtù di a- 
more. Di esso pertanto ci studieremo dire sotto brevità, 
parendo a noi di aver voluto con questo lungo studio, 
mettere a dura prova la gentilezza di quanti leggono il Pro- 
pugnatore. 

Era di primavera, era l'ora in cui il sole, volgendo al 
tramonto, pinge d'un bel rosso le ispide cime dell' alpestre 
Cofano, e due solinghi amici, giacendosi mollemente per 
quella sponda che piglia il lieto nome di Bonagia 

» Stavan mirando con virtù d' amore 

» L' ora del tempo e la dolce stagione ». 

Ugo e Piero eran compagni negli studii, e benché 
diversi d'indole, di voglie, di stato si eran voluti sempre 
un ben dell'anima, e spesso, scevri di cure, pigliando 
r aspra rupe che chiusa tutto all' intorno da folti e vetu- 
sti carubi, abbella l'amenissima contrada, si godean di 
quella pace che altrove non hai se non là dove silenziosa 
è la natura. In quella sera ivan liete pei campi le vezzose 
valligiane, narrando piacevolmente i casi della giornata, le 
feste del villaggio, le corse barchereccie , il premio del 
giovane vincente; 

» e alcuna il viso 

)) Si colora di rose al dolce nome. 

» Che amor ne 1' alma le favella e punge ». 

E qui ci sia permesso di dire che una delle ragioni 
per le quali il Prof. Ugo Ant. Amico perviene in questa 

Voi. VII, Parie 1. 30 



— 450 — 
poesia a tanta eccellenza, è perchè egli sente tutto quanto 
r amore che trasfonde nei suoi versi. Parla in essi T affetto 
ed il sentimento, non lo studio, non l'arte. Ed è il core 
che parla allorquando i due amici, lasciate ben lungi le 
forosette, incominciano a discorrere di amore, ed Ugo 
esce in questi dolci accenti: 

» .^ Amor più bello 

» È nel timido aspetto. Amo l'imago 

» Più che gli amplessi e le carezze e i baci. 

» E la vergine eguale a la farfalla 

» Che limidetta aleggia, e spiega i vanni 

» Fra i profumi dei fiori; e tu la togli 

» Agli olezzi beati, e leggermente 

» Fra le dita la chiudi, e già vagheggi 

» La beltà de le sue lucide tinte. 

» E poi la mano allarghi, ed ir la vedi 

» Con tenue volo a ribaciar le rose 

» Come nulla perdesse .... ahi che la polve 

» Aurea onde pinse l' iride de l' ali 

» Ne le dita ti luce; e senza colpa 

» Scemo è il fulgor de la verginea piuma! » 

Poi eh' entrambi si tacquero , le villanelle eran già 
ritornate ai miseri abituri, e tutto intorno per l'immensa 
campagna era profondo silenzio, il quale ruppe un suon 
di remi, ed una voce che dolce echeggiò per l'aure: 

» Fiore di lino 

» Quando ti affacci tu raggio sovrano, 

» Vinci la stella che spunta al mattino ». 

Attoniti si stettero ad ascoltare i due amici , e la eco 
mestamente ripetea lor da lungi: 

» Se la barcuccia mi metto a vogare, 
» E torno torno rigiro la sponda, 



— 451 — 

» Tu mi fai lieta la riva del mare, 

» Tu fai r auretta a la vela seconda; 

» gentilina, se tu sai d'amare 

» La dolce voce tua fa che risponda, 

» Dammi un saluto eh' io torno a pescare, 

» Senza un saluto tuo la barca affonda. » 

Qui ha fine il gentile idillio intitolato air egregio gio- 
vane Gav. Gaetano d' Orioles , e qui ha pur fine la prima 
parte della nostra rassegna. La quale, diciamolo franca- 
mente, abbiamo menata alquanto lunga, per riportare quei 
luoghi delle poesie, che ci son paruti piìi belli e piìi 
opportuni, perchè i numerosi e benevoli leggitori di que- 
sto periodico possano da per loro stessi e con molta fa- 
cilità scorgere le intime bellezze onde son ricche le poesie 
del Prof. Ugo Antonio Amico, risparmiando a noi la fa- 
tica di analizzarne minutamente P invenzione, lo stile, il 
verso, la lingua. Né noi vorremmo certamente negare che 
in alcune poesie non vi abbia qualche diffettuecio, e pur 
ci offese r uso soperchio che il poeta fa di una medesima 
espressione in un medesimo componimento. Ma questi sono 
picciolissimi nei dei quali non credemmo conveniente te- 
nere particolar discorso, perchè non vanno esenti da al- 
cuna opera umana, che anche Omero talvolta dormicchia, 
a detta del Venosino, e perchè rimangono di gran lunga 
attutiti dalle molte bellezze che si trovano largamente 
profuse nelle poesie del nostro poeta, che 

a .... ubi pluranitent in Carmine, non ego paucis 
» Offendar maculis » 

E per seguitare nel nostro proposito, passiamo ora 
a discorrere delle forbite traduzioni nelle quali il Prof. 
Amico colse nobilissime palme. 

(Continua) 



— 452 — 



DiALOGHETTi FAMIGLIARI ossia Studi di Hngua parlata con 
note dichiarative ecc. di Angiolina Bulgarini. Milano, 
Agnelli. 1874, in 8.° di pagg. VIII-292. 

La signora Angiolina Bulgarini vuoisi a buon dritto 
annoverare fra le donne più colte e benemerite per 
gli studii della lingua, che oggi ci vivano in Italia. La sua 
delizia fu ed è la buona loquela Nazionale, a cui ha con- 
sacrato tutte le sue cure e sollecitudini; perchè conosce 
essere arroganza di gente barbara il trascurare disprez- 
zare quello che gli uonriini stranieri, né per forza d'armi 
né di materiali confini, ci posson togliere , essendo pro- 
prietà donataci dalla natura del suolo, dalla potenza dell'aria, 
del Cielo. Ella ne'suoi scritti ce ne dà ottimo esempio, non 
partendosi giammai dal retto sentiero; anzi ad altrui sa tanto 
bene metterla in amore, che qualsivoglia suo libro reca 
molto utile e frutto ai giovanetti studiosi d'ogni sesso e 
d'ogni condizione. Sia lode pertanto a Lei, che scrive ac- 
ciò ch'altri impari, non già a pompa e a cupidigia di sé me- 
desima, siccome alcune altre fanno, perdendosi in disutili 
ciancie canore, senza che da quelle se ne possa distillare 
una sola gocciola di sugo da fare buon prò al pubblico. 
In cotesti suoi Dialoghi, di num. ben trentotto, dettati in 
istile piano, famigliare, elegante, e con isceltezza di voca- 
boli e di frasi (non considerate alcune leziosaggini), otti- 
mamente intessuti , Ella svolge tutto ciò che riguarda i 
termini domestici di lavori, di arnesi, di utensili che quo- 
tidianamente ci cadono sott'occhio o sottomano, ed i quali 
meno degli altri conosciamo e ci restano ignoti. La signora 
Bulgarini gli ha quivi con tanto senno ed accortezza tutti 
insieme collegati, secondo le diverse materie trattate, che 
è una meraviglia e anche un diletto a leggerli, oltre il 



— 453 — 

frutto che se ne trae. Onde in breve ne appiendi colla 
maggiore agevolezza i veraci e proprii modi, che indarno 
tante volte ricercheresti ne'vocabolarii, non sapendo per 
quale guisa indagarli. Più brevemente altri s'era posto al- 
l'uguale cimento, ma non aggiunse laddove bastava : or la 
nostra illustre Autrice ha toccata la desiderata meta, con 
larghezza provvedendo al difetto. Da ciò ragionevolmente 
avvenne, che il suo libro fu premiato all'ottavo congresso 
Pedagogico, ed approvato dai Consigli Scolastici di Roma, 
Firenze, Pisa, Livorno e Grosseto. 

La signora Bulgarini è maestra di lingua italiana nella 
Scuola Primaria femminile in Roma. Si rallegrino que'ge- 
nitori che possono mandare le figliuole loro all'istruzione 
di cotesta valente donna. Donne cosi fatte nobilitano il loro 
sesso, il Paese e chi le allogò. 

F. Z. 



Per le nozze Pasolini-Zanelli Bahoni-Semitegolo. — 
Bassano, tip. di A. Roberti, 1874. 

Molti degli opuscoli, che si stampano per occasione 
di nozze, passata la festa, vengono dimenticati in un canto, 
come fiori appassiti. Ma non tutti meritano cosi brutta 
fortuna: e non la merita di certo il libretto, di che do 
ora l'annunzio, e che fu pubblicato qualche giorno fa dal 
cav. Iacopo Ferrazzi (uomo benemerito davvero degli studi 
danteschi) a ricordare il giorno più felice nella vita di una 
signorina bassanese, che doti rarissime d'ingegno e d'ani- 
mo rendono sommamente pregiata fra quanti la conoscono. 
E di fatti questo libricciuolo elegante, in cui son raccolti 



— 454 — 

pochi e brevi scritti di alcuni amici cari alla famiglia della 
sposa, si può dire un vero gioiello, e forse il più pre- 
zioso dei cento e cento che ne furon donati a lei nel dì 
fortunato delle nozze; dacché si orna di pochi nomi, ma 
tutti carissimi all'Italia per ingegno, dottrina o virtìi. Ac- 
canto alle lettere affettuose e sapienti di Gino Capponi e 
di Augusto Conti, tu vi trovi alcuni tratti della vita di 
Timossena, moglie a Plutarco, narrati leggiadramente da 
Caterina Percolo, narratrice lodatissima ; e dopo un so- 
netto di Andrea Maffei, modesto fiore, com'egli dice mo- 
destamente, raccolto nelle passeggiate alpine là presso alla 
sua Trento, vengono la prosa spigliata di Pietro Fanfani, 
che ragiona da par suo di Dante, di Sordello e della Cu- 
nizza da Romano, e piene di espansione vera e sentita 
d'affetto le ottave di Mons. Iacopo Bernardi, che ripetono 
l'addio della madre. Ma il fiore più bello di questa ghir- 
landa nuziale, e che merita di esser riferito perchè possa 
esser letto da molti, è una poesia di Niccolò Tommaseo , 
l'ultima che gli uscì dal cuore negli estremi giorni della 
sua vita, quasi ultimo raggio di queir anima grande: 

« Come in acqua per vetro iri di sole, 
Come in raggio di sol canto d'uccello. 
Come lieve aliar di venticello, 
Alito di viole; 
E come brilla in ciel queto azzurino, 
E in mormorio di rio, stella romita: 
Silvia, cosi della gentil tua vita 

Ogni piacer sia fino. 
Come da fina tela un bel trapunto, 
Come da bianco viso un bel rossore; 
Bontà da amor, da lei risalti amore: 

Sia fiore a fiore aggiunto, 
Polce è grazia tardata a cuor che aspetta; 
Dolce, onesto rinfranco al bel patire; 



— 455 — 

Dolce mèta all'ansante arduo salire, 
Pace d'eccelsa vetta. 
Ad alte gioie alti dolor son via: 

Generosi silenzii, accenti schietti, 

Opere austere , 'delicati affetti, 

Sian tutto un'armonia. » 

Ne solo questi versi del Tommasoo dovrebbero trovar 
qui luogo, ma anche gli altri scritti raccolti dall'ottimo 
cav. Ferrazzi, se non mi trattenesse dal riferirli la neces- 
sità di esser breve. E quindi mi contento di raccoman- 
dare a quanti amano ancora in Italia ciò ch'è bello e buono, 
che si procurino il caro libretto, e lo gustino come Than 
gustato gli amici. 

Carlo Gargiolli 



Il Direttore — f. zambrini. 



MONUMENTO 
A GIOVANNI BOCCACCIO 



Continua la Nota degli oblatori e delle loro offerte, di cui V. alla 
pag. 316 e segg. di questo Periodico 

Riporto L. 665. - 
Amico, Prof. Ugo Antonio, Direttore della Scuola 

Femminile di Perfezionamento in Palermo . » 5. — 

Antonini, P. Angelo — Bagnacavallo .... » 2. — 

Balduzzi, Gan. Teologo Luigi — Bagnacavallo . » 1. — 
Bale^trazzi, Prof. Vincenzo, Direttore dell'Istituto 

Classico Tecnico in Imola » 1. — 

Belluzzi, Prof. Gav. Gesare — Bologna. ...» 3. — 
Berlan , Prof. Francesco, Presidente del R. Liceo 

Forteguerri in Pistoia » 5. — 

Bernardi, Don Bartolomeo — Imola » L — 

Berti, Carolina, nata Goronedi — Bologna. . . » 5. — 

Betti , Avv, Gav. Gustavo — Faenza .... » 5. — 
Bingham, Lady Contessa Adele, Ispettrice della 

Scuola Superiore Femminile in Bologna . . » 10. — 

Bocci, Baldovino — Bologna » i. — 

Bonola, Prof. Alessandro, Direttore del Collegio 

Bonola in Bologna » 2. — 

Boni, Nob. Alessandro — Sinigaglia .... » 2. — 

Brigidi, Prof. Medardo — Sinigaglia .... » 1. — 

Brugnoli , Rinaldo — Bologna » 2. — 

Buggio, Violante — Bologna » 2. — 

Bulgarini, Angiolina, da Santa Fiora, Maestra di 
lingua Italiana alla Scuola Primaria Fem- 
minile in Roma » % — 

Cavara , Prof. Cav. Cesare , R.» Provv. agli studi 

nella Provincia di Vicenza — Vicenza . . » 4. — 

Somma da riportare L. 719. — 



— 437 — 

Riporto L. 719. — 

Dal Pero, Conte Goffredo — Imola » 2. — 

Della- Volpe, Contessa Melania, nata Neri — Imola » 1. — 

De Meis, Prof. Camillo — Bologna » 5. — 

Di Giovanni, Prof. Cav. Vincenzo — Palermo . » 5. — 

Fabbri, Giacomo — Bologna » 2. — 

Ferlini, Ragioniere Angelo, Istitutore e Presi- 
dente Emerito dell'Accademia dei Ragio- 
nieri, e Presidente del Comizio Agrario in 

Bologna » 10. — 

Ferrato, Maria — Padova » 2. — 

Fogliani, Prof. Luigi — Sinigaglia » 1. — 

Franceschini , Pietro — Bologna » 2. — 

Fronzuti, Prof. Gabriele, Direttore del Ginnasio 

e delle Scuole Elementari in Sinigaglia . , » 1. 50 

Gaiba, Luigi — Bologna » 2. — 

Calcati Berti, Emilia — Imola » 1. — 

Galvani Matteucci, Virginia — Imola .... » 1. — 

Gargiolli, Dott. Prof. Carlo — Piacenza ...» 5. — 

Garofalo, Don Pasquale, Duca di Bonito — Napoli » 10. — 

Gessi , Conte Cav. Giuseppe, R. Sindaco di Faenza » 10. — 

Ginnasio (R.) S. Anna di Palermo, Classe terza. » 10. — 

Ginnasio (R.) S. Anna di Palermo, Classe quarta » 11. — 

Ginnasio (R.) S. Anna di Palermo, Classe quinta » 11. 60 

Gramigni, Contessa Maria, ved. Tamburini — Imola » 2. — 

Gualandi, Cav. Cesare — Bologna » 2. — 

Innominata Signora — Imola » 1. — 

Innominata Signora — Imola » 2. — 

Landoni, segretario Teodorico — Bologna . . » 1. — 
Lanci, Cav. Fortunato, Presidente della Com- 
missione Ospitaliera in Roma » 10. *— 

Lavoranti (Alcuni) della Tipografia del Progresso 

— Bologna » 3. 20 



Somma da riportare L. 833. 30 



-r 458 — 

Riporto L. 833. 30 

Lega Pennazzi, Manetta — Imola » 1. — 

LoUi, Giampietro — Bologna » 1. — 

Loreta , Contessa Clementina , nata Fantuzzi 

— Bologna » 2. — 

Magrini, Elisabetta, nata Marani — Imola . . » 3. — 

Mambrini, Innocenzo — Imola » 1. — 

Marcosanti, Avv. Cav. Paolo — Santarcangelo . » 2. — 

Massaroli, Giro — Bagnacavallo » I. — 

Mazzoni, Prof. Cav. Costanzo, Direttore della 

Clinica Chirurgica in Roma » 10. — 

Mennini, Cav. Mariano — Bologna » 2. — 

Menozzi , Dott. Giacinto, Bibliotecario del Senato 

— Roma » 3. — 

Merlani, Tito — Bologna » 1. — 

Minelli, Avv. Pio — Bologna » 1. — 

Monsignani , Marchesa Chiara, nata Contessa 

Sassatelli — Imola » 3. — 

Monti, Nob. Oliviero — Sinigaglia » 2. — 

Morganti, Prof. Massimiliano — Sinigaglia . . » 1. — 

Mozzi, Dott. Cav. Salvatore — Firenze ...» 5. — 

Negrini, Giovanbattista — Imola. ;....» 0.50 

Otway, Lady Elisa, Benemerita Inglese, in Bolo- 
gna, della Società dei Cavalieri Salvatori, e 

della Promotrice del Municipio di Palermo. » 10. — 

Padovani, Carlo — Sinigaglia » 1. — 

P. G. Da Verucchio — Imola » 0. 50 

Pardi, Prof. Carmelo, Direttore del R. Ginnasio 

S. Anna in Palermo » 5. — 

Patiri, Giuseppe ( 2.^ oblaz. ) Termini — Imerese » 2. — 
Pericoli, Avv. Cav. Pietro, Deputato al Parla- 
mento — Roma , . » 5. — 

Pistocchi, Giuseppina — Bologna » 1. — 

Pizzigoni, Carolina, ved. Bonafede — Bologna . » 3. — 

Prudenzano, Prof. Cav. Francesco — Napoli . . » 5. — 

Somma da riportare L. 905. 30 



— 451) — 

Riporlo L. 905. 30 

Rossi, Domenico — Imola » 1. — 

Rossi, Gav. Conte Giuseppe - Faenza. ...» 5. — 

Salomone Marino, Dott. Prof. Salvatore — Palermo » 5. — 

Sagrini Massa, Angelina — Imola » 1. — 

Santangelo, Giambattista, Ispettore Scolastico Mu- 
nicipale nella città di Palermo ...... 2. — 

Scarabelli , Contessa Giovannina , nata Alessan- 

dretti — Imola » l. — 

Società Tipografica dei Compositori — Bologna. » 3. — 

Spada Veralli , Principe Don Federico — Bologna » 10. — 

Stiassi, Filippo — Bologna » 1. — 

Tarroni, Giovanni — Imola » 0. 50 

Tattini, Contessa Carolina, nata Marchesa Pe- 
poli, Presidente alle Scuole Normali Fem- 
minili, ed Ispettrice alla Scuola Superiore 

Femminile — Bologna » 5. — 

Tonini, Cav. Commend. Luigi, Bibliotecario della 

Gambalnngliiana di Rimini » 5. — 

Tommaselli, Emilia, ved. Zanotti — Bologna . » 1. — 

Trionfi, Marchesa Maria, nata Balestrazzi — Imola » 1. — 

Verardini, Dott. Giuseppe, Notaio — Bologna . « 4. — 

Zambrini, Antonio, Medico Chirurgo in Sinigaglia » 1. — 

Zampieri, Conte Antonio — Imola » i. — 

Zampieri, Conte Carlo — Imola » 1. — 

Zampieri, Conte Luigi — Imola » 2. — 

Zampieri, Contessa Pellegrina, nata Vespignani 

— Imola » 2. — 

Zappi, Marchese Antonio — Bologna .... » 2. — 

Zappi Recordati, Conte Giovanni — Imola . . » ì. — 

Zotti, Avv. Carlo — Imola » 1. — 

Zotti, Lucilla, nata Bolognesi — Imola ...» 1. — 

Zucchini, Conte Giuseppe — Faenza .... » 5. — 

Somma totale L. 967. 80 

Bologna, 30 giugno, 1874. 



INDICE 



Della linjiua tecnica in Italia (prof. Luigi Gaiter) . . . Pag. 3 

Gli ultimi quattro Capitoli dell' Evangelio di S. Giovanni 
messi la prima volta in luce dal cav. Di Mauro Di 

POLVICA D 17 

Osservazioni critiche ai Venti Sonetti del secolo XIII (cav. 

Alessandro D'Ancona) « 52 

Somma delle Penitenze di fra Tommaso d'Acquino (prof. 

Giuliano Vanzolini) » 69 

Saggio d'una antica Cronaca (prof. Gresgentino Giannini) » !>i 

Lettere inedite di Carraresi illustri ( prof. Giovanni Sforza ) » 106-360 
Intorno alla Novella di Iacopo di Poggio Bracciolini (Achille 

Neri) t, 129 

Canti popolari di Avellino ec. (prof. Vittorio Imbriani) . » 138-371 
Novelle popolari Bolognesi (Carolina Coronedi Berti) . » 186-402 
La letteratura Veronese al cadere del sec. XV e le sue Opere 

a slampa (Mons. G. B. Conte Carlo Giuliari) . . » 229 
Le Poesie di Ugo Antonio Amico, studio del cav. Giu- 
seppe Salvo-Cozzo » 260-438 

Nota dei contribuenti e loro oblazioni pel Monumento a 

Giovanni Boccaccio » 313-456 

La letteratura Italiana del sec. XIX (mons. prof. Luigi 

Gaiter) » 321 

Della pronuncia sulla lingua greca, ragionamento del prof. 

Sante Bentini » 340 

Saggio di correzioni al libro primo del Tesoro di Brunetto 

Latini (mons. prof. Luigi Gaiter) » 348 

Poesia biblica (prof. Carlo Gargiolli) ..-...» 417 

Rispetti da contadini di Alessandro Adimari (prof. Carlo 

Gargiolli) .....•» 421 

Lettera di Braccio da Montone del 1390 (F. L.) ...» 424 

Lettera fdologica al Direttore del Propugnatore (prof. cav. 

Luciano Scarabelli) » 428 

Una Laude a Maria Vergine da un Codice del secolo XV 

(prof. cav. Vincenzo Di Giovanni) » 431 

BIBLIOGRAFIE 

Annunzi Bibliogralìci (Scarabelli, Bertocchi, F. C, G. 

S. C. e F. Z » 270 

Dialoghetti famigliari ossia studi di lingua parlata con note 

dichiarative ecc. di Angiolina Bulgarini (F. Z.). . . » 452 

Per le nozze Pasolini-Zanelli Baroni-Semitecolo (prof, Carlo 

Gargiolli) ,....» 453 



Il 



D 



T 




STUDII FILOLOGICI, STORICI E BIBLIOGRAFICI 



DI VARI soci 



DELLA COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA 



Voi. VII.— Farteli. 




BOLOGNA 

PIIESSO GAETANO ROM.AGNOLI 

Libraio-Editore della R. Commissione pc'tesli di Lingua 

1874 



Proprietà Letteraria. 



Bologna — Tipi Fava e Garagnani 



LA LINGUA ITALIANA 
E IL VOLGARE TOSCANO 

RICERCHE STORICHE E FILOLOGICHE 



CARLO BAUDI DI VESME 



Di nessuna fra le lingue di Europa la storia e il 
oero carattere fu meno esaminato e messo in chiaro con 
severi studii, che non quello della lingua, la quale per 
bellezza, e insieme per la copia e grandezza de' suoi scrit- 
tori, tiene facilmente il primo luogo; quella per certo, 
che, come nostra , deve a noi essere sopra tutte carissima : 
la lingua italiana. Un recente scrittore ebbe a dire, che 
la storia della nostra lingua ancora non esisteva; e del 
vero carattere della lingua italiana disputandosi tuttodì, 
la questione è forse più lontana daW essere compresa 
nonché risolta, che non or fa sei secoli. 

Di tale staio di cose fu prima cagione U errore già 
quasi a tutti commune, che le lingue romanze derivas- 
sero da una corruzione del latino letterario avvenuta 



— n. — 

nel medio eco; ma più ancora le passioni municipali, 
antica piaga d' Italia anche in letteratura, che non la- 
sciarono studiare con calma né discernere il vero carat- 
tere sia dei volgari italici, compreso fra questi il toscano, 
sia della lingua italiana. Molti anche ritrasse il pensiero 
della molesta fatica e del lungo studio che si richiedono 
ad un profondo ed accurato esame della questione. Inoltre 
da alcun tempo invalse in Italia /' agiata ed umile usan- 
za, di giudicare inutile illustrare con nuovi studii e 
nuovo esame una questione stata trattata da dotti Tede- 
schi. — Molto invero abbiamo ad imparare da questi 
nostri vicini, e sopratutto r operosità e la costanza, non 
disgiunte da una equa estimazione di se, che è sprone al 
benfare. Parecchi dotti Tedeschi invero trattarono con mag- 
giore studio dei fonti che non gf Italiani la questione che 
prendiamo ad esaminare ; ma la maggior parie dei 
nostri , a mio avviso , meglio intravidero il vero , sebbene 
neppur essi in ogni sua parte; oltreché, spigolando dai 
lavori altrui , poco attinsero ai fonti , e non fecero su 
quanto riguarda la storia e il vero carattere della nostra 
lingua uno studio intero e indipendente. 

Fino dalla prima gioventù uno speciale amore mi 
trasse agli studii storici, e a quelli riguardanti la nostra 
lingua. L'essersi poi fra le Carte d'Arborea che si pu- 
blicavano dal mio amico Commendatore Pietro Martini 
trovate scritture italiane anteriori di un intero secolo alle 
più antiche dapprima conosciute rivolse viepiù la mia 
attenzione alla ricerca, delle origini della nostra lin- 
gua; e ne feci poscia oggetto di studii non più interrotti, 
dopoché, secondando il desiderio dei congiunti e degli 
amici del Martini, m'accinsi a continuare, quasi in tri- 
buto alla cara e venerata memoria, la publicazione e 
V illustrazione delle Carte d"" Arborea, interrotta per la 
morte deW ottimo amico. 



Tutte le poesie, edite ed inedite , contenute nelle Carte 
d' Arborea verranno da me publicate ed illustrate; e di 
questa illustrazione appunto forma parte principale il 
lavoro che , abbreviato, e pur troppo ancora grandemente 
imperfetto, espongo al giudizio del piiblico. In ambedue le 
Parti di queste mie Ricerche, sia la Slorica che la Filo- 
logica, seguo il metodo da me tenuto in tutti i lavori di 
simil genere: di farli esclusivamente sui fonti; da questi 
soli traendo la testimonianza dei fatti, e mantenendo 
piena spontaneità e indipendenza nei giudizii. Appena è 
d'uopo avvertire, che fra questi fonti novero anche le 
Carte di Arborea: la falsità delle quali, asserita da al- 
cuni, e più da chi meno le conosce, non fu dimostrata 
da nessuno; se pure non vogliamo tenere in conto di 
dimostrazione argomenti ed asserzioni delle quali fu com- 
provata /' insussistenza ; o più veramente se non vogliamo, 
come dice un dotto scrittore, che pur cade egli medesimo 
in queir errore, « chiamar sogni aìico le cose più serie, 
» non so se per dispensarci dallo studiarle, o per altra 
» ragione (1). » 

In ogni parte di questo mio lavoro mi guardai con 
cura dalle opinioni preconcette; e non dubitai di rifare 
più volte il già fatto, quando ulteriori studii o nuovi 
documenti mi dimostrarono che io aveva errato. Né ora, 
dopo parecchi anni di ricerche e di lavoro indefesso, pre- 
sumo tuttavia di aver condotto il mio scritto neppure a 
quel grado di perfezione che per me sia possibile. Molto 
resta a fare, molti documenti ad esaminare. Ciò non per- 
tanto, trattandosi di opera tanto più lunga e difficile, in 
quanto e per l'argomento e pel modo di trattarlo non 



(1) Adolfo Battoli, / due primi secoli (iella Lettera fura Italiana; 
pag. 9, noi. '2, e pag. 32, not. 1. 



— 6 — 
aveva dinanzi a me filo che mi guidasse: ho deliberato, 
benché quasi appena sbozzata, ed inoltre qui abbreviata, 
esporla fin d' ora al giudizio del publico ; nella speranza 
che gli amatori di questi studii, presala ad esame, ne 
additeranno gli errori , e per tal modo apriranno la strada 
a renderla meno imperfetta, e che meglio corrisponda 
all' importanza dell' argomento. 

Torino, 2 giugno 1874. 

% 



Px\RTE PRIMA 
STORICA 



La storia della lingua non s'è anche 
scrina; e chi tenlasse di scriverla per 
ora, renderebbe un immenso servigio, 
ma non potrebbe presumere di far opera 

perfetta In fatto di scienza almeno 

si ponno adesso — e a me non par 
poco davvero — trovare molti e molli 
intelletti che si tengono in guardia con- 
tro i sistemi, e quando n' abbiano co- 
strutto qualcuno a cui nuovi fatti si ri- 
bellino, hanno l'eroismo di buttarlo a 
terra colle loro stesse mani. 

Pio FUiNA nel Propugnatore, V, I, 33. 



Capitolo I. 
£ttà Romana 

1. Quanto riguarda l' età vetusta e quasi diremmo 
primitiva della lingua di Roma è avvolto nella piij pro- 
fonda oscurità. La più antica testimonianza, ed inoltre di 
persona di grandissima autorità, che ci rimanga intorno 
alla lingua di Roma in quei primi secoli, è di Polibio, e 
si riferisce al primo anno dopo la cacciala dei re, ossia 
all'anno di Roma CCXLV. Dice Polibio (Hist. Ili, xxu), 
che sotto i consoli del primo anno, Giunio Bruto e Marco 
Orazio, fu stipulato il primo trattato tra Roma e Carta- 



— 8 — 
gine. Non è qui il luogo di trattare delle importanti 
notizie che questo trattato ci fornisce intorno ai dominii 
e ai commerci di Cartagine. Per noi è qui importante ciò 
che Polibio ne attesta intorno alla lingua di quel docu- 
mento: — ch'egli il dà tradotto colla massima possibile 
esattezza ; ma che tale era la differenza dell'idioma del 
suo tempo in Roma da quello antico, che alcune cose ap- 
pena pili , dopo accurato studio , s'intendevano dai più 
dotti. — E notisi, che la lingua Romana quale era ai tempi 
di Polibio è oggidì considerata meritamente come arcaica; 
e che inoltre Polibio viveva presso i Scipioni, coltissimi 
fra i Romani, e centro di quanto in Roma v'era di piiì 
pregialo per lo studio delle patrie antichità, e per qual- 
siasi genere di dottrina. 

2. Con Polibio consente Orazio (2 Ep., i, 86-87), che, 
parlando del Carme Saliare, dichiara eh' ei non l'intende, 
e si fa beffe di chi voleva parere d' intenderlo. Nessun 
monumento di data certa della lingua di Roma avanti il 
quinto secolo pervenne a noi in bronzo o pietra contem- 
poranea; rari, inesatti, e quasi tutti brevissimi sono quelli 
conservatici in copie dei tempi posteriori; ed alcuno di 
questi, ossia un brano appunto del Carme Saliare, reche- 
remo a riscontro di quanto asseriscono Polibio ed Orazio. 
Questo brano del Carme Saliare ci è conservato da Var- 
rone {De lingua latina, VII, 26) ; * e qui lo diamo fe- 
delmente trascritto dall'antico codice Laurenziano: Cozeu- 
lodorieso. omia uo adpatula coemisse. lanciisianes diionus 
ceruses. dun; ianusve ueV po' melios eu' recu\ Poco meno 
oscuro è un antico carme o preghiera inserito in una ta- 
vola della prima metà del terzo secolo dell' era volgare, 
degli Atti dei Fratelli Arvali, che qui diamo, avvertendo 
che ogni inciso è nel marmo ripetuto tre volte, e l'escla- 
mazione finale 4 volte. Enos Lases invale. Neve lue me 



— — 

Marmar sìns ìncurrere in pleoris. Satur tu fere Mars 
limen sali sta berber. Semunis allernei advocapit conctos. 
Enos Marmor invaio. Trinmpe. 

3. Gli studii che da parecchi dotti Tedeschi ed Ita- 
liani, e nominatamente dal nostro Fabretti, si vanno fa- 
cendo sulle antiche lingue italiche, e da lui e dal Gamur- 
rini particolarmente sulla lingua etrusca, rischiareranno 
alquanto anche la questione della vera indole dell'antica 
lingua di Roma, e con quale delle lingue dei popoli vi- 
cini avesse maggiore affinità. Forse allora si verrà a conosce- 
re, se Roma, posta appunto in sul contine tra l'Etruria ed il 
Lazio, e quasi più Etrusca che Latina, non avesse ne'suoi 
primordii una lingua mista di latino e di etrusco, con pre- 
ponderanza anzi di questo secondo elemento; e se il mu- 
tarsi della lingua di Roma nei tempi posteriori, in tanto 
da non essere più intelligibibile quella lingua antica, non 
debba in gran parte attribuirsi all' esservi andato a mano 
a mano prevalendo l'elemento latino, e perdendosi 1' ele- 
mento etrusco. Qualunque sia per essere la soluzione della 
questione, il bujo assoluto in che siamo intorno alla lin- 
gua primitiva fa si che per ora, e per sempre forse, do- 
vremo essere paghi di prendere come punto di partenza 
la lingua latina quale ci è mostrata dai monumenti super- 
stiti dei secoli V e VI, che generalmente è conosciuta sotto 
il nome di latino arcaico, sebbene di gran lunga più si 
avvicini al latino letterario dei tempi di Cicerone e di 
Augusto, che non alla lingua oscura ne quasi intelligibile 
della quale ne parla Polibio, ed a quella in che era scritto 
il carme Saliare.. Di questa lingua arcaica più recente a- 
vremo poi a dimostrare l'affinità col latino volgare, da 
altri detto rustico, del quale abbiamo copiose testimonianze 
nei tempi posteriori. 

4. È volgata opinione, che il cosi detto latino ru- 
stico altro non sia, che il prodotto del naturale depra- 



— 10 — 

varsi del laliao letterario in bocca del popolo minuto. Se- 
condo tale opinione, che sommi filologi posero come ve- 
rità incontrastabile, ma che pure è contradetta da parec- 
chi dotti sopratutto in Italia, sotto tal nome dovrebbe in- 
tendersi « l'uso plebeo di una medesima lingua, dimo- 
» strantesi in una pronunzia delie parole più negletta, 
» nella tendenza a sciogliersi dalle forme grammaticali, 
» nell'uso di numerose espressioni schivate dagli scrittori, 
» ed in sue proprie frasi e costruzioni ». {Diez, Gramm. 
I, 3^. Noi teniamo, che questo modo di vedere non si 
possa conciliare né colle testimonianze degli antichi gram- 
matici, né coi frammenti superstiti di scritti in lingua ro- 
mana avanti ch'avesse compito di rivestire le forme, l'a- 
bandono posteriore delle quali si pretenderebbe invece che 
costituisse la differenza fra il latino letterario e il latino 
volgare. Opinione nostra si é, che il latino volgare, dal 
quale, nel modo che poco sopra dicevamo, deriva il vol- 
gare toscano (sotto il qual nome comprendiamo anche il 
romano), non sia nato dal corrompersi e trasformarsi del 
latino letterario, ma discenda direttamente dal romano ar- 
caico, modificatosi tuttavia pel corso naturale del tempo, 
ma sopratutto per l'intromissione di parole e modi dei 
popoli circonvincini, e più tardi per l' influenza che pel 
corso di secoli fin dal suo nascere ebbe anche sul par- 
lare del volgo il latino letterario, nel quale si redigevano 
le leggi , i contratti, i testamenti, i giudizii ed ogni atto pii- 
blico, e che anzi divenne la sola lingua della scrittura, 
sicché d'altra non facevano uso neppure le persone della 
plebe i servi, coloro insomma che nel comune discorso 
adoperavano quello, che ora communemente chiamiamo la- 
tino rustico volgare. E a rendere la cosa più chiara con 
un esempio, soggiungeremo, che allora avveniva in Roma, 
e nella maggior parte del Romano impero ciò che av- 
viene ora in Italia: dove si parlano numerosi volgari, af- 



— 11 — 

fini alla lingua italiana ma non da essa derivati anzi ad 
essa preesistenti, che tuttavia nel corso dei secoli si mo- 
dificarono sì per altri elementi, sì e sopratutto per la per- 
sistente influenza di quella, che sola vi è a considerarsi 
come lingua scritta, la lingua italiana, nata appunto da 
uno di quei volgari. Ed oggi, quasi come anticamente nel Ro- 
mano impero, se persone del volgo ed idiote vogliono e- 
sprimere per iscritto i loro pensieri, si sforzano di ciò fare 
non nel loro volgare, ma in lingua italiana, come quella 
che è considerata come sola lingua propria della scrit- 
tura ; sebbene per consuetudine e per imperizia v' inseri- 
scano a larga mano parole e modi caduno del proprio 
dialetto. 

S. Dicevamo, che il volere far nascere il latino ru- 
stico da un corrompersi plebeo del latino letterario non 
poteva conciliarsi ne coll'autorità degli antichi grammatici, 
né coi frammenti superstiti della lingua romana anteriori 
alla formazione del latino letterario. E qui in prima con- 
viene notare, non potersi supporre, che al tempo al quale 
appartengono quegli antichi frammenti di latino arcaico 
questo fosse bensì la lingua del popolo minuto e la lin- 
gua rustica, ma che a lato di questa già esistesse presso i 
patrizii e le persone colte il latino letteriario in forme poco 
dissimili da quelle ch'ebbe al tempo di Cicerone. Non 
vogliamo con ciò asserire, che alcuna differenza non corresse 
tra il parlare del volgo, e quello delle persone piiì colte 
e del patriziato. Ma per altra parte chi vorrà credere, che 
la lingua latina nella quale sono scritti in versi saturnii 
i pili antichi epitafii dei Scipioni fosse quella del volgo, 
e non la più pura e colta di quella età? che forme plebee 
fossero quelle delle quali si faceva uso nei senatoconsulti 
e simili atti publici, quelle per esempio, che troviamo nel 
senatoconsulto sui Baccanali ? D' altronde il progressivo 
trasformarsi del romano arcaico quale lo dimostrano gli 



— 12 — 

antichi bronzi o marmi supertiti del V e VI secolo di Roma, 
e il sorgerne a mano a mano la scrittura e la lingua del 
latino letterario, fu di recente, particolarmente per le pub- 
blicazioni del Ritschl e del Garrucci, dimostrato col con- 
fronto dei monumenti e delle testimonianze degli antichi 
scrittori, ed è oggimai ammesso da quanti in questi ultimi 
anni intesero a rischiarare i monumenti scritti dell'età an- 
teangustea. 

6. A noi resta soltanto a dimostrare l'analogia, ed in 
parecchie delle sue parti essenziali e, diremmo, caratte- 
ristiche l' identità del romano arcaico, ossia della lingua 
dalla trasformazione e politura della quale nacque il la- 
tino letterario, col latino rustico o volgare, che a mano a 
mano divenne il volgare toscano. Nella Seconda Parte o 
Filologica delle presenti Ricerche sulla Storia e il vero 
carattere della lingua italiana, ogni forma propria del vol- 
gare toscano, e discordante dal latino letterario, verrà da 
noi posta a confronto non solo colle corrispondenti forme 
del latino rustico, ma, per quanto la scarsità dei docu- 
menti lo consente, con quelle ancora del romano arcaico. 
Qui adunque noteremo soltanto, come i tratti caratteri- 
stici, ed alcuni anzi al tutto essenziali, che distinguono il 
latino rustico dal latino letterario, non solo già si trovano 
nel romano arcaico, ma evidentemente si é da questo che 
sono rimasti nel latino volgare, e perciò quindi nel vol- 
gare toscano. 

7. Non v'ha dubio , che principale e caratteristica 
proprietà del latino rustico si è l'omissione che in questo 
ha luogo delle consonanti finali del latino letterario; sic- 
ché i vocaboli che nel latino letterario terminano in con- 
sonante, nel latino volgare, e indi nel volgare toscano, 
sogliono terminare in vocale ; e nominatamente periva la con- 
sonante finale nella terminazione dei nomi in ixs ed ixm, 
e nelle terminazioni dei verbi in s o t. E ciò medesimo a- 



— 13 — 

veva luogo già nel romano arcaico, come dimostreremo 
con numerosi esempi là dove tratteremo della desinenza 
delle voci volgari che in latino terminano per conso- 
nante. 

8. Altra non meno notevole e caratteristica proprietà 
si del volgare toscano come del latino rustico si è V uso 
delTo dove è Tu. nelle sillabe finali nel latino letterario; 
che anzi Tu. nel latino volgare appare al tutto quale let- 
tera venutagli d'altronde, e non propria di quel linguaggio. 
Dimostreremo a suo luogo, che cosi era appunto anche 
nel romano arcaico. 

9. Fra le molte forme speciali proprie del volgare 
toscano e del latino rustico, delle quali tratteremo a mano 
a mano nel corso del presente scritto, di una, qui fare- 
mo parola ; poiché quelli che contendono, il volgare to- 
scano provenire da una corruzione o trasformazione del 
latino letterario , la credono recentissima, non anteriore 
agli ultimi decenii del secolo XIII. » Veteres mhis dice- 

bant; » Diomedes pag, 319 l* : « mimn antiquis relin- 

quamus » Veliiis Longvs, p. 2236 P. — Giovi ancora no- 
tare, come Cicerone {Orator, Gap. xlviii), trattando di 
alcune forme che vediamo più tardi appartenere al latino 
rustico e al volgare toscano, attesta come erano proprie 
del romano arcaico, ma fuggite dagli scrittori del suo 
tempo. 

10. D'altronde il vedere le sopracitate e numerose 
altre forme del romano arcaico riapparire nel latino me- 
dioevale, e indi nel volgare toscano, sarebbe già sufficiente 
indizio del non interrotto loro uso nel parlare del popolo; 
ma di tale continualo uso abbiamo anche frequenti prove 
in documenti appartenenti già agli slessi primi secoli del- 
l' impero. Numerosi e notevoli esempii ne conservarono i 
grafiti di Pompei, di necessità anteriori all'anno 72 del- 
l' era volgare, e perciò appartenenti ai più bei tempi del 



— 14 — 

latino letterario; altri ne troviamo nelle tavole cerate Da- 
ciche, scritte tra Tanno 130 e il 170 dell'era volgare; 
in una delle quali, ad esempio, nella sottoscrizione ori- 
ginale di un testimonio invece della voce del latino 
letterario SIGNAVI è scritto con voce pretta toscana 
SEGNAI. Numerosissimi poi si trovano simili esempii 
nelle iscrizioni, particolarmente in quelle appartenenti a 
persone idiote; anzi in tal genere di monumenti gli esem- 
pli ne sono forse più frequenti, che non presso gli stessi 
scrittori della più bassa latinità, e molti ne addurremo 
dove spiegheremo le forme del volgare toscano col con- 
fronto del latino volgare e del romano arcaico. 

11. Bene è vero, che se il latino volgare deriva senza 
fallo dal romano arcaico e ne ritiene le forme principali e 
caratteristiche, si trasformò tuttavia grandemente nel pas- 
saggio: e ciò dapprima per l'influenza, anzi per l'immi- 
stione, dei volgari dei popoli finitimi stati ridotti sotto la 
dominazione di Roma, e spesso anche trasportartati nella 
città: oltre coloro che, come a centro, da ogni parte, e 
più dai luoghi circonvicini, vi affluviano. Di molti di que- 
sti antichi volgari italici, ora soltanto più pienamente co- 
nosciuti, troviamo tracce manifeste e nel latino rustico, e 
nei volgari odierni: in tanto, che l'esame di questi è 
spesso buon mezzo a render ragione delle forme, che 
s'incontrano in quegli antichi idiomi. L'influenza dei vol- 
gari italici più vicini a Roma fu per lungo tempo gran- 
dissima e pressoché esclusiva in modificare a mano a mano 
l'antico linguaggio romano ; e non cessò al tutto, che collo 
spegnersi di quegli antichi volgari, alcuni già ai tempi della 
republica, altri non certo più tardi del primo secolo del- 
l' impero. Il volgare romano così formatosi si estese a 
tutte le Provincie vicine delle quali si estinguevano gli 
antichi volgari ; sicché in Roma e in gran parte d' Italia, 
come non si adoperava nella scrittura che una lingua sola, 



— J5 — 

il latino letterario, cosi oramai si parlava un solo e me- 
desimo volgare, che perciò cesseremo di chiamare roma- 
no volgare, ma, con pili ampia ed oramai universalmente 
ricevuta appellazione, benché essa pure non al tutto esatta 
e troppo ristretta, chiameremo latino volgare. Tuttavia, 
sebbene questo latino volgare fosse a mano a mano di- 
venuto il solo idioma parlato non solo in tutto il paese 
più prossimo a Roma, ma in gran parte d'Italia, non è a 
dire, che tra il volgare parlato nei varii luoghi non cor- 
resse differenza alcuna. Era un solo volgare, ma di que- 
sto erano varii dialetti, aventi proprii suoni e forme, ve- 
stigio sopravvissute degli antichi linguaggi estinti di ca- 
duna provincia ; ed anche ora non di raro si può nei dia- 
letti dimostrare tale antica origine di forme, e a chi ben 
ricerchi fors'anche di vocaboli, proprie di varii dialetti ita- 
liani, aliene dal latino volgare, e provenienti dalle antiche 
lingue italiche; ed alcune verranno da noi ai loro luoghi 
indicate, particolarmente per quanto riguarda il volgare to- 
scano. Per tal modo avvenne che in Roma naturalmente 
si conservò più puro l'antico volgare; alquanto più de- 
formato nelle regioni suburbicarie, e cosi in Toscana; e 
tanto più guasto quanto più remoto da Roma, e così nelle 
regioni state dai Romani più tardi conquistate, e meno 
spogliate degli antichi abitatori. 

12. Quasi nella medesima età in che si compiè que- 
sta modificazione del linguaggio parlato in Roma e la sua 
estensione alle regioni circonvicine, cominciò il latino vol- 
gare a subire nuovi cambiamenti per l'influenza del la- 
tino letterario, il quale, quantunque più o meno imperfet- 
tamente, ma da tutti di necessità era conosciuto, poiché 
in esso tenevansi le publiche concioni, in esso si redi- 
gevano tutti gli atti publici, anzi, come sopra (§63) no- 
tavamo, solo esso anche dal volgo era adoperato nella 
scrittura. Molte parole estranee furono per tal modo intro 



— 16 — 

dotte in quel volgare, del quale in ahuina parte fu mutala i)er- 
tino l'essenza colFintroduzione di nuovi suoni che dappri- 
ma gli mancavano. 

13. Né deve omettersi di tener conto dell'influenza, 
che sul volgare latino ebbe fino dai tempi più antichi, e poi 
sotto l'impero, la lingua greca. Numerose , potenti, ricche 
per traffichi, erano nell' Italia meridionale le colonie gre- 
che; alcune n'aveva anche l'Italia centrale: ed il commer- 
cio con questi popoli dovette lasciare copiose tracce di 
se anche nell'idioma di Roma. Che così sia avvenuto, ne 
fanno fede le non rare parole non provenienti da un fonte 
linguistico commune, ma di prossima e diretta origine 
greca, le quali ha il latino volgare, mancanti al latino let- 
terario, dal quale perciò non possono essere desunte. Né 
può djrsi che siano venute bensì al latino volgare diretta- 
mente dal greco, ma in età più tarda, mentre decadeva 
r uso del latino letterario; poiché essendo vocaboli non 
speciali all'Italia o ad alcune parte di essa, ma communi 
a tutte alla maggior parte delle lingue neolatine, de- 
vono di necessità aver avuto la loro origine non nel me- 
dio evo, ma già o anteriormente o almen contemporanea- 
mente alla dominazione romana nelle varie province. D' al- 
tronde molte di queste parole grecolatine già si trovano 
negli scrittori della bassa latinità, ed in altri documenti 
assai anteriori alla dominazione dei Greci in Italia. Anche 
la forma nella quale la maggior parte di que' vocaboli 
greci passarono al latino volgare e in alle lingue neola- 
tine dimostra come ciò avvenisse da tempo antichissimo, per 
mezzo della favella parlata dalle numerose colonie dori- 
che ed eoliche in Italia. 

14. Continuò negli ultimi tempi della republica e 
sotto l'impero l'influenza della lingua greca sul latino, 
ma sotto altra forma; ossia pel numero incredibile di 
Greci e grecizanti in Roma, in mano dei quali era quasi 



— 17 — 

{)cr intero l'insegnamento si publico che privalo. Per efietlo 
di questa influenza greca fu abandonata in breve tempo 
dagli sentori, e rimase ai soli canti popolari, l'antica poesia 
saturnia od italica, della quale altrove avremo a trattare, 
e che, come l'odierna poesia nostra volgare, governa- 
vasi per accenti e non per prosodia; e sì per le norme di 
f|uesta, come per la misura dei versi e pei metri, la poesia la- 
tina venne modellata sulla greca. La lingua greca era pres- 
soché da tutti conosciuta e parlala in Roma, in tanto da ec- 
citare r indegnazione dei pii!i severi fra i Romani. Numero- 
se sono le parole venute per tal modo al latino lettera- 
rio, poche al latino volgare, e queste medesime per la 
maggior parte non direttamente, ma per l'intermezzo del 
latino letterario. I vocaboli venuti al volgare in questa età 
si distinguono dai precedenti per la loro forma ionica o 
attica. 

15. Da tutti è confessato, che le invasioni germaniche 
portarono un certo numero di vocaboli presso i popoli di 
origine latina; sebbene la quantità di tali vocaboli sia gran- 
demente varia secondo la varietà dei luoghi. Se già durante 
rimpero voci germaniche, particolarmente nelle cose militari, 
si siano introdotte nel latino volgare, quantunque il creda, 
non oserei affermare; ma vi ha una parola, intorno all'o- 
rigine della quale non so astenermi dal manifestare la mia 
opinione: la voce guerra. È commune sentenza, che sia 
vocabolo introdotto nelle lingue neolatine dalle conquiste 
germaniche. Ma quanto più considero, tanto meno posso 
adagiarmi a tale opinione. Ed in prima conviene notare, 
che questa voce, colle sole differenze portate dall'indole 
dei varii idiomi, è commune a tutte le lingue neolatine; 
il che se la voce provenisse dalle conquiste germaniche 
sarebbe, ben può dirsi , senza esempio , e non potrebbe 
spiegarsi , sopratutto considerala l' influenza scarsissima, e 
varia quasi per ogni dove, che sulle lingue romanze ebbe 

Voi. VII, Parte 11. 2 



— 18 — 
quella dei Tedeschi conquistatori. Ma v' ha di più : la voce 
guerra è propria dei volgari neolatini anche di quelle 
parti dell'antico orbe romano, dove le conquiste germa- 
niche non ebbero e non poterono avere influenza di sorta : 
Roma anzitutto, indi la Sicilia , le lagune Venete, e buona 
parte dell'Italia meridionale, i quali tutti non videro altra 
dominazione germanica salvo quella passaggera degli Eruli 
e degli Ostrogoti; e la Sardegna quella dei Vandali d'A- 
frica, più durevole invero, ma che certo non portò muta- 
zione alcuna nella lingua. La voce guerra non potè esten- 
dersi a tutti senza eccezione i luoghi dove i Romani colla 
conquista portarono la loro lingua, se già non era voce 
appartenente alla loro lingua medesima. Crediamo perciò 
che la voce guerra o verrà sia antichissima in Italia, e 
già esistesse nel romano volgare e in altri volgari ita- 
lici; e forse con questa ha parentela l'antiquato latino 
verrunco. 

16. Abbiamo finora considerato il volgare romano e 
le sue vicende nella sua sede nativa, Roma e gran parte 
d' Italia. Ma a schiarimento della questione, e a meglio 
dimostrare le differenze essenziali che sono tra il volgare 
del quale specialmente trattiamo e le lingue romanze 
fuori d' Italia ossia delle province , anche intorno a queste 
convien fare brevi parole. — Dobbiamo tuttavia avvertire 
anzi tutto, che in quanto diciamo delle vicende della lingua 
nei paesi conquistati dai Romani non sono compresi i luo- 
ghi dove era in uso la lingua greca. 

17. La lingua latina fu per ogni dove dai Romani 
portata nelle province insieme alla loro dominazione. Essa 
vi era introdotta e mantenuta sotto due varie forme e 
da due elementi diversi: il latino volgare, portatovi dai 
soldati di presidio nelle province, dalle colonie dedotte 
dai Romani quasi in ogni parte del vasto loro impero, e 
dal commercio di Roma colle terre soggette : volgare que- 



— 19 — 
sto universalmente parlato, ma non lingua scritta; — ed 
il latino letterario, adoperato nella scrittura, nel quale si 
publicavano le leggi, si amministrava la giustizia; il che 
rendeva la sua conoscenza a tutti necessaria. Questi due 
elementi si trovarono in lotta con un terzo elemento: le 
lingue parlate in ciascuna provincia prima della conquista. 
11 latino letterario, che aveva per base i grandi scrittori 
latini, le leggi, le formole degli atti giuridici, non poteva 
essenzialmente mutarsi per l'influenza di queste lingue 
straniere: all'incontro il latino volgare distrusse bensì le 
lingue native, ma ne fu esso pure, dove piìi dove meno, 
grandemente modificato. In quanto riguarda la sintassi le 
lingue native nel perire cedettero il luogo quasi intera- 
mente al latino volgare; in quanto riguarda i vocaboli 
e la loro forma, grande nella formazione delle nuove lin- 
gue fu r influenza del latino letterario. Quindi avviene che 
alcune delle forme essenziali del latino letterario e che lo 
distinguono dal latino volgare, per esempio il suo frequente 
terminare dei vocaboli per consonante, sieno parimente 
la principale e caratteristica differenza tra i volgari d' Ita- 
lia, e altri idiomi neolatini. 

18. Generalmente parlando, sembra sia assai scarso il 
numero dei vocaboli, che dagli antichi idiomi delle pro- 
vince del romano impero passarono alle nuove lingue ro- 
manze: fu grande all'incontro, massimamente in alcune 
province, l' influenza che quelle antiche lingue ebbero sul 
suono pronunzia di parecchie lettere, e sulla nuova forma 
data ai vocaboli; che l'esperienza dimostra, come un po- 
polo muta pili agevolmente vocaboli, che non la pronun- 
zia. Da questa sola cagione potè avvenire, che le mede- 
sime voci nelle varie provincie già romane si pronunzino 
in modo al tutto diverso, e che in parecchie delle lingue 
neolatine sieno ammessi suoni e concorsi di lettere proprii 
del latino letterario, cui al tutto rifiutava il latino voi- 



— 20 — 

gare; e siiniliiieiile die in alcune lingue, come avvenne 
sopratutto nella francese , s' introdussero suoni e forme 
ai tutto estranei alla lingua latina. Se la varietà tra lingua 
e lingua dovesse soltanto attribuirsi ad accidentale diverso 
svolgersi di un medesimo volgare: siccome le medesime 
cause devono produrre i medesimi effetti, e siccome le 
essenziali differenze che sono fra T una e l'altra delle 
nuove lingue, e fra esse tutte e il volgare latino, non pos- 
sono attribuirsi ad alcun nuovo e diverso elemento poste- 
riormente introdotto; non potrebbero darsi tra Funa e 
r altra lingua romanza sì grandi differenze, e sì antiche, 
ossia dimostrate esistere già dal tempo al quale risalgono 
i [)iù antichi saggi rimastici di caduna di dette lingue. — 
Altrimente, di necessità, avvenne in Roma e nella maggior 
parte d' Italia , sopratutto nei paesi di piii antica conquista 
e più vicini a Roma; i quali con antica denominazione, 
sebbene non designante lo stesso tratto di paese, chiame- 
remo Iialia suburbicaria. Ivi le lingue preesistenti opera- 
rono dapprima sul romano volgare in proporzione for- 
s' anche maggiore di quella, in che più tardi le antiche 
lingue delle province contribuirono alla trasformazione del 
latino trasportatovi dalla conquista romana. Ma una volta 
formatosi questo volgare (cui noi, per ignoranza, come 
dicemmo (§3), delle lingue preesistenti, prendiamo a 
punto di partenza) più non si trovò in Italia come nelle 
province, in lotta con altre lingue, che oramai non vi 
esistevano, né più ebbe a subire perciò nuova grande ed 
essenziale trasformazione. 

19. Quindi avvenne , che due importanti diversità, 
come sono ora, così furono da tempo antico e già sotto 
la dominazione romana, tra il volgare di Roma e dei paesi 
circonvicini , ed il volgare romanzo dei luoghi dove fu in- 
trodotto per mezzo di posteriori e più lontane conquiste. 
In Roma e nei paesi finitimi, tra i quali la Toscana, non 



— 21 — 

v' ha dubio , che il volgare parlato fu a mano a mano 
grandemente modificato pel continuo contatto nel quale si 
trovava col latino letterario; ma se per tal modo molti 
vocaboli proprii del latino letterario passarono al latino 
volgare, non pare che indi si mutassero in modo sensibile 
la sintassi , né la forma dei vocaboli ; che quanto più scen- 
diamo, tanto più numerosi esempii abbiano di forme schiette 
volgari, alienissime dalle forme letterarie. Si fu il latino 
volgare invece , che per molti dei popoli vicini a Roma 
si confondeva quasi colle loro lingue primitive, che influì 
sul latino letterario adoperato negli scritti, e lo corruppe 
in tanto, che già fino dai primi secoli dell'impero anche 
le persone più colte non seppero tenersi immuni da que- 
sto decadimento. All' incontro, come sopra notavamo, nelle 
province il latino letterario non fu soltanto un elemento 
modificatore del latino volgare, ma fu con esso, e colle 
antiche lingue locali, uno degli elementi onde si forma- 
rono le lingue neolatine. Quindi accade non di rado, 
che le lingue neolatine delle province abbiano voci e 
modi del latino letterario, che mancano al latino volgare; 
ma non avviene all' incontro , o al tutto raramente , che 
si trovino nel volgare toscano (avvertasi che dico nel vol- 
gare toscano, non nella lingua italiana) modi del latino 
letterario, che manchino alle altre lingue neolatine. Il 
latino volgare di Roma e dell' Italia suburbicaria con- 
tinuò per tal modo sempre ad essere un medesimo idio- 
ma, quasi colle sole mutazioni che in ogni lingua parlata 
porta il lungo volgere degli anni, e quelle che v'intro- 
dusse la costante influenza della lingua scritta affine. Al 
volgare toscano non può a rigore neppure porsi il nome 
di lingua neolatina ; meno inesatta è la denominazione che 
gli davano i nostri antichi, di latino volgare. Non così 
degli altri idiomi romanzi, che sono bensì derivali princi- 
palmtMìtP dalla lingua parlata a Roma quando essa la portò 



— 22 — 
nelle province, da quella lingua che dicemmo formala 
dalla trasformazione della lingua romana al contatto delle 
lingue degli antichi popoli Italici; ma quest'idiomi, per 
la molta parte ch'ebbe alla loro formazione il latino let- 
terario, e per l'immistione di un terzo elemento, le an- 
tiche lingue locali, divennero cosa al tutto diversa dal 
volgare latino, e sono perciò vere lingue neolatine. 

20. Il rapido decadere degli studii fece viepiìi dimi- 
nuire la già non grande influenza che il latino letterario 
aveva in modificare il latino volgare. Che questa fosse al 
tutto piccola, in tanto che perfino i nuovi vocaboli ch'esso 
forniva tosto prendevano la forma richiesta dalle norme 
di pronunzia volgare, si scorge dal vedere, che perfino 
le denominazioni di cose ecclesiastiche, vocaboli nuovi, 
i pili di origine greca, pochi tratti dal latino, sono tutti 
foggiati secondo i troncamenti e le norme di pronunzia pro- 
prie del volgare. Quindi non ecclesia, ma giesia o chiesa : 
non presbitero, ma preite, prete, preive, preve, pre\- non 
episcopo, ma vescovo, vesco, visco; non clero, ma cJ-eri- 
cato chieresia; non plebe né plebano, ma pieve e pie- 
vano, ovvero, con pronunzia conforme all'antico etrusco, 
piovano. Né v' ha dubio che tale modo di pronunzia in 
queste voci é antichissimo, e coevo alla introduzione delle 
voci medesime; trovandosene esempli già nelle iscrizioni 
cristiane dei tempi cieli' impero. Nel secolo che immedia- 
tamente precedette la caduta dell' Italia sotto la domina- 
zione dei barbari una conoscenza alquanto perfetta del latino 
letterario era divenuta privilegio di pochi , dei quali anche 
i migliori guastavano il loro dettato con parole o locu- 
zioni volgari. Continuava bensì a farsi uso del solo latino 
letterario nella scrittura , e perciò in tal lingua si stende- 
vano gli atti giuridici; ma anche questi, non ostante che 
dalle formole tradizionali per tali atti fossero in parte pre- 
servati dalla corruzione, hanno modi e parole volgari sì 



— 23 — 

frequenti, che da essi appunto ci verrà fatto di trarre 
gran numero delle testimonianze a dimostrare, come le 
forme proprie del volgare toscano non siano sorte ne al 
tempo che nacque la lingua italiana, né pur siano effetto 
delle invasioni barbariche, ma appartengano al latino vol- 
gare, e già avessero luogo durante la dominazione romana, 
prima che le lingue barbariche sopravenute avessero 
potuto mutare V indole della nostra lingua. 

Capitolo II. 

lEltéi l>ax-l>ax*ìea 

21. La conquista dapprima degli Eruli e quella degli 
Ostrogoti, indi quella dei Langobardi, poscia quella dei 
Franchi, e finalmente dal tempo degli Ottoni l'impero 
romano-germanico, portarono in Italia nel volgare latino, 
che d'ora in poi, siccome intendiamo restringere le nostre 
ricerche quasi alla sola Toscana , chiameremo volgare 
toscano, un nuovo elemento, l' elemento germanico. L' in- 
fluenza di questo nuovo elemento sulla formazione della 
nostra lingua, ed in generale su quella di tutte le lingue 
neolatine, fu grandemente esagerata già da coloro, che 
opinavano, le nuove lingue essere frutto della corruzione 
del latino letterario per opera del sovrimpostovi elemento 
germanico. Ma ora, e già da lungo tempo, un più accurato 
esame dei documenti e una piìi sana critica dimostrarono, 
come tale influenza fu leggiera, e ristretta in assai stretti 
confini. È oggi dimostrato, come la sintassi delle nuove 
lingue romanze, che è la principale differenza tra queste 
e il latino letterario, è anteriore alle conquiste germani- 
che, e per altra parte discorda appieno dalla sintassi 
appunto di queste lingue; e di tale sintassi, commune a 



— Si- 
tuile le lingue neolatine, vennero additate le tracce anti- 
chissime e nella lingua arcaica, e nella rustica o volgare 
di Roma e delle regioni circonvicine. 

22. È bensì indubitato, che i barbari quando conqui- 
starono l'Italia conoscevano e parlavano tuttora l'antica 
loro lingua teutonica; anzi degli Ostrogoti sappiamo che 
ne facevano uso anche nella scrittura, e prezioso monu- 
mento ne rimangono parecchie sottoscrizioni apposte in 
quella loro lingua da testimonii Goti ad atti in lingua latina 
stipulati durante la loro dominazione in Italia. Il fatto è 
tanto più notevole, in quanto ove occorrono sottoscrizioni 
di testimonii greci, esse sono bensì in caratteri greci, ma 
in lingua latina; usanza della quale già troviamo esempio 
nei primi secoli dell' impero. Non vi ha dubio tuttavia, che 
anche il latino era dagli Eruli e dai Goti commune- 
mente inteso; e tanto più, che da lungo tempo servi- 
vano l'impero in qualità di ausiliarii. L'editto di Teo- 
dorico e quello di Atalarico, ambedue legge commune ai 
Romani ed ai Goti, e ogni altro atto sì publico che pri- 
vato della loro dominazione, fu scritto in latino. — Della 
lingua parlata dai Langobardi non rimane alcun documento 
quale sono le citate iscrizioni gotiche; ma soltanto qua e 
là, e particolarmente nell'Editto, alcun vocabolo, a lato 
al quale è quasi sempre aggiunta la voce corrispondente 
latina. Non pare dubio che al tempo della loro discesa in 
Italia parlassero tuttora- la, lingua loro germanica, sebbene 
senza fallo anche la latina non fosse loro al tutto scono- 
sciuta ; e con essi vennero genti di altre nazioni é diverse 
favelle. Ma né il numero dapprima degli Eruli ne quello 
degli Ostrogoti fu tale, che siasi per essi potuta mutare 
la lingua diversa degl'Italiani; e d'altronde fu breve e 
passaggera la loro dominazione. Né numerosi furono i Lan- 
gobardi e gli altri popoli venuti con loro; in tanto che 
sebbene l' Italia si trovasse spopolata e priva di forze per 



— 25 — 

lunghe guerre e pestilenze, pure mai non poterono sog- 
giogarla intera, come prima avevano fatto gli Eruli e gli 
Ostrogoti. D' altronde è certo, che nel corso dei due secoli 
che durò la loro signoria essi deposero al tutto la loro 
lingua e presero quella dei vinti; e Paolo Diacono ne 
attesta espressamente, ch'essi parlavano latino; e di altri 
barbari, ai quali più tardi da Grimovaldo fu data sede in 
Italia, dice che parlavano bensì latino essi pure, ma che 
al suo tempo, ossia in sul finire del secolo Vili, rilene- 
vano ancora molto della barbarica loro favella. 

23. Sull'indole del volgare toscano, sulla forma de' 
suoi vocaboli, e sulla sintassi, ben può dirsi che la lingua 
degi' invasori germanici non ebbe influenza veruna : ma 
da quella vennero ai volgari italici, non escluso il toscano, 
parecchi vocaboli, che tuttavia sì nella loro forma, come 
sopratutto nelle desinenze, bentosto si trasformarono, come 
già avevano fatto i vocaboli venuti al volgare dal latino 
letterario dal greco. Comparativamente numerosi, alcuni 
probabilmente di questa età, ma i più venuti nei secoli 
prossimi seguenti con le sempre rinnovantisi invasioni, 
sono i vocaboli appartenenti alle cose di guerra. Anche 
alcuni nomi di officil sì publici che privati ne vennero dai 
conquistatori germanici , come gastaldo e manovaldo ( che 
in tale forma si trasformò il mimdivald dell'Editto) lascia- 
tici dai Langobardi, e marchese, venutoci dai Franchi. 
È notabile tuttavia, che per la maggior parte perfino dei 
pubblici olfizii alla denominazione germanica prevalse in 
Italia quella d'origine latina, re, doge, conte, giudice (1). 
Di minore importanza sono le altre poche voci introdot- 



(\) Di origine germanica parimente, ma più recente, ossia del se- 
colo XllI , sono la maggior parte dei vocaboli relativi all' industria delle 
miniere. Vedi Vesme, Dell'industria delle argentiere in Sardegna; 
Torino, presso i fratelli Bocca. 



— 26 — 
tesi a mano a mano dal tedesco nei volgari italici; e lo 
stesso dicasi dei vocaboli, che per diverse vie vennero dalla 
lingua araba, dallo slavo, o da altre lingue straniere. 

24. Ma se le conquiste barbariche non ebbero grande 
diretta influenza sul volgare italico, esse contribuirono 
potentemente alla totale distruzione della intelligenza del 
latino letterario nelle popolazioni , e alla diminuzione della 
sua conoscenza anche fra le persone alle quali sarebbe 
stata maggiormente necessaria: fors' anche lo studio del 
latino letterario sarebbe interamente perito come di lingua 
morta e fuori d'uso, se non fosse stata la lingua della 
Chiesa. Fino al tempo dell' invasione langobarda, per quanto 
ora le guerre tra i varii imperatori, ora le invasioni bar- 
bariche e il mal governo avessero afflitto T Italia , scema- 
tane la ricchezza e la popolazione, e recato danno a ogni 
genere di studii: duravano tuttavia le scuole, non solo 
in Roma, ma in tutte le città e luoghi principali. Pochi 
invero erano in grado di scrivere il latino letterario, e 
questi pure violandone ad ogni tratto le regole gramma- 
ticali , e di frequente inserendovi parole e forme volgari ; 
ma se da pochi oramai si scriveva, da tutti era compreso. 
Durante la signoria degli Eruli, e poi sotto il regno di 
Teoderico, non v' ha dubio che le scuole furono accresciute 
in Italia, e promossi gli studii. Ma la lunga guerra gotica 
fu una delle piìi gravi sciagure che mai affliggessero T I- 
talia ; F accompagnarono e la seguirono scorrerie dei Fran- 
chi, fami, pestilenze. A tanta rovina venne indi a poco a 
mettere il colmo una nuova invasione, quella dei Lango- 
bardi. « Le cittadi furono depopolate » scrive San Gregorio, 
» e le castella distrutte, le chiese arse, li monasterii di- 
» sfatti, e universalmente tutta questa contrada destituta 
» da' suoi abitatori e rimasta in solitudine; sì che le bestie 
» occupano ora li luoghi, nelli quali gli uomini solevano 
» abitare. E quel che sia nelle altre parti del mondo non 



— 27 — 
» so; ma in questa contrada nella quale abitiamo, lo 
» mondo non annunzia lo suo fine che debba venire, 
» ma anzi mi pare che lo mostri che sia presente. » 

25. Né prima ne poi si trovò V Italia sotto ogni aspetto 
in più infelice condizione, né più spogliata, devastata ed 
oppressa, priva di ogni vigore e vita propria, quanto negli 
anni che fino alla fine del sesto secolo tennero dietro 
alla conquista dei Langobardi. E sebbene non siamo fra 
quelli che tengono, essere in tutta quella massima parte 
d'Italia che allora venne in potere dei Langobardi stati 
spogli dei loro beni tutti gli abitanti, e od uccisi, o co- 
stretti alla fuga, ridotti alla condizione di aldii, non 
neghiamo tuttavia, che così avvenisse a molti dei più ric- 
chi fra gli abitanti, e che in quei primi anni i Langobardi 
coprirono T Italia di morti , di fughe, di devastazioni e di 
rapine; e che nominatamente, in mezzo a quella rovina, 
nella parte d' Italia che fu allora conquistata si spensero 
le istituzioni publiche e municipali romane, che intere 
erano sopravissute alle conquiste anteriori. Fra tanta ro- 
vina caddero anche o rimasero deserte le scuole, e con 
esse cessò per alcun tempo quasi ogni insegnamento del 
latino letterario , e perciò anche della scrittura, della quale 
in quella lingua sola, quantunque corrotta e pressoché 
ignorata, si faceva uso, non nel volgare parlato. E di tale 
abandono di ogni studio pur di scrittura ne fanno fede 
nei più antichi documenti dell'età langobarda non pure 
lo sterminato numero di contraenti e di testimonii, ma 
anche i chierici , che appongono agli atti pubblici il segno 
di croce per non sapere scrivere; e i vescovi, che dimo- 
strano ignoranza poco minore. 

26. Ma cessato il governo dei duchi, le cose d'Ita- 
lia, ai tempi di Teodelinda catolica, volsero in meglio 
sotto i Re Autari ed Agilolfo; e, per non escire del nostro 
argomento, è certo che fu ripreso nel regno Langobardo 



— 28 — 
Io stadio della scrittura e del latino letterario; poiché in 
varii tempi e luoghi del regno troviamo fatta più volte 
menzione di scuole e di maestri di grammatica; che era 
appunto il latino letterario. A quel tempo si riferisce pa- 
rimenti la fondazione del monastero di Bobbio, nel quale 
fino da' suoi principii convennero persone fornite di dot- 
trina e furono portati libri di scienze sacre e profane 
d'ogni parte, e fino dalla remota Ibernia. Essendo l'uso 
della scrittura, e per essa di una conoscenza qualsiasi del 
latino, necessario per la redazione dei contratti e per 
altri bisogni della vita, dovettero necessariamente rinno- 
varsi le scuole, affidandole ai meno ignari fra i superstiti; 
e senza dubio si trassero anche maestri da quella parte 
d'Italia, che era rimasta sotto la dominazione dei Greci. 
E siccome si fu appunto principalmente dalla Chiesa, e 
pel passaggio dei Langobardi dal paganesimo e dall'aria- 
nesimo alla religione catolica, che non solo cessò al tutto 
la lotta fra i conquistatori e i conquistati , ma che a mano 
a mano risorsero anche gli studii : non può dubitarsi che 
a ciò anche da Roma vennero eccitamenti ed ajuti. Del 
quale progressivo rinnovarsi lo studio del latino letterario 
nel regno Langobardico abbiamo prova evidente in un 
documento contemporaneo conservatoci nella sua sincerità , 
r Editto Langobardico : che, grandemente barbaro e pieno 
di parole e di forme volgari è l'Editto di Rotari, seb- 
bene scritto già 76 anni dopo la conquista; ed a mano 
a mano, secondo l'età di ciascuno, in piìi corretto latino 
e più secondo grammatica sono le leggi dei re posteriori. 
27. Ma se presso le persone che professavano gli 
studii risorse nel regno Langobardico la conoscenza del 
latino letterario, questo tuttavia, nel regno dapprima, e 
poscia anche in tutta Italia, cessò di esservi compreso 
dalla popolazione, se non in quanto le voci di gramma- 
tica rassomigliavano alle volgari. Quindi è che. nell'Editto 



— 29 — 

vediamo lalofa, come a lato dei vocaboli geiniaiiici , cosi 
a[iche ad alcuni del latino letterario posto il vocabolo 
volgare quasi a modo di spiegazione : per esempio ; tiover- 
cam id est matrimam;privignam id est filiastra (Rolli. 185). 
28. La conquista dei Franchi, i quali, salvo le la- 
gune venete, si sottoposero tutta l'Italia media e supe- 
riore, ossia non il solo regno Langobardico , ma quella 
parte ancora che era rimasta sotto i Greci, e che dopo la 
lotta per gli editti degl' imperatori Iconoclasti si. governava 
in modo quasi indipendente : mutò grandemente per quanto 
riguarda la lingua, e più che non avesse fatto la stessa 
dominazione Langobarda, lo slato delle cose in Italia. Molte 
Ira le parole germaniche dei volgari italiani furono intro- 
dotte dai Franchi. Ma sopratutto, siccome in Francia già 
erasi formata una lingua romanza, e, come tale, alTme al 
volgare latino parlato in Italia, il volgare delle provincie 
più vicine alla FYancia, pei molti venuti a stabilirsi nell'I- 
talia superiore, fu grandemente modificato; naturalmente 
più quello dei luoghi maggiormente vicini alla Francia. 
Non ad altro tempo che a quello del quale trattiamo può 
riferirsi l'origine del dialetto piemontese, che non è dia- 
letto della lingua italiana ma della francese, ed al quale 
dialetti similissimi si parlano nel mezzodì della Francia (1); 
ed il francese meridionale, si parla tuttora con poca va- 
rietà in alcune valli del Piemonte; in altre quasi incor- 
rotto il provenzale. Bene è vero, che ora e già da lungo 



(I) la un villaggio sulla via da Lione ad Avignone mi avvenne 
di udire alcuni del luogo parlare nel loro pntots, e muoversi non mi 
rammenta quale questione. Diedi loro lo schiarimento desiderato. Si 
maravigliarono, e mi richiesero, io, cui sapevano Italiano, li avessi 
compresi , mentre dai Francesi stessi il loro volgare non s' intendeva. 
« Perchè », risposi, « il vostro volgare rassembra al mio; sono Piemontese, 
» e mi pareva quasi di udirvi pailarc il volgar mio nativo. » 



— 30 — 
tempo il dialetto piemontese va deponendo molte delle 
sue voci di origine francese, e sostituendovi voci tratte 
dalla lingua italiana. Assai meno di quello del Piemonte, 
ma pure in modo notabile, fu dalla dominazione francese 
modificato il dialetto lombardo; e chi si faccia ad esami- 
nare nei migliori testi, per esempio nella recente ricca ed 
accurata publicazione del F Volume del Codice Diploma- 
tico Lombardo, i documenti di quella età , non potrà a 
meno di notare, che laddove sotto la dominazione Lango- 
barda, e ancora nei primi anni della francese, le tracce di 
volgare, che a larga mano T ignoranza del latino letterario 
introdusse nei documenti, sono a un di presso uniformi 
in tutta l'Italia Langobarda, e rappresentano, salvo leg- 
gere differenze, un solo e medesimo volgare, l'antico vol- 
gare latino; dal principio del IX secolo questo stato di 
cose va di mano in mano mutandosi, e già verso la fine 
di quel secolo è impossibile non riconoscere numerose ed 
evidenti tracce dei varii nascenti dialetti italici. Quindi è 
che appunto al secolo IX crediamo doversi riferire , non 
già l'origine dei dialetti italiani, che certo è più antica, 
ma il loro sviluppo e passaggio alla forma nella quale li 
troveremo in numerosi documenti del secolo XIII e del 
seguente. E siccome tale traformazione sembra dovuta 
alla immistione nella popolazione di nuovi elementi ro- 
manzi, la mutazione fu tanto minore, quanto in ciascuna 
provincia fu minore questo elemento straniero; minima e 
quasi nulla fu in Toscana e nel territorio romano, che 
perciò conservarono, come appare dai documenti, pres- 
soché intatto il loro antico volgare. È da notare ancora, 
che quanto qui diciamo non si riferisce ai volgari dell' I- 
talia meridionale, la cui formazione è di altro tempo, ma 
dei quali la trattazione è estranea al nostro argomento. 

29. In mezzo a questa crescente confusione di dia- 
letti mancava al lutto una lingua commune d'Italia; né 



— 31 — 
alcuno ne sentiva il bigogno, né pur se ne avvedeva. 
Come vera e propria lingua dell'Italia tenevasi pur sem- 
pre il latino letterario ; sebbene non solo in nessun luogo 
non fosse parlato, ma da nessuno compreso fuorché per 
istudio come lingua morta. In Italia, dove la lingua latina 
era nata, dove era memoria e testimonio delle antiche 
grandezze, e dove nominatamente la recente rinnovazione 
dell'Impero d'Occidente, in capo di stranieri bensì ma 
avvenuta in Roma, aveva raffermato la persuasione che 
qui sopravivesse quanto era stato Romano: come lingua 
italiana tenevasi la latina; e reputavasi una sola e mede- 
sima lingua il latino per grammatica o per lettera, ossia 
quello che noi chiamiamo latino letterario, ed era proprio 
della scrittura; ed il latino volgare, ossia l'idioma parlalo, 
che avevasi quale semplice corruzione popolare del primo. 
30. Ma, quantunque tuttora non adoperati nella scrit- 
tura, i dialetti in Italia, oltre il loro uso nel commune 
discorso, avevano, come in ogni età e in ogni luogo, 
un'altra manifestazione: le canzoni popolari. Sfogo di pas- 
sioni, e particolarmente di amore, o commemorazione di 
fatti notabili, anche oggidì raramente poste in iscritto, i 
giovani le apprendono dalla bocca dei vecchi, i fanciulli 
dal canto dei genitori, e così passano talora di genera- 
zione in generazione, vestendo tuttavia a mano a mano 
nuova forma col trasformarsi della lingua, ed anche per 
accidentali mutazioni. Forse alcune canzoni popolari sono 
in Italia, che risalgono al tempo delle invasioni barbariche, 
per esempio la canzone sulla morte di Rosmunda, ossia 
della Donna Lombarda, che si canta in quasi tutti i dia- 
letti dell'Italia centrale e settentrionale. Ma se difatti 
vive in Italia alcuna canzone che risalga a sì remota anti- 
chità, nel passaggio per tanti secoli di bocca in bocca 
giunse a noi necessariamente mutata in modo, da non po- 
tersi addurre come testimonianza o indizio dello stato dei 
volgari italici in quella età. 



— 32 — 

31. Le sole canzoni tuttavia, delle quali non soltanto 
l'argomento ma anche l'origine fosse popolare, erano in 
volgare. Lingua della scrittura era pur sempre il latino 
letterario; e in questo, per quanto rozzo e con frequente 
involontaria immistione dell'elemento volgare, sono pa- 
recchie canzoni destinate al popolo che ci rimangono di 
quella età. Tale è il canto sulle lodi di Verona, dei tempi 
di Re Pipino, publicato dal Maffei; tale il laio in morte del 
conte Erico, a un di presso della medesima età ; tale quello 
del principio del secolo X, col quale si eccitano i Mode- 
nesi alla diligente guardia delle mura della città. E a di- 
mostrare r indole popolare di questo cantico , sebbene 
scritto in latino letterario, gioverà qui riferirne almeno i 
primi e gli ultimi versi. 

« tu qui servas armis ista moenia, 
Noli dormire, monco, sed vigila. 
Dum Hector vigil extitit in Troia, 
Non eam coepit frandolenla Grecia; 
Prima quiete, dormiente Troia, 
Laxavit Sinon fallax claustra perlida. 



Fortis Juventus, virtus audax bellica, 
Vestra per muros audiantur carmina, 
Et sit in armis alterna vigilia, 
Ne fraus hosliUs haec invadat moenia. - 
Resultet echo comes: Eia, vigila; 
Per muros Eia dicat Echo vigila. 

32. Assai tardi crediamo essersi in Italia scritto di 
proposito deliberato alcuna cosa in volgare. Siccome l' in- 
segnamento della scrittura e quello di un quantunque 
rozzo latino letterario andavano di pari, dapprima la de- 
cadenza del latino portò la decadenza anche della scrii- 



— 33 — 
tura. Siamo d'avviso, che il primo uso sciiUo del volgare 
siasi fatto da persone idiote, aventi qualche conoscenza 
dei soli primi rudimenti della scrittura e perciò ignare del 
latino, ed alle quali tuttavia occorresse di porre, a loro 
od altrui memoria , alcuna cosa in iscritto. Dapprima questi 
pure intendevano certo di scrivere per grammatica; ma 
per imperizia v' inserivano in tal copia le forme ed i vo- 
caboli loro volgari , che al leggente doveva rimaner dubio, 
in quale dei due idiomi fosse lo scritto. In tale forma 
sono parecchie iscrizioni, o sepolcrali o d'altro, anche di 
tempi posteriori; in tale forma senza fallo si tenevano le 
note e memorie domestiche e quelle di commercio; e tali, 
per simile motivo, già nel primo secolo dell' impero ve- 
diamo essere parecchi dei grafiti di Pompei. Gol volger 
del tempo non dovette mancare chi, fatto piiì ardito, si 
avvisò di redigere queste note e memorie deliberatamente 
in volgare; ma anche allora, per inveterata consuetudine, 
vi s'innestavano spesso parole latine, particolarmente la 
formola iniziale coli' invocazione , e la finale colla data. 
Infine non dovette mancare, e, come è dimostrato da un 
esempio che ne rimane del secolo XI (| 41), non mancò 
chi mettesse in iscritto in volgare alcuna poesia d' indole 
popolare o religioso. 

33. Ma dj questi primi tentativi, anteriori alla crea- 
zione della lingua italiana, di scritti volgari, non rimasero 
che scarsi avanzi; per la maggior parte essendo tali scritti 
d' indole afifatto privata e temporanea, e non destinati alla 
posterità. I pochi che ne venne fatto di raccogliere cre- 
diamo doverli dare qui riuniti ; tanto più che appartenendo 
a varie parti d' Italia , riescono utili a darne un' idea, seb- 
bene imperfetta, della varietà dei dialetti già a quel tempo. 
Non riferiremo, bene inteso, quelli che giudichiamo di sin- 
cerità meritamente contestata, come le Carte Corsicane 
edite dal Muratori. Similmente non addurremo gli Ordì- 

Voi. VII, Parte II. 3 



__ 34 — 

namenti e consueliidiue di mare di Trani del 1063; poi- 
ché, quantunque io creda probabile, nonché possibile, che 
non siano un volgarizzamento dal latino ma scritti origi- 
nalmente in volgare, tuttavia solo può rendercene certi 
l'esame dell'antico manoscritto, il quale si asserisce che 
ancora or fa pochi anni si trovava nell'archivio munici- 
pale di Fermo; e quantunque si vogliano supporre scritti 
dapprima in volgare, non v'ha dubio, che l'edizione del 
1507 li rappresenta rimodernati, e non nella rozza loro 
forma primiera (1). Neppure addurremo alcuno dei nume- 
rosissimi documenti che si vollero scrivere in latino lette- 
rario, nei quali, in maggiore o minor copia, sono inse- 
riti modi vocaboli volgari; il che nei contratti avveniva 
principalmente nell' indicare i limiti dei predii. Noi qui 
intendiamo riferire quei soli documenti qualsiasi, che fino 
ai primi decennii del secolo XII furono scritti col propo- 
sito deliberato che fossero in volgare; omettendo soltanto 
quelli conservatici nel Memoriale di Gomita di Orrù, dei 
quali riserviamo ad altro tempo e luogo la trattazione. 
I rimanenti, essendo in piccol numero, riferiremo per 
intero, secondo l'ordine delle province, cominciando dal- 
l' Italia superiore. 

34. Non mi é nota alcuna iscrizione volgare di questa 
età, che appartenga alla Lombardia; e siccome nessuna 
ne arreca neppure il Cantù nella sua Memoria Sull'ori- 
gine della lingua italiana (Napoli, 1865), crediamo poter 
asserire, che nessuna se ne conosce. 



(I) Veggasi Di Gherardo da Firenze e di Aldohrando da Siena, e 
delle origini del volgare illustre iluliano; Memoria del e. Carlo Vesme; 
Torino, presso li eredi Bocca, 1866, § 52. 



— 35 — 
35. Una ne rimane nel Friuli Venelo, dell'anno 1103; 

m. CHI. xp. dni. fo chome 
n. oat lo top. de. recliis 
lo primo di de gugno 
pieri. et oni' so fradi d'yia. 

Della quale iscrizione cosi parla il conte Roberto De 
Visiani in alcuni suoi appunti inediti sulle antiche iscri- 
zioni venete. « Questa iscrizione, che sembraci la più an- 
» tica di quante italiane scolpite in pietra sieno state finor 
» publicate, leggesi tuttora, incisa rozzamente ed a grandi 
» caratteri, in un masso sovraposto alla porta del vecchio 
» campanile d' una povera e piccola borgata detta Redùs 
» (Hacchiuso) nel Comune di Attimis, poche miglia lon- 
» tano a settentrione dalla città di Udine nel Friuli. È 
» scritta neir idioma che parlavasi in questo paese nel 
» principio del secolo XIII, e che parlavisi tuttavia. Fu 
» stampata e dottamente illustrata dal eh. prof. ab. Jacopo 
» Pirona in un opuscolo intitolato : Attinenze della lingua 
» Friulana date per chiosa ad una iscrizione del MCIJI, 
» senza indicazione di luogo od anno, di stampa, in 8°, di 
n pag. XL 

» Notisi col detto illustratore, in iscrizioiìe sì antica, 
» l'anno dell'era segnato colle sigle consuete; la virgo- 
» lette (cedille) pel rammollimento del q innanzi alle vo- 
» cali piene, che fu in uso nelle vecchie scritture friulane, 
» e perdura oggi principalmente nella spagnuola ; la voce 
» maschile tor che non segue il feminile come nell'ita- 
» liano e latino ; il venezianismo primo di cugno in luogo 
» del friulano prim di Cugn; si noti infine il nome del 
» paese dei costruttori, nome, come altri friulani, di de- 
» sinenza gallica tronca in a o in ae, il quale avendo 
» assorbito replicatamente le prefisse del secondo e sesto 



— 36 — 

» caso, invece d' Vjd oggi suona D'Ejà, ed è T antico 
» Adeliaciim. » 

36. È celebre i' iscrizione ritmica l'errrarese, publicata 
per la piima volta Tanno 1713 dal Baruffaldi nella se- 
guente forma: 

« Il mile cinto trempta cinque nato 
Fo questo tempio a Zorzi consecralo; 
Fo Nicolao scolptore, 
E Gliemo fo lo auctore. » 

Ma r Affò, che fece accurate ricerche su questa iscri- 
zione, che dapprima reputava spuria, e della sincerità 
della quale ebbe poi pienamente a convincersi, ci fa co- 
noscere, che tale era bensì l' iscrizione quando il Baruffaldi 
la trascrisse e disegnò poco prima che Parco dell'aitar 
maggiore, dove era in mosaico, fosse demolito ; ma che non 
era quello il suo tenore primitivo, e che in tal forma era 
stata rifatta l'anno 1572 in occasione di restauri a quel- 
l'arco ed al tempio in molta parte rovinoso pel terre- 
moto avvenuto l' anno precedente. Il testo dell' iscrizione 
antica, ossia quale era prima del restauro, fu ritrovato 
fra i manoscritti del dottor Giuseppe Masi, missionario 
del Duomo di Ferrara; ed è del tenore seguente: 

II mile cento trenta cenque nato 
Fo questo tempio a S. Gogio donato 
Da Glelmo ciptadin per so amore; 
E ne a fo lopera Nicolao scolptore. 

Devesi notare, che l'anzidetta iscrizione non è nel 
pretto volgar ferrarese, ma che vi si vede il proposito 
di scriverla con forme letterarie. 

37. La seguente iscrizione è importante principal- 
mente perchè toscana, ossia di quel volgare, dal quale 
alcun tempo dopo nacque la lingua italiana. 



— 37 — 

Domino Lamberto, arcipreite filio quodam Berìte, et 
Gaudio preite et cantore, et Villano quodam Martini, 
fìdeiconmissari quodam Donnuccii dicti Bello, filii con- 
dam Ardovini, per rimedio dell'anime loro e dello dicto 
Donnuccio diedero la casa là w' è losspitale fondato. In 
a{nno) D{omini) m. Ix. u, VI° kalendas madii, indi- 
zione III. 

L'autenticità, o a meglio dire l'antichità, di questa 
iscrizione, publicata per la prima volta dal Barsocchini 
l'anno 1830 da un antica pergamena dell'archivio Luc- 
chese, fu di recente combattuta e difesa (1). Gli ultimi 
argomenti da me recati e il dato facsimile fecero pur fare 
un passo alla questione; fu cioè dallo stesso strenuo op- 
pugnatore, il sig. Leone Del Prete, riconosciuto in quella 
scrittura il carattere di una iscrizione ; sebbene ei continui 
d'avviso, che fu posta o volutasi porre non dagli stessi 
fidecommissarii di Donnuccio, ma in tempi posteriori. Ei 
persiste nell'avviso, che la fondazione dell'ospedale debba 
riferirsi non all'anno 1065, ma sì all'anno 1079, nel 
quale da un documento dell'archivio di Stato Lucchese 
sappiamo di una casa acquistata ad uso di ospedale da 
persone al tutto diverse ; laddove io credetti e credo, che 
questo secondo documento si riferisea non alla primitiva 
fondazione dello spedale, ma ad un acquisto posteriore; 
r iscrizione poi contendo essere stata posta dopo la morte 
di Donnuccio (che era ancor vivo l'anno 1067) da' suoi 
fidecommissarii, ma altrove, non sulla casa donata. Diamo 



(1) Del Prete, Scrittura volgare lucchese del 1268 (Propugnatore, 
IV, I, 241, e 251-259): Vesme, Di alcune iscrizioni volgari toscane 
ilei secoli XI. XII e XIII {Propugnatore, V, I, 7-13); Del Prete, Sopra 
una supposta iscrizione volgare Lucchese dell anno 1865 {Propugna- 
tore, V, ì, 256-277); Vesme, Intorno ad un antico documento volgare 
Lucchese {Propugnatore. V, li, 409-422; col facsimile dell'iscrizione). 



— 38 — 
in Nota al presente Capitolo la lettera, colla quale il Del 
Prete svolge i suoi argomenti. 

Resta a notare come la presente iscrizione, della 
quale la parte principale è in volgare, ha tuttavia quel- 
r intromissione di parole latine, della quale abbiamo par- 
lato; e che anzi, come la maggior parte degli scritti an- 
tichi, anche nella parte volgare non è al tutto immune 
dall'influenza del latino. Ritiene tuttavia alcune forme 
appartenenti al volgare toscano non ricevute dalla lingua 
italiana, come prette e arcipreite; e nominatamente los- 
spitale, pe'^ lo spitale con raddoppiamento della conso- 
nante iniziale del secondo vocabolo. 

38. Di poco momento, ma tuttavia da non omettersi 
in questo luogo, si è l' iscrizione, già più volte publicata, 
che si leggeva alla fortezza della Verruca : A dì dodici di 
gugno MCIII. 

Anche di questa molti contestarono T autenticità; non 
con altro fondamento, che l'andazzo di rifiutare come 
spuria ogni cosa antica volgare. 

39. In Roma nei sotterranei , avanzo dell' antica chiesa 
di San Clemente, stata distrutta l'anno 1084 con gran 
parte della città da Guiscardo chiamato co' suoi Normanni 
e Saraceni da Gregorio VII a ridurla all' obedienza , sono 
parecchie antiche pitture con iscrizioni, una volgare, le 
altre latine. In una di esse, del principio del secolo XI, è 
ritratto Sisinnio col braccio teso e il dito alzato verso il 
Santo e i suoi compagni condannati ai lavori: le parole 
del comando sono scritte nel volgare nel quale erano 
proferite. Ad uno che di dietro facendo leva con un palo 
spinge una colonna : Falite dereto co lo palo, carvoncelle; 
ad un altro in mezzo: Albertel , trai; a due che dinanzi 
traggono la colonna con una fune : Fili de le pule, traile. 

40. Due fra i piìi antichi documenti che ci rimangano 
in un volgare italico appartengono alle province dell' an- 



— 39 — 

l'antico Regno di Napoli, anzi ambedue a Montecassino ; 
ambedue d'incontestabile sincerità, e che sono, fuori di 
quelli conservatici nelle Corte di Arborea, l'uno il più 
antico brano in prosa, l'altro la piìi antica poesia che 
ci rimanga in volgare. Il primo, anzi, il solo esempio 
anteriore al mille , di un intero concetto deliberatamente 
espresso in un volgare italico, ci fu conservato in una 
carta originale dell'archivio di Montecassino, dell'anno 960, 
contenente un giudicato o placito di Aregiso giudice; in 
favore di quel monastero, per una lite di confini. In quel 
placito, che nel resto è interamente in lingua latina, si pro- 
pone ai testimonii, che testificando dicant : « Sao che chelle 
» terre per chelle fini ke ki contene, per trenta anni le 
» passette parte sancii Benedicti; » ed i tre testimonii, 
i quali erano chierici, caduno a sua volta ripete la testi- 
monianza. 

41. In un codice di Montecassino, contenente parec- 
chi scritti dell'antico e del nuovo testamento, e che il 
Tosti riferisce con certezza al secolo XI (e difatti è in 
carattere al tutto conforme ad altri codici Montecassinesi 
di data certa, per esempio al celebre codice ora Gavense 
delle Leggi Langobardiche scritto tra l'anno 1004 e il 
1014) leggesi a pag: 103 (1) una lunga canzone volgare, 
che già due volte fu publicata: dapprima dal Federici, 
nella Storia degli Ipati di Gaeta; poscia dal Tosti, nella 
prefazione al Dante di Montecassino; ma, a motivo della 
sua difficoltà ed oscurità, fu trapassata sotto silenzio dagli 
scrittori , che di proposito trattarono delle antiche nostre 
cose volgari. Dopo non lieve studio e fatica, ajutato anche 
dal consiglio di amici, credo di essere riescilo a compren- 



(i) A cortese communicazione del P. Tosti debbo questi ragguagli, 
ed alcune rorrezioni alla lezione nel lesto della canzone. 



— 40 — 

derla ed interpretarla quasi nella sua interezza; di alcuni 
pochi passi che rimangono dubii od oscuri , forse ad altri 
verrà fatto di dare più chiara o più vera interpretazione. 
— Il testo della poesia viene qui dato senza mutarne 
lettera; soltanto disgiungendo le parole ove sono unite 
come è frequente uso negli antichi testi a penna; ed ap- 
ponendo ai luoghi loro i consueti segni ortografici. A lato 
aggiungiamo la traduzione letterale italiana. — Avvertiamo 
inoltre, che nella parte a dialogo il luogo dove passa a 
parlare l'uno o l'altro interlocutore suole nel codice 
essere distinto con iniziale majuscola. 



Eo, Sinuori, s'eo fabello, 

lo vostru audire compello; 

de questa vita interpello, 

et dell'altra bene spello. 

Poi k'en altu m' encastello , 

ad altri bia renubello, 

et me becedo flagello; 

et arde la candela sebe libera, 

et a 'Uri mustra bia dellibera ; 

et eo, sence abbengo culpa lactio, 

por tebe luminaria factio. 

Tuttabia me 'nde abbi batio ; 

eddico 'nde quello ke e' sactio 

c'alia Scrlptura ben' è placio. 

Ajo nova dieta per fegura, 
ke de materia nosse trasfegura, 
eccoli' altra bene s'afl'egura 
la fegur'a desplanare; 
ka poi lo bollo pria musirare. 

Ai! dunque pentia nuli' omo fare 



/o, signori, s'io favello, 

il vostro udire richieggo : 

di questa interpello, 

e dell'altra bene parlo. 

Poi eh' in alto m' incastello , 

ad altri la via r innovello , 

e me vincendo flagello; 

e la candela arde sé libera (1), 

e ad altri mostra la via libera; 

e io, sebbene abbia di colpa laccio, 

per te lume faccio. 

Tuttavia abbimene un bacio (2); 

e dicone quello che io saccio 

eh' alla Scrittura è beneplacito. 

Ho nicovi detti per figura, 
che dalla materia non si discorda, 
e coli' altra bene si conviene 
a spiegare la figura; 
che poi lo voglio pria mostrare. 

Ahi! dunque pente nuli' uomo di fare 



(1) Cioè non posta sub modio 

(2) siimine grato. 



— 41 



questa bita, regnare, 

deducere, deportare? 

Mori' è non guita gustare, 

e' umqua de questa sia pare. 

Ma tantu questu mundu è gaudebele, 

kell'unu ell'altru face mescredebele. 

Ergo ponete la mente, 
la Scriptura comò sente. 

Ca lasse mosse d'oriente 
unu magnu vir prudente ; 
et un altru occidente. 
Fori junt'in albescente, 
addemandaru de presente; 
ambo addemandaru de nubelle; 
l'unu ell'altru dicu se nubelle. 
Quillu d'oriente pria 
altia l'occhi, s'illu spia; 
addemandaulu tuttabia 
corno era , corno già. 

« Frate meo, de quillu mundu bengo, 
locu felo , et ibi me combengo. » 

Quillu, auditu su respusu 

cuscì bonu 'd amurusu , 

dice: « Frate, se di' l'oso, 

non te paira despeclusu 

(ca multu fora colerusu) 

tia fabellare ad usu. 

Hodiemai più non andare, 

e' alte bollo multu addemandare. » 

« Serbire', semme dingi commandare. » 



questa vita, regnare, 

menar via, deportare? 

Morte è non gustar vita 

che mai di questa sia pari. 

Ma tanto questo mondo è godevole, 

che l'uno e l'altro fa miscredevole (1). 

Dunque ponete la mente j 
la Scrittura come sente. 

Che là si mosse d'oriente 
un grand' uomo prudente, 
ed un altro d'occidente. 
Fuori giunti in suW albeggiare 
addomandarono incontanente; 
ambedue addomandarono di novelle; 
l'uno t l'altro dicono le sue novelle. 
Quello d'oriente pria 
alza gli occhi, se lo spia, 
addomandollo tuttavia 
come era, come già. 

Occidentale 

€ Frate mio, da quel mondo vengo, 
luogo fello , ed ivi mi ritrovo^ » 

Orientale 

Quello, udita la risposta 
così buona ad amorosa, 
dice: « Frate, se dir l'oso, 
non ti paia cosa dispettosa 
(che molto sarebbe cosa collerosa) 
te favellare familiarmente- 
Oggimai più non andare, 
che ti voglio molte cose addimandare. » 

Occidentale 

« Ti servirò, se mi degni comandare. » 



(1) il male di questa vita e il bene dell'altra. 



42 — 



« Boltier' audire' nubelle 
d'esse toe dulci fabelle, 
unde sapientia spelle; 
dell'altra bene spelle. » 



« Certe, credotello, frate, 
ca tuli' et beritate. » 



« Una caosa me dicale 
d'essa bostra digniiate. 
Poi ke 'n tale destrittu stale, 
quale bita bui menale, 
que bidande mandicate? ^ 

Abele bidande cosci amorose^ 
corno queste nostre saporose? » 

« Ei, parabola dissensala, 
quanto male fui irobata! 
Obe, belli, n'ai nucata 
tia bibanda scelerata? 
obe l'ai assimilala? 
Bidanda emo purgala, 
da Beniiiu preparata; 
perfecla binja piantala, 
de tuliu lempu fructata. 
En qualecumqua causa delectamo. 
Tutta quella binja eo trobaio; 
eppure de bedere (1) ni saliamo.» 

« Ergo non mandicate? 
Non credo ke bene ajale. 
Homo ki non bebé ni manduca 



Orientale 
« Volentieri udirei novelle 
da este tue dolci favelle, 
onde sapienza parli; 
dell'altra {vita) bene parli. » 

Occidentale 

« Certo, credatelo, frate, 
poiché tutto é veritate. » 

Orientale 

« Una cosa mi diciate 
di questa vostra dignità. 
Poiché in tale distretto slate, 
quale vita voi menate, 
quali vivande manducate? 
Avete vivande così dilettevoli , 
come queste nostre saporose? » 

Occidentale 

« Ahi, parola dissennata, 
quanto male fosti trovata ! 
Dove, bellino, ti hai posto nella nuca 
tua vivanda scelerata? 
dove V hai paragonata? 
Vivanda abbiamo purgata, 
da Benedetto preparata; 
perfetta vigna piantata, 
in ogni tempo fruttifera. 
In ogni cosa ci dilettiamo. 
Tutta quella vigna io lavoro; 
eppure di vedere (1) non ci saziamo. « 

Orientale 

« Dunque non manducate? 
Non credo che bene abbiate. 
Uomo che non beve né mangia 



(1) Pare doversi correggere nel testo bebere, e tradurre bevere. 



43 — 



non sactio comunqua se doduca, 
ni 'n quale vita se conduca. » 

« Dunqua temere' scollare 
lue, quelle bollo inustrare? 
Se lu sai judicare, 
lebe stissu niello allaudare. » 

« Credi, non me belare 
lu mello , eia te 'nde pare. » 

« Homo ki fame unqua non sente, 
non è sili ente: 

qued a bisonju, lebe saccente, 
de mandicar e de bibere niente? « 

« Poi ke in tanta gloria sedete, 
nnllu necessu n' abete; 
ma quantunqu' a Deu pelile 
tulio lo 'm balia lenite ; 
et in quella forma bui gaudete, 
Angeli de celu sete. i> 



non so come si sostenga, 

né in quale vita si conduca. » 

Occidentale 

« Dunque temeresti ascoltare 
tu, ciò che ti voglio mostrare? 
Se tu sai giudicare, 
te stesso metto a rendere il lodo. » 

Orientale 

« Credi, non mi vietare 
il meglio, sia qual ti pare. » 

Occidentale 

Uomo die fame mai non sente, 
né é siziente. 

che ha bisogno, a tuo giudizio, 
di mangiare e di bevere niente? 

Orientale 

Poiché in tanta gloria sedete, 
nulla necessità ne avete; 
ma qualunque cosa a Dio chiedete., 
tutto ciò in balìa tenete; 
e in quella forma in che voi godete. 
Angeli del cielo siete. 



NOTA 

AL Capitolo II, | 37 



LETTERA 

DELL' AVV. LEONE DEL PRETE 
AL CONTE CARLO BAUDI DI VESME 



Nelle dispute letterarie accade sovente, che gli animi 
de' contendenti si accendano e si appassionino : allora non 
pili si espongono, si esaminano e si discutono pacatamente 
ed urbanamente le ragioni hinc et illinc, ma invece di 
ciò si scambiano ingiurie e villanie, e qualche volta si 
venne perfino alle mani; né, pur troppo, ho bisogno di 
recare esempi antichi e moderni di simili vergognosi ec- 
cessi. Ma questo (e lo dico con molta compiacenza) non 
è avvenuto, né poteva, né potrà mai avvenire nella disputa 
sorta fra noi. Quanto a me all'opposto in cambio di ran- 
core e disgusto ha fruttato sodisfazione grandissima; im- 
perocché debbo a questa disputa la fortuna di aver fatto 
la sua personale conoscenza , di aver potuto meglio cono- 
scere non solo la sua vasta dottrina, ma anche le altre 
belle doti dell'animo suo, e che gli animi nostri siensi 
intesi; insomma, se mi é permesso dirlo, debbo a questa 
disputa se ho imparato ad amarla, oltre a stimarla di più. 

E qui voglio dichiararle, che fra gh altri tratti della 
sua squisita gentilezza non dimenticherò mai la dimostra- 
zione di piena fiducia datami fino sulle prime, quando 
appena mi conosceva, coli' inviarmi e rilasciarmi in depo- 
sito per un tempo non breve quei preziosi codici e fogli 



— 45 — 

volanti da lei posseduti , che sono paite delle controverse 
Carte Arboresi, onde a bell'agio li esaminassi, e P animo 
mio, che trovavasi assai titubante e perplesso intorno alla 
legitimità di esse, fosse messo in grado di formarsi una 
convinzione o per un lato o per l'altro. — Come le 
manifestai schiettamente con altra mia lettera, dietro tale 
esame dovetti chiamarmi convinto dell'autenticità delle 
carte suddette, e dare piena ragione a V. S., che viril- 
mente e dottamente l'avea sostenuta; quantunque con 
questo mi trovassi costretto a rinunziare a dottrine e idee 
succhiate col latte, in specie circa lo storico svolgimento 
della lingua e letteratura nostra. 

Ora volendole palesare con uguale schiettezza l' animo 
mio circa la piccola disputa vertente fra noi, neppure 
dopo le sue ultime deduzioni posso cambiare opinione 
sulla età del documento proveniente dallo spedale di San 
Luca di Lucca , già più volte publicato nel giornale 11 Pro- 
pugnatore, e poco fa da Lei anche a facsimile nell' ul- 
tima dispensa del caduto anno 1872. 

Per amore di brevità ridurrò la questione a un punto 
solo, che credo capitale, e tralascio gli altri argomenti che 
considero come sussidiar] e amminicolari. 

Io diceva nel precedente mio scritto, che il docu- 
mento controverso è un ammasso d' errori e d' inesattezze, 
e che in conseguenza non può ritenersi per sincrono, ma 
d'età molto posteriore alla data che porta: questo torno 
a ripetere; mentre gli argomenti da V. S. dedotti in con- 
trario, che chiamerò ingegnosi, non mi rimuovono punto, 
anzi mi confermano sempre più nella mia opinione. 

Ella intende sostenere, che la fondazione dello spe- 
dale sia cosa diversa dalla dazione della casa, ove lo spe- 
dale stesso fu fondato; e che la data del 1065, segnata 
nel documento controverso, si riferisca alla fondazione; e 
che la dazione della casa là ti' è fondato lo stesso spedale 



— 46 — 
fosse fatta in anno posteriore, a noi ignoto, dai fidecom* 
missarj di Donnuccio. 

Secondo il mio modo di vedere, i fidecommissarj di 
Donnuccio non poterono dare la casa ov'è fondato l'o- 
spedale in un anno posteriore; e questa è per me cosa 
assai chiara. 

Ed in vero, questi fatti convien ritenere per indubi- 
tali: 1." che nel 1065, anzi anche nel 1067, Donnuccio 
era vivo, e questo apparisce da documenti autentici incon- 
troversi ed incontrovertibili; 2." che la casa ove fu fon- 
dato l'ospedale fu data nel 1079 da persone che niente 
hanno che fare con Donnuccio. 

Ciò posto, il datale del documento 1065 è assoluta- 
mente erroneo; e comunque si rigiri la cosa, non potrà 
mai farsi combinare né colla fondazione dello spedale, 
che non può precedere l'anno 1079, e molto meno colla 
dazione della casa ov'è fondato, la quale, giusta il suo 
supposto, che credo affatto erroneo, non sarebbe slata 
contemporanea o precedente, ma posteriore all'atto di 
fondazione. 

Ho poi chiamato erroneo siffatto supposto, imperoc- 
ché uno spedale non è un ente astratto che possa sussi- 
stere in aria, ma la sua fondazione, anche in senso giuri- 
dico, porta con sé la dazione del fondo ove deve esistere. 
Rifletto anche, che noi dobbiamo trasportarci in pieno 
medio evo, in cui gli spedali erano considerati come luo- 
ghi pii, e soggetti alla giurisdizione ecclesiastica. Or, se 
non prendo abbaglio, la fondazione di uno spedale in 
quei tempi portava con sé il contemporaneo passaggio 
del possesso e del dominio del fondo, ove l' ente era fon- 
dato, neir ente stesso, e senz' altro ne diveniva subito pa- 
drone. Pertanto, sotto qualunque aspetto consideri la cosa, 
mi riesce sempre inconcepibile che uno spedale sia fon- 
dato in un anno, e in un tempo posteriore sia donata la 
casa ove fu fondato. 



~ 47 — 

Osserverò inoltre, che a questo suo concetto repugna 
e vi resiste evidentemente la dizione del documento, e, 
se mi è lecito esprimerle francamente il mio pensiero, 
lo trovo ribelle alla logica e alla grammatica. Il docu- 
mento non dice già che i fidecommissarj di Donnuccio 
diedero la casa ove fu. fondato l'ospedale nel 1065; ma 
dice: diedero la casa dov'è fondato l'ospedale nel 1065. 
Cotesto modo d'esprimersi esclude affatto il concetto, che 
quel datale debba riferirsi all'atto di fondazione; perchè 
trattandosi d'un atto passato, e precedente alla dazione, 
avrebbe dovuto dirsi fu. e non è. In altri termini, il 
significato di quelle espressioni non può esser che questo : 
« Nel 1065 i fidecommissari di Donnuccio diedero la casa 
dov'è fondato l'ospedale. » Tale è il senso che conviene 
necessariamente dare a qualunque consimile proposizione 
voglia figurarsi, e che sia retta da un verbo transitivo 
attivo. Cosi, per esempio, se dico: « Il figlio pose una 
lapide dov'è sepolto il padre nel 1870 » ; « I Lucchesi 
diedero la campana permettersi dov'è fabbricata la torre 
nel 1800 » : dovrò sempre riferire la data all'atto di dare 
la campana e di porre la lapide. La cosa mi sembra di 
tale evidenza, che non meriti spenderci sopra altre parole. 

Pertanto il datale 1065, per le cose che ho osser- 
vale, non potendo dirsi che combini né colla fondazione 
dello spedale, né colla dazione della casa ove fu fondato, 
io lo ritengo indubitatamente erralo; onde quel docu- 
mento deve essere molto posteriore ai fatti che narra, e, 
come già dissi nei miei precedenti scritti, dev'essere fa- 
bricato sopra tradizioni alterate , o sopra altri documenti 
che non si seppero intendere. 

L'essere poi il documento scritto in carattere non 
corsivo ordinario, ma majuscolo, quale appunto si usa 
nelle iscrizioni, può spiegarsi in mille modi. Potrebbe 
essere che quella pergamena fosse destinata a stare ap- 



— 48 — 
pesa a guisa d' iscrizione nello spedale , o che fosse un 
modello d' un iscrizione che si intese di fare, e che forse 
fu anche fatta, o può anche essere che sia copia d'i- 
scrizione scolpita in una pietra ; ma qualunque sia la sup- 
posizione che si faccia , sarà sempre vero che V originale 
debbe essere stato scritto in tempo assai più recente dei 
fatti che erroneamente enuncia. 

Non volendo continuare ad occupare il publico in 
una controversia, che ha la sua importanza, ma che non 
credo tale da destarne T attenzione e T interesse, ho voluto 
lasciare a Lei ultimo la parola, e conoscerà così che non 
sono né piccoso ne presuntuoso. Solo ho voluto fare a 
Lei conoscere riservatamente, che non mi mancavauo ra- 
gioni da controreplicare; rilasciandole però facoltà di fare 
quell'uso che crede di questa lettera. 

Con questo fo punto, rinnovellandole le proteste della 
maggiore stima e osservanza, e dichiarandomi 
Lucca, 3 febrajo 1873. ^ 

Suo dev.mo a/f.mo 
L. Del Prete. 



Capitolo III. 

Ox*ie:ine della lingfiia italiana. 
GI-}iex*ar>(lo e la sua scuola. 

42. Nel corso del secolo XI erasi, dall'Alpi fino al- 
l'estrema Sicilia, mutata al tutto la condizione d'Italia, 
quale avevala fatta la conquista dei barbari. Ferveva in quel 
secolo pili che mai viva la lotta tra i pontefici e l'impe- 
ro; lotta alla quale aveva preso parte l'Italia tutta. Ma 
questa lotta medesima non era che manifestazione ed 
effetto di evenimenti anteriori. Dapprima l' incoronazione 
di Garlomagno ad imperatore d'Occidente fatta dal papa, 
accettata come legitima dall' imperatore stesso e da tutto 
l'occidente, aveva fatto sì che fosse riconosciuto nei papi 
il diritto d'incoronare gl'imperatori. I papi da questo 
diritto, e inoltre quali Vicarii di Cristo in terra, trassero 
la pretesa di poterneli similmente spogliare se ribelli alla 
Chiesa. Per altra parte gl'imperatori, appunto in questa 
loro qualità, vantavano diritto su Roma, che fino a quel 
tempo, sebbene oramai quasi soltanto di nome , aveva 
appartenuto agi' imperatori Greci , e che di fatto si gover- 
nava dai potenti della città, e dai pontefici. 

43. A queste antiche e costanti cause di dissensione 
un'altra gravissima se n'era aggiunta nell' Italia superiore, 
e in alcuni luoghi dell' Italia centrale. A differenza di 
quanto erasi praticato nei primi tempi della conquista dei 
Franchi, il reggimento non solo dei luoghi minori, ma 
delle città e d'intere province, aveva, per la debolezza dei 
successori di Carlomagno, preso indole interamente feudale. 
Parecchi fra i re d' Italia che succedettero ai Carlovingi 
furono essi medesimi signori feudali , la cui autorità si 
trovò di continuo combattuta dagli altri signori. Per isvel- 

Vol. VII, Parte IL 4 



— so- 
lere il male dalla radice i Berengarii dapprima, e poscia 
pili ampiamente gli Ottoni, si appigliarono al partito di 
spogliare, ogni qualvolta fosse loro possibile, quei signori , 
e di dare nominatamente le città elemento principale di 
potenza, in feudo non più a secolari , ma ai vescovi , come 
quelli che piìi non erano in grado di contrastare ai prin- 
cipi ed aspirare ad occuparne il seggio, sia perchè, non 
tramandando la loro autorità di padre in figliuolo, abbi- 
sognavano dell'investitura ad ogni nuova elezione, sia 
perchè ognuno d'essi più non poteva, come i feudatarii 
secolari, raccogliere sotto il suo dominio più città e cre- 
scere così soverchiamente in potenza. 

44. Tali concessioni dei diritti comitali ai vescovi con 
questi che presero nome di privilegi ò' immunità com- 
prendevano quasi tutti i diritti della sovranità. « Libera- 
» litas nostri imperii » (trascriviamo la parte dispositiva 
di uno di tali privilegi) « donavit in perpetuum totum 
» comitatum, cum omnibus castellis, villis, piscationibiis, 
» venationibus, silvis, pratis, pascnis, aqiiis aquarumque 
» decursibus, et cum omnibus publicis pertinentiis , 
» cum mercatis, cum omnibus teloneis, et cum omnibus 
» publicis fanclionibus ; ut , remota omnium hominum 
» contrarietate, liberam habeat potestatem placitum tenen- 
» di, legem omnem faciendi, omnem publicum hono- 
» rem, omnem piiblicam potestatem, omnem publicam 
» actionem et omnem publivam redditionem habendi, exi- 
» gendi, et secundum propriam voluntatem et potestatem 
» judicandi, et omnem potestatem et omne dominium 
» publicum quod ad nos pertinuit. » 

45. Gì' investiti delle chiese e dei monasteri divenuti 
così feudatarii dell' impero , come tali dovevano prestare 
omaggio all' imperatore e riceverne T investitura ; preten- 
devano anzi talora gl'imperatori aver parte nell'elezione. 
Simile diritto pretendevano in occasione delle elezioni dei 



— ol — 

pontefici; e fu anzi con elezioni falle per tal modo, che 
verso la metà del secolo XI, si pose termine allo scandalo 
dei pontefici fatti e disfatti da tumulti popolari, e dalla 
potenza dei conti Toscolani. I papi, costretti da due secoli 
e mezzo ad invocare ad ogni tratto contro la popolazione 
di Roma e contro le fazioni, che la dividevano Tajuto de- 
gl' imperatori , non potevano impedire questo loro fram- 
mettersi nelle cose ecclesiastiche; oltreché l'aumento di 
potenza e di ricchezza che veniva alle chiese da tali con- 
cessioni distoglieva dal far sorgere difficoltà, per le quali 
la nuova ricchezza e potenza si scoprisse incompatibile 
con r ecclesiastico ministero. 

46. Ma il disordine e gli abusi di ogni genere erano 
cresciuti a tale, che più non si poteva differire il rimedio. 
Dapprima papa Nicolò II, già vescovo di Firenze, mutò 
il modo dell'elezione dei papi (1159), commettendola ai 
soli cardinali, ossia ai paroci e vescovi della città e su- 
burbicarii; sottraendola cosi alle fazioni popolari e all'in- 
gerenza degl' imperatori, dei quali tuttavia continuò a con- 
siderarsi come necessaria la conferma. Morto papa Nicolò 
(1061), gli fu eletto successore Alessandro II vescovo di 
Lucca; il quale non avendo chiesto la conferma dall'im- 
peratore (era allora Arrigo IV), questi fé' eleggere un 
antipapa. Alessandro non solo resistette, ma si diede a 
combattere il diritto degl' imperatori nell' investitura dei 
vescovi; volendo non solo che questa non si facesse dal- 
l'imperatore coir anello e col pastorale, simbolo dell'au- 
torità spirituale, ma che l'investitura ecclesiastica prece- 
desse quella che si facesse dalT imperatore. Per questo, 
e generalmente per la preponderanza che si disputavano 
la Chiesa e l' impero, nacque una lotta che pose sossopra 
tutta l'Italia, finché la tenzone al tempo di papa Calli- 
sto II si terminò (1122) a grado del pontefice. 

47. Durante questa lolla le parti avendo dovuto chia- 



— 52 — 

mare in loiu ajulo le popolazioni, queste si avezzavano 
alle armi, e si ordinavano sotto proprii capi. È da avver- 
tire inoltre, che le elezioni dei vescovi si facevano tuttora, 
secondo l'antico rito della chiesa, dal clero e dal popolo. 
La ricchezza e la potenza, alla quale le largizioni dei cre- 
denti avevano portato i vescovi, resero la dignità episco- 
pale ambita e cercata a gara anche coi mezzi piìi ripro- 
vevoli. Si adoperavano la forza e il denaro; spesso avve- 
nivano scismi doppie elezioni; talora si veniva a lotta 
a mano armata. Il favore dei popoli si comperava colla 
rinunzia o tacila od espressa ad alcuno dei diritti co- 
mitali, e col progressivo loro passaggio in mano dei 
cittadini. I papi avevano mossa fiera guerra a parecchi 
vescovi, che o tenevano per l'impero, od erano eletti per 
simonia, o publicamente di corrotti costumi; i popoli, or 
combattendoli or difendendoli, ne traevano occasione a 
rendersene indipendenti. Così a mano a mano i diritti di 
signoria e quasi di sovranità, che i privilegi d'immunità 
avevano conferito ai vescovi, sul fiinire del secolo XI. o 
sul principio del seguente, erano pressoché tutti e quasi 
per ogni dove passati in mano dei cittadini; restandone 
tuttavia qua e là il nome e qualche avanzo ai vescovi, che 
perciò fm oltre la metà del secolo XII vediamo tuttora 
prender parte ad atti di publica giurisdizione a lato dei 
magistrati municipali, i consoli. Ai comuni poi, sebbene 
tutti continuassero a liconoscere la suprema autorità del- 
l' impero, ne venne di fatto un' indipendenza tanto mag- 
giore, in quanto era avvenuta a poco a poco, in modo 
quasi inavvertito, non per concessione imperiale, ma pel 
corso degli avvenimenti e pel fatto di rivoluzioni interne, 
pel passaggio dei diritti comitali dai vescovi ai cittadini, 
e quasi in ciascheduna città in modi e tempi diversi, si 
in quelle che erano per l' impero , come in quelle che 
tenevano pei pontefici. 



— 53 — 
49, Per altra via avevano conseguito una quasi piena 
libertà d' interno reggimento parecchie città della Toscana, 
e nominatamente Pisa e Lucca, e fors' anche Siena e Fi- 
renze ed altri luoghi. Era la Toscana nel secolo XI sot- 
toposta a' suoi marchesi , succeduti agli antichi duchi Lan- 
gobardi di Lucca; e la loro potenza, che si era estesa 
assai oltre i limiti di quell'antico ducato, li aveva assicu- 
rati contro i tentativi degP imperatori di abbattere i grandi 
feudatari!. Ma l' industria e i commerci avevano oltremodo 
accresciuto la ricchezza e la potenza degli abitanti delle 
città. In alcune di queste, forse in tutte, pare certo che 
nell'esercizio dei loro trafllchi ed industrie la popolazione 
fosse ordinata in compagnie, aventi proprii officiali; o sia 
che tali compagnie fossero sorte per bisogno di difesa nei 
secoli IX e X, ovvero, come più veramente crediamo, 
già antiche, usitale ai tempi dell'impero, avessero sopra- 
vissuto alla conquista langobarda, oscure ed inavvertite. 
Questo è evidente che appunto in tali compagnie , anche 
in Lucca per quanto pare, e certamente in Pisa, e simil- 
mente in Genova, che sotto molli aspetti ebbe vicende 
conformi , troviamo i primi germi del governo interno con 
proprii oflìciali, mentre pure erano tuttora soggette, questa 
ai marchesi Malaspina od al vescovo, quelle ai marchesi 
di Toscana. La ricchezza e potenza particolarmente delle 
città maritime era tale, che in sul principio del secolo XI 
Genova e Pisa poterono cooperare efficacemente alla cac- 
ciala dei Saraceni di Sardigna, e, non il commune Pisano, 
che ancora non esisteva, ma parecchi suoi cittadini otte- 
nervi dominio. Queste compagnie necessariamente erano 
governate da officiali da esse eletti, che fin d'allora pare 
avessero nome di consoli; onde la menzione di consoli 
in Genova circa l'anno 1020, ed in Pisa circa l'anno 1080 
sebbene a quel tempo fosse tuttora sotto la signoria della 
contessa Matilde. 



— 54 — 

49. Morta questa l'anno 1115, lasciando eredi i papi, 
la vasta sua successione fu disputata fra essi e gl'impe- 
ratori. I papi non poterono prendere possesso che di 
piccola parte, che pure fu loro contrastata, della pingue 
eredità; a loro volta i marchesi successori di Matilde a 
nome dell'impero, la potenza dei quali durò tuttavia 
lungo tempo grande in Toscana, vennero dalle città cac- 
ciati od uccisi. Cosi fra i due contendenti si avantaggia- 
rono le popolazioni, quelle almeno delle città, le quali 
rimasero libere da ogni signoria feudale. 

50. Mentre questi fatti si compivano nell' Italia cen- 
trale e superiore; nell'Italia meridionale da lievi principii 
e per opera di semplici avventurieri sorgeva una nuova 
signoria, che mutava al tutto lo stato delle cose in quella 
parte d'Italia: distruggendovi quanto rimaneva della domi- 
nazione bizantina e dei ducati langobardi, riconquistando 
dopo lunga guerra sui Saraceni la Sicilia, e, sotto il titolo 
di Regno concesso dai Papi, riunendo sotto di sé tutta l'I- 
talia meridionale, e formandone quello che per lungo 
tempo per estensione e per popolazione fu il maggiore 
fra gli stati italiani. 

31. In mezzo appunto al compiersi di questi grandi 
rivolgimenti avveniva in Firenze e per opera di un Fioren- 
tino il fatto, al quale andiamo debitori dell'odierna lingua 
italiana: fatto che per una parte era naturale conseguenza 
di questo risorgere dell'Italia a nuova vita; e per altra 
parte se era finora storicamente sconosciuto, era mani- 
festo ne' suoi effetti: nell'essere fra i volgari italiani il 
toscano, riformato e direi quasi nobilitato sulla scorta del 
latino, salito alla dignità di lingua italiana, e come tale 
già nella prima metà del secolo XIII accettato e scritto 
da Bologna fino all'estrema Sicilia. 

52. Gherardo, al quale meritamente le antiche carte 
dalle quali traggiamo le seguenti notizie danno il titolo 



I 



— Sò- 
di Fondatore e Padre della lingua italiana, nacque in Fi- 
renze l'anno 1095. Nella sua città natale si die allo studio 
della giurisprudenza, delle cose di guerra e della poesia; 
ma, dimenticata ben presto la prima, indi in poi attese 
soltanto all'altre due discipline. Quindi è a credere che 
prendesse parte alle lotte, che tuttora nei primi decennii 
di quel secolo duravano tra la Chiesa, e per essa la mag- 
gior parte delle città di Toscana , e l' impero. Ma Gherardo 
sentivasi acceso sopratutto dell'amore della poesia; a questa 
si diede con vivo ardore fino dalla prima gioventù, e vi 
continuò fino all'estrema vecchiaja. Le prime sue furono 
poesie d' amore ; sicché ben narrava o congetturava Dante, 
quando diceva, che i primi nostri che poetarono in vol- 
gare ciò fecero « però che vollero far intendere le loro 
») parole a donna , alla quale era malagevole ad intendere 
» versi latini {Vita Nuova, XXV). » Ma anche parlando 
a donna nel suo volgare, Gherardo si proponeva, com'egli 
medesimo ne riferisce, di ciò fare in modo più gentile; 
ossia volle porre in iscritto il suo volgare non quale esciva 
dalla bocca del popolo, ma, come vedremo essersi tentato 
per altri volgari in altre parli d'Italia, volle renderlo più 
regolare, sottoponendolo a più strette norme di gramma- 
tica, e spogliandolo di quei modi, che nella forma dei 
vocaboli, in quanto non formava il carattere essenziale 
del volgare medesimo, allontanandosi dalle forme del latino 
letterario, ei reputava, come si reputano tuttora, storpia- 
ture e vizii di pronunzia volgare; ed infine facendo ricca 
la lingua con numerosi nuovi vocaboli tolti dal latino, e 
alcune rarissime volte da altri volgari afQni. Piacque il 
volgare così riformato e il modo di poetare di Gherardo, 
e ne ebbe lodi, dalle quali fu eccitato a maggior opera. 
Messe in disparte le cure e le gioje e i canti d'amore, 
pieno la mente e il cuore di poesia, e delle bellezze e 
dello studio di quella sua nuova lingua, dell'una e del- 



— 56 — 

l'altra venne in pensiero di aprire scuola nella sua città. 
Forse già allora, come ne viene attestato che fece più 
tardi e fino al termine della sua lunga carriera, precor- 
rendo col desiderio e colla speranza quello che era per 
divenire una realtà, si proponeva di fare che, come le vi- 
cine nazioni avevano proprie lingue derivate dal latino 
non solo parlate ma scritte, per simil modo questa da lui 
purgata ed illustrata divenisse la lingua scritta e com- 
mune d'Italia. 

53. Con sufficiente esattezza possiamo definire l'anno, 
nel quale avvennero i due fatti memorabili onde si deve 
ripetere l'origine della lingua italiana: ossia il tempo delle 
prime poesie giovenili d'amore di Gherardo; e quello nel 
quale, vedendo come piacessero e si cercasse d'imitarle, 
aperse scuola di lingua e di poesia in Firenze. Sappiamo 
cioè, che primo fra i suoi discepoli fu Bruno de Thoro 
che, nato l'anno 1110 in Cagliari, a 10 anni, precoce 
d'ingegno, già si mostrava atto ad ogni gran cosa, e già 
poetava a 13 anni (1), e così l'anno 1123. Ponendo adun- 
que che Bruno cominciasse ad allevarsi alla scuola di Ghe- 
rardo in età di 8 anni, l'aprimento di questa verrebbe a 
cadere nell'anno 1118, avendo Gherardo 23 anni. Né è 
possibile che sia avvenuto gran fatto più tardi, poiché 
appare che Bruno nel suo decimo anno già da alcun tempo 
frequentava la scuola. — Da sei anni prima di quello nel 
quale aprì scuola, crediamo possa stabilirsi il tempo delle 
sue prime poesie per cui ebbe lode di poeta e di bel 
dicitore, e colle quali aveva cantato, com'egli dice, un 
amore buono e casto e sincero. 

54. Dopo Bruno, il più antico discepolo di Gherardo 
del quale ci sia rimasta memoria è Aldobrando, ed 



(1) « Ingenio denns praecox et omnibus aptus, 
» Terdecimns miisis apiior annus erat. » 



— 57 — 

anche il più notevole, non per valore poetico, nel quale 
fu certamente inferiore a Bruno, e forse ad Alberigo, ma 
perchè, restato in Toscana ed ai fianchi di Gherardo, gli 
fu assiduo cooperatore ed ajuto, e poi suo successore 
nella scuola; e finalmente perchè negli ultimi suoi anni 
esule in Sicilia, fu introduttore colà della lingua italiana. 
Nato in Siena Tanno 1112 di nobile famiglia proveniente 
da Pavia, fu nella giovinezza condotto a Firenze da un 
suo zio paterno, e posto nella scuola di Gherardo, che già 
levava fama di sé. Quivi conobbe Bruno, col quale si 
strinse d'amicizia, che, non ostante la separazione, durò 
in essi quanto la vita. Oltre parecchie fatte in età più 
provetta, ci rimangono delle poesie sue giovanili due so- 
netti di argomento religio'so, da lui scritti in età di 18 anni, 
e dedicati a papa Onorio II. 

55. Anche di un altro fra quelli dei quali ci rimane 
memoria e alcune poesie possiamo con probabile con- 
gettura asserire che fosse tra i primi discepoli di Ghe- 
rardo, ed averne frequentato la scuola in questo primo 
periodo: Alberigo da Siena. Era della medesima età di 
Gherardo, di nobile famiglia, riccliissimo e potente; ma 
che ad un tempo coltivava « le scienze, e onne savere 
» che porta all' uom valere. » Per la lingua e la poesia fu 
discepolo di Gherardo, e viene anzi annoverato fra i mi- 
gliori di quella scuola; della quale per la sua ricchezza 
e potenza fu validissimo sostegno nelle strettezze e diffi- 
coltà, in che più volte nominatamente Gherardo ed Aldo- 
brando furono addotti dalle fazioni e dalle guerre, che 
durante gran parte di quel secolo travagliarono l'Italia. 

56. Lanfranco di Bolasco, da Genova, poco di età 
inferiore a Gherardo, e che per ragione di possessioni e 
di commerci si era lungo tempo trattenuto in Sardigna, 
anche prima di recarsi, come poi fece, alla scuola di Ghe- 
rardo ne ricercava le poesie, e sforzavasi di imitarle. Sic- 



— 58 — 
come la sua canzone a Costantino, già giudice di Arborea, 
morto circa Tanno 1135, fu senza fallo scritta da Lan- 
franco dopo ch'era stato alla scuola di Gherardo, anche 
lui dobbiamo annoverare, se non fra i primi discepoli di 
Gherardo, certo fra quelli che ne frequentarono la scuola 
in questi suoi primordio 

57. Sebbene sventuratamente né siano numerose le 
poesie che ci rimangono di Gherardo e della sua scuola, 
ed inoltre di poche si conosca il tempo al quale appar- 
tengono; alcune tuttavia ne abbiamo le quah o per me- 
moria positiva, per l'argomento che trattano, sappiamo 
non essere posteriori al terzo decennio del secolo, a questo ' 
che chiameremo primo periodo della nuova scuola, e 
quasi puerizia della lingua italiaBa. Tutti gli scritti che ci 
rimangono di quel secolo hanno questo di notevole, che, 
al tutto diversi fra loro di stile, e viepiìi di valore poe- 
tico, sicché appare in essi quasi in ogni parte manifesta 
la diversità degli autori, anzi di alcuni agevolmente si 
distinguono le poesie giovanili da quelle composte in età 
più matura : tuttavia, in mezzo a tale diversità di pensieri , 
di stile e di poesia, vi ha in fatto di lingua, non ostante 
lievi discrepanze, una conformità siffatta, che assai meno 
si rassomigliano fra loro non solo gli scrittori del secolo 
XIII, ma quegli ancora del secolo XIV. Insomma, evidente 
in quegli antichi si dimostra l'opera di una scuola e di 
un centro commune, al quale ne' casi dubii facevano capo, 
e dove erano slate poste norme, da tutti accettate, intorno 
alla forma da darsi alle parole , e quali si dovessero am- 
mettere e quali rifiutare, quali suoni e forme volgari se- 
guire, quali fuggire come corruttele di pronunzia e modi 
plebei; ed in generale intorno al modo di rendere la 
nuova lingua illustre e degna della scrittura, atta alla 
poesia, ed insieme, pur sceverandola dal parlare plebeo, 
agevole a comprendere anche agl'ignari di latino. 



— 59 — 

58. Fu bensì preso per base della nuova lingua il 
volgare toscano, e fors' anche più particolarmente il dia- 
letto fiorentino; dove tuttavia era conflitto fra i varii dia- 
letti della Toscana, fu le piìi volte prescelta non la forma 
fiorentina, ma, di qual altra città si fosse, quella che più 
si approssimava al latino letterario; così, nelle conjuga- 
zioni dei verbi si seguirono principalmente non le forme 
fiorentine, ma quelle del dialetto senese. Si fuggirono 
quasi tutti i troncamenti di lettere o di sillabe in principio 
a metà dei vocaboli; molti perfino fra quelli, che più 
tardi , per l' uso rinnovatone dagli scrittori del secolo XIII, 
furono ricevuti nella lingua italiana. Non fu ammesso il 
congiungimento di più parole in una, che nel volgare 
toscano aveva ed ha luogo ogni qualvolta la prima delle 
due termina, per troncamento o altrimenti, con sillaba 
accentata. Talora bensì fu conservato, a fuggire l'iato, 
quando T un vocabolo termina e T altro comincia per vo- 
cale ; ma anche in tal caso sotto forme e fra limiti alquanto 
diversi da quelli proprii del volgare toscano. 

59. Nella parte filologica di questo lavoro vedremo, 
come vi ha certi concorsi di lettere che il volgare toscano 
fugge, per mezzo di omissione o di mutazione o di 
trasposizione di alcuna di tali lettere, o coli' interposizione 
di altra lettera. In questo ed altri casi, dove più tardi 
nella lingua italiana prevalse la forma letteraria troviamo 
talora presso quegli antichi la forma volgare, come aitro 
ed antro, cora, covrire, creo per credo, fedire, fiyora, 
inferta, noe, primero, savere, soe per so e per sono, so- 
perbio, trailo, veo, voi per voglio. Meno frequenti sono i 
casi contrarli, ossia che quegli antichi abbiano prescelto 
la forma letteraria, e che tuttavia la volgare abbia pre- 
valso; il che, come di ragione, avvenne principalmente 
nei vocaboli di uso più frequente, nei quali perciò riesciva 
agli scrittori più difficile vincere V usanza popolare. Così 



^ 



— 60 — 
óra la lingua italiana ritenne la forma volgare Dio, io, 
mio, chiedere, lavoro; laddove quegli antichi vi avevano 
sostituite le forme letterarie Dea, eo, meo, cherere, labore. 

60. Numerosi vocaboli si trassero dal latino, tuttavia 
men numerosi che non ne abbia tratti la lingua italiana 
nei seguenti secoli ; la quale invece lasciò andare in disuso 
molli belli ed utili vocaboli che ne avevano tratto Ghe- 
rardo e i suoi, e molti altri vocaboli, che nulla hanno di 
più alieno dall' indole della nostra lingua ne di più strano, 
che non quelli innumerevoli, stati tratti dal latino o anche 
da altre fonti meno pure dagli scrittori del secolo XIV e 
dei seguenti. Voci tratte da lingue straniere non mi ram- 
mento di aver trovato presso quegli scrittori, salvo manti, 
tolto, a quanto pare, dal francese, per wo/fi, voce questa 
da essi non mai usata , a cagione della brutta pronunzia 
toscana morti (Zanoni, Scherzi Comici: Firenze 1825, 
pag. 47, 23; 50, 8; 52, 21; ecc.^; pronunzia che senza fallo 
popolarmente sarebbe stata seguita se. fosse stato scritto 
molti ; come anche oggidì parecchi in Toscana, né solo fra 
il volgo, pronunziano cardo per c(ildo, e simili. Troviamo 
anche plusore per più avverbio, che tuttavia crediamo 
tratto non dal provenzale o dal francese, dove tal voce è 
usata non come avverbio ma quale aggettivo, ma dai dia- 
letti dell'Italia superiore, dove è in uso come avverbio, 
per esempio nel Lombardo, dove l'abbiamo trasformato 
in pusè, secondo l' indole di quel dialetto. 

61. In quanto riguarda la sintassi, per esempio la 
concordanza degli aggettivi coi loro sostantivi, si seguirono 
strettamente le norme di grammatica; laddove il volgare 
toscano segue spesso maggiormente quelle dell'eufonia. 
Ed in generale quasi in ogni parte la sintassi vi è rego- 
lare, ma furono ritenute alcune forme di costruzione 
proprie del volgare toscano e ora disusate nella lingua 
italiana; fra le quali è principalissima la frequente omis- 



I 



— 61 — 

sioue del che in tutte le sue significazioni : forma notevole 
per l' oscurità die a noi produce tale omissione, ora pres- 
soché disusata. Sebbene assai rare vi siano, salvo fra 
quelle tratte dal latino, le parole oggidì rifiutate, o quelle 
d'incerta significazione, pure tali scritti, quelli principal- 
mente di questa prima età della scuola di Gherardo, ge- 
neralmente parlando, riescono assai oscuri, sia appunto 
per la frequente omissione della particella che, sia pel 
contorto periodare, e più per la riunione e concorso 
di tutte queste cause. È da notare inoltre, che tale oscu- 
rità si cercava talvolta da quegli antichi a bello studio, 
quasi acconcia a maggiormente sceverare gli scritti nella 
nuova lingua dal parlar volgare, e loro aggiungere dignità, 
llavvi tuttavia alcune anche fra le poesie di quel primo 
periodo della scuola di Gherardo e in quella prima in- 
fanzia della lingua, o almeno ampii tratti di tali poesie, 
che sono al tutto libere di siffatto vizio. 

62. Siccome di tutte forse le lingue il primo uso 
regolare nella scrittura, e quello per certo della lingua 
italiana, si deve ripetere dalla poesia; sicché la storia di 
questa come della maggior* parte delle lingue è stretta- 
mente connessa colla storia della loro poesia, anche di 
questa dobbiamo fare brevi parole: non tuttavia descri- 
vendo la vita degli autori, gli argomenti da loro trattati, 
ne esaminando il loro pregio poetico, ma ricercando quali 
fossero e onde tratti i metri e le forme di quei compo- 
nimenti , e sopratutto T influenza eh' essi ebbero sulla 
nostra lingua; che di questa, non della letteratura né della 
poesia italiana, qui intendiamo dare la storia. 

63. È evidente che i metri, ossia la forma e la mi- 
sura dei versi nella poesia italiana, anzi in quella di tutte 
le lingue romanze, non si tolsero dal latino letterario; 
che sarebbe stato impossibile, essendosi perduta o più 
veramente mai non avuta nella pronunzia volgare , sopra- 



— 02 - 
tutto fuori della sillaba accentata, quasi ogni distinzione 
di vocali lunghe e brevi. L'anlicijissima poesia italiana, 
anteriore al tempo che vi s' introdussero metri e forma 
di poesia all' uso dei Greci , venne chiamata Saltirnia , 
nella stessa significazione in che V Italia è detta Saturnia 
fellus; e i versi in uso in quelle poesie furono appellali 
Salurnii, che è quanto dire Italici. Molti, e di misura 
assai fra loro diversa, sono i versi saturni! che ci riman- 
gono, conservati o sui monumenti (questi naturalmente 
in testo più sincero), o presso gli scrittori. La loro es- 
senza e i caratteri distintivi sono, nei versi piìi lunghi la 
divisione in due parti, per lo più disuguali, che gli anti- 
chi grammatici , quando venne V uso di tutto chiamare 
con nomi greci, e tutto (compreso lo stesso verso sa- 
turnio) dedurre dalla Grecia, dissero commi (commata); 
in generale poi per tutti i siffatti versi T essere regolati 
non dalla prosodia, ossia dall'essere alcuna sillaba breve 
lunga, ma dall'accento. Altro tratto proprio, non bensì 
dei soli versi saturnii, ma della poesia popolare di tutti 
i tempi e di tutti i paesi, si è il non attenersi stretta- 
mente alla misura , purché non ne fosse troppo offeso 
l'orecchio, sola norma in tali poesie; onde il Commenta- 
tore d'Orazio chiama il verso saturnio horridmn et incom- 
positum; e un antico grammatico dice che passim et sine 
cura 60 homines utebantur. 

64. Né r uso dei versi saturnii cessò al tutto dopo 
l' introduzione a Roma della poesia all' uso dei Greci; ma, 
sotto due forme diverse, durò anche nei tempi posteriori. 
E dapprima i versi saturnii propriamente detti sopravis- 
sero, perduto tuttavia l'antico nome, nella poesia popo- 
lare, della quale erano proprio patrimonio; e ne abbiamo 
esempii degli ultimi tempi della repubblica. Senza dubio 
parimente anche più tardi non cessarono di essere in uso 
nei canti volgari del minuto popolo, non stati messi in 
iscritto. 



— 63 — 

65. Così presso il popolo; ma, sebbene sotto altra 
forma e nuovi nomi, neppure fra le persone colte, e che 
a sola norma della poesia romana avevano preso la poesia 
greca, non furono al tutto abandonati gli antichi versi ita- 
lici. Siccome cioè parecchi di questi si trovavano afTini 
per suono ad alcuno dei metri in uso presso i Greci, 
quelli furono conservati, leggiermente modificandoli, e 
sopratutto sottoponendoli alle nuove regole di prosodia, 
ne più regolandoli col solo accento. Così trasformati, fu- 
rono adoperati come i versi corrispondenti presso i Greci , 
soli frammisti ad altri, per esempio all'esametro, 
anche dai poeti del miglior secolo. A poco a poco venne 
quasi a perdersi perfino la memoria dell'antica loro ori- 
gine italica, e da alcuni questa fu anzi negala, sebbene 
sia comprovata e resa certa dai versi saturnii che ci ri- 
mangono di età anteriore. Fra i versi saturnii stati con- 
servati sottoponendoli alle norme della prosodia greca 
citeremo qui solo quello che per la storia della poesia 
italiana è il più importante, ossia quello il cui ultimo 
accento cade sulla decima sillaba, e così corrisponde al 
nostro endecassillabo. Esso fu trasformato nel senario 
giambico acatalettico quando la sillaba ultima accentata è 
seguita da due altre sillabe, e così corrisponde al nostro 
endecassillabo sdrucciolo; e catalettico quando ha l'accento 
sulla penultima sillaba, e così corrisponde al nostro en- 
decassillabo piano. In questa trasformazione degli antichi 
versi italici in versi a foggia dei Greci, e senza miscela 
di veri versi saturnii , sono scritte le comedie di Terenzio 
e le tragedie di Seneca. 

66. Quasi mezzo tra la forma antica rozza popolare, 
e la nuova letteraria imitata dai Greci, è Plauto; che, 
scrittore eminentemente popolare, e trovandosi nell'età 
appunto di transizione dall'italica alla greca forma di 
poesia, si attiene sovente bensì alle norme di questa, ma 



— 64 — 

non sì che, oltre le frequenti elisioni di lettere secondo 
l'uso del parlar volgare, frequentemente non gli sfugga, 
per esempio, di considerare come lunga la sillaba breve sulla 
quale cada l'accento. Ed oltre i versi sulla foggia dei Greci, 
Plauto ha non pochi versi saturnii, e non riducibili ad 
alcuno dei metri ricevuti dagli scrittori dell' aurea età. 
Fra i versi adoperati da Plauto, citeremo i senarii cata- 
letti od acataletti, corrispondenti, come dicevamo, agli 
endecasillabi piani o sdruccioli; e (chiamiamo per più 
agevole intelligenza, la cosa antica con nomi moderni) 
vi troviamo esempli di ottonarli, di settenarii, di quinarii, 
ossia di versi nei quali l'ultimo accento è sulla settima, 
sulla sesta o sulla quarta sillaba; abbiamo anche dei mar- 
telliani, ossia versi composti di due settenarii; e perfino 
versi composti di un settenario e di un endecassillabo. 

67. Fra le molteplici misure di versi praticate nel 
medio evo in Italia negl'inni sacri e nelle altre poesie 
d' indole popolare, nella scuola di Gherardo abbiamo un 
solo esempio di versi senarii , una breve canzone giovanile 
di Bruno de Thoro. Salvo questo caso, su circa 130 poesie 
che ci rimangono di quei poeti o intere o in frammenti , 
vediamo prescelti, e con assai buon discernimento, due 
soli generi di verso, l'endecasillabo e il settenario; ed 
anzi, salvo nei sonetti, non mai troviamo l'uno o l'altro 
di questi due metri usati soli, ma sempre piii o meno 
alternati. — Appena è d'uopo avvertire, che non v'ha in 
quelle poesie, ancora prossime alla loro origine toscana, 
esempio di versi tronchi , ossia aventi l' accento sull' ul- 
tima sillaba. 

Resta a notare, che quelle poesie sono tutte in rima. 
Che l'uso della rima sia di assai anteriore al nascimento 
delle lingue neolatine, è cosa posta oramai fuor di que- 
stione. In quanto a me non so indurmi a credere che 
fosse al tutto disusata nei canti popolari neppure degli 



— 65 — 

antichi popoli italici : sì perchè è una manifestazione quasi 
naturale della cadenza e dell'armonia, particolarmente nelle 
lingue i vocaboli delle quali sogliono terminare per vo- 
cali, quale era il latino rustico e parte degli antichi 
volgari italici; sia pei non rari esempii che ne troviamo 
presso gli antichi scrittori. 

68. I generi di componimenti poetici di Gherardo e 
della sua scuola, ossia la distribuzione in ciascun compo- 
nimento dei versi e delle rime, non corrispondono a quelli 
praticati in alcun' altra fra le lingue romanze; salvo le 
imitazioni che in tutte le lingue romanze, ed in altre an- 
cora, in tempi posteriori si fecero di parecchi di tali com- 
ponimenti italiani, quasi in omaggio all'eccellenza dei com- 
ponimenti medesimi e dei loro autori. Perciò non pnò 
dubitarsi che le forme di componimenti adoperate da 
quegli antichi sorsero nella scuola di lingua e di poesia 
di Gherardo, al quale principalmente se ne deve il merito. 
In questi componimenti, senza detrimento dell'armonia, 
vi ha maggiore dignità, e sopratutto è lasciato più libero 
il volo alla mente poetica; né vi ha traccia in essi o di 
quelle lunghe tirate colla medesima rima, che non solo 
erano in uso in Francia, ma delle quali anteriormente alla 
scuola di Gherardo troviamo traccia nella canzone Cassi- 
nese (| 41); né del vincolo delle stesse rime o per in- 
tere lunghe stanze, o più spesso anche conservate lungo 
parecchie stanze consecutive e le intere canzoni , alla pro- 
venzale : cose tutte, che non furono cominciate a praticare 
in Italia che dagli scrittori provenzaleggianti o francesiz- 
zanti del secolo XIII. 

69. Il più usitato e principale fra quei poetici com- 
ponimenti é il sonetto; breve poesia, che appunto dalla 
sua brevità trasse il nome, e fu imitato poi anche in 
altre lingue, senza che tuttavia mai vi divenisse, come 
presso di noi, di uso commune e nazionale. Presso Ghe- 

Vol. VII , Parte II. 5 



— Ge- 
rardo e i suoi discepoli è sempre di 14 versi, divisi 
in due quartine con due rime alternate, e due terzine 
con altre due rime parimenti alternate; un solo esempio 
abbiamo di sonetto prolungato a tre terzine, non a modo 
di coda, ma per non avere il poeta nelle due terzine 
potuto comprendere tutto il suo pensiero. Non vi ha 
esempio ne di rimalmezzo, ne di bisticci, né di altri simili 
sforzi alieni dalla vera poesia: in un solo sonetto fra i 
giovanili di Bruno abbiamo in tutti i versi ripetuta la me- 
desima parola Amor, ma in modo si naturale, che il let- 
tore quasi non se ne avvede. Vi sono alcune catene di 
sonetti, ossia più sonetti consecutivi sul medesimo argo- 
mento; in essi l'ultimo verso dell'uno è ripetuto come 
primo verso del sonetto seguente. I sonetti in risposta a 
sonetti altrui sono non solo colle medesime rime, ma 
colle medesime parole finali di cadun verso. 

70. 11 pili grave fra i componimenti poetici che ci 
rimangono di quella età è la canzone propriamente detta, 
quella della quale tratta Dante nel secondo libro del suo 
De vulgari eloquio. V esporne qui le varie forme è estra- 
neo al nostro argomento; diremo soltanto, che in quelle 
che ci rimangono di quei poeti sì le due misure di versi 
come le rime generalmente sono ben distribuite. Le rime 
delle varie stanze sono fra loro indipendenti, salvo in una 
canzone giovanile di Bruno, nella quale l'ultimo verso di 
ogni stanza si lega per rima col primo della stanza se- 
guente. Di ogni stanza, anzi di ogni componimento qual- 
siasi , r ultimo verso non è mai settenario, ma sempre un 
endecassillabo. — Taciamo degli altri generi di componi- 
menti, in uso presso quegli antichi, e che oggi impro- 
priamente sogliono comprendersi sotto il nome di can- 
zoni: l'uno misto di endecassillabi e di settenarii senza 
verun ordine di versi o di rime né diviso in istanze; l'al- 
tro, assai usitato, anche per lunghi componimenti, nel 



— 67 — 

quale per lulta la lunghezza del carme si succedono, tal- 
volta con qualche irregolarità, un endecassillabo e un set- 
tenario rimati insieme; ma in questi pure l'ultimo verso 
è sempre endecassillabo. 

71. Appare evidente che la fama delle poesie di 
Gherardo e della sua scuola fino quasi da' suoi principii 
si estese in tutta l' Italia centrale , e che quelle poesie 
furono cercate e lette, ed esse e la nuova scuola trova- 
rono ammiratori e seguaci. L' occasione infatti era propizia ; 
ed in questo sorgere dell' Italia a nuova vita i popoli mal 
potevano più a lungo restar privi di una lingua commune, 
colla quale communicarsi vicendevolmente i loro pensieri. 
I commerci e le frequenti relazioni di ogni genere fra 
città e città, le stesse lotte che scoppiarono fra esse fino 
dai primi istanti della loro vita indipendente, in quel per- 
petuo conflitto d' aspirazione a potenza e di contrarii inte- 
ressi; le frequenti alleanze a difesa e ad offessa; il nu- 
mero sempre grande di coloro che, profughi per la pre- 
potenza della fazione avversa , cercavano rifugio in altra 
città; tutto insomma concorreva a lendere oramai impos- 
sibile che r Italia, in quel suo agitarsi ed espandersi per 
vita novella, rimanesse piiì a lungo divisa ne' suoi varii 
dialetti, senza altra lingua commune che il latino lette- 
rario, tuttora considerato invero come lingua nostra , ma 
che oramai pochi intendevano, e viepiù pochi erano in 
grado di parlare o di scrivere. 

72. Conferì inoltre senza fallo grandemente a fare 
che le poesie di Gherardo e della sua scuola fossero lette 
e cercate, e per esse si estendesse e prendesse radice la 
nuova lingua, la qualità delle persone che si diedero a 
quell'opera. Essi non erano, come troviamo per gli altri 
simili tentativi di scritture in dialetti nei due secoli pros- 
simi seguenti, umili monaci pressoché da tutti ignorati, 
che nella solitaria loro cella, a sfogo di divozione, o al 



— es- 
pili ad uso delle feminelle e di altri grossi e poveri di 
scienza posti intorno a loro, scrivessero, o piìi sovente 
volgarizzassero da altra lingua, leggende di santi o racconti 
del Vecchio e del Nuovo Testamento, o novelle e ro- 
manzi di Francia. Gherardo e i suoi furono persone non 
solo istrutte negli studii che quell'età esigeva, ma parec- 
chi anche erano facoltosi e potenti , non estranei alla vita 
civile delle loro città, alla quale prendevano viva parte e 
coir opera e col consiglio. Di questi avvenimenti del loro 
tempo, essi furono [lon solo spettatori ma spesso attori; 
tali passioni popolari e tali avvenimenti erano frequente 
argomento di loro poesie, che perciò venivano cercate e 
lette coir ardore medesimo che si portava ai grandi fatti 
ond' erano ispirate. Spesso tali poesie, dettate nel corso 
slesso degli avvenimenti, talora da persone che a quelli 
prendevano parte e con esse miravano ad accendere e 
rinfrancare gli animi, divenivano canti popolari, coi quali 
si diffondevano fra i popoli, nella forma più acconcia ad 
accendere il loro ardore e ad aprirsi la strada al cuore, 
i sensi d'amore di patria, e d'odio e di resistenza contro 
i suoi nemici, e talora il rispetto e l'obbedienza alla 
chiesa, od all' incontro i danni e l' onta della ricchezza e 
della potenza del clero, e le altre passioni onde era agi- 
tata la vita civile. 

73. Finita al tempo di papa Callisto la lotta per le 
investiture (| 48), e cessatone anche in gran parte il 
motivo col passaggio dei diritti feudali dai vescovi alle 
popolazioni , non perciò era spento ogni seme di discordia 
tra la chiesa e l'impero; durando la gara di supremazia, 
e somministrando facile occasione di conflitto il bisogno 
in che si tenevano gl'imperatori, di chiedere ad ogni 
nuova elezione l' incoronazione dal papa. Ma se grande 
era la potenza dei papi contro gl'imperatari, per l'ajuto 
degl'Italiani, che per tal modo fondavano e difendevano 



— m — 

la propria indipendenza: quest'ajuto faceva difetto ai papi 
contro la popolazione di Roma divisa in fazioni, e ad 
ogni tratto insorgente. 

74. A quel tempo e già da tre secoli mal si potrebbe 
definire chi fosse signore in Roma. Dopo V incoronazione 
di Carlo Magno a lui ne era passata la signoria come 
imperatore Romano; ma, sebbene siano certamente false 
e supposte le donazioni di Carlo Magno e di Ludovico Pio, 
non v'ha dubio che la suprema autorità su Roma, quasi 
di feudo dall' impero, era esercitata dai papi. In Roma 
durava a quei tempi anche il senato; ed inoltre piìi dei 
papi e del senato potevano, e guidavano le cose a loro 
senno, alcune principali famiglie di Roma o dei luoghi vi- 
cini; talora i pontefici tenevano una parte della città difesi 
da una fazione, mentre l'altra parte era in mano della fa- 
zione contraria. Cominciata poi la guerra tra la chiesa e 
r impero, e sorta intanto nelT Italia meridionale la signoria 
dei Normanni, questi erano dal papa chiamati in ajuto, 
e dal Vicario di Cristo ricevevano in compenso la sanzione 
delle fatte conquiste. Così essendosi contro Gregorio VII 
sollevata la popolazione, questi chiamò in suo ajuto Ro- 
berto Guiscardo ; che venuto con forte esercito , nel quale 
erano anche numerose schiere di Saraceni, pose la città 
a sacco e fiamme con tanta rovina, che minori danni le 
avevano recato i Vandali e i Goti. La crudele vittoria rese 
ancor più ostili i Romani al pontefice, che fu costretto ad 
abandonare la città, e l'anno seguente (1085) morì esule 
a Salerno. Ed anche poscia si rinnovò di quando in quando 
la lotta tra i papi , e la popolazione di Roma che voleva 
governarsi a comune; e ora tanto più, che per tal modo 
si reggevano le città di Lombardia e di Toscana. 

75. La storia di Toscana nel secolo XII è oscnrissima, 
meno ancora per mancanza di documenti, che non per 
difetto di persone che ne abbiano fatto accurato studio. 



— 70 — 

Già prima che, colla caduta della potenza dei marchesi 
di Toscana, le città avessero acquistata quasi intera libertà, 
si guerreggiavano Lucca, antica capitale del Marchesato, e 
Pisa, che i commerci avevano fatta piìi ricca e popolosa. 
Crebbe poi la discordia, e presero parte alla lotta quasi 
tutte le città di Toscana, collegandosi coli' una o coli' altra 
secondo che li spingevano le proprie dissensioni e gelosie 
coi vicini ; contro i quali , e contro i feudatarii , ogni città 
era in guerra. Firenze prese e distrusse Fiesole; tra Fi- 
renze e Siena era guerra interrotta da tregue brevi e 
malfide. Ma sopratutto è certo che gli avvenimenti della 
vicina Roma, del pari che quelli anteriori e non dissimili 
di Lombardia; trovarono per ogni dove approvatori ed 
imitatori anche in Toscana. Di questa lotta contro il clero 
in Toscana a quel tempo ne dà certa testimonianza Pietro 
abbate di Glugny, che, scrivendo al re Ruggiero di Sicilia: 
« Volesse Iddio, » gli dice, « che la misera ed infelice 
» Toscana e le finitime province fossero soggette al vostro 
» impero!.... Non vi si vedrebbe come ora ogni cosa di- 
» vina ed umana sossopra e senza ordine; non in balla 
» ad uomini sacrilegi e rapaci le città, le castella, i bor- 
» ghi, le ville, le publiche strade, e le stesse chiese con- 
» sacrate a Dio: e dati in mano ad essi e spogliati e di- 
» spersi i penitenti, i pelegrini, i chierici, i monaci, gli 
» abbati, i preti, e gli stessi sacerdoti di grado superiore, 
» vescovi, arcivescovi, primati e patriarchi. Che più? ven- 
» gono battuti ed uccisi. » 

76. Le scarse notizie che ci rimangono intorno a 
Gherardo è a' suoi discepoli sono per la maggior parte, 
come notavamo, prive di datali; onde avviene che spesso 
per congettura, talvolta quasi a caso e senza argomento 
certo, possiamo assegnare piuttosto all'uno che all'al- 
tro periodo dei sessant'anni del suo insegnamento i pochi 
discepoli, dei quali per nome ci rimase memoria, e alcune 



— lì — 

poesie. A questo secondo periodo, ossia Ira quello del 
primo sorgere della scuola e quello della gran lotta del- 
l' Italia per la sua indipendenza contro Federico Barbarossa, 
riferiamo i seguenti: Ponceto e Guido, da Firenze; Pe- 
rotto, da Siena ; Brancasio , da Pisa ; Meo ed Antonio, 
d'Arezzo; Cola, cognato d'Alberigo, da Pavia; Puccio 
Pavia, del quale non è indicata la patria, se pure da 
essa non trasse il sopranome; Meo, da Vercelli; Marco, 
Veneto; e Rodolfo, parimente Veneto, diverso da quel 
Ridolfo da Firenze che fu tra i nemici dì Gherardo e di 
Aldobrando, e del quale piìi sotto avremo a fare parola. 
Di questi nuovi discepoli di Gherardo non ci rimangono 
poesie, salvo un sonetto caduno di Ponceto, di Meo Are- 
tino, e di Puccio Pavia; e due versi di caduno di essi, 
e tre di Perotto. All' incontro parecchie poesie apparte- 
nenti a questa età ci restano di alcuni fra gli antichi di- 
scepoli di Gherardo, ossia di Bruno, di Alberigo e di Aldo- 
brando. Nelle poesie dei due primi si scorge grande M 
evidente il progresso fatto dalla lingua, sia nella migliore 
scelta dei vocaboli e nel minor uso di modi volgari, sia 
sopratulto nella costruzione meno intralciata. 

77. Gherardo e i suoi discepoli presero viva parte al 
movimento pel quale le città andavano sempre piìi raffer- 
mando r indipendenza pressoché intera che avevano con- 
seguito dall'impero, e alle lotte politiche e religiose de- 
statesi contro la potenza del clero, e nominatamente con- 
tro quella dei papi. Arnaldo e le sue dottrine avevano 
numerosi fautori e seguaci in Toscana, e particolarmente 
in Siena. Ci rimane memoria, come uno dei discepoli di 
Gherardo, il ricco e potente Alberigo, cercava distogliere 
i suoi concittadini dal seguirne le dottrine, e ne previde 
prossima la rovina ; e dello stesso Alberigo abbiamo 
un lungo carme, col quale, appunto durante queste 
lotte, esorta i popoli all'obbedienza verso i loro reg- 



— 72 — 

gilori. Viepiù notabile è un suo bello e robusto sonetto, 
ad ammonire i Romani di non provocare, tenendo dietro 
a vane membranze, V ira divina, opponendosi al pontefice, 
cui la Divina Previdenza a commun bene aveva fatto signore 
di Roma colle donazioni di Costantino e di Carlo Magno. 
E pili tardi con altra poesia, sventuratamente perduta, 
cantò il supplizio di Arnaldo, esecrandone la memoria, e 
con maggior vigore sforzandosi di rimuovere i popoli dal 
seguirne le dottrine. 

78. Ma se appunto in parte per queste lotte il nu- 
mero dei discepoli e dei seguaci di Gherardo, e con esso 
l'uso della nuova lingua e la fama delle loro poesie, 
andava sempre crescendo, queste medesime ragioni e la 
novità della cosa procacciarono loro già a quel tempo nu- 
merosi e potenti oppositori. Questi dapprima, inanzi che 
le passioni politiche rendessero la lotta piìi vasta, piìi ar- 
dente e pericolosa, furono di due generi contrarli. L' uno 
era di coloro, che, come vediamo ancora nei tempi poste- 
riori infino a Dante, anzi infino al Roccaccio e al Petrarca, 
reputavano degna della scrittura la sola lingua latina; 
essere la poesia quasi avvilita e contaminata, sopratutto 
se trattasse di grave argomento, se ciò facesse non per 
grammatica e nella lingua dei dotti, ma nel sermone 
volgare, per quanto scelto e forbito. — Il genere con- 
trario di oppositori era di coloro, che volevano si poe- 
tasse al tutto nel linguaggio popolare, in quello che Dante 
combatte e chiama turpiloquio dei parlari municipali; né 
si cercasse di sottoporre la lingua a più strette regole di 
grammatica, e modificarne le forme e la pronunzia sulle 
norme del latino. 

79. Ma di uno sopratutto, il più attivo, implacabile, 
e, a quanto pare, assai potente fra gli avversarli di Ghe- 
rardo e della sua scuola troviamo frequente e quasi direi 
perpetua menzione in quelle poesie, e nelle antiche me- 



— 73 — 
morie che le accompagnano. È questi un tal Lupo, nativo 
di Firenze, che si vantava di nobile stirpe, e vien detto 
invidiosissimo, e nemico di qualsiasi novità, per quanto 
utile e buona. Dapprima la lotta non sembra essere stata 
che di parole, di scherni e di ingiurie. Viene di lui rife- 
rito, che scrisse un dialogo volgare, nel quale a dileggio 
di quella scuola raccolse vocaboli vili e plebei dai diversi 
volgari d' Italia , e fino da alcuni stranieri. Gherardo a sua 
volta eccitava i piìi valenti fra i suoi discepoli a combat- 
tere la bestia laida e rapace (in questo o simile modo 
sogliono appellarlo, facendo allusione al suo nome di 
Lupo), che si sforzava di sturbarli dall'utile opera alla 
quale intendevano. Questa lotta di Lupo contro Gherardo 
sembra essere principiata l'anno 1146 o nel precedente; 
poiché con poesia di quell'anno appunto Gherardo scri- 
veva a Bruno, che, come era slato primo ad imparare 
da lui il parlar gentile e la poesia, così lui ora nomava 
primiero campione nella tenzone che contro di loro addu- 
ceva la più laida fra le bestie; e Panno seguente nuova- 
mente troviamo Bruno de Thoro, ritornato pur allora di 
Terra Santa, eccitato da Gherardo ad unirsi agli amici in 
combattere quel Lupo , inviso a Dio , e a tutt' uomo che 
avesse pur un grano di senno. Ma evidentemente te vi- 
cende posteriori di questa lotta, sostenuta con danni e 
molestie d'ambe le parti, anche alcuni anni dopo la 
morte di Gherardo di Toscana, finì con la fuga in Sicilia 
di Aldobrando e colla cessazione di quella scuola, sono 
fatti che strettamente si legano coi grandi avvenimenti 
che agitarono l'Italia sulla seconda metà del secolo XII. 
80. La Toscana rimase bensì estranea alle gesta ed 
insieme alla gloria e ai maggiori danni della lotta dell' I- 
lalia superiore e delle Romagne contro la dominazione im- 
periale; non assedii, non supplizi!, non distruzioni di città, 
non devastato il paese dal passaggio di numerosi eserciti 



— 74 — 

stranieri, non la sconfitta e per essa la servitù, e poscia 
il vanto e la gioja della vittoria. Ma non fu né poteva 
es;<ere al tutto immune dalle conseguenze di un sì gran 
movimento intorno a lei; perchè pretese di dominio univer- 
sale degl' imperatori si estendevano non meno sulla To- 
scana che sulla Lombardia; e non era possibile dar 
opera a sottomettere questa, finché non fossero intera- 
mente composte le cose dell' Italia superiore. In Toscana, 
salvo Fiesole stata distrutta da Firenze, non era a quel 
tempo città che fosse talmente oppressa da altra vicina, 
che, come Lodi , per liberarsene avesse a gittarsi in braccio 
di un nuovo signore. Le parti di Chiesa e d' Impero 
erano soli nomi, coi quali si coprivano le ambizioni e le 
gare interne. Dalla soggezione all' imperatore tutti egual- 
mente aborrivano; e quando Federico l'anno 1158 scese 
per la seconda volta in Italia, non più con poche genti e 
quasi nel solo intento di ricevervi la corona, ma alla testa 
di un forte esercito per sottomettersi la Lombardia, si fu 
r imperiale Pisa, che diede opera a comporre le discordie 
tra le varie città di Toscana; onde fu fatta pace e tregua 
per dieci anni tra Pisa e Lucca, e Siena, e Pistoja , e Fi- 
renze, e Prato, e i Garfagnini e i conti Guidi ; della quale 
pace, dice lo storico Marangone, i Pisani acquistarono lode 
e buona fama per tutta Toscana. 

81. Assai scarse, fuorché per Pisa, sono le notizie 
che dello stato interno della Toscana al tempo del Barba- 
rossa, e della parte che prese a quella guerra, ci sono 
conservate da storici o altri documenti contemporanei; 
scarse parimente e viepiù incerte quelle dateci dagli sto- 
rici posteriori. Noi dagli uni e dagli altri raccoglieremo 
brevemente le notizie più sicure, in quanto valgano a ri- 
schiarare il nostro argomento, ossia le vicende di Gherardo 
e della sua scuola. 

82. Già nel tempo delle prime lotte tra la chiesa e 



— 75 — 

r impero nel secolo precedente, la Toscana quasi concorde 
aveva tenuto pei pontefici. In Firenze non poteva essere 
al tutto spenta la memoria dell'assedio postole invano da 
Arrigo IV Panno 1081. Quando ora Federico scese per 
la seconda volta in Italia nel 1158 per muover guerra ai 
Milanesi, chiese anche alla Toscana ed ottenne ajulo di 
uomini e di denaro. La gara d'ambizioni e d'interessi 
che poneva in continua lotta fra loro le città italiane go- 
vernate a commune, le divideva parimente in fazioni inte- 
stine ; la parte che giungeva al potere vi si manteneva 

Tenendo l'altra sotto gravi pesi, 
Comechè di ciò pianga e che n'adonti. 

Firenze era a quel tempo divisa in partiti, che si 
combattevano dai loro ostelli e per le vie. In Siena la 
parte imperiale e quella della Chiesa a un di presso si 
bilanciavano; or l'una parte or l'altra aveva il di sopra, 
e cacciava i principali della parte contraria. Quando poi 
alla morte di papa Adriano tenne dietro lo scisma per 
Vittore, cui l'imperatore voleva far ricevere come papa 
legitimo contro Alessandro III, non solo Siena durante il 
resto della guerra tenne al tutto le parti del papa suo 
concittadino, ma, poiché Federico venne scomunicato, la 
Toscana non prese bensì parte attiva ed. evidente alla lotta 
in favore della chiesa e dei Lombardi, ma salvo Pisa e 
forse Pistoja, non prestò più oltre ajuti a Federico, ed 
anzi eragli avversa. 

83. L'anno 11G3 Federico prima di venire in Italia 
aveva mandato Rinaldo arcivescovo di Colonia, prelato 
guerriero, colle numerose ed agguerrite genti della sua 
diocesi. Venne dapprima a Pisa, più che mai devota alla 
causa dell' impero, poiché in prezzo dei servigi prestati e 
di quelli maggiori promessi le erano stati accordati am- 



-- 76 ~ 
plissimi privilegi. Di là colle genti d'arme sue e con quelle 
di Pisa si diede a percorrere la Toscana, forzando Firenze , 
Lucca, e tutte generalmente le città e castella a giurare 
fedeltà all'impero e sottoporsi a tributo; volendo inoltre 
che riconoscessero a legitimo papa Vittore, e accettassero 
i vescovi da lui consacrati. L'anno seguente essendo morto 
presso Lucca l' antipapa Vittore, Rinaldo accorsovi gli fece 
da' suoi cardinali eleggere a successore Guido da Crema, 
che prese nome di Pasquale III; e sforzavasi di farlo 
accettare da tutta Toscana. I popoli resistevano: onde 
avvenne che in Lucca furono contemporaneamente due 
vescovi ; e forse in altre città. Anche dove la parte impe- 
riale poteva meno, coil'ajuto di Rinaldo e delle sue genti 
recava alla parte avversa continue molestie e pericoli. — Ma 
poiché avvenne, che in meno di due mesi dal giorno che 
Federico penetrò colla forza in San Pietro e pose sulla 
sede Pasquale, il potente e vittorioso suo esercito, quasi 
tocco dal dito di Dio, fu ridotto al nulla, e morto quello 
stesso Rinaldo già sì temuto in Toscana, e Federico me- 
desimo si fu ritoruato a modo di fuga fuori d' Italia, men- 
tre intanto tutta era in armi collegata contro di lui la 
Lombardia : nella Toscana , arricchitasi anche di prede per 
la fuga, le morti e la disfatta di quell' esercito , rialzò per 
ogni dove il capo la parte della chiesa; ed i fautori del- 
l'antipapa e di Rinaldo furono espulsi, o costretti a sot- 
tomettersi alla legge del partito vincitore. 

84. Federico prima del suo ritorno con nuovo eser- 
cito in Italia mandò in sul principio dell'anno 1172 a pre- 
parare le cose Cristiano arcivescovo di Magonza. Non osando 
questi fermarsi in Lombardia, si recò pel Piemonte e 
Genova a Lucca, e di là a Pisa: e trovò le città della 
Toscana, dacché era cessato il pericolo, nuovamente in 
guerra più che mai accanita fra loro. Cristiano convocò a 
Borgo San Genesio i consoli di Pisa, di Firenze, di Lucca 



— 77 — 
e di Genova, chiedendo rimettessero in lui le loro contese. 
Avendo tentato invano di ciò ottenere anche colla forza , 
si rifuggì nel distretto di Roma, e di là passò all'assedio 
di Ancona, celebre nella storia di quella guerra. La To- 
scana continuò nelle sue dissensioni, ma al tutto libera 
dalla forza degP Imperiali ; e dopo la pace di Venezia del 
1176 disparve anche ogni traccia, che in alcuni luoghi 
pur rimaneva, dello scisma in favore dei papi intrusi da 
Federico. 

85. Quanto abbiamo esposto ci servirà di scorta nel- 
r ordinare e di lume ad intendere le poche e sparse no- 
tizie, che le carte di Arborea ne conservarono intorno 
alle vicende della scuola di Gherardo in queir intervallo. 
Le persecuzioni e le sventure, frutto in parte dell' invidia, 
contro le quali ebbero durante gran parte della loro vita 
a lottare Gherardo e la sua scuola, e che terminarono 
colla fuga di Aldobrando in Sicilia e coli' estinzione della 
scuola in Toscana, e per poco non insieme con quella 
della nuova lingua e poesia , se ebbero per prima origine 
le minute invidie e gelosie di poeti, non può dubitarsi 
che dovettero la loro gravità e le finali conseguenze allo 
stesso motivo che cacciò in esilio Dante e tanti altri illu- 
stri Italiani: le discordie intestine, inevitabile conseguenza 
dei governi a commune. Se per un lato già la cosa appa- 
risce per sé evidente a chi consideri gli avvenimenti che 
sommariamente abbiamo esposti: il fatto è inoltre in piìi 
luoghi confermato dalle antiche memorie che ne riman- 
gono intorno a quei poeti. Gherardo e i suoi, e nomina- 
tamente Aldobrando, nemicissimi alla dominazione imperiale, 
certo mai non bramarono, come poi Dante illuso dalla 
classica grandezza del nome d' imperatore romano , di ve- 
dere r Italia unita sotto la signoria degP imperatori ger- 
manici. Ma neanco sotto altra forma non venne loro il 
pensiero dell' unità politica d' Italia. Essi anzitutto erano 



— 78 — 
cittadini caduno della loro città: questa volevano ricca, 
rispettata , indipendente ; ma insieme bramavano vedere le 
città italiane non divise e straziate da interne discordie, 
né in perpetue ed accanite colle città vicine. Viveva 
bensì in quei poeti il pensiero dell' Italia come patria 
commune; essi ne desideravano la grandezza e sovratutto 
l'indipendenza; ma l'una e l'altra (generoso delirio, la 
vanità del quale è dimostrata dalle passioni umane e da 
tutta la nostra storia fino dai tempi più remoti!) spera- 
vano conseguire per la concordia delle sue cento città. 

86. Ma in una cosa Gherardo volle fare l' Italia una, 
e vi si adoperò con indefesso studio durante tutta la lunga 
sua vita, ed infine, sebbene soltanto alcuni secoli dopo la 
sua morte, ei pur l'ottenne. Volle dare all'Italia una lin- 
gua, nella fiducia, dicono quelle antiche memorie « che 
» gl'Italiani, uniti di lingua, si unissero anche di mente 
» e di cuore ; e così , potentemente congiunti scacciassero 
» i prepotenti e vessatori loro dominatori, e compones- 
» sero le fraterne guerre e discordie. » Dei carmi di quei 
poeti, come è ben naturale, furono frequente e bello 
argomento la patria e l' indipendenza , l' odio dello stra- 
niero, le città da questo saccheggiate o distrutte, e i mali 
della discordia, e « tanti laidi fatti di vergogna e di pianto; » 
ed all'incontro la « Beiralliganza di città famose, » e le 
città per essa risorte, e le « palme gloriose cui li invi- 
» lava il Santo Pastore, » e la gioja e V onore e i frutti 
della vittoria; e ben è a dolere che di tali poesie, che 
diconsi essere state belle e numerose, appena un lieve 
saggio sia giunto infino a noi. Ed alle parole congiunge- 
vano i fatti; che di Aldobrando troviamo espressamente 
riferito, e similmente di altri fra i discepoli di Gherardo, 
che non solo cercavano di eccitare colle poesie nei loro 
concittadini l'amore di patria e l'ardore guerriero, ma 
ch'essi medesimi presero parte alla lotta, e che anzi Puc- 



— 70 — 
ciò morì combattendo nella guerra del 1176. — Quindi 
si comprende come tali, poesie, che rapresentavano , che 
secondavano anzi ed eccitavano il principale pensiero, il 
desiderio e lo sforzo di gran parte della popolazione, fos- 
sero avidamente cercate e lette, e ne salissero in fama 
gli autori; come a vicenda,* quando soverchiava la parte 
imperiale, venivano questi perseguitati, e spesso costretti 
a cercare scampo colla fuga. 

87. Gherardo fu una volta esule e bandito. La poesia 
dove parla a Bruno de Thoro del suo esigilo non porta 
indizio onde conoscere, quando avvenisse. Non crediamo 
tuttavia doversi riferire al tempo che l'arcivescovo Rinaldo 
colla forza e col terrore teneva oppressa tutta Toscana; 
essendo Gherardo allora già più che settuagenario ; se non 
fu per ignote rìvoluzioni fiorentine anteriorì, pensiamo 
possa essere stato o in occasione del prìmo passaggio di 
Federico per la Toscana, quando recavasi a Roma per T in- 
coronazione, più veramente quando, a richiesta dell' im- 
peratore nel 1158 Firenze e Siena e altre città di Toscana, 
gli mandarono soccorsi contro Milano. Ma certo indi a 
poco ritornò; e troviamo che invece il suo nemico Lupo 
ebbe a rifuggirsi a Pavia: la scelta della quale città a ri- 
fugio maggiormente dimostra, quale aspetto avesse preso 
la contesa. 

88. Di là continuò Lupo con ogni arte la guerra 
contro Gherardo e i suoi , sì direttamente procurando loro 
noja, sì dando opera in seminare fra essi gelosie e discor- 
die, e trarne alcuno al suo partito: e talvolta gli venne 
fatto. Gherardo e i suoi a loro volta lo laceravano cogli 
scrìtti (parecchi dei quali giunsero fino a noi), e com- 
battendo a difesa e ad offesa gli cagionarono guai e sven- 
ture. Espulso poscia Lupo, non sappiamo per qual ca- 
gione, da Pavia, si ricoverò in Siena; e di là proseguiva 
recando a tutto potere danni e molestie alla scuola di 



— 80 — 
Gherardo, e ricevendone. Da Siena passò alcun tempo in 
Firenze. Ma infine scorgendo vana ogni sua opera , e Ghe- 
rardo e i suoi ogni dì piìi cari e potenti presso i popoh 
infiammati contro l'autore dello scisma, il persecutore del 
Pontefice, e quello onde era messa in pericolo ogni loro 
libertà, abandonò l'Italia. Yi ritornava udita la morte 
avvenuta Fanno 1171 di Gherardo e d'Alberigo, del quale 
aveva sempre temuto la potenza; e da un villaggio presso 
Pavia cercava nuovamente di eccitare nemici a quella 
scuola ; ajutato in ciò da un tal Gola Usario, persona assai 
ricca, parimente di Pavia; che aveva con parecchi discepoli 
di Gherardo gravi inimicizie. A questo tempo sembra do- 
versi riferire anche un altro fra gli avversarli di Aldo- 
brando e degli altri di quella scuola: un tal Rodolfo da 
Firenze, di nobile famiglia, superbo, volubile, maligno, 
che, secondato da Cola, non cessava contro que'suoi av- 
versari! dalle più sozze ingiurie e villanie. Abbiamo un 
sonetto di Puccio Pavia, nel quale raccolse a dileggio al- 
cune fra le parole vili, oscure o straniere, delle quali 
questo Rodolfo aveva fatto uso ne' suoi scritti. Ne gli 
ammonimenti del padre, che era amico di Aldobrando, 
né le preghiere degli amici, valsero a stornare Rodolfo 
da questa lotta, finché, ammogliatosi a fanciulla tedesca, 
non ebbe abbandonata V Italia. Cola Usario invece essen- 
dosi rappacificato dapprima con Aldobrando, il più antico, 
a quanto pare, fra i superstiti discepoli di Gherardo, e 
che dopo la morte del maestro era diventato il capo della 
scuola, e per opera di Aldobrando indi a poco avendo 
cessato le discordie anche con Rruno; e per altra parte 
il trovarsi allora la Toscana libera da ogni forza d'impe- 
riali, e poscia la vittoria dei Collegati e la pace di Ve- 
nezia e la cessazione dello scisma avendo per ogni dove 
cresciuto forza ai nemici dell'impero: anche Lupo alcun 
tempo si posò e, pur conservando nell'animo il rancore, 



— 81 — 
cessò da guerra aperta. A questo tempo sembra doversi 
riferire un sonetto, col quale Aldobrando scrive a Bruno, 
parergli che Lupo avesse scemato il suo soffiare nel fuoco. 
Al che Bruno risponde: non si fidi; che quando colui 
sembra dormire o star muto, ei volge ne' suoi pensieri 
nuovo delitto; che « fin non l'abbia eterno strai tra- 
» fitto, El meglio non verrai ( vedrai ) da quel eh' è suto, » 
e perciò abbia a prepararsi a nuovi conflitti. 

89. iNè fu falso profeta. — La scuola che Gherardo 
aveva stabilita in Firenze sembra sia dopo la morte del 
fondatore stata da Aldobrando trasportata in Siena; se 
pure, come maggiormente crediamo, già vivente Gherardo 
non aveva Aldobrando aperto una seconda scuola anche 
in quella eh' ei chiama la dolce sua patria. Certo è, che 
da fatti senesi provenne la fuga di Aldobrando, e con 
essa la caduta della scuola di lingua e di poesia italiana, 
che, instituita da Gherardo e continuata da Aldobrando, 
durava da oltre sessant' anni. Cessato il pericolo dello 
straniero, per ogni dove rialzava il capo la parte impe- 
riale, in tanto che nella stessa Lombardia già prima della 
tregua di Venezia erano passate a quella parte parecchie 
delle città collegate, e altre indi a poco ne seguirono l'e- 
sempio. Non è quindi maraviglia, che anche in Toscana e 
nominatamente in Siena, dove, particolarmente nel con- 
tado, la parte imperiale era sempre stata potentissima, si fa- 
cesse di più in più gagliarda e si preparasse alla riscossa. Ma 
l'anno 1181 essendo sopravenuta la morte di papa Ales- 
sandro III, tosto insorse quel partito, che fino allora era 
stato compresso dall'autorità del pontefice loro concitta- 
dino: Lupo pose in vista l'odio che Aldobrando aveva 
sempre dimostrato contro l'imperatore e i suoi ufficiali; 
e soffiando nel fuoco ed istigando quanti erano nemici di 
Aldobrando, sollevò contro di lui grave tempesta. Cerca- 
rono difenderlo Cola cognato di Alberigo (diverso dal 

Voi. VII, Parte II. 6 



— 82 — 
Cola Usario predetto), suo amico e condiscepolo, e altri 
potenti del luogo; restò inoperoso, sebbene avesse giurato 
al padre di mantenersi fedele alla parte della chiesa, il 
figliuolo di Alberigo, d'altro non curante che di godersi 
tranquillo le ereditate ricchezze. Gli amici di Aldobrando 
infine, vedendosi impotenti a stornare la procella, anzi 
correndo pericolo di venire essi medesimi travolti nella 
rovina, lo consigliarono a provedere colla fuga alla sua 
salute, e a quella del suo figliuolo Polo. Al primo annun- 
zio del pericolo l'amico Bruno, con una bella canzone 
che tuttora abbiamo, lo invitava a ricoverarsi presso di 
lui in Sardigna; ma impeditone, Aldobrando, colta l'oc- 
casione di una nave che salpava per Sicilia, fuggì a Pa- 
lermo. 

90. Colla fuga di Aldobrando cessava bensì la sua 
scuola, ma rimanevano i suoi discepoli, e con essi la 
speranza che avesse a risorgere la scuola istituita da Ghe- 
rardo. Fra i nuovi discepoli di Gherardo e di Aldobrando 
durante l'ultimo periodo della loro scuola fu Oinlio, 
detto communemente Cliuloto,, nobile Bolognese, del quale 
ci restano parecchie poesie non prive di pregio. Costui 
con ardor giovanile si era gittato nella lotta, che il suo 
maestro co' suoi sosteneva contro Lupo e gli altri avversarli 
di quella scuola. Esso fu tra i piìi ardenti in combattere 
Lupo, Rodolfo da Firenze, e Cola Usario : fu sempre ami- 
cissimo di Aldobrando, cui venerava come maestro; si 
recò anche in Sardigna per conoscervi l'amico di Aldo- 
brando, il poeta Bruno de Thoro, e conversare con lui. — 
Alcun tempo dopo la cacciata di Aldobrando i suoi con- 
cittadini, dolenti della sua perdita, volsero contro Lupo 
il loro sdegno. Colta forse questa occasione, Giuloto, e con 
lui Polo figliuolo di Aldobrando, fecero nuovi sforzi per 
ridurre V Italia a pace e concordia e volgerla contro lo 
straniero, e per far rivivere la scuola di lingua e di poe- 



— 83 — 
sia instiluita da Gherardo: pel quale generoso tentativo 
ebbero da Bruno de Thoro lodi ed eccitamento. 

01. Questo tentativo di Polo e di Giulito teniamo 
doversi riferire al 1186, anno appunto della morte di Al- 
dobrando. Fino dalla fine del 1184 Federico era, per la 
quinta ed ultima volta, disceso in Italia, e Tanno seguente 
anche in Toscana; alcun tempo dopo gli aveva tenuto 
dietro il suo figliuolo Enrico. Alla tregua di Venezia ed 
alla pace di Gostanza non avevano preso parte le città di 
Toscana, le quali perciò P imperatore si considerava libero 
di trattare a piacimento. Racconta il Malispini (1), e dietro 
lui il Villani, che Federico « sì tolse al Chomuno di Fiorenza 
» lutto il contado ella signoria di quello insino alle mura 
» di Fiorenza; e per le vilate del contado facea stare 
» suoi vichari, che rendeano ragione e facieano giustizie. 
» E simile fecie a tutte T altre città di Toscana ch'aveano 
» la parte della Chiesa e quand'ebe la guerra con papa 
» Alesandro; salvo che non tolse il contado alla città di 
» Pisa, ne a quella di Pistoja, che tennono chollui. » La 
verità di questa narrazione è confermata da uno di quei 
decreti che tuttora esiste, quello contro Siena. È sotto 
nome di Enrico VI, del giugno 1186; e prescrive che i 
Senesi abbiano a tener pace coi fedeli all'impero; la città 
è spogliata del territorio e delle regalie. Appare, che i 
Senesi non si arresero alla intimazione; poiché abbiamo 
dallo stesso Malispini , ed è confermato da altri antichi sto- 
rici , che r imperatore « assediò la città di Siena, ma non 
» l'ebbe » ; e, quel che è più, frutto della vittoriosa re- 
sistenza abbiamo un altro diploma di Enrico dei 25 otto- 
bre dello stesso anno, che concede ai Senesi regalia, mo- 
nete e territorio, salvo le terre del conte Ildebrandino. 

{\) Non seguiamo l'opinione di coloro, che credono la Cronaca del 
Malispini essere una falsificazione faUa sulla Cronaca del Villani. Il passo 
che citiamo venne da noi collazionato col codice Magliabecchiano più 
antico. 



— 84 — 
92. Un attento esame di questo fatto ne induce a 
credere, che ad esso appunto si riferisca quanto dice Bruno 
nella sua bella canzone a Polo. Non solo non troviamo 
nella storia d'Italia fatto alcuno che maggiormente con- 
cordi, ma questo avvenimento e pel tempo, e pel luogo, 
e per la persona che ne sarebbe stato l'autore, Polo, 
figliuolo del senese Aldobrando e prode guerriero egli 
stesso (1), e per ogni sua circostanza insomma , è tale , 
che in esso al tutto ravvisiamo il glorioso tentativo di 
Polo e di Giuloto, celebrato da Bruno; e troviamo un 
nuovo annello che lega le notizie forniteci dalle carte di 
Arborea con quello che abbiamo d'altronde intorno alle 
cose d'Italia. Se la nostra congettura coglie nel segno, 
sappiamo a lode di chi si deve se, sola fra le città di 
Toscana, Siena resistette ai decreti dell'imperatore contro 
di lei, e lo sforzò a rivocarli; laddove per Firenze il 
decreto tenne fermo, e la città non solo restò priva del 
territorio per quattro anni, ossia fino alla partenza di Fe- 
derico per la Terra Santa, ma ebbe anzi a dare ajuto di 
genti, che furono sconfitte, contro la città sua alleata. La 
resistenza di Siena non si trasse dietro quella del resto 



(1) la final Iwizoue, 

Che con sennalo fino 

Ora prendesti di tua patria a onore; 

Degno visar del figlio d' Aldobrando! 

Poi già manli, di dure ed orgogliose 
Menti, provaro comò è grave e quanto 
Pesa tuo braccio a lor onta e dannaggio, 
E com valesti maggio. 

Ma tu con osso ed altri, a fiero ardire 
Vìncendo, alla tua patria donasti 
Vita, pace ed onor, che sì bramasti. 



— 85 — 
della Toscana; e pel matrimonio pur allora seguito di 
Costanza, erede del regno di Sicilia, e Puglia, con Enrico 
VI, crebbe viepiù la potenza degP imperatori germanici in 
Italia. Così « avvenne ciò che Bruno in questa canzone 
» aveva temuto » (dice l'antico annotatore Arborese), « e 
» cosi quasi interamente andò vano il lavoro per l'unità 
» della lingua; e gl'Italiani, ahi dolore! né si unirono, 
» né deposero le loro guerre e discordie, anzi caddero 

» viepiù, e distrussero tutto il ben fatto E per tal 

» modo ben a ragione piombò sovr' essi la maledizione di 
» Bruno, contenuta in questa medesima canzone. » Se non 
furono al tutto dimenticate la nuova lingua, e quelle 
poesie nelle quali già aveva fatto di sé bella mostra, per 
lungo tempo in tutta l' Italia centrale e superiore quei 
poeti più non trovarono imitatori, o se alcuno ne seguì 
le tracce, ne perirono gli scritti e la memoria. 

93. Le poesie che ci rimangono di quella età fanno 
fede, quale fosse divenuta la lingua italiana, e come, se 
molte nuove voci di poi furono introdotte, ed all' incontro 
allora erano ricevute alcune particolarmente di origine 
latina, e venivano adoperate forme elocuzioni, cui poscia 
la lingua italiana non accolse: in generale, e per la scelta 
delle parole e per la costruzione, fino da quel tempo 
ebbe tutti i caratteri , che partilamente esamineremo a suo 
luogo, che la distinguevano e tuttora la distinguono dal 
volgare toscano. Per l'eccellenza di parecchi fra i nostri più 
antichi scrittori, che perciò divennero legge e norma ai 
seguenti, ed insieme per essere stato l'italiano fino ai 
nostri giorni principalmente, anzi nei primi secoli esclusi- 
vamente, lingua scritta e non parlata, avvenne che la lingua 
italiana in uso oggidì poco differisce da quella che Ghe- 
rardo creò e adoperarono i suoi discepoli; che Guido 
Guinicelli ed altri rimisero in fiore nell' Italia centrale nel 
secolo seguente; e sopratutto da quella della quale fecero 



— se- 
nso Dante, Boccaccio e Petrarca; laddove le altre lingue 
neolatine, quantunque fino da tempo antico adoperate 
anche negli scritti, erano principalmente idiomi parlati, e 
perciò col volgere dei secoli si trasmutarono sì fattamente, 
che, per esempio, l'odierna lingua francese differisce da 
quella del secolo XII piìi che non differiscano l'una dal- 
l'altra alcune delle lingue neolatine. Fra queste non ve 
n'ha alcuna che abbia meno variato da ciò che fu non 
già or fa sei secoli, come dovevamo dire della lingua di 
Guido Guinicelli e de' suoi seguaci, ma da oltre sette se- 
coli, ossia fino dalla metà del secolo XII. Ben a ragione 
l'antico raccoglitore Arborese notava ad un sonetto di 
Bruno (1) dell'anno 1150 o in quel torno: « Dal pre- 
» sente bello stile di Bruno de Thoro si vede aperta- 
» mente, a quale perfezione a quei tempi giunse la lingua 
» italiana. Ahi! se Aldobrando senza danni avesse rag- 
» giunto l'età di Bruno, se il maligno Lupo e i suoi 
» seguaci, che anche dopo la sua morte non mancarono, 
» non avessero disturbato una sì grand' opera; se le 
» guerre, le discordie e le gelosie non avessero rimosso 
» dallo studio gli animi degP Italiani ; ed infine se, sbigot- 
» titi da tanti infortunìi, i discepoli di Gherardo, di Aldo- 
» brando e di Bruno non avessero cessato di aprire le 
» scuole e di continuare il lavoro: certo né si sarebbe 
» nel seguente secolo corrotta la lingua, ne questa avrebbe 
» più oltre avuto d' uopo di essere ingentilita. » 

94. La lunga durata della scuola di Gherardo, il 
grande numero e la fama dei discepoli che la frequenta- 
rono, l'avere alcuno di essi appartenuto a parti d'Italia 
assai lontane dalla Toscana , ed il pregio incontestabile di 
molte fra quelle poesie, furono cagione che la nuova lin- 

(1) Il soneUo L'Angel, che me purea ripeter l' Ave, da me piibli- 
cato nella risposta ai Berlinesi. 



— 87 — 
gua, sebbene allora nell'Italia settentrionale non potè 
prendere radice, pure vi fu riconosciuta come rapresen- 
tante, se così posso esprimermi, della lingua commune 
italiana, ossia come volgare illustre italiano. Ciò è dimo- 
strato da un documento conosciuto da oltre un secolo, 
ma non sufficientemente considerato, in parte perchè scor- 
rettissimamente publicato, e fors' anche scartato perchè 
non era conforme alle opinioni correnti intorno alle ori- 
gini della nostra lingua. Opera di Provenzale, è composto 
in una provincia d' Italia che allora, come abbiamo altrove 
notato (I 28), ed ancora per lunga età, sotto l'aspetto 
della lingua apparteneva alla Francia. Un trovatore Pro- 
venzale, Rambaldo di Vaqueras, quello medesimo di cui 
abbiamo il contrasto, del quale altrove parleremo, con 
una donna genovese, trovandosi alla corte del marchese 
di Monferrato dove si recò verso il 1200 e restò fino al 
1207 , allorquando accompagnò il marchese alla cro- 
ciata (al quale anno perciò non può essere posteriore la 
presente poesia) s'innamorò di Beatrice sorella del mar- 
chese, che si narra gli sia stata a sua volta cortese, e cui 
il poeta avendo visto un dì colle armi del fratello in mano, 
pose nome Bel cavaliero. Trovandosi una volta, come 
avviene, in discordia colla sua bella, scrisse una canzone, 
nella quale dice che, ad esprimere quanto gli avveniva 
colla sua donna, scriveva un Discordio, dove farebbe di- 
saccordare le parole, i suoni (le rime), e i linguaggi. 
A quella prima stanza , che è in provenzale , ne fa succe- 
dere una in italiano, indi una in francese, una quarta in 
catalano, poscia una quinta in castigliano, ossia nel!' odierna 
lingua spagnuola. Ogni stanza è al tutto con diverse rime, 
contro l'uso provenzale; la licenza infine ha, nello stesso 
ordine, due versi in caduna delle anzidette lingue, colle 
medesime rime ch'ebbero nella stanza corrispondente. 
Così in questa canzone poliglotta la Francia è rapresen- 



— 88 — . 

tata da due lingue, la provenzale e la francese; la Spagna 
parimente da due, il catalano e il castigliano; finalmente 
r Italia da una sola, quella che difatti divenne lingua com- 
mune d'Italia: che al primo aspetto è evidente, come, 
per quanto ne ora possa agevolmente né potesse allora 
venire una schietta e pura lingua italiana dalla penna di 
un Provenzale, la lingua che ivi abbiamo corrisponde ap- 
punto al volgare toscano inalzato a dignità di lingua con 
alcune forme tratte dal latino letterario, che è il tratto 
principale e caratteristico della lingua italiana. 

95. Volendo, per quanto è possibile, dare esatto e 
nella sua forma sincera il testo di quella curiosa, poco 
nota ed importante canzone: oltre all'aver tenuto a ri- 
scontro le due edizioni fatte sui manoscritti, ne ho fatto 
diligente ricerca in tutti i numerosi manoscritti provenzali 
d' Italia ; io stesso nei romani e nei fiorentini ; per mezzo 
'd'amici in quelli delle altre città. In un sol codice in 
Italia mi venne fatto di trovarla, nel Vaticano 3205, che 
è copia di quello già Vaticano 3794, ora Parigino 12474. 
Anche questo fu per me collazionato, e un altro pari- 
mente Parigino 1749. All'amico che si prese cura delle 
ricerche e del collazionamento, non venne fatto di trovare 
questa canzone in alcun altro dei manoscritti di Parigi ; 
sebbene senza fallo debba trovarvisi, poiché nei codici 
collazionati manca l' ultima stanza , che é citata dal Cre- 
scimbeni e si legge nelle edizioni. Riservandomi adunque 
di fare io medesimo accurate ricerche nella Biblioteca di 
Parigi , e ripublicare poscia questa canzone fornita di tutto 
il suo apparato critico, la dò qui intanto già assai miglio- 
rata coU'ajuto dei testi summenzionati. A lato dell'originale 
nelle quattro lingue straniere pongo la traduzione italiana , 
nella quale tuttavia in alcuni luoghi, principalmente per 
la corruzione dei testi, non oso dire di aver colto nel 
segno; alla parte italiana secondo la lezione dei mano- 



— 89 — 
scritti aggiungo il lesto medesimo senza veruna mutazione 
nei vocaboli, ma ridotto alla moderna ortografia (1). 



( Provenzale ) 

Ara, quan vei verdeiar 
Prals e vergiers e boscatges, 
Vueilli un Descorl coninsar, 
D'amor perq'ieu vauc a raiges. 
(y una domna m sol amar, 
Mas camjats l'cs sos coraiges; 
Perq' ieu fauc desacordar 
l.os mots e Is sons e Is lengatges. 

(Italiano) 

lo son qel qe ben non ajo 
Ni janiai non l' averò 
Per abrilo ni per majo. 
Si per madonna no' l' ò. 
Cerio qe 'n nisun lenguajo 
Sa gran beuta dir no' so. 
Più fresca es qe fior de glajo, 
\\ jii no' men partirò. 

(Francese) 

Belle douce dame cheire, 
A vos me don e m'otroi; 
.le n'aurai mes jo'enteire, 
Si je n'ai vos, e vos moi. 



Ora quando vedo verdeggiare i prati, 
i verzieri e le boscaglie, voglio comin- 
ciare un Discordio, poiché vo in rabbia 
per amore. Che una donna» mi suole 
amare, ma se l'è cambiato il cuore; 
per lo che io faccio disaccordare le pa- 
role, le rime e i linguaggi. 



lo son quel che ben non aggio 
Ni. giammai non r averò 
Per abrilo ni per maggio, 
Si per madonna no' l'ho. 
Certo che 'n nissun lenguaggio 
Sa gran beuta dir no' so. 
Più fresca es che fior de glaggio (2), 
E già no' men partirò. 



Bella, dolce dama cara, a voi mi 
dono e mi concedo ; non avrò mai gioja 
intera, se non ho voi, e voi me. Molto 
siete mala guerriera, se muojo per buona 



(1) A scanso di equivoci avvertiamo, che per varietà ortografiche 
non intendo le varietà di scrittura per le quali si esprime varietà di 
snono, e perciò non dico essere semplice diversità ortografica tra 
f/rotia e gloria. Ira ailro o atro ed altro. Per varietà ortografiche inten- 
diamo quelle sole, per le quali nulla si muta alla pronunzia, ma sono 
semplicemente diversi modi adoperati già a designare per iscriltura un 
suono medesimo; come il e e W k avanti Va, e simili. 

(2) Forma letteraria, pel volgare toscano ghiaggiuolo. 



90 — 



Moli esles mala guerreire, 
Si je muer per bone foi. 
Mes ja per nulle maneire 
No rn' partrai de vostre loi. 

(Catalano) 

Dauna, io me rent a bos; 
Qar sois (1) la mes bon'e bera, 
Anc sees gailhard e pros, 
Ab qe no m fosselz tan fera. 
Mout abetz beras faissos, 
Ab color fresq' e novera. 
Bos m' abetz, e sieubs a bos; 
No m' d' estre gora fiera. 

(Castigluno) 

Mas tant temo vostro piallo 
Todo 'n soi escarmeniado; 
Per vos ai pena e maltreito, 
E '1 meo corpo lazerado. 
La noi, qan jas en meu leito, 
Soi mochas ves espuado 
Por vos , ero, e non prò fello 
Falhit ei en mon cuidado; 
Mais que failhir non cuideio (2). 

Belhs Cavaliers, tan es car (3) 
La vostr'onratz senhoralges, 
Qe cada jorno m'es glajo (4). 
Oimé lasso! qe farò, 
Si seli qe g' ei plus cheire 
Me tua, no sai pourqoi? 
Ma dauna, fé qe dei bos 
Ni peu cap sanhta Quilera , 
Mon corasso m'avez ireito, 
E moul gen fau Pan furiado. 



fedeltà. Ma già per ninna maniera non 
mi partirò da vostra legge. 



Donna., io mi rendo a voi; poichi' 
■siete la più buona e veritiera, sebbene 
siate gagliarda e prode, con che non mi 
foste tanto fiera. Molto avete veri modi, 
con colore fresco e novello. Voi m'avete, 
e sono a voi; non dovete essermi ora 
fiera. 



Ma tanto temo il vostro piato, dir 
tutto ne sono scottato; per voi ho pena 
e maltrattamento, e 'l mio corpo lacerato. 
La notte quando giaccio nel mio letto , 
sono molte volte preso a sputi da voi , 
per errore, e non per fatto ch'io abbia 
fallito nella mia diligenza; sopratutl" 
che pongo cura in non fallire. 

Bel Cavaliero, tanto è cara la vo- 
stra onorata signoria. 
Che cada giorno m'es glaggio (4.). 
Oimé lasso! che farò, 
se quella che ho più cara mi uccide, 
non so perché? Mia donna, per la fedr 
che vi devo, né pel capo di Santa Chi- 
ter a., m'avete tratto il mio cuore, e 
molte genti false l' hanno furato. 



(1) Interpreto come se fosse scritto sets. 

(2) Lh rima esige cuideito. 

(3) Le edd. carn ; contro i) senso e ]a rima. 

(4) Voce per me d' incerta lezione e di oscura significazione. 



POESIE INEDITE 



DI 



AVERANO SEMINETTI 
All' Avv. Giovanni Giumelli a Pontrenioli 



Mio Caro Gianni 

Che dira' tu quando mi ti vedrai comparire innanzi 
cosi airimpensata? Correrai di botto alla fine, per sapere 
s'io mi son proprio quel che ti scrive; sono, e in carne 
ed ossa, ricordevole di quei giorni, troppo brevi, ne'quali 
con Giulio e '1 Sor Vincenzo, e l'Emilia e la tua Caro- 
lina, e quella saetta d'Anna si facea crocchio or al rezzo 
delle piante, or lunghesso il mare in risa e festa là nel 
pittoresco paesello di S. Terenzo sulle piagge orientali del 
mirabile Golfo di Spezia. E ben ricordo come la tua musa ■ 
ci rallegrasse a quando a quando con quelle leggiadre ri- 
me air improvviso, le quali se alcuna fiata erano un poco 
libere, non mancavano mai di forma spigliata, stile pae- 
sano ed urbanità naturale, dote rara oggi che tutto è ar- 
tifiziato. Io t'avea fatta ressa perchè scelte nel libraccio 
della tua memoria quelle che ti tornassero più a garbo 



92 

me le avessi mandate scritte e n'ebbi promessa, ma si, le 
furon parole. Or costà tuffato ne'digesti, il mio nome ti 
sarà uscito dalla mente, e né manco sentirai piìi i pizzi- 
cori d'Apollo. Ben ti confesso eh' io sono un pò incredulo 
in cotale faccenda, e mi ti figuro in buona brigata col 
fiasco paesano a raccontar novelle a dir motti, ed esser tu 
solo l'anima della geniale adunata. M'apposi? Se lo so 
che, dato 'l tempo opportuno alle cure del fòro e della 
famiglia, tu ti piaci di quello svago che è in costume co- 
stassìi. Pensa dunque un zinzino anche a me, e tienmi la 
promessa. 

E perchè tu non mi metta nel dimenticatoio, e manco 
mi esca fuori con dilatorie, ho pensato di stampare il tuo 
bravo nome, in capo a due poesie berniesche d'Averano 
Seminetti ch'io per la prima volta dò fuori. 

Le trascrivo da una copia di mano di quel valen- 
t'uomo del Magliabechi, mandata al bizzarissimo P. An- 
gelico Aprosio, noto autore d'operette critiche, bibliogra- 
fiche ed amene, delle quali io ti consiglierei a leggere la 
Grillaia (va sotto il pseudonimo di Scipio Glareano) e 
spezialmente il Grillo 5.", dove si disputa se senza ber 
vino si possa poetare con eccellenza. Il bibliotecario fio- 
rentino scrisse molte e bellissime lettere a frate Angelico, 
e qui ne conserviamo due grossi volumi; le mi gioveranno 
mirabilmente per dirti alcun che del Seminetti. Intorno 
al quale ora ti diviserò alla spiccia quanto potei razzolare. 

E' nacque in Firenze nella prima metà del Sec. XVII, 
ed avea la fisima di scendere per dritta linea vuoi dal- 
l'antichissima famiglia de' Siminetti, vuoi da quella non 
manco vetusta della Sannella, ma il Ginelli negli Scrit- 
tori Fiorentini (opera manoscritta nella Nazionale di Fi- 
renze) osserva ch'e' s'ingannava a gran pezza, perchè della 
prima Ugolino Verino canta: 



— 93 — 

Anselmi domiis et Seminetta propago 

A-ut pauci existunt quos norim ex stirpe vetusta, 

e dell'altra 

Horum si quaeras vestigia pauca supersunt. (1) 

Il Gamurrini nelle sue Famiglie Toscane ecc. ecc. 
vuole da que' magni Siminetti discenda, ma gli è poco 
da credere a costui che scrisse mille favole per compia- 
cere chicchessia, ed alcuna fiata le grosse sparate si fece 
pagare, testimone il Magliabechi che scriveva alPAprosio 
circa il quarto volume della cennata opera: Né anche di 
questo però, a parlarle con confidenza, ho gran curiosità 
sapendo che scrive quel che vogliono coloro che gli danno 
quattrini. Ond'è che il nostro poeta parlando del natale 
della Chiocciola recita : 

Ma spero però ben senza pregarlo; 

Pur eh' ei buschi qualcosa, al Terzo Tomo 

L' Abate Gamurrini voglia stamparlo. 

E forse sei sapea per prova Averano, al quale chi sa quanto 
buscò il genealogista per stampare nella sua opera le pa- 
role a lui consacrate ; e si dee per avventura reputare 
vera 1' affermazione del Ginelli, là dove rimettendo il leg- 
gitore a quel eh' ivi se ne legge aggiunge : sappiendo che 
il Seminetti da per se stesso fece il disteso. Donde appa- 
risce il nostro poeta uomo grandemente ambizioso e vago 



(i) Queste notizie traile dal citato Ms. si come quelle irascrilte dalle 
aggiunte fattevi dal Biscioni, mi furono comunicale dalla squisita cortesia 
del Sig. Cav. Cesare Guasti della cui amicizia altamente mi onoro. 



— Oi- 
di laude; poiché gli è fuor misura magniticalo nel discorso 
luogo predicandosi adornato oltre alle virtù cavalleresche 
di tutte quelle prerogative che possono costituire al mondo 
un perfetto e gentil cavaliere, e comparendo in belle lettere 
al pari d'ogni altro, e fra i pochi toscani il più vago il 
più erudito che habbia forse il nostro secolo. Argomento 
a starmene in cotesta credenza mi porge una lettera de' 
":25 Luglio 1673 del Magliabechi, dalla quale rilevo non 
essersi mostrato contento della ricordanza che di lui fece 
PAprosio nella prima parte della Bibiioteca Aprosiana, 
dove riproducendo alcuni suoi versi indiritti al Magliabe- 
chi lo disse spiritosissimo e dottissimo; ma vorrebbe esser 
nominato anch'esso nella Biblioteca, e per tale effetto mi 
ha detto che avrebbe caro che V. P. R. gli scrivesse qual- 
che libro che le mancasse per non le mandar qualcosa che 
ella già avesse. Ed in altra successiva arroge come ar- 
dentissimamente desiderava che alcuna sua composizione 
fessevi inserita. 

L' amenissimo Lippi poselo in canzone neir arguto 
suo poema, facendolo comparire in scena più volte festo- 
samente sotto pseudonimo d'Eravano. A petizione dell' A- 
prosio in questa sentenza ne scrive il Magliabechi: « Il 
» sig. Averano Seminetti, del quale V. P. R. mi domanda 
» notizia, è un Cavaliere della nostra Città. Questo si- 
» gnore è di costumi candidissimi, gentilissimi ecc. ed in 
» oltre poeta di stima non ordinaria, onde mi meraviglio 
» che V. P. R. non ne avesse notizia. Ci sono veramente 
» di suo delle cose bellissime al maggior segno mai pos- 
» sibile, ma forse, e senza forse, un poco lascive ; onde 
» ne V. P. R. leggerle ne io copiarle potremmo senza 
» gran rossore. Ho di suo gran quantità di poesie mss., 
» e per saggio le ne mando una grave, e l'altra burlesca, 
» che non sono però delle migliori ch'esso abbia fatto ». 



— 95 — 
Le qui cennate poesie non esistono nel manoscritto dove 
hanno vi le altre e forse andarono, come molte, disperse. 

Il capitolo ch'io mando in luce la prima volta fu scritto 
sul cadere di Marzo del 1671, e ne ho lingua da una 
delle citate lettere scritta ai 29 di quel mese, nella quale 
leggo: Dissi al sig. Seminetti che facesse qualche compo- 
sizione in morte di Mons. Sperelli; ed esso mi promesse, 
ma dubito che non ne farà altro poiché ha '/ capo adesso 
a comporre cose piacevoli. Le mando un capitolo che ha 
fatto questa settimana, e dedicato al sig. F. Rig.... per- 
chè appunto è nel caso delle corna ecc.... E intorno al 
sonetto li 24 Aprile 1674 scrive così: Avendo io l'altra 
sera prestato al sig. Averano Seminetti una lanterna pic- 
colissima, me la rimanda esso in questo punto con fin- 
eluso sonetto. La Lanterna è del Sig come 

ella dal Sonetto vedrà. In fatti è palese che apparteneva 
ad Agostino Coltellini, dal quale Averano avea avuto lode 
di gentilissimo poeta nelle sue Poesie Varie. 

Senonchè la musa non si manifestò sempre benigna 
al nostro autore, dicendolo aperto il giudizio del Maglia- 
bechi sopra una poesia scritta per la nascita di Gian-Ga- 
stone de' Medici ; essere cioè una delle peggiori cose ch'e- 
gli avesse mai vedute del Seminetti, avvegnaché lo reputi 
poi degno di compassione, per aver composto quel lavoro 
d'opportunità in brevissimo tempo. 

Ebbe egli dimestichezza con tutti i letterati della To- 
scana, ed eziandio con molti stranieri, e questa si procac- 
ciò in ispecie a cagione della sua famigliarità grande col 
Magliabechi; a lui Federigo Nomi dedicò la traduzione 
della ventunesima Ode d' Orazio; e Gregorio Leti nella 
sua Italia Regnante lo ricordò orrevolmente. Gli scrit- 
tori assegnano la sua morte all'anno 1698. 

Una sola delle sue poesie si ha stampata, secondo 
scrive il Negri, negli Scrittori Fiorentini, ed è una can- 



— 96 — 

zone sopra le fatiche dei letterati, e sopra gli onori ar- 
dentemente bramati dai cortigiani dedicata ad Antonio 
Magliabechi posta fuori in Ferrara nel 1677 con la Ci- 
cala deir Ab. Libanori e con uno spiritosissimo sonetto 
sopra un Grillo. Un capitolo col nome dei Seminetti si 
legge altresì nel rarissimo libro intitolato : Scelta di prose 
e poesie Italiane. Prima edizione. Londra Gio. Nourse 1765. 
È indiritto al sig. Benedetto Guerrini, ed incomincia: 

Guerrini ho visto tanto e tanto mondo 
(]he di Borghi, di Terre, e di Castella 
Ha fatto questo capo un Mappamondo 

si chiude coi versi seguenti: 

Fiorenza, in vero, è tutta bella e buona 
E a mio parer l'egual non v'è nel mondo, 
Se non che la virtù vi si cogliona, 

E che l'ovato piace men del tondo. 

Ma dalle lettere più volte citate io rilevo lo sbaglio 
degli editori di questo libro circa l'autore del capitolo, e 
la vera lezione della chiusa in esso forse a studio imi- 
tata. Discorso alquanto il Magliabechi di Marco Lamber- 
ti , prosegue dicendo : « Neil' istesso tempo erano qua 
» molti altri che componevano ancora essi molto bene 
» nella poesia burlesca. Uno di essi era il Persiani , del 
» quale V. P. R. avrà veduto le poesie stampate, come 
» anche due drammi musicali, ed altre cose. Anche di 
» esso ho veduto ed ho moltissime poesie piacevoli, e 
» secondo il mio giudizio molto più belle e più acute di 
» quelle del Lamberti; ma anch'esse però, il che è da do- 
» lere sommamente, involte nello stesso fango dell'oscenità, 
» essendovene molte per questo capo indegne di leggersi 



— 97 — 

» da chi che sia. Un capitolo nei quale descrive a Bene- 
» detto Guerrini un suo viaggio, cosi lo conlude, e con 
» ragione, della nostra Città: 

Fiorenza in somma è tutta bella e buona 
E al mio parer non ha difetto alcuno. 
Se non che la virtù vi si cogliona 

Lo sai tu lo so io lo sa più d'uno. 

Ond'è che quindinnanzi dovrassi al suo vero autore 
restituire il succennato capitolo, malamente attribuito al 
nostro Seminetti. 

Delle poesie da questi lasciate manoscritte alcune son 
divisate dal Ginelli; cioè un sonetto molto applaudito con- 
tro un colai medico il quale incomincia — Redi tu ridi 
e rodi ecc. — La Civetta, La Ricolta, Il baco da seta, 
Componimento sopra Anton Maria del Buono, un' altro 
sulle cose di Polonia, un' Ode per S. Pietro d Alcan- 
tara; alle quali debbono arrogersi quelle ricordate dal 
Biscioni nelle aggiunte al Ginelli, ed eziandio nelle note 
da lui fatte al Malmantile ; esse sono : L'Archibuso, poe- 
metto di st. 52 nel quale rappresenta gli amori d'un pa- 
store e rf' una ninfa interrotti dallo scarico accidentale 
d'un archibuso. Non è troppo modesto. La Balestra, poe- 
metto di st. 63 coir argomento, nel quale mostra gli amori 
di due amanti, principiati dal lanciarsi con una balestra 
una carta dall'amante all' amata. È conforme all' ante- 
cedente. In lode delle mosche, capitolo al sig. Francesco 
Redi, coir occasione eh' egli scrive degli Insetti. Il eh. fi- 
lologo sig. Gav. Fanfeni possiede una copia della Balestra, 
novella, com' egli mi scrive, assai licenziosa. Io però m'ar- 
gomento che molte altre e' n'abbia dettate rimaste poi 
manoscritte ed oposte in dimenticanza o disperse, si come 
per avventura può essere avvenuto a quelle, che senza 
meno dee aver date fuori stampate in fogli volanti, se- 

Vol. VII, Parte 11. 7 



— 98 — 

coudo avea adoperalo ii Malatesti seguendo il costume di 
quel secolo. 

Faccio qui fine, Gianni mio, a questa troppo lunga 
diceria, la quale per giunta t'avrà nojato Dio sa quanto; 
m'è avviso però ti piaceranno le poesie scritte alla buona, 
ed insieme con quella pulitezza aggraziata onde i toscani 
si levarono in bella fama; eziandio in quel seicento, che, 
tu ben sai, ci ha regalato sì gran copia di poeti assassini. 
Ma costassi! io so che v' hanno buoni cultori delle muse, 
e tu sei de'primi, mandami dunque qualche tuo bel la- 
voro: ispirati nell'ameno paese che ti sottostà, nell'argen- 
teo Magra che lambe le avite mura e col tuo valente 
compaesano di quattro secoli canta 

Macra meam flumen quoti praeterlaberis urbem 

Splendidulique rigas iugera eulta soli: 
Et Ligurem a Thusco discernis tramite certo. 

Quique tenes spinae spissa trophaea malae: 
Qui te nunc Viridi iungis cum flumine dicto 

Quod lambii charas lam mihi delicias. 

Te semper placidum, liquidum, purumque videmus, 

Et semper nobis unda serena pates: 
Tu volucres, pelagi varios tu lucide pisces 

Goncipis, in ripis garrula garrii avis: 
Vidimus in puris celeres colludere barbos 

Fonlibus, et truttas praecipitare caput. (1) 

Ed ora ti saluto standomi in aspettazione d' un segno 
eh' affermi non aver fino a qui dimenticato 

Dalla Bib. Universitaria di Genova, li 31 del 1874. 

// tuo aff'.mo cugino 
A. Neri. 

(1) Belmissenus, Opera poetica, Parisiis ex aedibus Siin. Coliiiaei, 
1534 car. 81. 



— 99 — 

CAPITOLO IN LODE DELLE CHIOCCIOLE 
AL SIG. FRANCESCO RIG.... 



10 ho fantasticato un anno intero, 

L'origin delle Chiocciole cercando, 
E per ancor non ne ritrovo il vero. 

E mi stupisco assai dell' Aldovrando, 

Che registrò le bestie in certi Annali, 
Ch' ei lasciasse un bestiuol sì memorando. 

Plinio che scrisse di tanti animali 

Tacque di questa, e pure era un suggetto 
Da vederla lontan senza gli occhiali; 

E'I Redi, ch'oggi è un Uom plusquam perfetto, 
Ch' ha illustrato infino i suoi Pidocchi. 
Della Chiocciola nulla anch' ei n'ha detto. 

Né vorrei, eh' a giudizio degli sciocchi. 
Si tenesse fra noi per tanto vile, 
Che di lei si. ridessero i ranocchi: 

Ch' io farò, benché povero di stile, 

Sonar le sue grandezze all'Arno in riva, 
E fui quasi per dir da Battro a Tile. 

Scendi, o Vergin Canora, Aonia Diva, 

Per la Chiocciola in terra, e tempra meco 
La Cornamusa in vece della Piva: 

Perch' io vo' tanto dimenarmi teco, 

Che Febo resti un Becco, essendo stato 
Muto al suo merto, alle sue glorie cieco. 

11 Natal di costei non ho trovato, 

Ch' il Rena antiquarista di cercarlo 
Già mi promesse, e poi se n'ò scordalo. 
Ma spero però ben senza pregarlo, 

Pur ch'ei buschi qualcosa, al Terzo Tomo 
L'Abate Gamurrin voglia stamparlo. 



— 100 — 

Quando il vecchio Noè , eh' era un huon uomo , 

Dentro all'Arca ingabbiò tante bestiacce. 

Quest'ancora v'accolse, ch'io vi nomo; 
Parte di cui sbarcò per maremmacce, 

Parte in certe montagne aspre e rubelle, 

Gualcite come i fior nelle bisacce. 
Ma la sorte, ch'insieme con le stelle. 

De' cornuti Animai cura si prende, 

A costei destinò parti più belle; 
L' inviò con piacevoli vicende 

Là nelle macchie dell' orto d' Elia , 

Là dove mai bucati vi si stende. 
Oh bella, oh vaga Chioccioletta mia, 

Deliziola maggior delle foreste. 

Specchio di perfezion, di leggiadria! 
Io credo in quanto a me quando nasceste, 

Che la Madre Natura ti facessi 

Geometricamente con le seste; 
E congiunte col Ciel . ritratto avessi 

Nel tuo guscio ogni sfera insieme unita, 

Ne' giri di que' cerchi obliqui, e spessi 
Entro di cui te stessa stabilita, . 

Gom' anima informante, agiti e muovi 

Macchina si mirabile e compita. 
Per te nel mondo credo che si trovi 

L'invenzion delle scale fatte in giro, 

Ond'è che tanti comodi si provi. 
E quando il Domo di Firenze miro. 

Stimo ch'il Brunelleschi , uom di buon gusto. 

Nell'immagine tua colpisse il tiro: 
E se guardi, Francesco, giusto giusto, 

A guisa d' una Chiocciola vedrai , 

Gh'è la Cupola il guscio, e'I Tempio il busto. 
Da lei varie invenzioni uscirò assai, 

E a vite acchiocciolaron gli strettoi. 

Ove stringervi i noccioli potrai. 
Credo eh' il peso a' movimenti suoi 



I 
1 



— 101 — 

A portare imparassero i facchini, 
La Carrozza i Cavalli, il Carro i Buoi. 
E poi stanno a guardarla in due quattrini 
Quando compran le Chiocciole in mercato, 

I nostri Arcispilorci Fiorentini! 
Un vocabolo antico ho lor trovato, 

Che galantine le chiamavan qnelli. 

Con più senno di noi, del tempo andato: 

Onde però con artifizzi belli. 

Anco le Dame in apparir galanti, 
A Chiocciola s'acconciano i capelli. 

Ma non son per contar lutti i suoi vanti, 
Ch' io la frase non ho pura toscana . 
E ne lascio la cura al Cavalcanti. 

Dirò cosa dal ver poco lontana; 

Se regna per le grotte ove soggiorna 
Adunque l'ò regina della Tana. 

Clie sia regina, la ragion mi torna, 
Se Corna è un sincopato di Corona, 
La Corona ha costei s' in fronte ha corna. 

E guardate se regia ò la persona, 

Sana le Scrofe il Re di Francia, e lei 
A risanar tutti gli enfiati è buona. 

Aggiugner per sua lode io vi potrei 

Un esempio, che forse anco vi è noto 
Più che la Manna a' pertinaci Ebrei; 

In lei molto si scorge del devoto 

E mezzo l'anno in rigidezza acerba 

Sta sempre a uscio chiuso, e corpo volo. 

Ella in se stessa ogni bontà riserba, 
E fatta anacoreta entro i deserti. 
Dorme fra i sassi, e si nutrisce d'erba; 

E col patir multiplicando i merti, 

Alcide di se stessa, erger sopporta ' 

II tugurio onde i membri ha ricoperti; 
Romita delle selve, altri la porta 

Dalle balze alle fiamme, e in gravi pene. 
Martire di cucina , ardendo è morta. 



— 102 — 

Or da quest'animale apprendin bene 

I (sic) a far la penitenza, 

Che stanno in pianelline a pance piene. 

Lei con mirabilissima prudenza 

Tesse, fuggendo l'ozio, i propri panni, 
E per f5rne risparmio esce fuor senza; 

Le nostre donne, che temon gli affanni, 

Stan sempre sfaccendate, àn sempre addosso 
Vesti, che gli farebber quindici anni. 

11 Moniglia mi loda a più non posso 

La Chiocciola, e ne dà saggia riprova, 
Ciò eh' a scriver di lei Galeno ha mosso; 

Dice ch'in lubricar tanto ci giova, 
Che terrebbe disposto Carlo Dati, 
Ch' il più stitico corpo non si trova. 

Ma perch'il foglio è già pien da tre lati, 
E battute son già le vent' un' ora , 
Due ricordi vo'dir, ch'avea lasciati. 

Trovansi le Lumache al mondo ancora. 
Che van la notte solitarie, e chete, 
E spariscon da noi presso all'aurora: 

Io vo' giocar che non le conoscete. 
Vi parlerò con termini precisi, 
Son di Chiocciole morte anime inquiete, 

Che da Giove, ne' tempi a lor prefisi. 
Confinate restar per le cantine. 
Come l'alme gentiU a' Campi Elisi; 

E queste come Regie, e peregrine. 

Al par de' grandi Eroi , vestigi illustri 
Ove passano ognor lasciano in fine. 

E perchè viva al variar de' lustri 

SI bel cognome, e'I tempo non l'imbianchi. 
Dirò quanto ne so da Autori illustri. 

Riposandosi all'ombra un giorno stanchi, 
'N un folto bosco, i servi di Vulcano, 
Perchè la brace al torto Dio non manchi. 

Ecco appresso di lor giugner pian piano 



i 



— 103 ^ 

Veliere e Marte a dov'Amor gli spinse, 
' Credendosi lonlan dal guardo umano; 

Acchiocciolati al suol 1' un l'altro avvinse, 

E a scorno del gran Fabbro, il Dio guerriero 
Fra' le nevi animate il foco estinse. 

E perchè non si dura un giorno intero. 
Scioltisi omai dall'amoroso impaccio, 
Ciascun presti di lor nuovo sentiero; 

E come a Meo talun suol dir Meaccio, 
• Per lusinga, per vezzo, in dire addio. 
Venere chiamò Marte Martinaccio. 

Ed oh grande stupori quivi appario 

Nel proprio suol quest' Animai cornuto, 
Che ciascun de' due servi strabilio; 

E perchè non l'avevan più veduto 
Si cavar di berretta, e sospettaro 
Fosse a gloria di ciò dal ciel venuto. 

Né avendo il nome suo, si ricordaro 
Ciò che Venere disse, e finalmente 
Martinaccio per nome il battezzaro. 

E cosi divolgandolo alla gente. 

L'uomo, che del curioso è sitibondo, 
Per tutto il propalò mirabilmente; 

Onde , con un giudizio assai profondo , 
Conclude unito il senso di parecchi, 
Che la Chiocciola sia nel basso mondo 

La Cornifera Dea di tutti i Becchi. 



104 



SONETTO 



Un atomo di ìuce in seno accoglie* 

Questo, sia spegnitoio o Lanternino, 
Che non fa lume ne men da vicino, 
Che non è atto a frugnolar le coglie. 

Da un Giclopo pigmeo, fra l'altre spoglie, 
Già per sorte in regal l'ebbe Agostino, 
Da cui la simmetria del Coltellino 
Perfettissimamente ecco si toglie. 

Va incognito con esso entro l'orrore 

Ciascun, poiché per vie, piazze o caverne 
Poco vede, e men visto è'I portatore: 

Or s' appena fra l'ombre si discerne 
Quest'errante favilla, è poco errore 
Le lucciole scambiar dalle lanterne. 



SAGGIO DI CORREZIONI AL LIBRO VI 

DEL TESORO DI SER BRUNETTO LATINI 



vol(;arizzato 



DA BONO GIAMBONI 



Il Libro sesto del grande Tesoro, il quale comprende 
l'Etica di Aristotele, oltre che nelle tre edizioni di tutta 
l'opera, fu stampato a parte a Lione nel 1568, ed a Fi- 
renze nel 1734. Sopra queste cinque edizioni. Luigi Car- 
rer fece la sua a Venezia n&l 1839. Confrontata Y edizione 
del Carrer col testo originale del Tesoro, dato in luce a 
Parigi nel 1863, e col manoscritto francese del Testo me- 
desimo che si conserva nella biblioteca insigne del Capi- 
tolo di Verona, molti e gravi errori vi si appuntano 
ancora. 

Diamone un saggio, come arra delT edizione corretta 
di tutto il Tesoro, con lungo studio e grande amore da 
noi preparata. 

Prologo. Si legge nell'edizione del Carrer: « La se- 
conda parte del Tesoro, che dee essere di pietre preziose, 
ciò sono le virtudi, li motti, e li ammaestramenti delli 
savi; onde ciascun vale alla vita delli nomini i^er boutade, 
e per diletto, e per virtude, che nulla pietra è cara se 
non per queste tre cose. » 

In luogo di boutade, leggeremo beltade, perchè bel- 
tade, diletto, e virtude, Brunetto commenda nelle pietre 

Voi. VII, Pane II. 8 



— 106 — 
preziose, dove secondo l'erronea scienza de* suoi tempi 
ragiona di esse : perchè il Testo dice : Et por biaiilè (colla 
variante beante ), et por delit, et por vertii, car nule piene 
ti' est chiere se por ces III choses non. 

Segue: « Questo insegnamento sarà sulle quattro 
virtudi. Onde la prima si è provvidenza, che significa 
per lo carbonchio, che allumina la notte, e risplende sopra 
tutte le pietre. » 

Dopo quattro virtudi, aggiungeremo attive, perchè 
così le divisa il maestro, e così insegna il Testo: Lesili! 
vertuz actives. 

In luogo di Provvidenza, stamperemo Prudenza, 
percliè nel Tesoro Libr. VII capitolo 8, questa è la prima 
delle quattro virtù attive : e perchè il T dice : La premiere 
est Prudence. 

Che significa per lo carbonchio, correggeremo: Che 
significa lo carbonchio, perchè il T : Qui est senefiée par 
le safir (il quale risponde a» capello all'altro inciso pa- 
rallelo del periodo appresso: Qui est senefiée par l'esca- 
rabucle) è tradotto dal Volgarizzatore: Che significa lo 
zaffiro. Monna grammatica non torcerà lo grifo, leggendo 
così corretto il Tesoro. Fu evidente errore dell' amanuense. 

Gaimtolo l. — Legge l'edizione del Carrer: « Sono 
alcuni fini che sono operazioni, ed alcuni che non sono 
operazioni. » 

Vi è una lacuna, perchè il Testo recita: Teles fins 
soni en euvres, et teles soni celes que l'ori ensuit par 
/' oevres. 

La lacuna sarà riempiuta con queste parole: « Sono 
alcuni fini che sono operazioni, ed alcuni che non sono 
operazioni, ma seguitansi alle operazioni. » 

Questa lezione fu trovata dal Sorio altresì in alcuni 
manoscritti, de' quali renderemo conto a suo luogo. 

L'amanuense a capriccio, dove aggiunse e dove sop- 



— 107 — 
presse parole ed incisi , nel manoscritto riprodotto da tutte 
le stampe. Nel medesimo capitolo I. si legge: « L'arte 
della cavalleria si ha uno suo fine, cioè vittoria; e l'arte 
di fare le navi si ha uno suo fine, cioè fare le navi per 
navicare. » Qui si pecca di eccesso , e di difetto. 

Il Testo originale ha : « Bataille a sa fin, porquoi eie fu 
irovée, ce est victoire; et les ars de faire neis ont une 
autre fin, ce est nagier. » 

Correggiamo: « L'arte della cavalleria, la quale in- 
segna combattere, ha uno suo fine, per lo quale è tro- 
vata, cioè vittoria: e l'arte di fare le navi ha uno suo 
fine, cioè navicare. » 

La correzione concorda col Testo originale, e coi ma- 
noscritti suddetti. 

La stampa ancora nello stesso capitolo : « Sono alquante 
arti che sono generali, ed alcune che sono speciali. » 

Il Testo originale: « Sont aucunes ars qui sont ge- 
neraus, et aucunes qui sont especiaus, e' est particiileres , 
et aucunes soni sanz division; et por ce sont les unes 
Mìuz les autres. » 

Confidiamo di non prometterci indarno i ringrazia- 
menti del maestro, se stamperemo: « Sono alquante arti 
che sono generali, ed alcune che sono speciali, cioè par- 
ticolari , ed alcune sono senza divisione ; e perciò sono le 
une sotto le altre. » 

Nel capitolo stesso è stampato: « Sì come nelle cose 
(atte per natura, è uno ultimo intendimento finale, al 
quale sono ordinate tutte le operazioni di quell'arte. » 
Sono parole di colore oscuro. 

Il Testo invece chiaramente: « Et tout aussi comme 
en choses qui sont faites par nature est une darreine 
chose à quoi la nature entent finelment, autressi es cho- 
ses qui sont faites par art est une finel chose à quoi sont 
ordenées trestoutes les choses de cel art. » 



— 108 — 

Stamperemo adunque, riempiendu coli'' ajulo di buoni 
manoscritti la vasta lacuna: « Siccome nelle cose fatte 
per natura, è uno ultimo intendimento finale, al quale 
la natura intende pialmente; cosi nelle cose fatte per 
Parte, è imo intendimento finale, al quale sono ordinate 
tutte le operazioni di quell'arte. » 

L' amanuense, a pie giunti ed occhi chiusi , saltò dal- 
l'uno all'altro al quale, scapestrando all'impazzata. Le 
quattro edizioni del Tesoro, macchinalmente copiarono e 
ricopiarono, com'è costume pegli stampatori assai comodo. 

Quel darreine chose di Brunetto , rammenta dredn , 
e dreana, del dialetto rustico di Verona, che significa 
ultimo in una serie di cose. 

Non siamo che alla metà del testo e degli errori di 
questo primo capitolo, da Brunetto diviso in due, ma non 
dal Volgarizzatore. 

« E la rettorica è anche nobile, imperciò ch'ella di- 
spone ed ordina tutte l'altre (arti), che si contengono 
sotto lei, e'I suo compimento e'I suo fine, si è compi- 
mento e fine di tutte le altre. >> 

Ma come ex abrupto saUsi qui la rettorica? Chi l'ha 
chiamata? Il Testo non parla qui forse della politica? E 
quafi sono le arti sottomesse alla rettorica? 

Apriamo il Testo originale: « L'art qui enseigne la 
citè a governer , est principaus et dame et soveraine de 
toutes ars, porce que dosouz li sont contenues raaintes 
honorables ars , si comme rectorique. et la science de faire 
osi, et de governer sa maisnie, et encore est eie noble . 
porce que eie met en ordre, et adresce toutes ars qui 
souz li sont, et li siens compliemens, et sa fins si est 
fin es compliement des autres. » 

L'amanuense dimenticò di collocare la i-ettorica a suo 
luogo, come dama d'onore della politica. Preso da sover- 
chio pentimento, per ammenda la pose in sul trono della 



— 109 — 
regina del luogo, ed invitò scioccamente il popolo a pre- 
starle onriaggio ! La rettorica , perchè sorella della logica , 
ci renderà grazie se la rimetteremo a suo luogo, come 
dettò ser Brunetto, né la facciamo più rassomigliare ad 
Erminia coli' armatura di Clorinda. 

Stamperemo adunque: « L'arte civile, che insegna a 
reggere le cittadi , è principale e sovrana di tutte l' altre 
arti, perciò che sotto di lei si contengono molte altre 
arti, le quali sono nobili; sì come la rettorica, e l'arte 
di fare oste, e di reggere la famiglia. Ed ella è anche 
nobile; imperciò ch'ella dispone e ordina tutte l'altre che 
si contengono sotto di lei , e 'l suo compimento e '1 suo 
fine, si è compimento e fine di tutte le altre. » 

La stampa ci presenta in questo modo mutilato il 
periodo che tien dietro a quello or ora raddrizzato: « A- 
dunque il bene che si seguita di queste scienze, si è il 
bene dell' uomo , perciò che lo costringe di non fare 
male. » 

Come dice di queste scienze, se ha ragionato di una 
scienza sola, principale e sovrana di tutte le altre? Ser 
Brunetto, eh' è tanto innanzi nella morale, crede che frutto 
della scienza civile sia l'astensione dal male, senza far 
motto dell'attuazione del bene? 

Apriamo il Testo originale, e leggiamo: « Donques 
est eie li biens de l'ome (colla variante di sei codici, se- 
guita da Bono: li biens que de ceste science vient, si est), 
porce que eie constraint de bien (aire, et eie constraint 
de non mal faire. » 

L'amanuense adunque scambiò scienza in scienze, e 
saltò a pie pari un inciso, da un di a un dì, non curan- 
dosi del contesto. Gli editori ciecamente ricopiarono. 

Correggeremo pertanto, altresì colla scorta di buoni 
codici del Volgarizzamento: « Adunque il bene, che si 
seguita di questa scienza, si è il bene dell'uomo, perciò 



— HO — 

che lo costringe di ben fare, e costringelo di non fare 
male. » 

Poche linee appresso, ecco altre gravi omissioni. Legge 
lo stampato: « Lo rettorico dee procedere per argomenti 
verisimili, e questo si è però che ciascuno artifice giudi- 
chi bene, e dica la verità di tutto quello che appartiene 
alla sua arte. » 

Il concetto è giusto; ma ser Brunetto insegna assai 
più. Ascoltiamo: « En rectorique doit aler par argumenz, 
et par raison voire semblable. Et ce avient *porce que 
chascuns artiens juge bien, et dit la verité de ce qui 
apartient à son mestier, et en ce est ses sens soulis. » 

Stamperemo adunque, acconciamente riempiendo le 
due lacune: « Lo rettorico dee procedere per argomenti , 
e per ragioni verisimili. E questo si è però che ciascuno 
artifìce giudichi bene, e dica la verità di quello che ap- 
partiene alla sua arte, ed in ciò sieno dilicati li suoi 
sensi. » 

Altra lacuna poche linee appresso, nel medesimo ca- 
pitolo. È stampato in tutte le edizioni: « La scienza di 
reggere la città, non si conviene a garzone, né ad uomo 
che seguisca le sue volontadi, però che non sono savi. » 

La sentenza è savissima, e volesse il cielo, che tutte 
le città fossero governate da uomini che non seguissero 
le loro volontadi ! cioè che non sottomettessero la ragione 
al talento, come cantò l'immortale discepolo di ser Bru- 
netto, con frase copiata dal suo maestro, come vedremo. 

Se non che Brunetto sentenziò assai meglio: « La 
science de citè governer ne afiert pas à enfant, ne à home 
qui vueille ensuirre sa volente, por ce que andui sont 
nonsachant des choses dou siede; car ceste art ne quieri 
pas la science de Vome, mais que il se tome a bonté. » 

Rispettando il laconismo delle frasi , che talvolta abbia 
voluto usare il traduttore, non dobbiamo trapassare in 



— Ili — 

silenzio le palesi lacune del testo. Perciò stamperemo: 
« La scienza di reggere la città, non si conviene a gar- 
zone, né ad uomo che seguisca le sue volontadi, però 
che non sono savi ; che questa arte non richiede la scienza 
dell'uomo, ma ch'egli inclini a bontà. » 

Seguisca, in luogo di segua, è uscita ora disusata 
del verbo seguire, eccetto che in qualche dialetto. Il Giam- 
boni r usa di frequente , ed in ciò il testo suo è per noi 
inalterabile: altrimenti se di secolo in secolo ristampandoli, 
si fossero ammodernati i libri dei padri della nostra lette- 
ratura, non avremmo testi di lingua, ma contraffazioni. Ras- 
somiglierebbero all'Omero del Cesarotti, al quale di sopra 
al manto greco biancheggiava il collaretto, e di sotto ne- 
reggiavano le calze di seta colle lucide scarpe a fibbie 
d'argento secondo il costume degli abati romani. Con 
tale satira si morse il cesarottiano rifacimento dell' Iliade, 
e non a torto. 

Capitolo HI. — Questo capitolo è composto di po- 
che linee; ma ciò non pertanto ha omissioni e commis- 
sioni non lievi. 

Mano a' ferri : « Bene per sé si è la beatitudine ; 
bene per altri sono detti li onori e le virtudi, e perciò 
vuole 1' uomo queste cose per avere beatitudine. » 

Brunetto dettò: « Biens par lui est beatitude, qui 
est nostre fin, a quoi nos entendons; biens par antrui soni 
les onors et les verluz: car ces desire li hom por avoir 
beatitude. » 

Stamperemo adunque, riempiendo la grave lacuna: 
« Bene per sé si é la beatitudine, che è nostro fine, al 
quale noi intendiamo; beni per altri sono gli onori e le 
virtudi , perciò che vuole l' uomo queste cose per avere 
beatitudine. » 

Segue la stampa col solito andazzo: « Naturai cosa 
è all'uomo ch'egli sia cittadino, e ch'ei costumi con gli 



— 112 — 

uomini artefici; ed anche non è naturale all' uomo abitare 
ne' diserti, né quivi dove non sono s<''it'' percliè l'uomo 
naturalmente ama compagnia. » 

Chi bene osserva questo periodo, lo mira barcollare 
sopra li due suoi membri, come uno sciancato sopra le 
due gracili gambe. Quell'acche fa raggrinzare il naso alla 
critica. In luogo di quivi dovrebbe leggersi colà, suppo- 
nendosi che il luogo dove l' Autore dettava il Tesoro fosse 
paese civile. 

Il maestro sorride, e risponde: « Naturai chose est 
à Pome que il soit citoiens, et que il converse entre les 
homes, et entre les artiens; car contre nature seroit de 
habiter en desers, où il n'a nule gent, porce que li hom 
naturalment se delite en compaignie. » 

Stamperemo perciò : « Naturai cosa è all' uomo eh' e- 
gli sia cittadino, e che ei costumi con gli uomini, e con 
gli artefici; poiché non è naturale all'uomo abitare ne' 
deserti , ne' quali non sono genti , perchè l' uomo natural- 
mente ama compagnia. » 

Capitolo IV. — Parla della beatitudine, secondo la 
dottrina comune agli antichi filosofi, e col linguaggio sco- 
lastico. « Onde la beatitudine si e quando ella è in atto, 
e non quando è in potenza. » 

Una sentenza così assoluta, non è conforme alla na- 
tura di quella filosofia, la quale non profferiva sentenza 
senza addurne la ragione sufficiente. 

Questa per vero dire fu omessa dall'amanuense. Bru- 
netto insegnò : « Mais beatitude est quant eie est en oevre, 
et non pas quant eie est en pooir seulement, car se il 
ne le fait , il n' est mie bons. » 

Stamperemo pertanto : « Ma la beatitudine si è quando 
ella è in atto, e non quando è in potenza; che il bene 
non è bene, se non è fatto. » 

Il maestro espone partitamente questa dottrina nel 
capitolo LIY di questo medesimo libro VI. 



— 113 — 

In fine dello stesso capitolo leggiamo: « Però che 
una virtù non può fare T uomo beato, né perfetto, si 
come una rondina, quando ella appare sola, non fa per- 
fetta dimostranza che sia venuta la primavera. » 

Qui non sono commissioni : ma è un' omissione. Bru- 
netto dettò: « Force que une sole vertu ne puet faire 
Pome de toute beatitude ne parfait; car une sole aron- 
dele qui vieigne, ne un seul jors atemprés ne donnent 
certaine enseigne dou printens. » 

Stamperemo adunque, rispettando il laconismo che 
qui usar volle il Giamboni: « Però che una sola virtù 
non può fare l'uomo beato, né perfetto, sì come una 
rondina quando ella appare sola , né un di solo temperato, 
non fa perfetta dimostranza che sia venuta la primavera. » 
Cosi empiuta la lacuna, oltre che al testo originale, 
corrisponde all' Etica di Aristotele, ed alla traduzione che 
ne fece il Segni, opportunamente raffrontata. 

Capitolo V. — La stampa gitta innanzi al lettore 
questa ricisa proposizione : « Lo bene dell' anima è lo più 
degno di nullo. » Il capitolo parla di tre maniere di 
bene: ma il bene dell'anima sarebbe a questo modo il 
più irragionevole di tutti. Gatta ci cova. 

La gatta è scovata, se riempiamo col Testo originale 
la disonesta lacuna: « Li biens de l'ame est plus dignes 
que nus des autres, car ci est li biens de Dieu. » 

Stamperemo alla buon'ora: « Lo bene dell'anima è 
lo più degno di nullo degli altri, che questo è lo bene 
di Dio. » 

Gli strafalcioni si tirano 1' un l' altro come le ciliegie. 
Nel capitolo stesso è stampato: « Ma quando la beatitu- 
dine è neir uomo in abito, e non in atto, allora si è vir- 
tuoso, come r uomo che dorme . la cui virtù e la cui 
opera non si manifesta. » 

Anche a coloro che hanno famigliare il linguaggio 



- 114 — 

aristotelico, la proposizione riesce oscura. È chiarissima 
nel Testo originale: « Mais qiiant beatitude est en habit 
et en pooir de Pome, et non en ses faiz, ce est à dire 
quant il porroit biefn faire, et non le fait mie; lors est 
vertuous aussi comme cil qui se dort, car ses oevres ne 
ses vertuz ne se monstrent pas. » 

Stampiamo adunque: « Ma quando la beatitudine è 
nell'uomo in abito e in potenza, e non in atto, cioè 
quando egli potrebbe fare il bene, ma non lo fa; allora 
si è virtuoso come V uomo che dorme, la cui virtù, e la 
cui opera non si manifesta. » 

Il maestro insegna nel Tesoro che furono passate le 
colonne di Ercole, e presagisce la scoperta dell' altro emi- 
sfero. Oltre quelle, egli conosceva altresì la colonna della 
virtù, e la colonna del vizio. Fu l'amanuense, che diede 
del capo in esse, e se non lo si ruppe, egli fu senza 
dubbio, perch'era di esse più duro. Udite. 

Segue nel medesimo capitolo: « La colonna della 
beatitudine si è l' operazione che l' uomo fa secondo vir- 
tude, e la colonna del suo contrario si è quella che l' uo- 
mo fa secondo vizio: questa operazione si è ferma e 
stante nell'anima dell'uomo. » 

Ser Brunetto scuote il capo, e soggiunge : « Li pilers 
de beatitude est les oevres que l'on fait selonc vertu, et 
la coione dou contraire est les oevres que Y on fait selonc 
vice; et la vertus ferme et estable est en l'ame de 
l' ome. » 

Stamperemo pertanto : « La colonna della beatitudine 
si è l'operazione che l'uomo fa secondo virtude; e la 
colonna del suo contrario si è quella che l'uomo fa se- 
condo vizio; e la virtù ferma e stabile si è nell'anima 
dell' uomo. » 

Segue alla mal' ora: « La tristizia e la paura lolle 
altrui l'allegrezza della beatitudine. » 



— 115 — 

La sentenza è retta, ma non è quella di Brunello, il 
quale con maggior filosofìa insegna: « Dolor et paor 
abatenl l'oevre de vertu, et la joie de beatitude. » 

Per la qual cosa stamperemo; « La tristizia e la 
paura lolle V opera di virtù, e l'allegrezza della beati- 
tudine. » 

Se quasi per abito la stampa scambia prodezza per 
prudenza, correggeremo in silenzio: ma non già quando 
fa dire al maestro nello stesso capitolo: « Felicitade e 
beatitudine sono uno atto, il quale procede da perfetta 
virtude dell'anima e del corpo. » 

Prima di condannare e l'Autore ed il Volgarizzatore 
alla bolgia infernale di coloro: 

Che la ragion sommettono al talento 

[ìnf. \.) 

consultiamo il Testo originale. Esso legge: « Felicités 
est une chose qui vient par vertu de Fame, non pas 
dou cors. » 

Il perchè stamperemo : « Felicitade e beatitudine sono 
uno atto , il quale procede da perfetta virtude dell' anima, 
e non del corpo. » 

Siamo grati al Volgarizzatore? che meglio chiari la 
morale sentenza del maestro. Considerando, che insieme 
coir amanuense dovremmo condannare altresì i quattro 
editori dell'intero Tesoro, e quelli che a parte con altro 
titolo posero in luce questo libro dell'Etica, e lungo e 
diffìcile sarebbe il processo, per ora sospendiamo il de- 
creto. 

Capitolo VIL — Cantava Dante: 

Del no per li denar vi si fa ita. 

{Jnf. XXI j. 



— 116 — 

Non per denari, ma per difetto di buon senso più 
volte il nostro benemerito amanuense, e gli editori che 
gli giurarono cieca obbedienza, di no fecero si, e di sì 
fecero no a spron' battuti. Per esempio : « Onde quando 
noi volemo laudare niuno uomo di virtude intellettuale, 
diciamo. » 

Veramente non diciamo, ma taciamo, quando voglia- 
mo laudare niuno. Cosi insegnava anche Brunetto, che 
invece aveva scritto : « Quant nos volons un home prisìer 
de vertu intellectuel , nos disons. » 

Orsìi stampiamo : « Onde quando noi volemo laudare 
un uomo di virtude intellettuale , diciamo. » 

Capitolo Vili. — Passiamo ad uno stupendo guaz- 
zabuglio. 

« Universalmente ninna cosa naturale puote natural- 
mente fare lo contrario di sua natura. Onde addivenga 
che queste virtudi non sieno in noi per natura, la potenza 
di riceverle si è in noi per natura, il compimento si è da 
noi per usanza. Onde queste virtìi non sono al postutto 
in noi per natura, ma le radici, el cominciamento di ri- 
ceverlo in noi per natura, el compimento e la perfezione 
di queste cose si è in noi per usanza. » 

Brunetto scioglie il nodo coir integro suo Testo : 
« Generalment nul naturai chose ne puet par usage apren- 
dre à fa ire le contraire de sa nature. Et jà soit ce que 
ce est vertuz ne soit en nous par nature, certes la puis- 
sance d'aprendreJa est en nous par nature, et lì con- 
pliem est en nos par usage; por quoi je di que ces vertuz 
ne sont pas don tout en nos sanz nature, ne dou tout 
selonc nature; mais li commencemenz et la racine de 
recoivre ces vertuz sont en nos par nature, et le lor com- 
pliment est en nos par usage. » 

Stamperemo in buon punto: « Universalmente ninna 
cosa naturale puote naturalmente per uso apprendere a 



— 117 — 

fare lo contrario di sua natura. Onde addivenga ciie que- 
ste virtudi non sieno in noi per natura, la potenza di 
riceverle si è in noi per natura, ed il compimento si è 
in noi per usanza. Onde queste virtù non sono al postutto 
in noi senza natura, né al postutto secondo natura: ma 
la radice e racconciamento di ricevere queste virtudi. 
sono in noi per natura, e i compimento e la perfezione 
di queste cose sono in noi per usanza. » 

A sciogliere il nodo ajutarono i manoscritti del Sorio, 
l'edizione di Lione, T Etica di Aristotele libro li, cap. l, 
la quale dice, secondo la traduzione del Segni: « Gon- 
chiudendo pertanto cosi, che le virtù non si fanno in noi 
per natura, e che elleno non si fanno ancora in noi fuor 
di natura; ma fannosi in noi. che siamo atti per natura 
a riceverle; e che poi vi diventiamo perfetti mediante la 
consuetudine. » 

Capitolo IX. — Udite peregrina lezione del Tesoro 
intorno alla castità! 

« L' uomo che sostiene la volontà carnale, e di quella 
astinenza si tiene allegro si è detto casto, e l'uomo che 
sostiene le \o\ouih carnali si è detto lussurioso, s'egli n'è 
dolente. » 

Così stando le cose, tanto il casto quanto il lussu- 
rioso sostiene le volontà carnali.. La differenza fra il primo 
ed il secondo, è solamente in ciò, che il primo è allegro, 
ed il secondo è dolente! 

Brunetto per contrario dettò: « Li hom qui s'abstient 
de chnrnel volente, et de cele abstinence est liez, certes 
il est chastes; mais cil qui se abstient, et de cele absti- 
nence est dolens, certes il est lussurieus. » 

Il perchè stampeiemo ; « L' uomo che s' astiene da 
volontà carnale, e di quella astinenza si tiene allegro, si 
è detto casto : ma 1' nomo che s' astiene dalle volontà car- 
nali, si è detto lussurioso s'egli n'è dolente. » 



— 118 — 

Capitolo X. — Uno strafalcione solo, ma enorme. 
Legge la stampa : « E per tenere ragione si è detto. » 
Il Testo originale ha: « Gar Eraclitus dit. » 
Stampiamo : « E per ciò Eraclito ha detto. » 
Così leggeva anche l'edizione del 1734; ma appunto 
perchè avea ragione, fu ascoltata come Cassandra. 

GAPrroLO Xlll. — Udite lezione di economia, di igie- 
ne, e di aritmetica molto sapiente. 

« Se dieci è troppo, e lo sei è poco, lo due è ad 
essere mezzo, perciò che'l sei è tanto pili che'l due, 
quanto è meno del dieci... Se pigliare una gran quantità 
di nutrimento è troppo, e pigliare una piccola quantità 
è poco, il mezzo si dee intendere a noi manicare né 
troppo né poco. » 

Il maestro aveva imsegnato: « Se X sont trop, et 
11 sont pò, li mileu est VI, porce que VI est tant plus 
de II, comme il est mains de X... Se mangier une petite 
viande est pò, et mangier une grant viande est trop, il 
ne doit mie prendre le mileu. Car se mangier II pains 
est pò, et mangier X pains est trop; il ne doit mie por 
ce mangier VI pains; car il ne penroit pas le mileu en 
comparison de soi, ainz penroit le mileu par soi, car 
mileu selonc nos est mangier qui ne soit pò ne trop. » 

Correggendo l'errato, e riempiendo la vasta lacuna, 
stamperemo: « Se dieci è troppo, e lo due è poco, lo 
sei è ad essere mezzo, per ciò che 'l sei è tanto più che 
1 due, quanto è meno del dieci... Se pigliare una piccola 
(juantità di nutrimento è poco, e pigliare una grande quan- 
tità è troppo, non si dee V uomo ponere nella metade. 
Verbigrazia: Se mangiare due pani é poco, e mangiare 
dieci è troppo, chi ne mangiasse sei, non tiene però il 
mezzo in comparazione di sé, ma tiene il mezzo per sé. 
Il mezzo secondo noi, si è mangiare tanto, che non sia 
né troppo, né poco. » 



— 119 — 

La correzione è fatta altresì con buoni manoscritti. 
Lo slesso esempio è nell'Etica di Aristotele, tradotta dal 
Segni, alla quale attinse con sovrabbondanza ser Bru- 
netto. 

Capitolo XV. — Altra lezione di nuova matematica. 

« Se tu vuoli fare comparazione tra lo mezzo e '/ 
poco, lo mezzo si può dicere troppo; e se vuoli fare 
comparazione intra 1 mezzo e H poco, lo mezzo puoi di- 
cere poco. » 

Il maestro insegna : « Se tu fais comparison entre le 
mi et le pò, certes li mi entre eulx est le trop ; et se tu 
fais comparison entre le mi et le trop, certes li mi entre 
eulx est le pò. » 

Stamperemo adunque, non foss' altro a lume di naso: 
« Se tu vuoli fare comparazione tra lo mezzo e lo poco, 
lo mezzo si può dicere troppo; e se vuoli fare compara- 
zione tra lo mezzo e lo troppo, lo mezzo puoi di cere 
poco. » 

La Società per le buone letture potrebbe per avven- 
tura proscrivere il Tesoro, quale oggi è stampato in vol- 
gare: non lo proscriverà, quando redintegrata ne avremo 
r originale lezione. 

Per esempio, nel medesimo capitolo si leggo: « La 
sensibilità della volontà carnale, si è più presso alla ca- 
stità, che alla lussuria. » 

Seguono poi due ragioni, le quali provano perfetta- 
mente il contrario. Ma il maestro aveva dettalo nel suo 
francese : « Non suirre nule charnes volente est plus près 
de chastée que de luxure. » 

Non sarà difficile travedere' Terrore dell'amanuense, 
dello stampatore, l'itenwido che fosse scritto dal Giam- 
boni: « La 'nsensibilità della volontà carnale, si è più 
presso alla castità, che alla lussuria. » Insensibilità in 
questo senso è usata più volte dal Volgarizzatore del 
Tesoro. 



- - 120 — 

x\1tro scandalo nello slesso capitolo. « Però che l'e- 
stremità alla quale noi siamo più acconci a cadere per 
natura si è piìi di lungi dal mezzo, e però cadiamo noi 
più acconciamente alli desiderii carnali, che noi non fac- 
ciamo al contrario. » 

Quantunque nel Tesoretto il maestro confessi di es- 
sere stato alquanto mondanetio; ne in quel poema, né nel 
suo grande Tesoro egli dava tali ammaestramenti. Egli 
scrisse: « Porce que cele estremile a cui nos somes plus 
cheable par usage est plus lointaine dou mi; et porce 
que nos somes plus atornè naturalment à consuirre la 
volente de la chair, convieni il que convoitise soit plus 
contre chastée que à son contraire. » 

Stamperemo adunque, riempiendo la lacuna, e medi- 
cando la piaga: « Però che l' eslremitade alla quale noi 
siamo più acconci a cadere per natura si è più di lungi 
dal mezzo, e però cediamo noi più naturalmente alli de- 
sideri carnali, bisogna che lussuria sia più contra ca- 
stità, che non al contrario. » 

Capitolo XYl. — Oltre che alla lussuria, il Tesoro 
come ora si legge, provoca altresì al suicidio. Ecco le 
prove. 

« Però si dee V uomo dare innanzi alla morte , che 
fare cosi sozze cose. » 

Se non che Brunetto nel suo vecchio francese pro- 
testa di avere insegnato: « On se devroit avant lasser 
tuer, que taire si laides oevres. » 

Gli faremo giustizia stampando : « Però si dee l' uo- 
mo lasciar dare innanzi alla morte, che fare così sozze 
cose. » 

Quando mai si udì che discrezione (che ora diciamo 
comunemente discernimento, dalla medesima radice de- 
cerno, cioè separo, scelgo, eleggo cosa da cosa) sia ca- 



— 12!1 — 

gione (li male*/ E puie lo si fa insegnare al maestru di 
Dante, nel capitolo stesso: 

« Povertà di senno e discrezione si è cagione del 
male. » 

Se non che sdegnato egli avverte di avere scritto: 
« Pouretè de sens et de discretion est achoison de mal. » 

Rettificheremo adunque: « Povertà di senno, e di 
discrezione, si è la cagione del male. » 

Ammirate nel capitolo stesso altra bella sentenza: 

« Tal ora vuole T uomo cosa eh' è possibile . ma nou 
la elegge perchè ella gli è impossibile. » 

Quanti poveri lettori avranno fatto violenza al loro 
buon senso per conciliare il possibile coli' impossibile . 
e flon far dire un assurdo al maestro di Dante? 

Ma furono gli amanuensi e gli stampatori che si 
fecero giuoco di essi , avvegnaché Brunello abbia dettato : 
« Et tei foiz desirre Tom chose qui n'esl pas possible. 
mais il ne eslit pas chose non possible. » 

Eviteremo facilmente l'assurdo, stampando: «Talora 
vuole l'uomo cosa eh' è impossibile; ma non la elegge, 
perch'ella gli è impossibile. » 

Un cataclisma nel capitolo stesso produsse una ben 
lunga lacuna. « xVnchc la volontarie è fine, e la elezione 
si è antecedente al fine: perciocché la opinione va dinanzi 
e di dietro la elezione. » 

Prima del cataclisma, nel lesto originale si leggeva: 
« Encorre la volentez est fìns, mais elections est devant 
la fin; car nos desirrons sante et felicité, mais primes 
eslisons les choses qui à ce nos amainent. Encore li opi- 
nions n'est pas elections, car opinions va devant la ele- 
ction, et va après aussi. » 

Riempiremo adunque opportunamente la male augu- 
rata lacuna, stampando: « Anche In volontade è fine, e 
la elezione si è antecedente al fine, pevrhè noi ilesideriamo 

Voi. VII. l'arto II. !) 



— 122 — 

sanità e felicità, ma prima facciamo elezione delle cose 
che ad esse ci conducono. Anche P opinione non è elezione. 
perciocché la opinione va dinanzi, e di dietro la ele- 
zione. » 

Ammiriamo altra dottrina morale nuova di zecca, 
imputata dagli sbadati amanuensi al Tesoro: 

« Così addiviene dell' uomo il quale diventa reo dal 
cominciamento, che fu in suo arbitrio di diventare buono. » 

Ser Brunetto aveva scritto : « Tout autre^si est il d(! 
Tome; car au commencement est il en sa volente d'estre 
bons ou mauvais: mais de qu' il est mauvais devenuz, il 
n' est pas en sa volente de retorner en sa bontè, et estro 
bons. » 

Correggiamo pertanto alla buon' ora: « E così addi- 
viene dell'uomo il quale diventa reo. Dal cominciamento 
è in suo arbitrio d'essere buono o reo: ma da che egli é 
reo, non è in suo arbiirio di diventare buono. » 

Si chiude il capitolo del Volgarizzamento con una 
miracolosa serie di spropositi pronunciati con tanta gra- 
vità, e con tanta concatenazionq di argomenti, che bisogna 
leggerli due volte prima di conchiudere che assolutamente 
sono un assassinio della logica e della morale, commesso 
dagli amanuensi, e ripetuto a chius' occhi dagli editori. 
Ecco il brano. 

« Dunque ciascun uomo è cagione della sua imma- 
ginazione e del suo abito, però che l' uomo ha naturale 
intendimento di conoscere bene e male. Dunque dee voler 
fare lo bene e fuggire lo male. Ed è ottima cosa, e non 
impossibile, a pigliare consuetudine e dottrina di fare bene. 
E chi la piglia al cominciamento e perseverala, quel co- 
tale uomo ha buona natura e perfetta, e chi piglia il con- 
trario, si ha natura. Ma perchè egli T abbia ria, sì la può 
1' uomo fare buona .se egli vuole, che è in lui di pigliare 
qualunque vuole. » 



— 123 -. 

Ascoltiamo il maestro: « Donques se chascuns hom 
est achoison de son habit ed de sa ymagination, il con- 
vient que sanz son esprovement il ait aucun naturel com- 
mencement conoissable entre bien et mal, qui li face vo- 
loir le bien et eschuer le mal; car cele est sovent bone 
chose que on ne puet mie avoir par usage ne par ensei- 
gnement, mais est en Fame par nature, et est bone et 
complie par nature. Por ce est il donc prove que vertus 
ne soit pas volente ne contre volente, plus ou mains que 
les vices. » 

Buono per noi, che le edizioni lionese e firentina, 
un ottimo manoscritto di Verona che fu dell' ab. Zanotti. 
ed i manoscritti Marciani ci ajutano mirabilmente a paci- 
ficare il Volgarizzamento colla logica e colla morale, non 
che col Testo originale del Tesoro. 

Stamperemo a buon conto: « Adunque se ciascuno 
è cagione del suo abito e della sua immaginazione, in 
alcun modo egli è bisogno eh' abbia senza il suo esercizio 
alcuno naturale principio, per lo quale egli è disposto a 
naturale conoscimento di male o di bene, e a volere il 
bene e fuggire il male: perocché è ottima cosa, la quale 
non è possibile d'avere né per consuetudine, né per dot- 
trina ; ma è nell' uomo per natura , e questa si é buona 
e perfetta natura dell' uomo. Dunque le virtù e' vizii sono 
secondo la volontà dell'uomo. 

Capitolo XVII. — Il capitolo ragiona della fortezza, 
ed insegna: « L'uomo forte, non tiene né più né meno 
che faccia bisogno. » 

Bisognava sottintendere , la paura in corpo ; ma Bru- 
netto apertamente ha sentenziato : « Li hom fors ne doute 
ne plus ne moins qu' il li besoigne. » 

Egli è dunque agevole mutare tiene, in teme, e cor- 
reggere : « L' uomo forte non teme né più né meno che 
faccia bisogno. » 



- 124 — 

Ancora: a Le cose che sono da temere non sono 
(1 una materia , anzi sono in molte guise. » 

La parola guise in fine del periodo, ci avverte che 
qui si tratta di guisa, forma, maniera, e non di materia. 
Brunetto per vero dire ha scritto: « Les choses qui ;i 
douter sont , ne sont pas d' une maniere, mais de plusors. » 

Emendiamo adunque : « Le cose che sono da temere 
non sono d' una maniera, anzi sono in molte guise. » 

Ancora : « Molti uomini fanno grandi ordinamenti per 
lussuria. » 

La sentenza è pur troppo vera; ma non è quella 
che in questo luogo richieda il contesto, né quella che 
r Autore del Tesoro qui abbia posta. Egli scrisse : «Maini 
home font grant hardement par amors. » 

Rattopperemo adunque nella nostra edizione : « Molti 
uomini fanno grandi ardimenti per lussuria. » Il Giam- 
boni voltò amors in lussuria, e voltò male, ma lo lasciamo 
nel Volgarizzamento, apponendovi una notarella che indichi 
lo svarione, e non più, perchè nostro ufficio non è di 
migliorare il Volgarizzamento, ma di ridurlo, per quanto 
possiamo, alla vera lezione, confrontandolo coir originale. 
e coirajuto di antiche edizioni e manoscritti. 

Finalme[jle egli è un belF indovinello questo aforisma, 
col quale si chiude il capitolo. « Piii lieve cosa è ad 
astenersi dalle concupiscenze carnali, che non è dalle 
cose triste. » 

Una omissione colpevole dell' amaimense rende anche 
qui difficile la sentenza, che nel Testo è lucidissima: 
« Plus legiere chose est de abstenir soi de charnel delit. 
que soslenir les doloreuses choses. » 

Riempiamo la breve ma perig